1969 12 13 Paese Sera p2 – Un indizio: una borsa in finta pelle di Giorgio Manzini

1969 12 13 Paese Sera p2 - Un indizio una borsa in finta pelle

Attentati Milani 1 – Qualcuno ha visto gli spietati dinamitardi

Un indizio: una borsa in finta pelle

Giorgio Manzini

 

Dal nostro corrispondente

MILANO, 13. — Da stamane i morti sono quattordici, ma il tragico conto potrebbe ancora salire. La quattordicesima vittima dell’attentato alla Banca Nazionale dell’Agricoltura, è spirata poco prima dell’alba, in una saletta del Policlinico. I medici avevano scosso subito la testa dopo il ricovero: più nulla da fare, questione di ore. E così è stato. Ma ci sono altri feriti gravi che stanno lottando con la morte, tutte persone che hanno subito terribili amputazioni, per lo più agli arti inferiori. Negli ospedali in cui sono stati ricoverati i 70 feriti più gravi, il Policlinico, il Fatebenefrateili, c’è un’atmosfera febbrile, tesa, con centinaia di persone nei corridoi, parenti e amici delle vittime. La loro è una angosciosa attesa, scossa ogni tanto dai singhiozzi da un pianto irrefrenabile. «E allora, dottore, come va? C’è da sperare?». I medici impegnati allo spasimo, non hanno neppure il tempo di rispondere: solo poche parole, un gesto con le braccia, come dire «Vedremo, c’è solo da aspettare».

Per una cinquantina di feriti, comunque, le condizioni non destano preoccupazione. Sono quasi tutti impiegati che sono stati colpiti da quello scroscio di schegge che, al momento dello scoppio, si è levato come una violenta ventata nel salone della banca. I feriti più gravi sono dunque fra i clienti, agricoltori della «Bassa» per lo più; contadini che ogni venerdì affollano piazza Fontana per le loro contrattazioni.

Anche la Banca Nazionale dell’Agricoltura non è un istituto di credito fra i più «rappresentativi» sotto il profilo finanziario. E’ una banca «media» che vive in prevalenza sui commerci e gli scambi fra piccoli agricoltori e commercianti non certo di grande respiro. Dunque non propriamente un «simbolo» del capitale, ma un istituto di credito vecchiotto, mobili di una trentina d’anni fa, banconi e tavoli ricoperti di masonite.

Perché dunque è stata scelta proprio questa banca per compiere il mostruoso attentato? Senza dubbio la vicinanza con l’Arcivescovado, la cui facciata, tranquilla, scuro, fa da ampia quinta a Piazza Fontana, deve aver «sollecitato» gli attentatori.

Il Duomo poi è a due passi, e Piazza del Duomo rappresenta proprio il centro geometrico di Milano, il punto da cui si dipartono le innumerevoli radiali che tagliano la città. E’ stata dunque scelta la Banca Nazionale dell’Agricoltura proprio per la sua collocazione topografica: su questo non ci sono dubbi. Gli attentatori non possono poi non aver pensato che, proprio in Piazza Fontana, sorgeva, mesi fa, l’ex albergo Commercio, diventato, dopo una clamorosa occupazione, Casa dello studente e del lavoratore.

Questo «malizioso» accostamento deve essere rientrato nei piani dei criminali: scegliendo una banca vicino all’ex-albergo Commercio, hanno voluto senz’altro dare un «suggerimento». Sono queste considerazioni che si sentivano stamane negli ambienti della questura. Ma non è certo in base a queste considerazioni che si può dare un indirizzo concreto alle indagini. Gli inquirenti, finora, hanno in mano solo un elemento di estremo rilievo: la borsa in finta pelle, che è stata depositata, sempre ieri pomeriggio, vicino ad un ascensore della Banca Commerciale Italia, in piazza della Scala.

Doveva essere il secondo attentato, un altro «avvertimento», un’altra strage. La tragedia è stata sventata solo per un caso fortunato: il congegno che doveva far scattare l’ordigno si è disinnescato e la bomba è rimasta «inerte». La borsa in finta pelle è stata trovata da un impiegato della banca, che l’ha consegnata ad un dirigente. Chi poteva pensare che conteneva sette chilogrammi di esplosivo, una carica in grado di squarciare un’intera ala dell’edificio? All’interno della borsa nuova di zecca, con il cartellino del prezzo ancora legato al manico, una cassetta di metallo di forma quadrata che poteva sembrare una comune cassetta di sicurezza. Chi era stato quello sventato che l’aveva lasciata proprio vicino all’ascensore? Prima o poi comunque si sarebbe accorto della «svista» e sarebbe tornato in banca.

Il funzionario della banca si è quindi preso sottobraccio la borsa e l’ha depositata sulla sua scrivania: lo sbadato cliente, prima o poi si sarebbe senz’altro fatto vivo. Ma di lì ad un quarto d’ora ecco che si sparge la voce dell’attentato di piazza Fontana: una strage, una carneficina, tredici morti e una novantina di feriti.

Il funzionario della Banca Commerciale ha avuto allora una reazione di angoscia: guarda quella borsa in finta pelle dall’aspetto innocuo ed è colto da un brivido. Si attacca subito al telefono e chiama la polizia. Arrivo immediato della «scientifica» e pronta soluzione dell’angoscioso «mistero»: in quella cassetta di metallo vi erano contenuti sette chili di esplosivo al plastico, caricato a tempo con un congegno elettronico a transistor. Il segnatempo, un dispositivo a forma di bottone, si era staccato dal corpo della cassetta impedendo così l’esplosione. Sul dischetto segnatempo, un regolatore di resistenza elettrica, una iscrizione, «60 M/60» che significa forse 60 micro amper. Questi gli elementi «sicuri» in mano della polizia.

Ma la bomba scoppiata alla Banca dell’Agricoltura era identica a quella della Commerciale?

Per ora è impossibile rispondere. Tra i resti di quel massacro sono stati rinvenuti dei frammenti di lamiera dello spessore di un centimetro e mezzo. Dunque la «confezione» doveva essere analoga a quella dell’ordigno depositato vicino all’ascensore della COMIT. Ma l’innesco era lo stesso, un innesco ad orologeria? Può darsi, anche se non è da escludere che la bomba sia stata innescata con una miccia. Ci sono anzi delle testimonianze che suffragherebbero queste ipotesi. Pochi minuti prima dello scoppio un impiegato avrebbe visto levarsi da sotto il tavolo centrale una debole fiammata, come quella di un cerino. Poi un filo di fumo, esilissimo. E’ stata questione di un attimo: subito un’orrenda vampata e lo scoppio. Dunque l’attentatore aveva pochissimo tempo a disposizione per darsela a gambe. E’ entrato in banca con la sua borsa sotto braccio, l’ha depositata accanto al tavolo attorno al quale si assiepavano una ventina di clienti ed è uscito in tutta fretta.

C’è stato qualcuno che l’ha visto? Si dice di sì: si parla di un giovane dall’aria indaffarata, che, uscito dal salone, si è accompagnato ad un altro giovane che aspettava sulla porta. Che fondamento hanno queste voci? Pura suggestione, o c’è qualcosa di vero? Che l’ordigno che ha sventrato la Banca Nazionale dell’Agricoltura sia stato innescato con una miccia sembra provato anche da quest’altra circostanza: tra le macerie, accuratamente «rastrellate» dalla polizia, è stato rinvenuto un minuscolo «mozzicone» di miccia, un frammento che solo un esperto sarà in grado di «leggere». Dunque innesco a miccia? Ma si può pensare che l’attentatore abbia potuto tranquillamente accenderla in mezzo a tutta quella gente? E’ quasi da escluderlo. Si può quindi supporre che la miccia che ha fatto esplodere quei sette, otto chili di plastico si sia accesa con un sistema di autocombustione, sistema chimico. Su questo gli esperti non possono comunque ancora pronunciarsi: occorreranno delle analisi accurate prima di poter dare una qualche risposta.

