1969 12 16 Paese Sera – Non c’è bisogno dei colonnelli. di Giancesare Flesca

1969 12 16 Paese Sera - Non c'è bisogno dei colonnelli

Non c’è bisogno dei colonnelli

di Giancesare Flesca

 

Milano, 16. — Chi sperava che i funerali delle 14 vittime del criminale attentato di piazza Fontana si sarebbero trasformati nel crepuscolo della nostra democrazia, può riporre le sue illusioni in un cassetto. Chi temeva che la «nevrastenia sociale» di questi tempi sarebbe esplosa senza rimedio al primo appuntamento collettivo di una popolazione sfibrata, provata dagli eventi, scossa dalla tragedia, guardi le foto, legga le cronache di questi funerali. Scoprirà una città composta, forte nella tragedia, dignitosa nello sdegno. Troverà nei volti della gente, di quella immensa folla di persone che si assiepavano in piazza del Duomo, in Galleria, ovunque nel centro di Milano, il segno di una speranza civile più forte di ogni angoscia umana.

L’appuntamento collettivo c’è stato, ma lungi dal trasformarsi nella somma delle ansie, delle paure di ciascuno, è divenuto la verifica della volontà di tutti. Milano, la Milano democratica e popolare, aveva già dimostrato nei giorni scorsi di saper reagire alla logica aberrante del terrorismo e della follia. Ieri si è visto che una città, sebbene sovrastata dall’enormità di una catastrofe, può trovare in se stessa, nella sua storia e nelle sue tradizioni, nell’onestà morale e politica dei suoi cittadini la capacità di andare avanti, di sopravvivere.

Chi ha messo le bombe in piazza Fontana, alla sede della Banca Commerciale, ha scelto Milano per una precisa ragione. A Milano, negli ultimi tempi, si era assistito a un rigurgito fascista culminato nella tragica farsa dei funerali dell’agente Annarumma; tutta la zona industriale che circonda la metropoli pullula di piccole e medie imprese, le più intransigenti, le più aggressive nei confronti delle rivendicazioni sindacali. A pochi chilometri dalla periferia milanese, un sindaco imprenditore, qualche settimana fa, ha imbracciato un fucile e ha sparato sugli operai. A Milano, infine, a differenza che in altre città del nord (Torino, ad esempio, dove la grande industria unidimensionale non ha consentito la creazione di una fascia terziaria) si dà per scontata l’esistenza di una piccola borghesia qualunquista, tendenzialmente favorevole a soluzioni «autoritarie» ad eversive. Su tutto questo contavano i dinamitardi e i loro mandanti. Ebbene, ieri si è potuto constatare in pieno di quanto gli attentatori abbiano sbagliato i loro calcoli. Cambi pure mestiere chi ha scritto che gli squallidi figuri impegnati nella caccia allo studente durante i funerali dell’agente ucciso, le patetiche vecchiette che al grido di Italia, Italia, incitavano al pestaggio rappresentano la Milano media, lo standard civico e intellettuale della borghesia meneghina.

Al funerali delle 14 vittime di piazza Fontana non c’era solo la Milano proletaria, la città delle fabbriche e delle banlieue; c’era anche una borghesia composta, di idee certamente diverse da quelle degli operai in tuta che aveva al suo fianco, ma tollerante, illuminista, intransigente nella condanna della barbarie di marca fascista.

Uno dei più noti giornalisti politici milanesi, Giorgio Bocca, attento conoscitore degli umori e delle idee della sua città, ha scritto ieri su II Giorno: «Hanno retto bene i sindacati, il cui invito ai lavoratori perché partecipino ai funerali deve essere raccolto da tutti, hanno retto bene gli operai che vanno a questo Natale, non dimentichiamolo, con mesi di lotte e di privazioni sulle spalle, hanno avuto un atteggiamento fermo, civile le grandi aziende e onestamente si è comportata la stampa delle grandi città industriali del Nord. Non così i giornali romani, quasi a confermare che il vero humus del fascismo italiano, i veri settori retrogradi della società oggi non sono più gli agrari della Val Padana e i monopolisti del Nord, ma la burocrazia parassitaria, i carrozzoni dei nullafacenti che saltano su ogni sciopero di chi veramente si guadagna, con il sudore e con il sangue, la pagnotta nelle fabbriche e negli uffici della produzione ».

Parole dure, probabilmente eccessive nei confronti di una capitale che, vista da qui, appare certo diversa e peggiore di quanto non sia in realtà. Ma parole che dovrebbero far riflettere una classe politica impegnata in questi giorni, a Roma, in tentativi vani quanto pericolosi di «rilanciare» soluzioni di governo incapaci di risolvere i problemi della società industriale, di un mondo che, non solo a Milano, «si guadagna la pagnotta col sudore e col sangue».

Dopo i funerali di ieri, appare chiaro che la situazione non può essere portata indietro per il criminale gesto di un terrorista. L’autunno sindacale, quanto di nuovo e di grande è stato realizzato nel Paese in questi mesi e soprattutto qui, nelle fabbriche, negli uffici, nelle università, le enormi conquiste che le classi popolari sono riuscite a ottenere con il loro sacrificio e con il loro impegno di lotta, non possono essere sepolte con le 14 vittime di piazza Fontana: né possono essere dimenticate le attese, le speranze di rinnovamento di tutta la società civile. Perché, a ben guardare, sarebbe questo il miglior modo di dar ragione all’attentatore, perché non vi è dubbio che la sua maledetta follia mirava soprattutto a uno scopo del genere. I centomila convenuti in piazza Fontana, dicendo «no» all’attentate condannandone la logica e gli obiettivi, con la loro presenza massiccia volevano dire anche questo, intendevano esprimere il lero rifiuto a ogni soluzione che, sia pure indirettamente, possa soddisfare le attese del piano criminale. La disciplina, l’ordine di cui la città ha dato prova – lo stesso che ha segnato tutto l’autunno sindacale – volevano dire anche che il Paese reale, quello che conta può fare benissimo da solo, non ha bisogno di colonnelli greci, ma neanche di illuminati e improbabili tutori della salute pubblica. E’ il messaggio di una manifestazione che non è stata (e guai se fosse stata) una manifestazione politica, ma il cui significato, i cui valore politico non può non deve sfuggire a nessuno.

 

 

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