1969 12 16 Paese Sera – Scatenata la stampa di destra contro l’«Observer». Il settimanale ha collegato l’attuale crisi alla «strategia della tensione» del Presidente Saragat

1969 12 16 Paese Sera - Scatenata la stampa di destra contro l'«Observer»

  Per una inchiesta sulla situazione politica italiana

Scatenata la stampa di destra contro l’«Observer»

Il settimanale ha collegato l’attuale crisi alla «strategia della tensione» del Presidente Saragat – Passo dell’ambasciatore Manzini al Foreign Office

 

Il caso dell’ «Observer», la rivista inglese che ha attribuito al presidente Saragat una «strategia della tensione», e cioè la volontà di creare una atmosfera propizia al ritorno dei socialdemocratici al governo e soprattutto destinata a impedire l’ingresso dei comunisti nella maggioranza, è passato nel giro di poche ore da oggetto di una furiosa polemica di stampa a tema di un colloquio, niente affatto virulento, come vedremo, del nostro ambasciatore a Londra col segretario permanente del Foreing Office, in assenza del titolare Stewart.

Per dirla in modo più incisivo, l’inchiesta denunciava senza mezzi termini, nella «strategia della tensione» del presidente Saragat, la causa principale di un clima politico in cui l’estrema destra si è sentita incoraggiata a passare all’offensiva, anche con gli attentati terroristici di Milano e di Roma. La replica della stampa nazionale è varia di tono e di argomenti, anche se tende a respingere l’analisi dell’«Observer», definita una pesante e inammissibile interferenza. La reazione più esagitata e, nello stesso tempo, allarmata è naturalmente, come vedremo, quella della stampa di destra, che chiama direttamente in causa le responsabilità politiche e, diciamo, penali dei giornalisti inglesi, e si lagna – a dire il vero con scarsi titoli – della rinuncia al fair play.

Motivi sottili

«Fu in luglio – così spiega l’Observer la “strategia della tensione” – che Saragat provocò la scissione dei socialisti italiani. La famosa coalizione di centro-sinistra cadde, lasciando Mariano Rumor e i democristiani soli in un governo di minoranza e portando alla tempesta delle rivendicazioni salariali dell’autunno caldo. I motivi di Saragat per creare la scissione erano evidentemente sottili. Egli stava cercando, più che di influenzare i socialisti, di spostare i democristiani verso la destra. Il calcolo era che il governo di Rumor sarebbe caduto a causa delle agitazioni nel settore dell’industria, che elezioni di emergenza si sarebbero tenute nel nuovo anno e che la paura del comunismo avrebbe spazzato via, alle elezioni, la forte corrente di sinistra dei democratici cristiani. Questo avrebbe eliminato la possibilità di una coalizione coi comunisti. Ma la predizione non si è avverata. Coloro che l’hanno fatta hanno sottovalutato la cautela dei comunisti. Ben lontani dall’incoraggiare il caos, i comunisti italiani sono emersi come il “partito dell’ordine”.

«Le grandi richieste salariali sono state quasi tutte negoziate pacificamente. La marcia dei metalmeccanici su Roma si è svolta tranquillamente come la processione della Pentecoste a Manchester; il gruppo rivoluzionario del Manifesto, che apparteneva alla sinistra del Partito, è stato radiato».

Questa analisi, come si diceva, ha suscitato nella destra italiana una furiosa reazione: per una parte di essa, non solo e non tanto per le accuse rivolte a un «grande disegno» socialdemocratico, ma anche e soprattutto per il giudizio espresso a proposito della «cautela» e del senso di responsabilità (e in definitiva del successo) della sinistra italiana.

«La Nazione» di Firenze, ad esempio, in un commento del suo direttore Enrico Mattei, così ritiene di riassumere, in termini irritatissimi e sbrigativi, il ragionamento dell’«Observer»: «Saragat aspira a battere i comunisti per conquistarsi l’aureola del De Gaulle italiano; per questo ha bisogno di mettere a soqquadro il Paese; a tal fine ordina ai socialdemocratici di spezzare il partito socialista, provoca la caduta del governo, spinge i sindacati alle lotte sindacali dell’autunno caldo. Purtroppo, però, quei democraticoni dei comunisti vigilano sulle fortune d’Italia, spengono uno dopo l’altro tutti i focolai accesi nel Paese da Saragat e dai suoi fidati collaboratori, riportano in Italia un clima di serenità. Il disegno sta così per fallire, occorre qualche cosa di nuovo per ricreare un clima di paura nel Paese: ecco, allora, la strage di Milano!». Il giornale aggiunge che in tal modo il presidente Saragat è stato i «trattato come un torbido avventuriero di tipo balcanico o sudamericano da quattro scalzacani del giornalismo britannico».

