1969 12 14 Messaggero p21 – L’attentato a Roma. Si cercano i dinamitardi nei circoli estremisti – Cento persone interrogate di Sandro Osmani

1969 12 14 Messaggero p21 - Roma 2 di Sandro Osmani

L’attentato a Roma

Si cercano i dinamitardi nei circoli estremisti – Cento persone interrogate ..- Il Questore: «Faremo ogni sforzo possibile» – Migliorano i diciannove feriti

di Sandro Osmani

 

Dove si rintanano i vili dinamitardi che con gli infami attentati, devastando la Banca del Lavoro e profanando l’Altare della Patria, hanno provocato il ferimento di 19 pacifici romani? Squadre di agenti di P.S. e di Carabinieri li braccano senza sosta, impegnati in una gigantesca caccia all’uomo, negli ambienti loro più congeniali, quelli dell’estremismo, del teppismo politico, della sovversione. Dall’altra notte sono in corso interrogatori e perquisizioni, accertamenti personali e controlli senza interruzione, sotto la personale direzione del dottor Provenza capo dell’ufficio politico della questura. Sopralluoghi minuziosi sono stati effettuati presso i numerosi circoli comunisti cosiddetti cinesi o maoisti: l’«Unione dei comunisti italiani marxisti leninisti» che ha sede in via Prenestina 78, una altra sezione della stessa organizzazione in via Urbana 64, ed un’altra ancora a Monterotondo sulla Nomentana, il circolo «La comune» a Genzano, il gruppo «Stella rossa» in via Urbana 20, il circolo anarchico «Bakunin» in via Baccina 35, il «Movimento 22 marzo» propugnatore della linea di Cohn Bendit, in via del Governo Vecchio 22, e molte altre sedi di contestatori organizzati. Controlli sono stati effettuati anche nelle sedi dei movimenti di estrema destra: la «Giovane Italia» in via Firenze 11, il «Fronte di Azione studentesca» in via degli Scipioni 268, il «Fronte nazionale» in via Taormina 18, il «Circolo studentesco ellenico» in via Lucca 1, dove si riuniscono elementi favorevoli all’attuale regime greco. Si cerca di stabilire anche se negli ultimi tempi si siano verificati contatti tra i gruppi estremisti e personaggi stranieri.

Interrogatori, riscontro di posizioni, vaglio di alibi si susseguono a ritmo frenetico. Le persone controllate ieri sera erano circa un centinaio, tra cui dieci stranieri. Dei ricercati cinque sono risultati irreperibili. Il questore dr. Parlato che dirige personalmente le indagini ha annunciato anche che saranno sottoposti ad interrogatorio tutti i funzionari della Banca Narionale del Lavoro in servizio in via S. Basilio.

La esplosione dell’ordigno che ha devastato i locali dell’Istituto di credito è avvenuta nel sotto passaggio che unisce i due stabili di rimpetto sulla strada, cioè in un locale dove il pubblico generalmente non è ammesso, tranne qualche eccezione. Il dinamitardo per entrare nei sotterranei e deporre il micidiale ordigno doveva indubbiamente conoscere bene lo ambiente ed essere sicuro di potersi aggirare in quei particolari uffici senza dare sospetto o con una scusa valida pronta. Molti dipendenti della banca, ad esempio, non conoscono l’esistenza del sottopassaggio o non hanno mai avuto, comunque, l’occasione di recarvisi.

Nessuno, fino a questo momento, ha reso tuttavia qualche dichiarazione che possa servire a rintracciare i dinamitardi, nessuno che abbia espresso un sospetto, che abbia notato qualche cosa di anormale prima della paurosa esplosione. Il terrorista deve aver agito con molta tranquillità portando con le mani la bomba, probabilmente in una borsa, e deponendola quindi agevolmente tra il muro ed il termosifone non lontano dall’ingresso dell’ufficio dove ha sede il centralino, ed allontanandosi indisturbato prima dello scoppio.

