1969 12 14 Messaggero p20 – L’attentato di Milano. Fermate e interrogate un centinaio di persone – Perquisite le sedi degli estremisti di Giuseppe Columba

1969 12 14 Messaggero p20 - L'attentato a Milano di Giuseppe Columba 

L’attentato a Milano

Domani Rumor ai solenni funerali delle 14 vittime – Fermate e interrogate un centinaio di persone – Perquisite le sedi degli estremisti

Giuseppe Columba

 

MILANO, 13 dicembre – Chi sono gli scellerati assassini, i portatori di morte che con deliberata ferocia hanno insanguinato Milano e seminato lo sgomento e l’orrore in tutto il Paese? Quale cieco fanatismo li ha spinti alla strage, quale odio, quale cupa ideologia, quale aberrante follia può averli indotti ad uccidere senza discriminazione? Mentre le prime luci di questa angosciosa giornata milanese portavano la notizia della morte di un’altra delle vittime di Piazza Fontana, polizia e carabinieri impegnati a centinaia in una febbrile operazione di setacciamento e di perquisizioni, tentavano di dare una risposta alle domande che da ieri, dopo il massacro alla Banca dell’Agricoltura, turbano la coscienza di tutti gli italiani. Milano è in lutto, silenziosa e semideserta, stretta in una morsa di sgomento e di paura. Vuoti i negozi, vuoti i grandi magazzini, chiusi quasi tutti i cinema e i teatri, sospesi anche gli scioperi dei ferrovieri, dei ferrotranvieri, dei dipendenti pubblici e degli insegnanti elementari previsti per i prossimi giorni. Nella piazza del Duomo, dove avrebbero dovuto riunirsi i metalmeccanici per una nuova manifestazione di protesta, si celebreranno lunedì alle 11, in forma solenne, i funerali delle innocenti vittime della strage. I poveri morti di piazza Fontana, quei contadini e piccoli agricoltori giunti in città per trattare gli affari delle loro campagne e uccisi dalla furia selvaggia di assassini senza nome, saranno accompagnati verso l’ultima dimora dal cordoglio di migliaia di persone e dalla benedizione dell’arcivescovo di Milano. Li saluteranno il Presidente del Consiglio e il Governo, l’Italia ufficiale e quella comune, come per chiedere loro perdono di quella morte atroce e senza spiegazione.

Lavoro cieco

Si chiede giustizia. Da tutti si chiede che i sanguinari assassini siano identificati e puniti e che la violenza sia prevenuta e repressa, in tutte le sue forme, da qualunque parte provenga. Non è un compito facile quello degli inquirenti, anche l’assassino dello agente Annarumma non ha ancora un volto, ma mai come in questa circostanza si avverte la necessità di una rapida conclusione della indagine.

In questa sua prima fase l’Inchiesta è affidata ad un minuzioso lavoro di accertamenti e di controlli in tutti quegli ambienti di estremisti di ogni parte e di ogni colore, fra i nemici dell’ordine e della società di qualunque ispirazione o tendenza, fra gli sradicati, gli scontenti, i violenti per professione, per vocazione e per precedenti, tra i «maoisti», i «castristi», i «cinesi», i «neonazisti» e i fanatici che sotto le più diverse e contrastanti etichette predicano la violenza e la distruzione dell’ordine civile.

Ma è un lavoro cieco, limitato
al controllo degli alibi nelle ore
cruciali della strage e alla ricerca di qualche elemento compromettente tra le carte requisite nelle sedi dei diversi movimenti,
«rossi» o «neri» che siano, e
nelle abitazioni degli elementi più
in vista negli ambienti della con
testazione violenta. Nessun indizio positivo lo rischiara, nessuna
traccia concreta promette rapidi
progressi. «L’inchiesta ha uno
svolgimento di carattere circolare – dicono alla Questura di Milano – nel senso che è diretta
verso tutte le formazioni politiche
di natura contestativa extraparlamentare».

Lo stesso funzionario dell’ufficio politico, che ieri aveva esplicitamente parlato di «estremismo di sinistra» come direzione forzata da imporre alle indagini, è partito oggi per Ginevra, sulle tracce di una segnalazione che si dirige invece verso sponde politiche opposte: verso, cioè, quei terroristi greci che avrebbero organizzato una serie di attentati in tutti i Paesi europei colpevoli di avere votato l’espulsione del loro Paese dal Consiglio d’Europa.

Del piano dinamitardo aveva parlato alcuni giorni fa, in una sua breve nota redazionale, il quotidiano in lingua francese La Tribune de Genève ma la segnalazione, giudicata frutto di informazioni fantasiose e inattendibili, era caduta nel vuoto. Il fatto che questa notte il dott. Calabresi sia partito per Ginevra (anche se il questore Guida ha smentito la destinazione e lo scopo del viaggio), può essere considerato un segno eloquente della difficoltà dell’inchiesta e della determinazione degli inquirenti a non trascurare l’indizio più labile e insignificante. Lo stesso questore, parlando ai giornalisti nel pomeriggio, ha testualmente dichiarato: «Penso che le parole del dottor Calabresi siano state, sia pure in buona fede, deformate. Le indagini si muovono in tutte le direzioni; senza alcuna limitazione. Tutte le ipotesi sono ancora aperte. E’ ovvio, comunque, che un funzionario non può fare dichiarazioni di questo tipo senza assumersene la responsabilità. E semmai le avesse fatte, io non potrei in nessun caso essere d’accordo. Siamo d’altronde nella fase iniziale dell’indagine – ha concluso il dott. Guida – e la situazione è così delicata che qualunque dichiarazione sarebbe inopportuna».

Fragili elementi

I punti fermi di cui la polizia e i carabinieri possono disporre, sono disperatamente pochi e fragili. Alcuni provengono dal salone della strage, dal mucchio di macerie insanguinate negli uffici della Banca dell’Agricoltura: sono le schegge di alluminio del contenitore della bomba, lo spezzone di miccia recuperato tra i resti dilaniati delle vittime, i frammenti della borsa che conteneva l’ordigno, i rilievi scientifici e fotografici raccolti dagli esperti in quel luogo di sofferenza e di morte. Altri, giungono dalla Banca Commerciale di via Caserotte, dove una seconda strage è stata evitata per il fortuito ritrovamento della borsa con la bomba in un ascensore. L’ordigno è stato fatto esplodere perché era impossibile stabilire se e quando lo avrebbe fatto da solo; e aprirlo, voleva dire esporre a rischio mortale i coraggiosi artificieri che si erano fatti avanti, decisi a tentare. Ma la borsa è rimasta e anche se è di tipo comune, priva di impronte e di etichette che in qualche modo possano indicarne la provenienza, rappresenta comunque un elemento importante nel quadro dell’inchiesta. Nera, in similpelle, con la chiusura in metallo dorato, la borsa sembra nuova di zecca, certamente è stata adoperata soltanto una volta, per il trasporto della bomba nella banca di via Caserotte. «Chi ha venduto questa borsa – è scritto oggi su tutti i giornali milanesi, sotto la fotografia – chiami il «113» o il 6220». E’ un appello rivolto dagli inquirenti ai negozianti, dato che sarebbe impossibile controllare tutti i negozi che hanno nel loro campionario un oggetto di tipo così diffuso. Se il feroce criminale l’ha comprata il giorno stesso dell’attentato, o soltanto qualche giorno prima, non è escluso che il negoziante o il commesso che l’ha venduta possa riconoscerla. Riconoscerla e ricordare.

Dalla miccia, uno spezzone lungo parecchi centimetri, sarà più difficile risalire a indizi decisivi. E’ servita tuttavia agli artificieri per escludere che il criminale attentatore possa essere rimasto vittima dell’esplosione, come ieri si era pensato: si tratta infatti di una miccia a combustione lenta, che può garantire dal momento dell’accensione a quello dell’esplosione un intervallo di un quarto d’ora o anche più. L’assassino, quell’uomo che è entrato nella banca passando tra gli altri uomini, sfiorandoli, forse sorridendo a qualcuno, deve essersi chinato sulla borsa, dalla quale sporgeva un capo della miccia, con la sigaretta accesa. Un movimento rapido, facile da passare inosservato nella confusione che regnava nel salone. E anche il filo di fumo che certamente si è levato dalla borsa nascosta sotto il tavolo, mentre l’uomo si avviava all’uscita, non ha destato sospetti: quei poveri mediatori, quegli agricoltori, quei fattori in pantaloni di fustagno e cappellaccio campagnolo, fumavano tutti, mentre firmavano contratti o si scambiavano strette di mano per suggellare gli affari felicemente conclusi.

Importanti testimonianze

Più importanti, forse le testimonianze che questa mattina, per la prima volta, hanno dato una vaga fisionomia, un nebuloso contorno alla figura dello sciagurato autore della strage di piazza Fontana. La prima è stata raccolta personalmente dal sostituto Procuratore della Repubblica dottor Paolillo, nella sede della Banca dell’Agricoltura, dove il magistrato si era recato per un sopralluogo con il comandante del gruppo carabinieri colonnello Favale, il capo dell’ufficio politico della Questura Allegra, altri ufficiali e funzionari. Viene da un impiegato dell’Istituto bancario, Andrea Oggioni, addetto all’ufficio della «compensazione valutaria». Uscito per sbrigare una pratica in una banca vicina, l’Oggioni è tornato in piazza Fontana alle 16,46, venti minuti dopo l’esplosione. «Ho incontrato tra la folla un cliente abituale – racconti l’impiegato – ancora pallido ed emozionato. Mi ha detto di essere vivo per miracolo. Poi ha aggiunto che subito dopo l’esplosione ha visto un giovane, con un vistoso maglione, uscire di corsa dalla banca. Aveva una mano insanguinata era stato colpito da una scheggia. Ai margini della piazza, lo attendeva una «Giulia» rossa con a bordo altri tre giovani. E’ salito a bordo e la macchina è partita a tutta velocità. Al magistrato, il testimone ha assicurato di sentirsi in grado, se lo avesse di fronte, di riconoscere il giovane.

Anche la seconda testimonianza è di uno dei sopravvissuti, il cui nome tuttavia non è noto. Agli inquirenti, l’uomo ha dichiarato che poco prima dell’esplosione era uscito dalla banca per prendere un caffè in un bar poco lontano. E stato li che ha visto entrare un giovane trafelato, magro, con i capelli lunghi. «Si è diretto al telefono – ha detto il testimone – ed ha parlato con tono concitato. Ho sentito distintamente queste parole: “Ho fatto quello che dovevo fare, adesso devo scappare. Tra poco scoppia”. Poi ha riattaccato ed è uscito. Sono rimasto sbalordito, ma ho pensato che sarebbe stato bene inseguire quel giovane. Ho tentato di raggiungerlo, senza fortuna: era scomparso tra la folla. Sono tornato in banca e pochi minuti dopo, l’esplosione». Anche questo testimone si è detto in grado di riconoscere il giovane.

Tra le due deposizioni, come è evidente, c’è una radicale discordanza. Ma è fatale che in queste circostanze la memoria giochi dei brutti scherzi, che si veda quello che non esiste, che si attribuisca un valore di sospetto a semplici supposizioni o coincidenze. «Riceviamo da ieri decine di segnalazioni – dice il capo di gabinetto del questore dr. Palumbo – da parte di cittadini che hanno sentito, hanno visto o credono di aver visto e sentito. Le controlliamo tutte, com’è naturale in circostanze come queste. E controlliamo anche tutti gli individui che in un modo o nell’altro hanno precedenti specifici, sono noti per appartenere a movimenti estremisti. Non guardiamo al colore; possono essere bianchi, neri o rossi, a noi questo non interessa; cerchiamo l’individuo o gli individui. Se poi, una volta identificati gli assassini, scopriremo che appartengono a una certa organizzazione politica, le deduzioni verranno dopo».

I fermati

Tra i cento e più fermati, rilasciati in parte questa notte stessa e nel corso della mattinata (una quarantina almeno sono ancora in camera di sicurezza, in attesa di accertamenti mentre altri affluiscono e defluiscono di continuo) figurano infatti elementi di tutte le tendenze politiche e di tutte le confessioni rivoluzionarie. Nella tarda serata, venticinque estremisti sono stati trasferiti al carcere di San Vittore «per dare maggiore organicità agli interrogatori»: non si tratta di arresti, continua lo stato di «fermo», ma si avverte la necessità di approfondire gli accertamenti sul loro conto. Squadre di agenti e di carabinieri li hanno prelevati nel corso della notte nelle sedi dei movimenti, negli abituali ritrovi, nei bar e nelle abitazioni. Sono state perquisite le sedi di «Potere operaio» e di «Lotta continua», quella dell’«Unione italiana marxisti-leninisti» e quella della «Giovane Italia», del «Fuan» e della «Costituente Nazionale Rivoluzionaria». Tra i fermati (alcuni dei quali sono stati presi nel bar «Giamaica», un fumoso locale di via Brera, in cui si danno convegno artisti, intellettuali e anche «contestatori »), si dice vi fosse anche l’editore Giangiacomo Feltrinelli, noto per le sue simpatie «guevariste» e «castriste». Mentre numerosi membri del «movimento studentesco» hanno tenuto un’assemblea, oggi, alla università statale e alla «Cattolica» ancora occupata, parecchi tra i più in vista hanno preferito allontanarsi da Milano e sono adesso ricercati. Tra questi ultimi figura anche un giovane implicato tempo fa nel rapimento del viceconsole spagnolo Isu Elias, scomparso da casa e attualmente introvabile. Interrogati, sebbene la notizia non sia ufficialmente controllata, anche alcuni iscritti all’associazione «Akropolos», un movimento tra cittadini greci in Italia.

Il questore Guida, nella sua conferenza stampa, non ha voluto precisare se esistono già sospetti concreti o se la posizione di qualcuno dei fermati possa considerarsi diversa da quella degli altri. «Stiamo lavorando – ha detto – e ci auguriamo che la cittadinanza e la stampa collaborino con noi. Lo ripeto, non posso escludere né confermare alcuna ipotesi. Nemmeno quella degli alto-atesini o le cento altre che si possono fare.  Sono gli stessi attentatori del 25 aprile, quelli che hanno fatto esplodere ordigni alla Fiera e alla Stazione. Non possiamo dirlo. E’ una “escalation” degli attentati già avvenuti o si tratta di una “mano” nuova? Non posso rispondere nemmeno a questo. Si può dire soltanto che quello di ieri è l’episodio di gran lunga più grave tra quelli accaduti finora in Italia.

Notte insonne

Centinaia di persone, oltre ai fermati, sono convocate in questura ed interrogate da funzionari e sottufficiali ininterrottamente. In questura, nessuno ha chiuso occhio per tutta la notte, come nelle caserme e nei diversi comandi dei carabinieri. Ai fermati, si chiede di provare con testimonianze sicure dove e come abbiamo trascorso il pomeriggio di ieri, dalle 15 alle 18, e chi non è in grado di fornire un alibi convincente viene temporaneamente trattenuto per accertamenti. Non si indaga soltanto a Milano: funzionari e ufficiali dei carabinieri sono mobilitati anche a Brescia, a Pavia e in tutte le altre città dove arrivano i complicati e tortuosi fili delle organizzazioni estremistiche di ogni parte politica. Situazioni note e accantonate, vengono adesso riportate alla luce e riesaminate accuratamente. Personaggi che in qualche modo abbiano in passato sollevato sospetti, sono adesso rintracciati e sottoposti a controllo. Collabora anche l’Interpol, alla quale la nostra polizia ha trasmesso tutte le necessarie segnalazioni. E’ una macchina gigantesca quella che si è messa in moto, la più grande operazione di polizia mai condotta nel nostro Paese. Per il momento, procede affannosamente, anche disordinatamente, ma i responsabili dell’inchiesta non disperano di raccogliere, da tutto questo lavoro di setacciamento, qualche traccia importante. Stabilito che la strage di Milano (e quella fallita alla Banca Commerciale, e quella tentata a Roma) non può essere l’opera di un pazzo o di un gruppo di pazzi, ma è il disegno criminoso di alcuni assassini è logico che gli inquirenti rivolgano la loro attenzione ai movimenti organizzati.

A parte le scritte sui muri e qualche incidente non grave (il senatore comunista Maris aggredito da due giovani, ieri, in piazza Fontana) non si segnalano reazioni degli estremisti. Per i funerali, tuttavia, il questore, nel ricordo dei gravi incidenti alle esequie dell’agente Annarumma, ha organizzato un massiccio servizio d’ordine. «Saranno prese le dovute misure di sicurezza – dice il dott. Guida – ma dobbiamo tutti collaborare perché la cerimonia si svolga con solennità e non sia turbata da disordini».

E’ difficile immaginare che qualcuno abbia intenzione di sfruttare a fini politici i funerali delle povere vittime innocenti. All’esecrazione e al dolore della cittadinanza, i partiti politici e i rappresentanti della città di Milano hanno risposto con una mobilitazione generale degli animi e delle coscienze. Con un suo appello fatto affiggere sui muri della città (dove compaiono anche le scritte anonime di chi non si ferma nemmeno davanti al sangue) la Giunta municipale chiede ai milanesi «nell’angoscia di questo tragico momento» di dar prova di quella fermezza civica di cui sono stati sempre capaci.

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«Milano chiede che la giustizia dello Stato democratico non lasci nulla di intentato – dice ancora l’appello – per raggiungere i colpevoli e tutti coloro che promuovono la violenza, il delitto e la strage per raggiungere i propri fini eversivi e fa ancora appello a tutti i cittadini affinché, con sicura fede democratica, sostengano le libere istituzioni della città e del Paese». La direzione provinciale della DC milanese ha votato un documento di condanna del «vile e terribile attentato dinamitardo» per chiedere una «rigorosa fermezza contro ogni minaccia che viene dalle sciagurate forme di estremismo» ed ha convocato per martedì mattina gli esponenti di «tutti i partiti che derivano la loro matrice dalla lotta di resistenza, per riaffermare la comune volontà di difendere contro ogni attentato e contro ogni violenza, i valori di libertà e di democrazia che sono fondamento della costituzione repubblicana».

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