1969 12 16 Paese Sera – 23 persone trattenute stanotte nelle camere di sicurezza. La polizia ritiene che tra i fermati qualcuno sappia chi ha messo le bombe all’Altare della Patria e alla Banca

1969 12 16 Paese Sera - 23 persone trattenute stanotte B

Notizie e indagini contraddittorie per gli attentati dinamitardi

23 persone trattenute stanotte nelle camere di sicurezza

La polizia ritiene che tra i fermati qualcuno sappia chi ha messo le bombe all’Altare della Patria e alla Banca . – Gli attentatori forse sono «soldati di ventura» pagati per mettere le bombe

 

Una decina fino al primo pomeriggio di ieri, ventitre nella tarda serata: il numero dei fermati ancora sotto interrogatorio a San Vitale può essere anche il termometro della situazione delle indagini per gli atti terroristici di venerdì.

Dopo aver passato al setaccio qualche centinaio di sospetti, i soliti nomi di giovani e meno giovani scritti sul «libraccio», i funzionari hanno puntato la loro attenzione sulla «crema», e a questi hanno aggiunto altri, i nomi dei quali sono venuti fuori nel corso delle indagini. Alcuni di questi ultimi erano già stati fermati poche ore dopo le esplosioni di via San Basilio e piazza Venezia, poi rilasciati. Il loro ritorno in questura significa che la prima volta non avevano affatto convinto di non entrare in nessun modo nella faccenda, o, più semplicemente, che i funzionari della «politica» vogliono saperne di più su di loro, sulle loro amicizie e spostamenti. Vuol dire anche che all’ottimismo di ieri mattina, quando nei corridoi già circolava la voce che gli attentatori fossero stati identificati, è subentrata la prudenza, e anche un po’ di nervosismo.

Di che gruppi sono questi fermati? In questura ci si trincera dietro il «doveroso riserbo», si dice che sono di vari gruppi estremisti, senza, precisare se sono aderenti a quella miriade di organizzazioni neo-fasciste che hanno fatto della violenza un’ideologia o se sono membri dei gruppi anarchici o «cinesi». Si generalizza: «Sono anarcoidi – ha detto un funzionario in mattinata. – Sono gente che agisce su ordinazione, senza avere neppure una precisa formazione politica».

Questo discorso è venuto fuori altre volte nel corso della giornata. Si parla con sempre maggior insistenza, sia pure senza scendere nei particolari, di «soldati di ventura», di personaggi senza una fede politica, ma pronti a tutto. Professionisti a pagamento? Gente che per i soldi farebbe qualsiasi cosa? Non lo si esclude.

I carabinieri, da parte loro, mandano avanti un’inchiesta parallela a quella della polizia. Ieri sera hanno fatto irruzione nella sezione dell’Unione comunisti italiani (marxisti leninisti) di via Prenestina. L’inspiegabile operazione (la polizia aveva già fermato, interrogato e quindi rilasciato numerosi aderenti al gruppo) è stata preceduta dalla «caccia», da parte di quattro uomini in borghese che solo successivamente si sono qualificati, a un giovane appena uscito dalla sezione il quale, fuggendo, ha dato l’allarme, credendo che si trattasse di un’aggressione fascista. Successivamente sono arrivati altri carabinieri – stavolta in divisa – numerose gazzelle e auto civili: la sede dell’Unione è stata circondata e i presenti sono stati identificati. Tutti gli uomini sono stati poi portati alla caserma di San Lorenzo in Lucina in stato di fermo: le ragazze e alcuni minorenni sono stati lasciati liberi. Fino a tarda notte dell’operazione non era stata fornita alcuna spiegazione ufficiale.

In questura sono tutti convinti che i responsabili degli attentati, se non sono tra i fermati, sono conosciuti e noti a qualcuno di questi. «Chi è stato sa di rischiare l’ergastolo – dicono – e non confesserà mai. Il suo nome ce lo deve dire qualcun altro». Ma siamo sempre ai discorsi a metà: niente di ufficiale.

Il questore, dottor Parlato, aveva annunciato una conferenza stampa per il tardo pomeriggio, ma dopo una lunga attesa i cronisti hanno dovuto accontentarsi di un colloquio – brevissimo – con il capo di gabinetto Frasca: «Tratteniamo ancora 23 persone – ha detto il funzionario – alcuni dei quali non romani. Tra di essi alcuni erano stati fermati subito dopo gli attentati e per essi la magistratura ha prorogato il periodo di fermo. Altri sono stati fermati oggi. In mezzo a questi ultimi – ha detto il dott. Frasca rispondendo a una precisa domanda – potrebbe esserci qualcuno che è già stato interrogato e che avevamo rilasciato. In questo caso è evidente che nuovi interrogatori e accertamenti li hanno riproposti alla nostra attenzione. Ma non posso dire di più».

Si era detto che tra i fermati si trovassero anche alcuni stranieri (tedeschi occidentali, greci, spagnoli) ed è stata posta una domanda su questo argomento al capo di gabinetto della questura: «Posso solo dire che tra i 23 che tratteniamo – ha risposto Frasca – ce ne sono alcuni nati e residenti fuori Roma».

E su questa parzialissima notizia si chiude il capitolo «informazioni ufficiali». Restano le inquietanti voci sui bombardieri a pagamento, su personaggi disposti a rischiare una strage per qualche migliaio di lire. Ma in mezzo a gente così – è una speranza – può anche esserci qualcuno disposto a venir meno al giuramento del silenzio pur di intascare i soldi della taglia decisa dal ministero dell’Interno. Gli interrogatori, quindi, continuano senza soste e ogni nome nuovo che esce fuori costringe a ricominciare tutto da capo, a fare confronti, a cercare altra gente. Un lavoro lungo e difficile ma che va assolutamente fatto, perché tutti i cittadini onesti chiedono solo che i responsabili degli attentati, di Roma come di Milano, vengano a restati e condannati severamente.

Una prova di questo clima sono le decine e decine di telefonate che arrivano al centralino della questura, con suggerimenti, ipotesi, qualche volta con fatti che possano tornare utili. La gente, questa volta, collabora, non ha paura di compromettersi. Lo sdegno per quello che è avvenuto è più forte della paura di quello che può ancora accadere.

Numerose sono anche le segnalazioni, per fortuna sempre infondate, di ritrovamenti di «misteriosi» ordigni. Gli artificieri sono dovuti correre in un istituto per minorati di via Vitellia, nel Banco di Sicilia in via del Corso e nella scuola di via Fonteiana 11, e in via Ludovisi 43.

La questura romana mantiene ovviamente stretti contatti con quella milanese. L’ipotesi che gli attentati nelle due città abbiano parecchi legami tra di loro, che siano, in breve, organizzati dallo stesso gruppo è sempre valida.

Il procuratore capo della Repubblica dottor De Andreis è rimasto riunito nel suo studio ieri mattina per due ore con il dottor Occorsio, che dirige le indagini sugli attentati a Roma. Occorsio, al termine del lungo colloquio ha iniziato una lunga serie di interrogatori ai funzionari e agli impiegati della Banca Nazionale del Lavoro. Chi ha posto la bomba nei sotterranei, è comune opinione, doveva conoscere bene gli ambienti della banca. In ogni caso pare strano che nessuno lo abbia notato.

Le indagini, naturalmente, non si limitano a Milano e a Roma. Esse si estendono in tutte le province. Anche in quella di Roma la polizia ha continuato ieri e stamani a perquisire sedi di gruppi politici estremisti e a interrogare persone che in qual che modo si ritiene abbiano a che fare con il tritolo

Una trentina di fascisti hanno tentato ieri sera di invadere e assaltare la sezione del PCI del Tufello, in via Capraia. La pronta reazione dei presenti li ha costretti a una delle solite ingloriose fughe. La polizia, alla quale il fatto è stato denunciato, non ha ancora identificato i responsabili.

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Una nuova pista?

Cinque giovani (due ustionati) da un medico venerdì sera

Cinque giovani, due dei quali ustionati e uno con una scheggia di ferro nel petto, si sarebbero presentati venerdì sera, a poche ore dagli attentati, da un medico, che sarebbe riuscito a farsi dire solo i loro cognomi. Il professionista, trincerandosi dietro l’anonimato, si è deciso ieri a telefonare ad alcuni giornali, tra i quali «Paese Sera», fornendo anche i nomi dei cinque. La squadra politica sta ora svolgendo indagini, pur senza dare molto credito alla denuncia. I cinque, secondo la telefonata anonima, avrebbero minacciato il medico di rappresaglie se avesse denunciato il fatto.

 

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