1969 12 13 Paese Sera p3 – Strage di stampo fascista di Giancesare Flesca

1969 12 13 Paese Sera p3 - Strage di stampo fascista

Attentati Milano 2 – Sospettati «estremisti» e amici dei colonnelli greci

Strage di stampo fascista

Giancesare Flesca

 

Dal nostro inviato

MILANO, 13. – Milano si sveglia in un’alba di terrore e di angoscia. La città è ancora dilaniata, sconvolta, da quanto è accaduto ieri sera. Trema nel profondo delle sue fibre, un brivido di sgomento che accomuna tutti, il ragioniere dei centri direzionali e l’operaio della Bovisa, lo studente e il piccolo commerciante. La gente non riesce a capire, a farsi una ragione. La gente passa di fronte a Piazza Fontana, un pellegrinaggio macabro e commosso che prosegue ininterrottamente dalle sei di ieri sera e non sa spiegarsi perché. Non ha dormito, questa notte, la città. Nei palazzoni ottocenteschi del centro storico, negli agglomerati di cemento della periferia, ovunque, nel cuore vivo e palpitante della metropoli qualcuno ha vegliato. Finestre illuminate, radio accese, gruppetti che discutono animatamente. Per capire, ma soprattutto per fugare i fantasmi di una notte che è stata fra le più lunghe di questi ultimi anni, scandita dalla lugubre cantilena delle sirene, sovrastata dal ricordo dello scoppio immane di poche ore fa. Si sveglia anche per sentirsi, insieme, una città che ripudia il suo universo di individualità e si riconosce a fianco delle quattordici vittime di piazza Fontana, contro quell’ombra di morte piombata all’improvviso in un pomeriggio come gli altri.

L’alba si leva in un cielo grigio e plumbeo dove lo sgomento degli uomini si fonde con il malumore della natura. Pioviggina.

Tensione ed elettricità da tagliare col coltello, questa notte, anche se non è accaduto nulla o quasi. A piazza Fontana le auto passano lentamente lungo il percorso delimitato dalle transenne dei carabinieri. Si fermano un istante, danno un’occhiata, ripartono. L’androne della Banca Nazionale dell’Agricoltura è illuminato a giorno dai «flash» impietosi dei fotografi. La sala ovale dove fino a qualche ora fa giacevano sette dei quattordici morti (il numero delle vittime è cresciuto stamane alle sei, all’Ospedale Fatebenefratelli si è spento Gerolamo Papetti, 79 anni, uno dei 78 feriti), è presidiata da poliziotti e carabinieri in borghese. Un maggiore della PS indica il luogo esatto dell’esplosione, il buco lasciato nel pavimento dalla bomba. «Di chi può essere opera, maggiore?». L’ufficiale non risponde. Ripete soltanto, meccanicamente, che è il tempo di farla finita, che ci vorrebbe un po’ di gente come lui, decisa a mettere ordine nelle cose. E’ sconvolto. Su un bancone, ammucchiati senza ordine, i cappelli delle vittime, dei feriti. Feltri campagnoli, nessuna eleganza, destinati a difendere il capo dall’umidità penetrante della Bassa Padana: uno di essi potrebbe appartenere all’uomo (al mostro?), autore della strage, se è vera l’ipotesi secondo cui l’attentatore non avrebbe fatto in tempo a dileguarsi prima dell’esplosione della bomba (che era a miccia non ad orologeria). Niente conferma, però, che l’uomo non sia riuscito ad allontanarsi nei quaranta, cinquanta secondi di tempo garantiti dalla combustione della miccia.

Fra gli oggetti (una guida Monaci insanguinata, una sciarpa da donna, la cartel di un bambino), c’è anche un tabarro, quelli che una volta si chiamavano «mantelli a ruota». Tutto parla di un piccolo mondo contadino: in un angolo un foglietto dove si spiega come coltivare gli asparagi. Era in mano ad uno dei morti.

Fuori, inevitabili e spudorati, i fascisti. Gruppetti di sette, otto, dieci persone. Applaudono agli agenti che, fucili a tracolla, battono i piedi per il freddo nella piazza gelata. Gridano: «Italia, Italia»; qualcuno invoca il nome di Annarumma, il povero ucciso a poche centinaia di metri da qui. La gente li lascia fare. Poi verso mezzanotte e mezzo arriva un gruppo di giovani del Movimento Studentesco. I fascisti vengono ad insultarli, ne nasce un tafferuglio, la polizia interviene carica tutti sui cellulari. Qualche istante dopo, mentre il rombo dei veicoli si perde nella notte, torna la calma sulla piazza.

In questura, fino all’alba, è un via vai continuo. Gli agenti arrivano trafelati, il volto teso, segnato dalla stanchezza, trascinando giovani che «potrebbero dire qualcosa». I fermati crescono con il passare delle ore: in una grande sala, accanto ai maxi-cappotti di qualche giovane contestatore, il viso rassegnato di anarchici senza età, abituati da sempre a simili pellegrinaggi notturni. Il questore, conversando con i giornalisti, ha detto che la bomba ha precisa parentela con quella esplosa alla Fiera di Milano (nello stand della Fiat) il 25 aprile scorso, per la quale furono accusati – e poi prosciolti con formula liberatoria – alcuni anarchici. Successivamente le rivelazioni della stampa inglese dimostrarono a sufficienza che la paternità di quegli attentati era da attribuire a ben precisi gruppi neo fascisti. C’è chi dice che il dr. Guida si accinge a partire per la Svizzera: il suo viaggio potrebbe essere collegato alla voce secondo cui un emissario dei colonnelli greci avrebbe detto alcuni giorni fa ad un noto giornale elvetico, che ove la Grecia fosse stata allontanata dal Consiglio d’Europa, i paesi europei responsabili l’avrebbero pagata caramente. Vero non vero? Le ipotesi, al momento, sono tutte aperte.

Allo stato dei fatti due sono le cose certe. Chi ha agito era un professionista, un tecnico del plastico, qualcuno che ha una lunga familiarità con gli esplosivi e, soprattutto, voleva la strage. Solo così si spiega il luogo e l’ora prescelti. Il suo volto, quasi certamente, non è tra quello dei giovani spauriti che aspettano l’interrogatorio in uno stanzone freddo imbiancato a calce e si affrettano a telefonare ai loro genitori, appena possono, per rassicurarli sulla loro sorte. I poliziotti, tornando dai giri di pattugliamento, sostengono che tutto è tranquillo. Nello stesso tempo però suggeriscono di non circolare troppo, di non accrescere con la presenza e curiosa e inutile un clima teso, drammatico. Le voci più assurde si inseguono: qualcuno addirittura parla di piccoli gruppi di bancari impegnati in una «caccia al capellone». Panzane, probabilmente.

L’alba arriva presto. La città si sveglia sospesa in una emulsione di odio e di paura ancora stordita e incredula di ciò che ha appena visto. Nessuno pensa al week-end. I festoni natalizi pendono inutili e trascurati nelle vetrine dei negozi. La gente tira via senza guardarli.

Una strage assurda, criminale. Alla Banca Commerciale poteva accadere di peggio. Lo ordigno, qui, era assai più potente di quello che ha mietuto quattordici vite alla Banca Nazionale dell’Agricoltura. Quattordici esistenze sono state stroncate senza un perché. E, purtroppo, l’elenco potrebbe allungarsi. Enrico Pizzamiglio, il ragazzo di 12 anni al quale è stata amputata la gamba sinistra, è in condizioni disperate. I medici fanno l’impossibile. Ma il ragazzo, forse, non si salverà.

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