«Faremo ogni sforzo possibile, non ci risparmieremo in nessun modo, ha ribadito ieri sera il Questore, per assicurare questi criminali alla giustizia!». Il dr. Parlato ha detto anche che in base ai primi elementi di cui gli investigatori dispongono si può senz’altro presumere che le bombe fatte esplodere a Roma sono state confezionate con lo stesso sistema usato per quella che ha provocato la strage a Milano. Ordigni a base di tritolo, confezionati da specialisti, molto costosi, il che fa presumere che i dinamitardi dispongano, purtroppo, di una organizzazione e di mezzi notevoli. Non si tratterebbe, insomma, di due o tre pazzi che abbiano agito di loro iniziativa; ma degli esecutori di un piano criminoso ben congegnato e destinato ad una vasta azione di sovversione.

Nelle indagini non viene neppure trascurato l’episodio che si verificò a Roma circa 20 giorni fa, allorché fu trovato minato il ponte sulla Via Olimpica. Anche in quel caso si trattava di cariche di tritolo, sette chili in tutto, che se fossero state fatte esplodere avrebbero potuto provocare una strage, specialmente durante le ore di traffico intenso sul viadotto.

Per quanto riguarda gli attentati ali Altare della Patria si è del parere che a far esplodere i due ordigni sia stata una sola persona la quale abbia dato fuoco prima ad una miccia e sia quindi corsa ad accendere la seconda. Tra i due scoppi infatti sono trascorsi alcuni minuti indispensabili per recarsi da un estremo all’altro del grande monumento. Qualcuno ha riferito di aver visto poco prima delle esplosioni due giovani uno dei quali capellone, salire la scalea marmorea, ma le sentinelle di guardia al Milite Ignoto non hanno notato tale circostanza.

Non si esclude che le bombe esplose sull’Altare della Patria fossero destinate originariamente ad altre banche e che gli attentatori abbiano impiegato sul monumento per l’impossibilità di raggiungere gli obiettivi designati.

Una perizia tecnica è stata compiuta ieri mattina dal colonnello D’Arienzo della Direzione generale di Artiglieria e dall’ing. Rosati dei Vigili del Fuoco. I risultati sono stati riferiti direttamente al magistrato che sovraintende alle indagini. Da quanto si è potuto apprendere i periti nella loro dettagliata relazione avrebbero osservato che le bombe impiegate nei tre attentati sono di identica fabbricazione: ordigni rozzi, ma molto efficienti e «puliti», opera di professionisti. Le esplosioni sono state indubbiamente provocate con micce a combustione rapida e non mediante congegni ad orologeria. Tra i frammenti degli ordigni sono stati trovati anche brandelli di una borsa di vinilpelle del tutto uguali a quelli reperiti a Milano. Stessa mano, dunque, e stesso materiale impiegato.

Al termine del colloquio con i periti il magistrato ha fatto intendere ai giornalisti che lo hanno avvicinato che l’inchiesta si prospetta difficile perché si ha l’impressione che gli attentati siano stati compiuti «da una organizzazione ben congegnata».

Il sostituto procuratore della Repubblica al quale il procuratore capo presso il tribunale di Roma De Andreis ha affidato la pratica è uno dei magistrati più energici e coraggiosi, il dr. Vittorio Occorsio, il cui nome in questi ultimi tempi è ricorso con frequenza ed ha offerto il destro a vivaci polemiche.

Il dr. Occorsio è, infatti, il magistrato che ordinò l’arresto di Francesco Tolin, il direttore della rivista «Potere Operaio» e che sostenne l’accusa del processo cui fu successivamente sottoposto il Tolin. Il procedimento per direttissima, si concluse con la condanna dell’imputato ad un anno e cinque mesi di reclusione per apologia di reato e istigazione a commettere reati. Il Tolin, come si ricorderà, incitava sul suo giornale la popolazione alla rivolta, ad atti distruttivi e alla ribellione alle forze dell’ordine. All’imputato, data la gravità dei reati, non fu concessa neppure la libertà provvisoria. Il dr. Occorsio in seguito ad alcune proteste di colleghi membri dell’«Associazione nazionale Magistrati» i quali sostenevano essere l’istigazione alla rivolta violenta, contestata al Tolin, una opinione da esprimere liberamente, si dimise dal sodalizio suscitando accese prese di posizione e molte manifestazioni di solidarietà.

Ora sul tavolo del dr. Vittorio Occorsio è aperta la pratica «atti relativi alle esplosioni del 12 dicembre 1969» e la personalità del magistrato è tale da non far dubitare che sarà fatto ogni sforzo per raggiungere e punire i responsabili dei criminosi attentati. Il magistrato ha autorizzato, in caso di necessità, anche perquisizioni notturne.

Le condizioni dei 19 cittadini rimasti feriti e contusi in seguito alle esplosioni nella Banca del Lavoro e all’Altare della Patria vanno gradatamente migliorando. Dei quattordici trasportati al Policlinico subito dopo lo scoppio in via San Basilio soltanto tre sono ancora ricoverati. Essi sono l’impiegato Ferdinando Dioletta, 35 anni, giudicato guaribile in 40 giorni per ferite da taglio multiple con ritenzioni di frammenti di vetro alle gambe investite dalla pioggia di schegge dovuta ad una vetrina andata in frantumi, l’impiegato Bartolo Bussatta di 55 anni, che ne avrà per otto giorni a causa di numerose contusioni e ad uno stato di choc, e Umberto Luglini, anch’egli impiegato, 38 anni, guaribile in cinque giorni per contusioni ad una spalla e al torace

All’ospedale di San Giovanni sono ancora ricoverati, invece, il pittore Arnaldo Vitelli di 38 anni, guaribile in sei giorni per contusioni al cranio e al torace, l’infermiera Giuseppina Trani, 41 anni, in stato di choc, ed Angelo Lepoli di 34 anni, tutti e tre investiti mentre transitavano in via dei Fori Imperiali dai frammenti del cornicione del Vittoriano sgretolato dall’esplosione. Sono migliorate anche le condizioni del carabiniere Antonio Ingemi, di 34 anni, il milite in servizio sull’Altare della Patria al momento degli scoppi e che era stato scaraventato a terra dalla seconda esplosione. L’Ingemi è stato sottoposto ad esami radiologici che si sono rivelati negativi, ma è tuttora ricoverato all’ospedale militare del Celio per una contusione alla colonna vertebrale.

Ieri mattina i feriti al Policlinico e al San Giovanni sono stati visitati dal cardinale vicario Dell’Acqua il quale si è intrattenuto a lungo al capezzale di essi portando a ciascuno conforto e solidarietà anche a nome del Pontefice. Successivamente il Porporato accompagnato da due sacerdoti del Vicariato, si è recato all’Altare della Patria per rendere omaggio al Milite Ignoto. I sacerdoti si sono inginocchiati dinnanzi al sacello recitando il «De Profundis».

Nei locali della Banca del Lavoro in via San Basilio si è lavorato anche ieri a rimuovere le macerie e riparare i gravi danni provocati dall’esplosione che tra l’altro aveva spezzato le condutture idriche provocando un allagamento. Negli uffici del sottosuolo i locali avevano tramezzi di legno e grandi vetrine che sono state spazzate via dall’esplosione. Molte porte e molti armadi metallici sono stati sventrati ed il centralino telefonico è stato posto quasi fuori uso. I lavori di ripristino consentiranno tuttavia di riaprire la banca nella mattinata di domani e di svolgere un’attività quasi normale. Subito dopo l’attentato a visitare i locali devastati e a portare la solidarietà del governo si era recato sul posto il ministro del tesoro Colombo.

In virtù di precise disposizioni della questura fin da venerdì sera tutti gli uffici bancari e tutti gli altri istituti pubblici sono stati posti sotto speciale sorveglianza per prevenire azioni terroristiche.

Advertisements

Tag: , ,


%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: