1969 12 16 Paese Sera – L’alibi del ferroviere Giuseppe Pinelli – «Non era campato in aria»: dice il magistrato inquirente. Per il questore il suicida è adesso «quel poveretto…». di Giorgio Manzini

1969 12 16 Paese Sera - L'alibi del ferroviere Giuseppe Pinelli

L’alibi del ferroviere Giuseppe Pinelli

«Non era campato in aria»: dice il magistrato inquirente. Per il questore il suicida è adesso «quel poveretto…»

 

Milano, 16. – Questa notte il questore dott. Guida è stato abbastanza netto nella sua affermazione: l’alibi di Giuseppe Pinelli, il ferroviere che si è ucciso buttandosi a capofitto dal quarto piano della questura, era caduto: i sospetti quindi che gravavano su di lui si erano trasformati in indizi e il suicidio poteva per tanto sembrare una sorta di autoconfessione. Caso risolto? Dalle parole del questore sembrava quasi di sì. Ancora un passo avanti e ai sarebbe arrivati alla «misteriosa» organizzazione internazionale di impronta anarchica che ha organizzato l’attentato di piazza Fontana.

Questa mattina invece la situazione appariva un poco diversa: innanzitutto il magistrato che conduce l’inchiesta, il dott. Paolillo, ha affermato che l’alibi di Giuseppe Pinelli non era poi così campato in aria come potrebbe sembrare; al riguardo, sarebbero credibilissime le dichiarazioni della moglie del suicida, che è stata appunto interrogata a lungo dal sostituto procuratore della Repubblica. Anche un funzionario della «politica», il dott. Zagari, che ha avuto un colloquio con i giornalisti nella prima mattinata, è stato meno reciso del questore: il suicidio di Giuseppe Pinelli non rappresenta affatto una autoconfessione; è un elemento, niente di più di un elemento. D’altra parte, lui, il dott. Zagari poteva esprimere solo pareri personali, niente di ufficiale, niente di concreto, niente di provato. Un passo indietro rispetto alle affermazioni del dott. Guida? Non proprio così, ma certo una dichiarazione molto più «diplomatica» di quella rilasciata dal questore.

Anche il questore d’altra parte, in un colloquio successivo avuto con i giornalisti è stato meno «sicuro» rispetto a questa notte; parlando fra l’altro di Giuseppe Pinelli lo ha chiamato continuamente «quel poveretto». Ora, su come è avvenuto il suicidio del ferroviere esistono solo le testimonianze da poliziotti. Ha raccontato questa notte il dott. Guida: fino al momento di buttarsi a capofitto dalla finestra dell’ufficio politico. Giuseppe Pinelli appariva del tutto tranquillo; alle domande degli inquirenti rispondeva invariabilmente «no, non sono stato io»: tra una risposta e l’altra attaccava una sigaretta, fumando come un camino. L’aria della stanza si era fatta addirittura irrespirabile: anche gli inquirenti fumavano in continuità. Si è dovuto quindi aprire la finestra per fare entrare un po’ di fresco, e Giuseppe Pinelli, sempre secondo il racconto del questore, dopo aver attaccato un’altra sigaretta, si è alzato di colpo dalla seggiola raggiungendo in un balzo la finestra. E’ stato un volo di una quindicina di metri. E’ piombato sopra i rami spogli di un grosso albero che si trova nell’ampio cortile della questura.

Un urlo violentissimo, seguito da un rimbalzo: il corpo è finito su una siepe e poi sulla terra smossa del praticello ai lati del vialetto. Portato allo ospedale Fatebenefratelli, Giuseppe Pinelli è morto durante il tragitto. Inutili i massaggi al cuore: l’urto contro l’albero gli aveva fratturato il cranio.

E’ stato troppo precipitoso il dott. Guida nell’affermare, questa notte, che il suicidio confermava, in un certo senso, i sospetti che gravano su Giuseppe Pinelli? Il dott. Guida si è dilungato parecchio sugli indizi raccolti nei confronti dello «anarchico individualista». Era stato prelevato venerdì scorso, cinque ore dopo la strage, al circolo degli anarchici di via Scaldasole 5. Era seduto al tavolo insieme a un gruppo di amici e stava giocando a carte. Giuseppe Pinelli era abituato a questi inviti della polizia: ad ogni attentato faceva dunque il suo viaggetto in questura dove anche pernottava, spesse volte. Niente di eccezionale, dunque, per lui che gli uomini della «politica» gli facessero visita ogni tanto. Anche dopo l’attentato commesso il 25 aprile alla Fiera di Milano era stato portato in questura per il «solito» interrogatorio. Ne era uscito però con assoluta disinvoltura: non c’era proprio niente contro di lui.

