1969 12 16 Il Giorno p3 – Bocche chiuse: l’indagine in fase delicata. Sono ventitré i fermati di Roma – Tre di essi considerati “qualificati” di Patrizio Fusar

1969 12 16 Il Giorno p3 - Bocche chiuse l'indagine in fase delicata

 

Gli attentati terroristici: polizia e carabinieri al lavoro in diverse città

Bocche chiuse: l’indagine in fase delicata

Sono ventitré i fermati di Roma – Tre di essi considerati “qualificati”

di Patrizio Fusar

 

ROMA, 15 dicembre. – Bocche chiuse in Questura e al ministero dell’Interno. «E’ una vicenda troppo delicata – si fa osservare – per svelare anche solo dettagli dell’inchiesta in corso». In mancanza di comunicazioni ufficiali, galoppano le voci e una di queste ha trovato credito per qualche ora. Si trattava di una notizia da piglio decisamente ottimistico. L’inchiesta – secondo le informazioni che circolavano era a un passo dalla conclusione; la polizia aveva già in mano alcune delle persone implicate negli attentati, si trattava di definire le responsabilità specifiche e di individuare i mandanti. In serata, le rivelazioni sono state però smentite seccamente: «Negli ambienti responsabili della Questura si afferma che la notizia secondo la quale i responsabili degli attentati a Roma sarebbero stati identificati, è priva di fondamento». La verità è che la strada per giungere alla scoperta dei criminali che hanno messo in atto la tragica serie di attentati è tutt’altro che facile. L’ufficio politico della Questura ha sotto interrogatorio una decina di persone, per tre delle quali la posizione viene ritenuta degna di particolare interessamento. Per queste tre (e forse per altre quattro) la questura ha chiesto al sostituto procuratore della Repubblica, dottor Vittorio Occorsio, la prevista proroga del fermo, proroga che è stata accordata. Segno che si tratta quantomeno di fermi particolarmente «qualificati». E’ il caso infatti di osservare che nonostante l’irritazione per le notizie apparse su alcuni giornali e la tempestiva smentita, in questura si può cogliere qualche nota di cauto ottimismo.

L’interrogativo cui tutti gli italiani sperano sia possibile dare una risposta riguarda naturalmente la collocazione degli ispiratori dei criminosi attentati. Se la «centrale» dei dinamitardi fosse oltre confine, anche solo idealmente, le reazioni si attenuerebbero ma se non è così, è facile prevedere l’accendersi di pericolose fiammate polemiche. Il riserbo delle autorità trova in conseguenza una piena giustificazione.

Le informazioni spicciole non permettono d’altra parte di individuare la direzione in cui sta marciando l’inchiesta. Polizia e Carabinieri, in tutto il territorio nazionale, continuano a investigare raggruppamenti delle estreme. Nelle ultime ore, tuttavia, sembra che particolari attenzioni vengono riservate, a quanto sembra, a circoli e uomini della sinistra extra-parlamentare. Così è avvenuto a Firenze, a Livorno, a Bari, a Padova e a Verona. Stamane, poi, agenti e carabinieri hanno bloccato a Monterotondo, un centro a pochi chilometri dalla capitale, cinque persone iscritte alla locale sezione dell’Unione dei comunisti-italiani marxisti leninisti, il più consistente e nello stesso tempo il più «lanciato» tra i movimenti filo-cinesi.

Da notare che, nella serata di sabato, l’«Unione» aveva già inviato nei punti nevralgici della città, e specialmente nei pressi della stazione Termini, suoi militanti incaricati di distribuire un numero speciale del periodico. «Servire il popolo» in cui si riprovava con sdegno la tragica catena di attentati. La posizione dell’«Unione» è del tutto particolare, nel campo della sinistra extra-parlamentare. Gli «unionisti» rifiutano per principio azioni di violenza sulle piazze e il contatto diretto con le forze di polizia. Lo si è verificato in diverse occasioni, come durante la grande manifestazione del 1° Maggio a Milano dove l’«Unione» particolarmente attenta alla coreografia sviluppò un suo particolare, compassato corteo.

Naturalmente, i fermi a Monterotondo non significano nulla. Se ne potrebbe tener conto, al massimo, alla luce di una ipotesi che sembra vada acquistando credito con il passare delle ore. Si pensa, cioè, che i responsabili degli attentati possano aver utilizzato per le nefande imprese, elementi del tutto all’oscuro dell’effettivo potenziale degli esplosivi. Gli esecutori avrebbero in conseguenza attuato gli attentati convinti di compiere delle innocue azioni dimostrative. Il silenzio dei terroristi, d’altra parte, doveva essere garantito agli ispiratori del massacro di Milano e degli attentati romani dal fatto che in ogni caso essi si trovavano sulla stessa barca. Ma a Roma fortunatamente non ci sono stati morti e questa circostanza avrebbe indebolito la posizione dei «boss», dei mostruosi pianificatori del terrorismo. Di fronte al massacro di Milano, qualcuno dell’apparato mobilitato nella capitale potrebbe essere indotto a parlare.

Un falso allarme ha fatto accorrere nel pomeriggio gli artificieri presso la sede centrale del Banco di Sicilia, era stata segnalata una bomba nel garage dell’Istituto dove, naturalmente, non è stata trovata. Due altre idiote telefonate hanno gettato lo allarme in scuole cittadine.

Nella mattinata, mentre era in corso la cerimonia funebre di Milano, il ministro della Difesa Gui, ha portato a nome del governo e della nazione una corona di alloro sul sacello del Milite Ignoto.

 

 

 

 

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