E’ certo, d’altra parte, che solo dei professionisti, gente addestrata può aver potuto maneggiare con tanta disinvoltura aggeggi del genere. Dunque, un attentato studiato e preparato «a tavolino» e forse commissionato a gangster che sanno dove mettere le mani quando c’è da spargere il terrore. Ma dove possono nascondersi tipi del genere? La polizia va setacciando un po’ tutti gli ambienti, quelli di estrema destra e quelli di estrema sinistra, e in questura è ormai un viavai di gente che non si può più contare. Un centinaio i fermati, ma nessun indizio serio a loro carico. Si brancola nel buio, dicono i funzionari di polizia. E ha aggiunto, questore, il dott. Guida: «Non escludo una certa parentela fra l’attentato di Piazza Fontana e quelli commessi nello scorso aprile alla Fiera di Milano».

Tutte qui le sue dichiarazioni. Alla Banca Nazionale dell’Agricoltura regna ancora la tragica desolazione di ieri sera: niente è stato toccato, niente è stato rimosso. Al centro del salone un buco di un’ottantina di centimetri, che indica chiaramente il punto in cui è stata collocata la bomba. Tutto attorno macchie e grumi di sangue, brandelli di vestiti, scartoffie insanguinate, carta stracciata; pezzi di mobili e schegge di vetro. Sul bancone che circonda il salone di forma perfettamente circolare, sono stati allineati i cappelli delle vittime; una lunga fila di «lobie» di gente che veniva dalla campagna, «lobie» sformate, ridotte a poveri cenci. Sui muri si scorgono, nettissime, macchie di sangue, schizzi orrendi saltati a diecine di metri di distanza dal luogo dello scoppio. Anche il soffitto, a cupola del salone è imbrattato da macchie scure, «difficilmente» decifrabili. E’ una scena che stringe il cuore, una scena che suscita ancora sgomento. A questo punto si può arrivare? Davanti alla Banca Commerciale ancora una fitta folla che commenta, spesso animatamente l’accaduto. Per tutta la notte gente e gente ha sostato davanti al luogo dell’attentato, mentre i carabinieri, col tascapane a tracolla, hanno continuato ininterrottamente a «recingere» la piazza formando un fitto cordone. In Piazza Duomo è calato il silenzio: il traffico si svolge a rilento, non c’è l’animazione di sempre. Lo squallore di Piazza Fontana si riverbera dunque da per tutto.

 

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Cinque bombe in meno di un’ora

ORE 16,30: un commesso della Banca Commerciale Italiana, di piazza dalla Scala, trova nell’ascensore che porta al piano terra (dove sono le cassetta di sicurezza) una borsa nera contenente una cassetta metallica. L’ordigno verrà fatto esplodere dagli artificieri alle 21,25 in un bunker costruito nel cortile della banca.

ORE 16,37: nella sede della Banca Nazionale dell’Agricoltura, in piazza Fontana, esplode la bomba che provoca 14 morti e 78 feriti.

ORE 16,45: In un corridoio sotterraneo della Banca del Lavoro, a Roma, in via San Basilio, esplode un ordigno: crolli, panico, quattordici feriti.

ORE 17,16: una bomba esplode sull’Altare della Patria sotto il pennone della bandiera sulla seconda terrazza del Vittoriano, dal lato che guarda la via dei Fori Imperiali presso l’ingresso del museo storico della marina. Feriti lievemente due passanti.

ORE 17,24: un’altra bomba esplode sull’Altare della Patria sempre sulla seconda terrazza, davanti alla porta del museo della Storia dal Risorgimento, dal lato della scalinata dell’Ara Coeli. Un carabiniere ferito.

 

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