1969 12 16 Paese Sera – Scherzava con tutti, come un bambino. L’anarchico suicida era un tipo calmo, sempre allegro: adorava le due figliolette. di Giancesare Flesca

1969 12 16 Paese Sera - Scherzava con tutti 

L’anarchico suicida era un tipo calmo, sempre allegro: adorava le due figliolette

Scherzava con tutti, come un bambino

La moglie colta da choc: è una donna stimata e coraggiosa, che lavora alla «Cattolica» – Non ha detto nulla alla vecchia madre di Giuseppe Pinelli – I compagni di lavoro dell’anarchico sono tutti del parere che egli non c’entri con la strage nella Banca dell’Agricoltura – Aveva una sola passione, il giuoco delle carte: leggeva molto (autori anarchici), ma non era mai stato considerato un «attivista» La sua fedina penale è pulitissima, ma la PS lo considerava «sovversivo pericoloso»

di Giancesare Flesca

 

Milano, 16. – Si fa presto a dire «è lui» ora che il Pinelli Giuseppe, anarchico della Ghisolfa, è lungo disteso all’obitorio di via Gorino. Si fa presto a immaginarlo mentre entra, la barbetta rasa intorno al mento, l’aria cupa e assorta del terrorista, nella grande sala di piazza Fontana, deporre il suo carico mortale, fuggire e tornare come se nulla fosse ai suoi panni quotidiani, l’uniforme grigia da ferroviere. Ma ci vogliamo giurare, dott. Guida? Vogliamo davvero metterci la mano sul fuoco? Perché il capo della Mobile, Allegra, è partito stamattina per Roma in aereo con un personaggio «misterioso?».

E sono bastate queste frasi, affrettate e approssimative, per far gridare ai giornali di oggi: «Ci siamo». L’attentatore, il criminale dinamitardo è lui, Giuseppe Pinelli, anni 41, anarchico «individualista», assiduo frequentatore di ambienti «sovversivi» internazionali, lettore accanito di Bakunin e di Malatesta, padre di famiglia senza scrupoli e senza pietà verso le sue due bimbe. Il rimorso, la convinzione di essere finito, spacciato, è arrivato in extremis, quando ormai era in trappola. Nell’intervallo fra la firma di un verbale (una confessione? una discolpa? la polizia non ce lo ha fatto vedere né sembra intenzionata a farlo) e un nuovo interrogatorio, non appena un sottufficiale di PS ha fatto un nome, quel nome che lui temeva, avrebbe spiccato un balzo dalla finestra e si sarebbe ucciso. Requiem per un mostro, dunque, ora si può respirare tranquilli, torniamo pure al cinema, ai supermarket, nelle banche, il cervello o comunque uno degli anelli più importanti della sciagurata organizzazione criminale è bello che andato, il suo suicidio equivale a una confessione. «Ma è davvero questo il significato da dare al tragico balzo del Pinelli?» ha chiesto stamane un giornalista francese al dott. Zagari dell’ufficio politico della questura. «E’ fuori dei dati di fatto, io non rispondo»: è stata la risposta del funzionario.

Consideriamolo pure riserbo di subalterno, ma certamente questa affermazione è una marcia indietro notevole rispetto alle dichiarazioni di ieri notte del questore Giuda. Le ragioni? Gli indizi, ancora sono meno che nulla: e poi c’è la personalità del Pinelli, la personalità che noi abbiamo ricostruito stamane in un lungo giro per la sua Milano, quella dove viveva. Un viaggio che gli investigatori, certamente, avranno fatto – o avrebbero dovuto fare – prima di noi.

Pinelli fu fra i primi fermati
la notte di venerdì. Non era un
pregiudicato, la sua fedina penale è bianca come un lenzuolo (e non a caso in questura 
nessuno riesce a tirar fuori la
 sua foto), il suo passato limpido come l’acqua. Colpe ne aveva, questo sì agli occhi dei
«ghisa»: era o non era il responsabile, il cassiere del circo
lo anarchico del Ponte sulla
 Ghisolfa? Professava o non professava in pubblico le sue idee
«sovversive»? Non dimentichiamo che qui a Milano, il giorno 
in cui i fascisti scatenarono la
 caccia allo studente, la questura 
uscì con un comunicato in cui
 si diceva che «i cittadini si erano difesi dai sovversivi». Non
 dimentichiamo che fin dal primo
 momento le indagini per l’attentato di piazza Fontana erano 
state indirizzate verso gli ambienti anarchici: le categoriche 
affermazioni della prima sera 
del dott. Calabrese, poi smentite dal questore, lo confermano.
 «Sovversivo» anche lui, dunque,
 il Pinelli Giuseppe, già ascoltato 
(per la prima volta in vita sua,
 lui che avrebbe avuto contatti con l’anarchismo internazionale fin dalla adolescenza) dai poliziotti in occasione dell’attentato alla Fiera di Milano il 25 aprile. Sovversivo con tanto di etichetta, con una fedina politica, se non penale, chiaramente macchiata da tanta colpa.