Una indiretta conferma della differenza qualitativa fra lotta politica e sindacale, da una parte, e disordini e attentati, dall’altra, viene dal «Corriere della sera», un giornale che non ha certo sostenuto le rivendicazioni dei metalmeccanici e degli altri lavoratori, e che non ha mancato di accusare la sinistra di servirsi delle agitazioni per i propri scopi. L’«Observer» aveva parlato di «scioperi, contestazioni, ammutinamenti della polizia, scontri di piazza culminati in delitti»; e il «Corriere della sera» ribatte: «Come accomunare la dialettica sindacale agli scontri di piazza e la contestazione al terrorismo dei dinamitardi?». E’ una giusta osservazione, che ci auguriamo possa influire, da domani, sull’atteggiamento del giornale milanese, quando affronta il problema degli ” estremisti “.

Perché in verità, chi accomuna tutti i giorni gli scioperi alla violenza, le rivendicazioni salariali al terrorismo, la «domanda politica» che si leva dalle fabbriche alla «volontà eversiva»? Chi, se non i giornali come «Il Corriere della sera» e tutto un arco dello schieramento  politico italiano?

Del resto l’«Umanità», organo del PSU, non manca di vantare, ieri sera, il proprio primato della denuncia, sia pure filtrata attraverso l’anticomunismo: «I socialisti democratici rimproverarono sempre alla tattica sindacale egemonizzata dai comunisti di fare proprio il contrario di quel che un sindacalista deve fare: creava una situazione di crisi e di paura, giovevole solo alla destra».

L’«Umanità», tuttavia, è punta sul vivo dall’analisi dell’«Observer», e in certo modo sconvolta dal fatto che sia stata proprio la stampa di un Paese laburista a elaborare, secondo le proprie convinzioni, una interpretazione così circostanziata e così grave. Ne risulta, perciò, un tono difensivo. Il giornale dichiara che Saragat non voleva la scissione e che l’ordine del giorno Nenni doveva impedirla (O lo si accetta – fu detto però allora da Ferri – o ce ne andremo): aggiunge che Saragat «non poteva temere allora un autunno caldo», e che «solo una situazione gravissima» potrebbe indurlo a sciogliere le Camere e a indire nuove elezioni. Sul finire dell’articolo, tuttavia, lo editorialista socialdemocratico perde sempre più la calma: «E’ cosa di dominio pubblico accertata e non controversa che la “superspia” sovietica Philby, dopo essere stata dimessa dal Foreign Office e prima di passare definitivamente a Mosca, trascorse i suoi ultimi mesi di doppio gioco nel Libano, come “corrispondente” dell’Observer». Santo cielo, siamo alla «lunga mano di Mosca», siamo all’appello per la vigilanza contro lo spionaggio nelle redazioni; e soprattutto siamo arrivati a una gaffe, certo involontaria, nei confronti del Foreign Office, dove Philby ha lavorato a lungo.

Uno stato d’animo così furibondo ha finito per investire la Inghilterra nel suo complesso. «Il Giornale d’Italia» scrive: «Sembra quasi che a Londra non ci perdonino di avere vinto la pace, dopo aver perso la guerra, e di avere raggiunto un livello di benessere economico offensivo della lunga e ancora non conclusa austerity».

Taluni inglesi – aggiunge il giornale – vorrebbero che l’Italia tornasse un Paese balcanico, e così ci vedono sempre «sull’orlo del baratro, nel quale, potendo, ci farebbero precipitare volentieri con qualche colpo alle spalle simile a quello dato ieri dall’ “Observer”». Dopo le allusioni allo spionaggio, ecco quelle alla «pugnalata alla schiena».

Anche «Il Resto del Carlino», pur collegato a una catena della stampa di destra, ma di solito un po’ più misurato, ha avuto uno scatto di nervi. «Sulla pelle degli altri», si intitola il commento del direttore, Domenico Bartoli: la pelle è quella di noi italiani, e il nostro sacrosanto dovere, d’accordo, è di non lasciarsi scuoiare. «Il Resto del Carlino». comunque, nel definire «una mescolanza di cecità e di cattiva informazione» l’analisi dell’«Observer», ha tuttavia una nota pertinente sul piano storico, quando ricorda «le illusioni dei conservatori inglesi sul fascismo e perfino sul nazismo». Quei conservatori si chiamavano, tra l’altro, Churchill e Chamberlain; e le loro illusioni furono a diverse tappe della storia, complicità. A parte l’infortunio per quanto riguarda l’analisi in discussione, non ci dispiacerebbe che la classe dirigente inglese avesse imparato a guardare con occhi diversi al pericolo fascista in Italia. Ma soprattutto non ci dispiacerebbe che certi ambienti italiani, oltre che memori delle ingiustizie inglesi quando fa comodo, fossero meno indulgenti verso gli assalti fascisti alle pubbliche libertà.

L’auspicio del «Popolo»

Le responsabilità dei conservatori britannici per quel che riguarda la nascita e la crescita del fascismo in Italia non preoccupano certo «Il Tempo». Il giornale, avvezzo a ben altre interferenze e a ben altri attacchi contro i valori della vita democratica italiana e del mondo di oggi, chiede anzitutto «misure amministrative», e cioè l’espulsione dei tre inviati dell’«Observer», e sollecita un passo presso il governo di Londra perché presenti le sue scuse. Avanza anche il sospetto che, dietro il «penoso grottesco», vi sia il disegno di favorire il PCI. La supposizione è un po’ azzardata. Vi è infatti qualche precedente in materia, sin dall’epoca del viaggio di Saragat e di Nenni, nella scorsa primavera in Gran Bretagna. Un’altra rivista inglese prospettò allora, come rimedio alla crisi italiana, l’ingresso del PCI nella maggioranza. Pensare a un lungo complotto di tutta la stampa britannica diventa davvero grottesco. Così come sarebbe penoso includere in tali manovre, a favore del PCI o di De Gaulle o di qualcun altro, le presunte rivelazioni su un disegno italiano (presidenziale, si insinuò allora) di creare un «asse» Roma-Londra contro la intransigenza francese.

Vi è da augurarsi che, nel frattempo, la polemica che abbiamo riferito il più fedelmente possibile si plachi, e che al fine prevalga il buon senso politico. E questo ci costringe a dire, al di là di ogni illazione che l’Italia ha bisogno di un sistema sociale giusto, di un governo efficiente e democratico, e di una classe dirigente che respinga la violenza fascista. Lo stesso «Popolo», che pur deplora l’accaduto, parlando di «grave scorrettezza», spera che nei prossimi giorni «anche i commentatori stranieri avranno occasione di più meditate annotazioni sia sugli episodi tragici, sia e soprattutto sul quadro politico, sociale ed economico del nostro Paese». L’auspicio va girato in primo luogo alla DC.

Il passo diplomatico

Ed eccoci, alla fine di questo doveroso panorama, al «passo diplomatico», molto meno solenne, certo, di quanto «Il Tempo» si attendeva. Come si è già detto, al Foreign Office il titolare Michael Stewart era assente. L’ambasciatore Manzini, allora, ha «attirato l’amichevole attenzione» di Sir Denis Greenhill, il segretario, sulle «diffamatorie illazioni» riguardanti Saragat. I circoli governativi inglesi, dal canto loro – informa l’«Ansa», in via non ufficiale – avevano già fatto presente di tenere in altissima stima il Capo dello Stato italiano, e avevano assicurato di giudicare «prive di qualsiasi fondamento» le «assurde insinuazioni». Sono stati quindi espressi «rammarico e  deplorazione».

La breve vicenda diplomatica non poteva concludersi altrimenti, dato che il governo di Londra non risponde, in regime di libertà di stampa, per quel che scrive l’«Observer» (come invece ritengono alcuni giornali italiani di destra e di centro) può soltanto riattestare la propria stima.

 

 

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