1970 01 8 Paese Sera – Molte deduzioni ma poche prove nei confronti degli arrestati per le bombe. L’istruttoria sugli attentati di Milano e Roma: aumentano dubbi e perplessità

1970 01 8 Paese Sera - Molte deduzioni ma poche prove

L’istruttoria sugli attentati di Milano e Roma: aumentano dubbi e perplessità

Molte deduzioni ma poche prove nei confronti degli arrestati per le bombe

I discorsi «allarmanti» nella sede del circolo «XXII marzo» possono bastare per un rinvio a giudizio? L’unico indizio consistente resta la testimonianza del tassista Rolandi contro Valpreda – Indiscrezioni sulla perizia balistica

 

Con il trascorrere dei giorni, la sensazione che l’istruttoria sugli attentati di Milano e di Roma arranchi fra crescenti difficoltà si va facendo sempre più strada. Ieri mattina negli ambienti giudiziari, si è ammesso, anche se implicitamente, che di prove concrete nei confronti degli arrestati, sul piano strettamente processuale, ne sono state raccolte pochissime. L’unica di una certa consistenza sembra essere rappresentata dalla testimonianza del tassista milanese Cornelio Rolandi (che afferma di aver riconosciuto in Pietro Valpreda l’uomo che nel pomeriggio del 12 dicembre salì sulla sua auto facendosi condurre da piazza Beccaria a via Santa Tecla). Quanto agli altri cinque giovani, accusati con Valpreda di «concorso in strage e associazione per delinquere» (quest’ultima imputazione è stata estesa anche a un settimo individuo, lo studente Enrico Di Cola) sempre negli ambienti giudiziari si dà quasi per scontato che tutti gli elementi accusatori si ridurrebbero a dei semplici indizi, e neppure molto consistenti, se si considera che la principale base sulla quale è stata formulata l’imputazione è costituita dal fatto che nella sede del circolo «XXII marzo» talvolta «si parlava» di compiere qualche attentato, o meglio ancora della necessità di sovvertire con la violenza l’ordinamento dello Stato.

Tutto qui? Non sappiamo, ovviamente, se nei voluminosi fascicoli giacenti sulla scrivania del giudice istruttore, dott. Cudillo, ci siano «prove documentali», o quantomeno «indizi univoci e convergenti» nei confronti degli arrestati; ma l’atmosfera che si respira in questi giorni al Palazzo di Giustizia – e ci sembra ormai il caso di rilevarlo – non è di certo improntata all’ottimismo. Anzi, Proprio ieri, da fonte abbastanza qualificata, abbiamo raccolto qualche indiscrezione piuttosto significativa secondo cui la ricostruzione dei fatti tracciata dagli inquirenti risulterebbe «sufficientemente rigorosa» sul piano della logica. Ma anche se talune norme del codice tuttora in vigore permettono l’arresto e la incriminazione sulla base di indizi (salvo poi a rimettere la valutazione definitiva dei fatti al giudice istruttore, o in ultima analisi al collegio giudicante: nel caso specifico la Corte d’assise) vien fatto di chiedersi se un processo di tanta gravità possa veramente essere imbastito sui «ragionamenti logici» di qualche investigatore. L’esperienza, purtroppo, insegna che proprio laddove si è proceduto facendosi guidare dalle «intuizioni» e dalla cosiddetta «logica», spesso sono maturati i più terribili errori giudiziari.

Dire che all’interno del circolo «XXII marzo» si facevano discorsi «allarmanti», o addirittura si progettava di compiere degli attentati non basta, crediamo, a dimostrare la colpevolezza di chi quei discorsi può aver fatto. Ma siccome si è anche rilevato – sempre negli ambienti giudiziari – che la polizia già «sospettava» i frequentatori del «XXII marzo», tanto che da alcuni mesi li sorvegliava, e poiché si è pure rilevato che qualche volta nei locali del circolo furono portati degli esplosivi, allora è il caso di chiedersi come veniva effettuata questa «attenta sorveglianza». La polizia sapeva degli «allarmanti» discorsi e sorvegliava, ma se accertò che nella sede del «XXII marzo» c’erano delle bombe o altre diavolerie del genere, perché non intervenne prontamente come sarebbe stato suo preciso dovere, visto che la detenzione abusiva di armi o esplosivi è un reato previsto dal codice penale?

A un interrogativo del genere, la risposta non può che essere una. Ed è quella che porta ad escludere la «giacenza» di ordigni esplosivi nella sede del circolo, perché altrimenti la polizia non avrebbe esitato a compiervi una irruzione. Se questo non è avvenuto, ciò significa semplicemente che la «sorveglianza» non segnalò mai fatti del genere. E allora, come si vede, gli elementi accusatori sembrano, alla fine, restringersi a quei «discorsi» che peraltro – anche questo è da sottolineare – gli stessi arrestati avrebbero ammesso di aver fatto qualche volta, ma in termini estremamente generici, tipo «imprecazione» contro una società ritenuta ingiusta.

L’unico «punto», relativamente «forte» sul piano accusatorio resterebbe dunque a carico di Valpreda. C’è da dire, comunque, che nel corso degli interrogatori anche il personaggio principale della vicenda ha respinto – come del resto gli altri – qualsiasi addebito sostenendo di aver trascorso l’intero pomeriggio del 12 dicembre a letto, febbricitante, in casa della zia, Rachele Torre, che ha ripetutamente confermato la circostanza. In un contesto del genere, quindi, anche la testimonianza-Rolandi non può assumere un valore determinante in senso assoluto. E del resto, dell’oggettiva realtà della situazione sembrano essersi resi conto anche gli inquirenti che dopo essere partiti a pieno ritmo nella fase iniziale dell’inchiesta, adesso si adoperano in mille modi, anche con dichiarazioni «confidenziali » o «ufficiose», a gettare un po’ d’acqua sul fuoco. La dimostrazione di questo la ritroviamo in altre indiscrezioni, raccolte sempre negli ambienti giudiziari, secondo le quali le indagini avrebbero «tuttavia» permesso di individuare nel circolo «XXII marzo» (facente capo all’ex-fascista Mario Merlino) una vera e propria organizzazione terroristica, il che potrebbe, se non altro, dar consistenza all’accusa di associazione per delinquere.

Restano, infine, da riferire due notizie. La prima è quella riguardante l’esito della perizia balistica effettuata sulle schegge e i frammenti degli ordigni. Secondo attendibili informazioni, i periti – che ieri hanno avuto un lungo colloquio col giudice istruttore – avrebbero accertato che le bombe erano state fabbricate con estrema cura e abilità e che, contrariamente a quanto si riteneva, erano dotate di congegni per provocare l’esplosione «a tempo». Non c’erano, quindi, micce da accendere.

L’altra notizia riguarda il tassista milanese Cornelio Rolandi. che ieri è partito da Milano per Roma, perché convocato dal giudice istruttore. E’ invece rimasto a Milano il prof. Lionello Paolucci, che ha smentito talune asserzioni del conducente dell’auto pubblica. A quanto sembra, il direttore generale del Patronato scolastico sarà ascoltato successivamente.

 

 

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