Cerchiamo dunque le tracce di questo pericoloso personaggio alla stazione di Ponte Garibaldi (una stazione secondaria) dove sudava la vita a centomila lire il mese, capo manovratore, in squadra con altri due operai, turni rotanti di otto ore per squadra, 46 ore per settimana. «Era una persona umanissima – dice Aldo Cervini, capo tecnico come lui – bisognava vederlo sul lavoro, aiutava i bambini delle colonie che transitavano da qui andando verso il mare o verso i monti, portava da bere alle bestie che sostano sui carri bestiame per notti intere. Non ci pensava nessuno, a quei poveri animali; lui sì. Guardi, io lo conoscevo bene; sono stato anche in villeggiatura con lui, a Senigallia. Adorava le sue figlie; bisognava vedere cosa faceva per loro. No, scriva pure che per me non è stato lui: aveva un animo troppo nobile e troppo buono».

Parole di un collega, per quello che valgono. Magari – dirà il poliziotto – erano della stessa pasta, tutti eguali questi ferrovieri con una tradizione anarchica-rivoluzionaria alle spalle. Sentiamo allora il primo capostazione dottor Longo, il dirigente da cui Pinelli dipendeva direttamente: «Era un lavoratore, una persona seria, scrupolosa e attenta sul lavoro. In dieci anni che lo conoscevo io, non mi ha mai piantato una grana, non si è mai fatto sorprendere in fallo. Sono ancora sotto choc per quanto è avvenuto. Scioperi? – Scioperi, sì, come tutti gli altri. Quando il sindacato decide, qui, si fermano tutti. Ma a me non risulta assolutamente che fosse un propagandista  politico».

A questo punto si potrà anche tirar fuori la vecchia storia dell’anarchico, del rivoluzionario in abito anonimo; oppure quella, ancora più vecchia, della doppia personalità del criminale. Andiamo perciò a vedere la vita del Pinelli sul luogo del lavoro politico, dove teneva le sue riunioni con i compagni di fede. Il circolo anarchico «Ponte della Ghisolfa» è in piazzale Lugano n. 31: un palazzo a sei piani di fronte a un vialone su cui si affacciano alcune grosse industrie (la Face, la Montecatini e la SIS). Il circolo è chiuso, serrato automaticamente fin dalle prime ore di stamane (ma nei giorni scorsi ha funzionato regolarmente). Per raggiungerlo bisogna attraversare un sottoscala buio e polveroso, da una parte la botteguccia di un falegname calabrese, dall’altra il centro “sovversivo”. – «Non c’è nulla – dice Pasquale Giambocino, l’artigiano della porta a fianco -. Vengono qui la sera tardi, parlano, discutono, qualche volta alzano anche la voce. Ma sembrano brava gente, non li credo capaci di un delitto simile». Andando via, un’occhiata attraverso una fessura mostra una sala imbiancata a calce, seggiole ammucchiate in disordine, pareti sovrastate da manifesti dove è scritto: «Gioventù è anarchia».

Fuori dal portone, un capannello di gente. C’è anche Aurelio Comini, gestore di una latteria a pochi passi da qui. «Il barbetta? – Eh, se lo conosco! Veniva in latteria, beveva un caffè, più spesso un cioccolato; qualche volta si fermava a giocare a carte con me oppure con altri ferrovieri. Non lo vedo proprio con una bomba in mano». «Era come un bambino – gli fa eco il gommista del portone a fianco, che ha affittato il seminterrato al circolo anarchico. – Scherzava sempre, era allegro con tutti».

Una personalità, dunque, abbastanza lineare. Un uomo qualunque, una vita qualunque. Una casa come le altre, un orribile quartiere di cemento senza verde alla periferia di Milano (palazzine IACP), via Preneste 2, ai confini con S. Siro. Nell’atrio del fabbricato, un grande quadro di vetro col nome degli inquilini: ci sono i Brambilla, i Motta, i Rossi: nomi milanesi come tanti. Sotto l’etichetta Scala A, al secondo piano, c’è il nome dei Pinelli. La sorte ha voluto che proprio sotto di lui, al piano rialzato, abitasse un Sacco. Sarà anche questo, per gli inquirenti, un «indizio importante»? – Qualche ora fa un cronista impietoso ha dovuto bussare alla porta dell’appartamento del secondo piano. La moglie del Pinelli credeva fosse il marito: l’aveva visto ieri mattina in questura, gli era sembrato sereno, tranquillo: le aveva chiesto notizie delle bambine e della mamma. Gli agenti erano venuti in casa a inquisire, ma non avevano trovato nulla di compromettente, tutto normale, tutto a posto. Qualche copia di “Umanità Nuova”, qualche volantino anarchico, nulla di più. Quando ha saputo della morte di Giuseppe, la donna si è lasciata andare per un momento, poi ha ritrovato il coraggio (è una donna che lavora dieci ore al giorno, copia a macchina le tesi di laurea degli studenti della Cattolica), ha tranquillizzato la vecchia madre del marito, ha rimesso a dormire le bimbe, 5 e 7 anni. Poi, per sfuggire alla curiosità e al pellegrinaggio di fotografi e giornalisti, la Licia Pinelli è andata via. «E’ una donna meravigliosa – dice la sua vicina di casa – signora Farinetti, moglie di un pensionato. Lavora tutto il giorno e in più manda avanti la casa. Sembravano persone tanto normali, tanto a modo. Si volevano bene, mai una lite, mai un urlo».

Questo il quadro, la prima ricostruzione della fisionomia umana di Giuseppe Pinelli, un uomo che, se avesse messo la bomba, sarebbe da considerare un mostro. «Ma – si dice – era un anarchico individualista, capace quindi di qualsiasi nefandezza per il trionfo della sua causa». Innanzitutto: che cosa vuol dire anarchico «individualista»? La divisione tra individualisti e collettivisti nel movimento anarchico, risale al primo dopoguerra: se ne trova traccia soprattutto negli Stari Uniti, dove alcuni gruppi di emigrati detti appunto «individualisti» contestavano l’insegnamento del collettivista Malatesta. Furono anarchici individualisti, fuorviati da agenti provocatori, quelli che, nel ’21, misero la famosa bomba al cinema Diana. Ma volevano colpire il questore Gasti, fu solo per un tragico errore che la bomba uccise numerosissimi spettatori. L’attentato di venerdì, invece, era chiaramente destinato a provocare una strage. Anarchici individualisti anche, a quanto pare, l’architetto Giovanni Corradini e la moglie Eliane Vinci Leone, arrestati insieme con altre cinque persone per l’attentato alla Fiera di Milano dell’aprile scorso e rilasciati in questi giorni perché, a loro carico, non è stata trovata alcuna prova.

Ma se ripercorriamo all’indietro la storia di questi gruppetti anarchici, particolarmente numerosi a Milano (il Pinelli frequentava due circoli, quello della Ghisolfa e quello di via Scaldasole: in quest’ultimo fu fermato la sera di venerdì scorso) ci accorgeremo che la loro tematica, il loro impegno di lotta, non va certo in direzione degli attentati e delle bombe, anzi, da qualche tempo a questa parte, i movimenti anarchici, specie quelli giovanili, hanno centrato la loro azione sul tema della lotta anti-autoritaria e dei diritti civili: vaste campagne antimilitariste (che sono valse arresti per vilipendio a non finire), propaganda in favore dell’obiezione di coscienza, partecipazione attiva e responsabile – molto spesso più responsabile di quella dei gruppetti maoisti od operaisti – agli scioperi sindacali. Il 25 maggio ’68, in un incontro fra studenti anarchici avvenuto qui a Milano, proprio al circolo del ponte della Ghisolfa, fu definita una base d’intesa su una piattaforma di lotta antiautoritaria, e si escluse allora nella maniera più categorica – risulta dai documenti – ogni metodo di azione diretta o violenta. Ogni volta che la questura ha arrestato qualcuno di loro, gli anarchici – individualisti o malatestiani che fossero – hanno risposto con lunghi scioperi della fame (l’ultimo, davanti al Palazzo di Giustizia, si è concluso qualche giorno fa) non certo con le bombe. Per tutta la catena di attentati avvenuta negli ultimi tempi a Milano, mai una volta si sono raggiunte prove convincenti di responsabilità nei confronti degli anarchici. Quando la questura li ha incolpati, la magistratura li ha sistematicamente prosciolti.

 

 

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