Quando, dunque, venerdì scorso Giuseppe Pinelli si è visto parare dinanzi due uomini della polizia non dev’essersi troppo meravigliato. Ha detto, d’altra parte, questa notte il dottor Guida: «All’inizio non c’era nessun sospetto contro Giuseppe Pinelli; appariva un uomo tranquillo, tutto lavoro e famiglia, che professava certo una ideologia “extra-parlamentare”, ma in maniera del tutto romantica».

I primi sospetti la polizia li avrebbe avuti controllando il suo alibi. Aveva dichiarato Giuseppe Pinelli subito dopo il suo fermo: venerdì scorso aveva lavorato fino alle sei del mattino; tornato a casa si era coricato e aveva dormito fino ad oltre mezzogiorno. Alzatosi, aveva pranzato e verso le 14,30 era andato nel bar vicino a casa sua all’angolo tra via Morgantini e via Cividale e vi era rimasto fino alle 17.30. Ora, il dottor Guida ha affermato che questo alibi faceva acqua da tutte le parti: Giuseppe Pinelli non era rimasto nel bar fino alle 17.30 ma, entrato nel locale, ne era uscito quasi subito per ritornarci dopo che ormai era stato compiuto l’attentato. Questa circostanza sarebbe stata accertata attraverso l’interrogatorio del barista.

Sono state, dunque solo le dichiarazioni del barista a far crollare l’alibi di Giuseppe Pinelli? Risponde il questore: «No, ci sono anche altri elementi, ci sono anche altri motivi riguardanti terze persone di cui finora non si può dire nulla. L’inchiesta, capite, è in una fase delicatissima». Il questore ha aggiunto che prima del suicidio Giuseppe Pinelli si trovata nell’ufficio del commissario dott. Calabresi, assieme al tenente dei carabinieri Lograno e a tre sottufficiali. L’interrogatorio era praticamente concluso: si doveva solo precedere alla verbalizzazione. Era circa mezzanotte. A questo punto Calabresi si era alzato dal suo scrittoio per andare nell’ufficio del dott. Allegra, che è il responsabile della «politica». Giuseppe Pinelli intanto aveva avuto una sigaretta da un sottufficiale e stava aspirando la prima boccata quando si è buttato contro la finestra: ha spalancato le ante e giù a capofitto.

Che cosa può averlo indotto ad un atto del genere, quando per di più l’interrogatorio era concluso? Ha detto il dott. Guida: «Può darsi che sia stato colto da un collasso nervoso; può darsi che pensasse che noi avessimo in mano delle prove decisive contro di lui».

Stamane, in un nuovo colloquio avuto con i giornalisti, il questore ha sfumato parecchio certe sue affermazioni fatte questa notte: anzitutto, si è rifiutato di consegnare ai giornalisti la foto di Giuseppe Pinelli. Era nella sua cassaforte e vi sarebbe rimasta. E’ poi tornato sulla questione dell’alibi, affermando che Giuseppe Pinelli si era recato a giocare a carte nel suo solito baretto non prima, ma dopo l’attentato di piazza Fontana. Ed ha aggiunto, a mo’ di commento, il questore: «Il gesto di Giuseppe Pinelli concorda perfettamente con le sue idee. Era contro lo Stato e, siccome lo Stato lo stava inquisendo, lui ha preferito la morte». Come interpretazione del disperato gesto del ferroviere non c’è male, come si vede.

Ma, a parte questo, sembra proprio che tutti i sospetti che la «politica» aveva appuntato sul Pinelli si fondassero soltanto sulla faccenda dell’alibi: il ferroviere se n’era andato dunque a giocare a carte, non prima ma dopo l’attentato.

Certo, c’è da dire, che la figura di un attentatore che, dopo aver compiuto una strage, se ne va a giocare a scopone con gli amici, è, quantomeno, un po’ singolare. Va bene che il ferroviere era sospettato «di concorso» ma questa circostanza non attenua certo lo «stupore» che suscita un comportamento come il suo. Dunque, Giuseppe Pinelli dipendente delle ferrovie dello Stato, anarchico romantico, torna dal lavoro, fa la sua dormita, mangia, va a prendere il suo caffè al solito baretto e poi, dritto dritto, si incammina verso piazza Fontana, provoca la morte di 14 persone e il ferimento di una novantina, e poi se ne torna nei suoi paraggi come se nulla fosse avvenuto. Qualche ora dopo si fa trovare dagli uomini della «politica» nel circolo anarchico assieme ad alcuni compagni, impegnato nella solita partite a carte. Va bene che una sua «fuga» avrebbe destato maggiori sospetti, ma un atteggiamento, come dire?, così «bonario» desta quantomeno qualche perplessità. Dicono anche i funzionari della «politica», che Giuseppe Pinelli sembrava un bravuomo, abbastanza colto, informato sulle cose politiche. Ogni tanto, è vero veniva invitato in questura, ma più che interrogatori erano dei colloqui i suoi. Solo tre mesi fa si è avuto il sospetto che conducesse una doppia vita: erano arrivate in questura delle notizie compromettenti sul suo conto. Il suo «profilo» era così mutato. Ma quali notizie? Il dottor Allegra, responsabile dell’ufficio politico della questura, non ha voluto rispondere: aspettate ancora qualche giorno, e poi si vedrà.

Ma già stamane sembrava che il «profilo» di Giuseppe Pinelli fosse un poco cambiato rispetto a quello tracciato questa notte dal questore: possibile che quell’anarchico pericoloso e sanguinario che si nascondeva dietro le spoglie di un giocatore di scopone, fosse diventato «quel poveretto»? Si è aggiunta poi la dichiarazione del sostituito procuratore dott. Paolillo, secondo il quale l’alibi di Giuseppe Pinelli non era poi così campato in aria come afferma invece la polizia. Ora, in tutta la faccenda quel che sconcerta è proprio lo stupefacente contrasto tra la figura del ferroviere e l’attentato di Piazza Fontana, che presuppone, quantomeno, un’organizzazione di respiro internazionale. Siamo di fronte al tentativo di trovare un capro espiatorio ad ogni costo?

Le indagini, naturalmente, non si fermano al solo suicidio di Giuseppe Pinelli. Stamane è partito per Roma, assieme ad un «misterioso» personaggio, che non è però un indiziato, il dottor Calabrese, che ha preso quindi contatti con la polizia romana. Nelle ultime ore si è potuto inoltre accertare che anche la cassetta di sicurezza contenente l’esplosivo depositato alla Banca Commerciale è in vendita

a Milano. La si può trovare qualsiasi negozio di Ferramenta, al prezzo di 4500 lire. Le sue dimensioni sono di trenta per nove per ventiquattro. Lo spessore è di un millimetro e mezzo, e la lamiera è accuratamente «martellata». Uno dei titolari della ditta che fabbrica cassette del genere, a Lainate, l’ingegner Giancarlo Parma, ha senz’altro riconosciuto nella foto del «contenitore» della bomba, un prodotto simile a quelli che escono dalla sua fabbrica. E il marchio è lo stesso? Non si sa.

Dalla ditta di Lainate le cassette escono con il marchio «Juwel». Ora, la polizia sta esaminando tutti gli elenchi dei rivenditori che si riforniscono presso la fabbrica di Lainate, ma forse è improbabile che esca qualcosa di concreto da questo «spoglio». Certo che cassette di sicurezza come queste non si smerciano a migliaia. Non si tratta insomma di oggetti come la borsa di vilpelle contenente la bomba. Se gli attentatori hanno veramente comprato la cassetta a Milano, qualcosa, un volto, una voce potrebbe anche venir fuori interrogando i rivenditori. Buio pesto invece sul «fronte» della borsa in skay in cui era stata ficcata la bomba della Commerciale. E’ un prodotto diffusissimo anche in Italia. La ditta che lo produce ha sede a Offenbach (Francoforte) e ha suoi rappresentanti in ogni parte d’Europa, anche a Milano, naturalmente.

 

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