1970 01 10 l’Unità – Abbiamo ricostruito minuto per minuto le ultime ore di vita di Giuseppe Pinelli. Sempre più fitti gli interrogativi a un mese dalla strage di Milano e dagli attentati di Roma

1970 01 10 Unità Abbiamo ricostruito minuto per minuto le ultime ore di vita di Giuseppe Pinelli

Sempre più fitti gli interrogativi a un mese dalla strage di Milano e dagli attentati di Roma

Abbiamo ricostruito minuto per minuto le ultime ore di vita di Giuseppe Pinelli

Il commissario Calabresi smentisce il Questore di Milano: «per noi continuava a essere una brava persona. Probabilmente il giorno dopo sarebbe tornato a casa» – Esplosive dichiarazioni rilasciateci dal maresciallo d’artiglieria Guido Bizzarri sulla bomba alla Banca Commerciale

A cura di : Alessandro Caporali, Marcello Del Bosco, Renato Gaita, Paolo Gambescia, Pier Luigi Gandini, Angelo Matacchiera e Aldo Palumbo.

 

Un mese fa la strage di Milano, gli attentati di Roma. Poi l’arresto di Valpreda, l’incriminazione degli altri giovani del «22 marzo», a mano a mano l’evidenza delle lacune, il peso degli interrogativi senza risposta, la crescente pressione dell’opinione pubblica e di gran parte dei giornali affinché l’inchiesta non si trasformi in una assurda «caccia alle streghe», in una affannosa ricerca di un qualsiasi capro espiatorio. E, nello stesso tempo, la massiccia operazione repressiva scatenata contro i gruppi di sinistra sulla base di leggi fasciste, che ripropone con forza il problema di far rispettare le libertà sancite dalla Costituzione e di smascherare quelle forze che dei tragici fatti si sono servite per cercare di creare un clima torbido, il terreno dell’avventura. «Perchè? Per conto di chi? Con quali fini?» ha chiesto nei giorni scorsi l’organo della DC. E, per parte nostra, abbiamo posto venti interrogativi, venti domande rimaste senza esito, così come quelle del Popolo.

Abbiamo così cercato di fare punto sull’inchiesta, di sgombrare il campo dai falsi, dalle «voci», dalle contraddizioni, ascoltando nuovamente i testimoni, i parenti delle persone che si sono trovate coinvolte nella vicenda, gli investigatori, gli avvocati, gli ex «indiziati», ripercorrendo tutte le tappe dell’inchiesta, almeno sulla base degli elementi conosciuti.

Sia chiaro che non si è voluto fare il «processo» agli inquirenti, né partire da presupposti d’innocenza o colpevolezza degli imputati per dimostrare il contrario, ma solo cercare di stabilire una cronologia degli avvenimenti, di individuarne anche il filo comune, rilevando anche gli errori, le ombre, le lacune.

I risultati sono una serie di circostanze inequivocabili, di fatti confortati da testimonianze precise, a disposizione del magistrato.

Ecco i primi cinque punti 1) appena due ore dopo la strage la polizia ricercava Valpreda, indicandolo come «pazzo» e facendo capire che lo riteneva il responsabile; 2) Giuseppe Pinelli – sulla base di tutti gli elementi noti – non aveva alcun motivo per uccidersi; 3) le dichiarazioni del questore di Milano, subito dopo la morte dell’anarchico, rappresentano un vero e proprio falso; 4) la bomba alla Banca Commerciale era quasi certamente disinnescata e, in ogni caso, era molto più pericoloso farla brillare (come avvenuto) che non cercare di renderla innocua, 5) le discordanze tra il racconto fatto da Cornelio Rolandi al prof Paolucci e la versione resa alla polizia dal tassista sono tali e tante da escludere un errore, una dimenticanza, un lapsus. Per chiarire i primi tre punti basta seguire le ultime ore di Giuseppe Pinelli

