1970 01 6 Paese Sera – Il giudice andrà a Milano per il controllo dei «tempi».La testimonianza del tassista Rolandi al vaglio del magistrato

1970 01 6 Paese Sera - Il giudice andrà a Milano per il controllo dei tempi

 

La testimonianza del tassista Rolandi al vaglio del magistrato

Il giudice andrà a Milano per il controllo dei «tempi»

Si cercherà di ricostruire i movimenti dell’uomo (che l’autista indica per Pietro Valpreda) che si fece condurre da piazza Beccaria alla Banca dell’Agricoltura – Il problema dei diritti della difesa: nessun verbale d’interrogatorio è stato ancora messo a disposizione degli avvocati

 

Giornata di «riscontro» degli elementi acquisiti nell’istruttoria sugli attentati di Milano e di Roma. Ieri il giudice istruttore, dottor Ernesto Cudillo, non ha effettuato alcun interrogatorio, ma è rimasto per parecchie ore nel suo ufficio, al palazzo di Giustizia, durante le quali ha proceduto ad un accurato esame di tutte le risultanze finora emerse dall’inchiesta. Unico atto «ufficiale»: la decisione di effettuare, agli inizi della settimana prossima, un sopralluogo a Milano, presso la Banca Nazionale dell’Agricoltura (dove il 12 dicembre esplose la bomba che causò la morte di 16 persone e il ferimento di altre 90) soprattutto al fine di «controllare» i «tempi» della testimonianza del tassista Cornelio Rolandi che sostiene di aver trasportato, con la sua auto, Pietro Valpreda da piazza Beccaria fin nelle vicinanze dell’istituto bancario.

Il Rolandi, comunque, sembra debba rassegnarsi a venire a Roma entro questa settimana. Come si diceva anche ieri, infatti, il giudice, stando a indiscrezioni attendibili, avrebbe convocato (sembra per giovedì) il prof. Lionello Paolucci, direttore generale del Patronato Scolastico di Milano, che in più occasioni ha pubblicamente smentito talune asserzioni del tassista. Pare quindi inevitabile un confronto diretto fra i due nell’ufficio del giudice istruttore.

Le notizie sull’andamento dell’istruttoria, per oggi finiscono qui. Ma restano da fare alcune considerazioni di carattere generale che riguardano soprattutto i «metodi» fin qui seguiti nell’istruttoria. Ovviamente non entreremo nel merito delle accuse contestate a Valpreda e agli altri arrestati: che essi siano colpevoli o innocenti non spetta a noi dirlo. Quello che ci preme sottolineare, però, è la mancanza assoluta di ogni rispetto, da parte degli inquirenti, di quei «diritti della difesa» che la Costituzione definisce «inviolabili in ogni stato e grado del procedimento», ma che in pratica vengono sistematicamente ignorati.

Il discorso potrebbe investire centinaia di casi, ma ci limiteremo, naturalmente, alla vicenda degli attentati del 12 dicembre. Pietro Valpreda, Emilio Borghese, Mario Merlino, Emilio Bagnoli, Roberto Gargamelli e Roberto Mander (Enrico Di Cola è latitante, e per lui il problema non si pone) sono in carcere ormai da più di tre settimane durante le quali prima la polizia, poi il pubblico ministero e infine il giudice istruttore hanno compiuto (interrogatori degli imputati a parte) decine di atti, tutti volti sostanzialmente a dare consistenza agli elementi accusatori.

Durante questo periodo, se si eccettua la partecipazione (ma senza alcun diritto di interferire, cioè di porre domande e di chiedere provvedimenti di qualsiasi genere) a due «ricognizioni di persona» riguardanti Valpreda, i difensori sono stati tenuti fuori della porta. Si dirà che questo è il «meccanismo» che regola la procedura delle indagini e dell’istruttoria, ma non sempre è stato così. Vogliamo per esempio ricordare il caso di Raffaele Minichiello, il giovane marine protagonista del più clamoroso atto di «pirateria aerea» di tutti i tempi, al quale fu addirittura permesso di tenere, in questura, una conferenza-stampa con tanto di televisione e di cinegiornali. Quindi le «esigenze del riserbo» non sempre sono tenute in considerazione.

Allora conferenza-stampa anche per Valpreda e gli altri accusati per le esplosioni del 12 dicembre? No. Ma almeno un maggior rispetto dei «diritti della difesa» anche in questa vicenda che fra l’altro non ha assolutamente nulla di «divertente», ma è anzi un’agghiacciante storia di orrore e di sangue. Questo rispetto, intanto, potrebbe concretizzarsi nel deposito, a disposizione dei difensori, dei verbali riguardanti gli interrogatori finora raccolti, il che già darebbe modo agli avvocati di farsi un’idea della situazione processuale dei propri assistiti. E si consideri, altresì, il fatto che l’opinione pubblica, turbata e sgomenta, incomincia a chiedersi se veramente in carcere ci sono dei colpevoli contro i quali sono state raccolte prove sicure, oppure solo degli indiziati presi in un ingranaggio che potrebbe, alla fine, stritolare anche qualche innocente.

Inutilmente, per quanto ne sappiamo, i difensori hanno sollecitato, anche in questi giorni, il deposito degli interrogatori e, insieme, un permesso di colloquio con gli imputati. Niente da fare. Le esigenze istruttorie sono ancora come una parete di acciaio contro la quale si infrange qualsiasi istanza, anche la più giusta, la più umana, come quella che riguarda i familiari degli arrestati i quali, da tre settimane abbondanti, aspettano di avere, se non altro, il conforto di un colloquio in carcere.

 

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