Il tragico volo nel cortile

IL FERMO DELL’ANARCHICO – Sono le 19 di venerdì, poco più di due ore dalla strage. Nel circolo anarchico di via Scaldasole c’è soltanto Sergio Ardau quando giungono gli agenti del1’ufficio politico guidati dal dott Zagari e dal brg Panessa. I poliziotti perquisiscono il locale poi invitano l’Ardau in questura per fare «due chiacchiere». Mentre l’uomo si appresta a chiudere il locale, giunge Giuseppe Pinelli. Anche lui viene «invitato» in via Fatebenefratelli. «Sappiamo bene che voi non c’entrate, che siete brave persone, non vogliamo né fermarvi né arrestarvi, solo uno scambio leale di vedute», dicono i poliziotti.

SULL’AUTO – Ardau sale sull’auto della PS Pinelli invece segue la «850» blu a bordo del suo motorino. Ed è all’Ardau che i poliziotti lungo il tragitto cominciano a parlare di «matrice anarchica negli attentati» e di «certi pazzi criminali che si sono mischiati a voi». Poco dopo i funzionari fanno il nome del «pazzo» Pietro Valpreda.

IN QUESTURA – Pinelli e Ardau si trovano da soli in uno stanzone pieno di poliziotti. Arrivano il dottor Allegra e il dottor Calabresi annunciano a Pinelli che la sua casa è stata perquisita e l’anarchico ribatte che non avranno trovato nulla come al solito. I due funzionari escono.

PRIMO INTERROGATORIO – Lo stanzone verso mezzanotte si riempie di fermati. Pinelli viene interrogato quindi è la volta di Ardau poi tocca ancora a Pinelli. I due anarchici si ritrovano si scambiano le impressioni scoprono che a entrambi i poliziotti dopo il consueto «voi non c’entrate ma ci sono i criminali che si sono infiltrati» hanno chiesto notizie sul «pazzo» Valpreda. Più tardi si saprà che anche ad altri anarchici fermati i funzionari hanno esclusivamente chiesto notizie di Valpreda. Insomma la stessa sera degli attentati con una rapidità sorprendente i poliziotti dimostrano di avere le idee ben «chiare» su chi cercare anche se Valpreda pur essendo stato fermato dopo gli attentati alla Fiera non aveva alle spalle nessun «precedente specifico».

PRIMA TELEFONATA – Sabato mattina Ardau viene portato in camera di sicurezza. Lascia Pinelli tranquillo questi, anzi gli dice di aspettarlo giù all’angolo della questura, che tra un po’ uscirà. Ma Ardau poi, viene portato a S. Vittore mentre Pinelli resta all’ufficio politico. Domenica mattina un agente telefona alla moglie dell’anarchico «Signora, dica in ferrovia che suo marito è malato e non andrà a lavorare».

LA VISITA DELLA MADRE – Lunedì mattina, verso le 9.30-10, Pinelli riceve la visita della madre. La donna dirà che il figlio era tranquillo, sorridente sereno.

LA SECONDA TELEFONATA – Verso le 14,30 la moglie dell’anarchico riceve una telefonata dall’ ufficio politico. La voce è brusca «Signora telefoni alla ferrovia e dica che suo marito è fermato in attesa di accertamenti, ha capito? deve dire che è fermato». Il contrasto tra la telefonata precedente e il tono è tale da far pensare che anche Pinelli sia dinanzi al poliziotto che telefona.

IL LIBRETTO FERROVIARIO – Alle 22 il dottor Calabresi telefona alla moglie di Pinelli «Signora, cerchi il libretto chilometrico di suo marito (nel libretto vengono annotati i viaggi ndr)». Si sente attraverso il ricevitore, anche la voce di Pinelli anzi la donna fa chiedere al marito se sa dov’è finito il libretto.

«NON AVEVANO IL TEMPO» – Alle 1,05, i giornalisti bussano in casa Pinelli, dicono alla moglie che Giuseppe è caduto dalla finestra della questura. La donna chiama l’ufficio politico le risponde il dottor Calabresi «Perché non mi avete avvertito?» «Non avevamo il tempo abbiamo molte altre cose da fare»

LA STANZA E LA FINESTRA – L’ultimo interrogatorio di Pinelli avviene nell’ufficio del dottor Calabresi una stanza di dimensioni ridotte. Vi sono oltre al funzionario il tenente dei carabinieri Lograno un brigadiere e due agenti di PS. La finestra è di circa due metri e 40 il poggiolo è alto ottanta centimetri. Ci sono tapparelle e due ante di legno. Evidentemente la tapparella doveva essere del tutto tirata su mentre sulla finestra la versione ufficiale (dopo le prime dichiarazioni) è che era socchiusa per far uscire il fumo. In questo caso Pinelli dovrebbe essersi fermato e quindi aver spalancato la finestra.

LA CADUTA – E’ un nostro cronista il compagno Aldo Palumbo che «sente» la caduta del Pinelli. Sono le 23,57 quando egli lascia la sala stampa della questura, esce sul cortile in quel momento echeggia un rumore come di legno che sbatte con violenza contro un ostacolo subito seguito da un grido. Quel primo colpo secco e il grido vengono dall’alto, dal lato opposto del cortile per nulla illuminato. Poi seguono altri tre rumori sordi, due più ravvicinati 1’ultimo – nell’ordine di frazioni di secondo – appena più distanziato. La sensazione del giornalista è che il corpo abbia urtato cadendo due volte contro i cornicioni della facciata. Secondo la polizia invece, il corpo non avrebbe neanche sfiorato i cornicioni. Quando Palumbo si avvicina correndo a Pinelli l’uomo è ancora vivo, rantola. Il corpo è su una aiuola, a tre metri circa dal muro il che farebbe pensare che la caduta non sia stata «a picco». Il cronista senza perdere altri attimi corre per far chiamare un ambulanza, mentre dal quarto piano giungono i funzionari dell’ufficio politico.

LE DICHIARAZIONI DI GUIDA – Venti minuti dopo la tragedia il questore Guida riceve i giornalisti alla presenza dei funzionari Allegra Calabresi e del tenente Lograno «Era fortemente indiziato per me quello che ha fatto è una autoaccusa». Circa un’ora dopo il questore fa un’altra conferenza stampa «E’ crollato quando ha visto che non aveva altra strada, il suo alibi era crollato, si era rivelato inconsistente».

L’ALIBI DI PINELLI – Dalle 16 alle 17,30 di quel venerdì Pinelli era rimasto a giocare a carte con Mario Magni e Mario Pozzi alla presenza di altri testimoni. Il Magni è stato chiamato in questura per confermare appunto l’alibi di Pinelli. Quando lo ha fatto l’anarchico lo ha ringraziato.

CALABRESI, UN MESE DOPO – «Fummo sorpresi del gesto – ci ha detto l’altro ieri il commissario – proprio perché non ritenevamo che la sua posizione fosse grave Pinelli per noi continuava a essere una brava persona. Probabilmente il giorno dopo sarebbe tornato a casa, posso dire anche che per noi non era un teste chiave ma soltanto una persona da ascoltare» Naturalmente il funzionario non spiega perché, allora il questore avrebbe detto quelle cose «forse l’emozione, eravamo tutti sotto choc»

PERCHE’ QUELLE FRASI? – Dunque non c’era una parola di vero in ciò che ha detto Guida «a caldo». Secondo Calabresi infatti il Pinelli non era neanche un teste chiave figurarsi quindi se era fortemente indiziato! In quanto all’alibi, poi, ancora peggio. La polizia aveva già interrogato il Magni sapeva benissimo che l’alibi dell’anarchico era più che solido, perché allora il bluff di definirlo «crollato» e «inconsistente», per poi rimangiarsi tutto? E di che cosa mai poteva «autoaccusarsi» Pinelli visto che nessuno tra i poliziotti ha neanche provato a contestargli la minima accusa?

PERCHE’ IL SUICIDIO? – «Non aveva nessun motivo per uccidersi», ripete Licia Pinelli. Lo stesso dicono gli amici quelli che lo conoscevano «Perché lo interrogavano da tre giorni? Ma la madre lo aveva visto la mattina era tranquillo sereno perché aveva paura di perdere il lavoro? Ma sapeva benissimo che alle ferrovie non lo avrebbero cacciato, non potevano farlo soltanto perché era stato fermato, perché lo avevano incastrato? Ma come se aveva visto prima il Magni e sapeva che questi gli aveva confermato l’alibi, per i suoi rapporti con Valpreda? Ma se tutti sapevano che ci aveva litigato cacciandolo via e poi aveva due bambine stava bene era stimato con un mucchio di amici, no non vediamo quale può e stata la molla del suicidio» Insomma per «spiegare» il suicidio deve esserci un motivo valido.

La bomba alla «Commerciale»

L’ordigno trovato alla Banca Commerciale di piazza della Scala poteva essere l’unica prova concreta e in ogni caso si poteva risalire al tipo dell’esplosivo, al congegno e alla «mano» dell’attentatore. Invece è stato fatto brillare. Perché? «Era pericoloso» è stato detto. Ma qualche giorno dopo sulla rivista Tempo è venuta fuori la clamorosa affermazione di un artificiere «aprirla per me sarebbe stato uno scherzo».

L’ARTIFICIERE – E’ il maresciallo d’artiglieria della riserva Guido Bizzarri un personaggio notissimo a Milano. E’ stato più volte decorato, ha disinnescato in 45 anni 12 mila bombe al di sopra del quintale, altre migliaia di ordigni minori. E’ il consulente del Comune della polizia è stato scelto innumerevoli volte come super perito in tribunale. Insomma un personaggio che sulle bombe ne sa come pochi. E infatti lo avevano chiamato anche in questa circostanza. Poi però non lo hanno mandato a prendere.

TROPPO TARDI – «Mi hanno telefonato verso le 19 per sapere se ero disposto ad aprirla, ho detto di sì. Però non mi hanno mandato a prendere quando sono arrivato era troppo tardi la bomba era stata fatta brillare» L’ordigno era stato trovato alle 16,30 l’esplosione è avvenuta alle 20,30. Ma per quasi un paio d’ore la cassetta è stata portata in giro, urtata, scossa, qualche impiegato ha perfino tentato di aprirla, nessuno sospettava ancora il contenuto. «Per questo – dice Bizzarri – sono quasi certo che la bomba non era innescata altrimenti sia per il trattamento subito, sia per il tempo passato sarebbe già esplosa. Farla saltare è stato un grosso sbaglio ma soprattutto un grosso pericolo. Ma come non si aveva idea della potenza dell’esplosivo e si la saltare la bomba al centro della città? Potevano esserci conseguenze disastrose»

LA MICCIA SPARITA – Secondo Bizzarri soprattutto nelle prime ore sono state dette parecchie «stranezze» sulle bombe la più clamorosa ad esempio è l’affermazione di un «tecnico» in TV secondo cui la potenza della esplosione sarebbe stata mitigata dal fatto che l’ordigno era compresso in una cassetta metallica mentre è noto anche a chi mastica poco dell’argomento che succede esattamente il contrario «Da quanto ho visto alla Banca dell’Agricoltura – sostiene Bizzarri – la bomba era molto inferiore a quanto è stato detto. Per me era tritolo ma non otto chili al massimo due o tre. In quanto al congegno non si possono neanche azzardare ipotesi. Comunque viene da pensare che doveva trattarsi di un congegno chimico a tempo mai comunque di miccia». Invece nei primi giorni è stato detto proprio che l’innesco era a miccia. Anzi, i poliziotti avevano annunciato che a stato trovato anche un pezzo della miccia «repertato e messo agli atti». Di questo frammento di miccia (ora che anche i periti concludono per un congegno a tempo) non si parla più.

PIU’ CHE ESPERTO – «Per me – dice Bizzarri – chi ha fabbricato quelle bombe deve essere un super esperto, ecco quasi un artificiere, uno che deve saperne sia di chimica che di meccanica. No non basta certo aver fatto il corso dei pionieri nell’esercito per acquistare una simile esperienza di esplosivi. Questa roba è stata fatta da gente più che esperta certamente da una organizzazione. Comunque il punto è che la bomba inesplosa si poteva disinnescare, l’avrei fatto senza la minima difficoltà».

Il tassista e il professore

Il contrasto tra Cornelio Rolandi e il prof Liliano Paolucci è noto da un pezzo così come sempre più inspiegabile appare il fatto che nessuno degli inquirenti si sia preso la briga di interrogare il professore. Qualche giornale tipo «La Notte» ha cercato di sorvolare sull’argomento sostenendo che in fondo il contrasto riguarda particolari di scarso rilievo. In realtà la differenza tra le due versioni è enorme, tale da far ritenere che una delle due sia inventata.

BANCA O VIA SANTA TECLA? – Versione Rolandi alla polizia «Ho caricato Valpreda in piazza Beccaria l’ho portato fino a metà di via Santa Tecla è sceso e 1’ho visto girare l’angolo». Versione Rolandi al prof Paolucci «Ho caricato il cliente a piazza Beccaria l’ho portato dinanzi alla Banca dell’Agricoltura l’ho visto entrare nella Banca». C’è da notare che da piazza Beccaria a piazza Fontana ci sono circa 100 metri che a piedi si percorrono in un minuto e 15 per farli in auto invece data l’ora e il traffico ci sono voluti 4-5 minuti. Inoltre la distanza tra piazza Beccaria e la Banca e il punto di via S Tecla dove si sarebbe fermato il tassì e la stessa Banca è identica. Ma ciò che più conta secondo le due versioni il tassì si sarebbe trovato in direzioni completamente opposte infatti poiché in piazza Fontana c’è il senso rotatorio obbligato fermandosi dinanzi alla Banca il tassì si sarebbe trovato col muso in direzione contraria a via Santa Tecla e avrebbe poi dovuto fare un certo giro per raggiungere via Albricci

50 SECONDI O 5 MINUTI? – Versione Rolandi alla polizia «Valpreda è tornato dopo 4 minuti trafelato». Versione Rolandi al prof Paolucci «Il cliente è uscito dalla Banca dopo 50 secondi». Ora a parte la differenza di fondo sui due luoghi non è pensabile che si possa passare da meno di un minuto a 4 o 5. Ed è ovvio che una eventuale ricostruzione dei movimenti del dinamitardo sarebbe profondamente diversa a seconda del tempo che l’uomo avrebbe avuto a disposizione. A quale delle due versioni si atterrà il magistrato? Il mezzo migliore sarebbe di mettere a confronto il tassista e il professore ma questo ancora non è stato fatto. E senza che nessuno abbia cercato di spiegare perché.

_________

Si ricercano quattro o cinque persone: sono i mandanti?

Tutto da rifare per i rilievi tecnici sulle bombe esplose a Roma e Milano. Il giudice istruttore secondo una voce insistente accogliendo una precisa richiesta dei difensori ha infatti deciso di far nuovamente svolgere la perizia sugli ordigni ma questa volta alla presenza di tecnici di parte. Questo mentre sembra che con la conclusione degli interrogatori degli imputati il giudice istruttore abbia indirizzato le sue indagini sui mandanti della strage su coloro cioè che hanno fornito agli attentatori l’esplosivo. E’ voce molto attendibile che ora gli inquirenti ricerchino quattro o cinque persone tra le quali un noto personaggio romano e un giovane già indiziato per un precedente attentato e che per quello che se ne sa ora è all’estero forse in Belgio.

Già durante le prime indagini di polizia un teste aveva rivelato particolari su certi collegamenti di cui aveva sentito parlare tra il gruppo «22 Marzo» e alcuni personaggi calabresi e napoletani in modo particolare che erano in grado di fornire dinamite. Sembra che durante l’istruzione sommaria il sostituto Occorsio abbia raccolto ulteriori elementi a conferma di questa testimonianza e li abbia sottoposti al giudice istruttore che ora a conclusione della prima fase delle indagini ha deciso di vagliarli e di conseguenza di ordinare nuove indagini.

Questa correzione di tiro dovrebbe tentare di chiarire uno degli interrogativi più pesanti che permangono intorno all’inchiesta; chi aveva interesse agli attentati e chi di conseguenza li ha organizzati. Durante gli interrogatori nel carcere di Regina Coeli e nell’istituto per minori «Aristide Gabelli» gli arrestati hanno continuato a negare ogni addebito ribadendo i loro alibi. E il giudice istruttore a quanto se ne sa non ha ritenuto opportuno neppure notificare loro i mandati di cattura. Questo fatto messo in relazione con la ricerca di persone che potrebbero aver fornito l’esplosivo fa presumere che l’inchiesta si dibatte in una impasse.

In altri termini potrebbe essere accaduto che gli inquirenti ritenendo di avere in mano gli esecutori si aspettassero di arrivare agli organizzatori e andata delusa questa speranza abbiano ripiegato sul procedimento contrario trovare chi aveva la dinamite per mettere alle corde gli arrestati.

Il fatto che a Valpreda e agli altri non siano stati notificati i mandati di cattura dimostrerebbe inoltre che il giudice istruttore perlomeno non è completamente convinto delle accuse e delle prove raccolte. In genere nel momento in cui il giudice istruttore si reca ad interrogare gli imputali fa proprie le conclusioni del P.M. se è d’accordo e tramuta l’ordine in mandato. Per questo è abbastanza evidente che su qualcuno degli arrestati almeno il giudice istruttore non è sicuro e per non fare due pesi e due misure ha preferito lasciare tutto in sospeso.

Ora però con il deposito degli interrogatori che dovrebbe avvenne entro questa sera o al massimo prima del sopralluogo che dovrebbe tenersi martedì prossimo a Milano alcuni degli interrogativi dovrebbero trovare risposta. Tra le cose che forse si riuscirà a sapere leggendo questi verbali è la funzione che hanno avuto nelle indagini le deposizioni di Macoratti e di Di Cola. Così come sarà interessante sapere se trova conferma la notizia che gli inquirenti avrebbero trovato un altro teste che avrebbe rivelato alcuni particolari che sono contro gli imputati.

Questo nuovo teste (un terzo superteste?) avrebbe riferito su certi colloqui sentiti tra alcuni degli accusati e il personaggio che ora cercano all’estero e avrebbe confermato l’esistenza di un deposito di esplosivi sulla Tiburtina tra il settimo e l’ottavo chilometro. Chi è questo nuovo teste? Ormai non si può fare nient’altro che attendere. Le supposizioni si sommano alle incertezze ed è veramente arrivato il momento di dire chiaramente se ci sono queste prove contro gli arrestati e di chiarire tutti i retroscena di questa indagine.

La stessa esigenza è stata prospettata da uno dei difensori l’avvocato Mauro Mellini il quale in una dichiarazione ha affermato che poiché gli avvocati non vengono messi in grado di parlare con i loro assistiti e sono violati i diritti della difesa «approva il fatto che il suo assistito Di Cola abbia preferito rimanere latitante perché la difesa nulla avrebbe potuto fare per rendere la sua presenza utile all’accertamento della verità»

 

 

Advertisements

Tag: ,


%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: