1969 12 17 Messaggero – A Milano la svolta decisiva nelle indagini di Giuseppe Columba

1969 12 17 Messaggero - A Milano la svolta decisiva nelle indagini di Giuseppe Columba

A Milano la svolta decisiva nelle indagini

di Giuseppe Columba

 

 

Il teste «chiave»

La chiave risolutiva l’ha fornita ai Carabinieri uno di quei tassisti che nella cupa mattinata di ieri avevano sospeso il lavoro per portare l’estremo omaggio alle vittime della strage. E’ stato proprio tra la folla silenziosa di piazza del Duomo che Cornelio Rolandi, 47 anni, padre di un ragazzo di 16, abitante a Corsico, un sobborgo di Milano, in via Copernico 1, si è avvicinato al colonnello dei Carabinieri, Favali, e gli ha parlato di quella «corsa» misteriosa. «Erano le 16 del venerdì – ha detto – quando ho preso a bordo un giovane magro, di media statura, dai capelli lunghi. E’ salito in piazza Beccaria e si è fatto accompagnare fino a via Santa Tecla, a poche decine di metri da piazza Fontana. Lì è sceso e mi ha detto di aspettarlo. L’ho visto allontanarsi verso la Banca dell’Agricoltura, portando con sé una borsa che sembrava pesante. E’ tornato dopo un paio di minuti e si è fatto accompagnare in via Albricci. Ha pagato seicento lire e si è allontanato in fretta. Solo adesso ho pensato che non aveva più la borsa».

Dal giorno della strage il tassista si portava dentro quel sospetto terribile. Aveva perso la pace, non sapeva trovare la forza di decidersi. Del suo turbamento, si è accorto ieri mattina un cliente, il prof. Paolucci, funzionario della pubblica amministrazione, che aveva preso il taxi del Rolandi per una corsa in città. La vettura procedeva a strattoni; l’autista era distratto, nervoso. «Cosa c’è, forse si sente male?». «No, mi lasci perdere, ho un peso che non riesco a togliermi». E poi, dopo un paio di battute, la storia di quella corsa, venerdì pomeriggio. Sbigottito, il Paolucci aveva esortato il tassista a presentarsi immediatamente alla Polizia. «Lei ha il dovere di rendere la sua testimonianza; può essere la soluzione di Questo terribile crimine».

Sceso dal taxi, per precauzione, il funzionario aveva preso il numero di targa. Più tardi ha telefonato alla polizia per raccontare quello che aveva saputo. Ma il tassista aveva già avvicinato l’ufficiale dei carabinieri ed aveva riferito la storia che doveva perdere Pietro Valpreda e gli altri anarchici del suo gruppo.

Era una testimonianza scottante. I Carabinieri hanno fatto ripetere la corsa al tassista, metro per metro, compresa la breve sosta in via Santa Tecla: il tassametro, alla fine segnava proprio seicento lire. Nel pomeriggio, con la descrizione sommaria del misterioso passeggero, i carabinieri hanno condotto il tassista in Questura. Sono bastate poche battute per capire che la descrizione si appaiava perfettamente a un giovane anarchico fermato la mattina al Palazzo di Giustizia, su richiesta della Questura romana e fatto procedere subito per la Capitale: Pietro Valpreda, il ballerino. Magro, dal volto angoloso e dai capelli lunghi, l’anarchico ha le movenze lievi di chi ha fatto della danza la sua professione, indossa abiti eccentrici, non passa inosservato. Da Roma, dove risiede da qualche tempo, lo avevano segnalato come uno dei «libertari» più attivi, sospetto di aver partecipato ad altri attentati, in collegamento con numerosi anarchici in Italia e all’estero. Sapevano che doveva presentarsi il lunedì mattina al giudice istruttore Amati, al palazzo di giustizia milanese, per deporre su un processo che lo vede imputato di reati commessi «a mezzo stampa» e di altre accuse. Nel suo «curriculum» si riscontrano un precedente per un’oscura storia per rapina, una rissa a Santa Maria in Trastevere, una denuncia per «offese a Capo di Stato straniero» e per diffusione di stampa clandestina. Era stato preso in un corridoio, all’uscita dall’ufficio del magistrato. L’avvocato che si era allontanato e che al ritorno non aveva più visto il suo cliente, aveva protestato, minacciava di sporgere una denuncia per sequestro di persona.

Quando gli hanno mostrato le fotografie segnaletiche dell’indiziato, il tassista non ha avuto dubbi: «E’ lui – ha detto – ne sono sicuro. Se me lo fate vedere sono certo che lo riconoscerò». Questa mattina, in aereo, Cornelio Rolandi (che si è guadagnato i 50 milioni di taglia) è partito per Roma con il capo dell’Ufficio Politico dott. Allegra e con il tenente dei Carabinieri Ciancio.

A Milano, intanto, la Polizia perquisiva la «500» del ballerino e l’abitazione di una zia che lo ospitava, la signora Rachele Torri, abitante in via Vincenzo Orsini 9, all’interno 5. Nella macchina, secondo notizie non ancora «ufficiali», sarebbero state trovate alcune formule chimiche per la fabbricazione di esplosivi e detonatori e un elenco con i nomi e gli indirizzi di molti anarchici italiani e stranieri. In casa della zia, documenti ancora più compromettenti: le cartine accuratamente disegnate con indirizzi e «spaccati» degli uffici del Credito Italiano su tutto il territorio nazionale e, per ciascuna di esse, la relativa cartina con le indicazioni topografiche.

Le prime notizie cominciavano a filtrare sin dalla mattina, in un susseguirsi incalzante di rivelazioni e di smentite. I giornali della sera uscivano con titoli clamorosi che annunciavano la conclusione dell’inchiesta mentre il questore (vincolato all’attesa del confronto a Roma) faceva leggere comunicati in cui si smentiva praticamente tutto.

Alle 16,30, il Corriere d’Informazione usciva con il titolo a nove colonne: «Gli autori della strage sono stati scoperti?». La Notte, più categorica, annunciava a tutta pagina: «Arrestati gli autori e i mandanti della strage».

Un’ora più tardi, il capo di gabinetto del questore leggeva ai giornalisti questo comunicato: «Come testé comunicato dalla Questura di Roma (si riferiva a una lunga smentita diramata attraverso l’ANSA – n.d.r.) le notizie secondo cui sarebbero stati catturati gli autori dei noti attentati sono prive di fondamento. Si conferma che sono tuttora in stato di fermo alcune persone sul conto delle quali non sono ancora conclusi gli accertamenti. Le indagini proseguono con il massimo impegno di tutte le forze di polizia».

Personalmente, poi, il questore smentiva che il Pinelli prima di saltare dalla finestra della Questura, avesse confessato. «Questo posso escluderlo. Non ha confessato. Se volete dire che il suicidio è un atto di autoaccusa, è un’altra cosa. E’ stata una nemesi, per la quale noi non abbiamo creato nessuna premessa». Sembra che il gesto suicida sia avvenuto subito dopo che uno dei sottufficiali gli aveva fatto il nome del Valpreda. «Il tuo amico Valpreda ha confessato – avrebbe detto il sottufficiale – che cosa aspetti a parlare?». Il Pinelli avrebbe mormorato: «Questa è la fine del movimento anarchico internazionale…» e prima che qualcuno avesse il tempo di intervenire, si è lanciato nel vuoto.

In questo clima drammatico, si presentava nella sala stampa della Questura, accompagnata dallo avvocato Mariani, la zia dell’anarchico sospettato della strage della banca. La signora Rachele Torri, di 66 anni, pensava di potere incontrare il nipote in Questura, non sapeva che era già stato trasportato a Roma.

Il riconoscimento

Mancava il tempo di trarre conclusioni dalle affermazioni della signora Torri, e da Roma era arrivata la notizia che il tassista aveva riconosciuto Pietro Valpreda come il passeggero di quel venerdì pomeriggio; dalla televisione, si annunciava la fine dell’incubo. Il Questore convocava i giornalisti per comunicarlo in forma ufficiale. «Le indagini – ha detto il dott. Guida – non sono ancora concluse. Stiamo passando al vaglio tutti gli appartenenti al gruppo anarchico del «Ponte della Ghisolfa», stiamo cercando eventuali relazioni tra questa organizzazione italiana ed altre analoghe, nel nostro Paese ed all’estero. Non escludiamo nemmeno che dietro gli esecutori vi siano dei mandanti. Li cerchiamo: non soltanto per la strage di Milano, ma anche per altri attentati».

E il Pinelli? Qual è la sua posizione nell’inchiesta? Si è ucciso per non tradire un compagno del suo gruppo, o perché si era reso conto di essere perduto? «E’ stato coerente con i suoi principii – ha detto il Questore – ; se fossi stato in lui avrei fatto la stessa cosa. Quando ha visto che la legge lo aveva preso, si è tolto la vita». Ma è stato lui, il frenatore della stazione Garibaldi, che la moglie e gli amici descrivono come un «puro» idealista, incapace di far male ad una mosca, che ha portato la bomba nella Banca Commerciale? «Non avevamo sospetti sul suo conto – ha detto ancora il Questore – volevamo soltanto controllare i suoi movimenti nelle ore cruciali della strage. E’ stato nel corso dell’interrogatorio che sono sorti i primi dubbi e poi, con il passare delle ore, i primi sospetti. Poi, anche i sospetti sono diventati indizi precisi, soprattutto quando l’alibi che ci aveva fornito è improvvisamente crollato ».

L’alibi del frenatore delle Ferrovie, padre di due bambine di otto e nove anni, anarchico «buono» con la barba e i capelli alla nazarena, doveva essere confermato da due amici di un bar sotto casa e dai camerieri del locale. Uno dei due amici lo ha confermato effettivamente, il proprietario del bar di via Preneste e suo figlio, l’hanno invece demolito.

Il Pinelli aveva detto alla polizia di avere dormito fino a tardi, la mattina del venerdì, perché era rientrato alle sei dal suo turno di lavoro. Verso le 15 era sceso al bar e vi era rimasto fino alle 17,30, le ore cruciali dell’attentato. «E’ vero – ha confermato Mario Magni, detto “Marietto”, abituale frequentatore del locale, pensionato di 55 anni – lo ricordo benissimo. Io ho abitudini di ferro, non posso sbagliare. Quel pomeriggio stavo giocando con un mio amico, il Mario, quando ho visto il Pinelli. Il giorno prima avevo perduto a carte, quel venerdì ho vinto, il sabato ho perduto ancora. Quando il Pinelli è entrato, saranno state le 15,30. Ci ha visti e ha detto: “Posso unirmi a voi? Oggi non lavoro e ho voglia di fare una partita”. Mi era simpatico, si è seduto ed abbiamo cominciato una mano a “scala quaranta”. Lui gioca alto fa rientri di cinquecento lire, ma abbiamo deciso di tenerci più giù; io sono un pensionato, non posso perdere tanti soldi. Abbiamo fatto tre “rientri”, lo ricordo bene: è andato via alle 17 circa ».

Il salto nel vuoto

Ma il proprietario del bar, Pietro Gavioli, 63 anni, e suo figlio Mario di 29, non erano d’accordo «No – hanno detto alla polizia – qui da noi è rimasto solo un minuto. E’ entrato alle 14,30, ha bevuto un caffè corretto, ha detto arrivederci ed è sparito».

Sembrava una situazione difficile, non certo disperata. Invece, durante una pausa dell’interrogatorio, il salto nel vuoto. Un attimo prima un sottufficiale gli aveva detto, ricorrendo al classico, antichissimo trucco di tutte le Questure: «Perché continui a tacere? Il tuo amico Valpreda ha parlato». E il Pinelli, sbiancato in volto, aveva mormorato: «Allora… l’anarchismo è finito». «Il suo scatto è stato rapidissimo – ha detto il Questore – nessuno dei sottufficiali presenti ha potuto fare un tentativo per bloccarlo. Più che ad un interrogatorio da verbalizzarsi, lo stavano sottoponendo ad un sacco di contestazioni». Valpreda e Pinelli, il gruppo anarchico del «Ponte della Ghisolfa», nomi che entrano nella pagina nera della storia italiana. Altri se ne aggiungeranno certamente prima che l’inchiesta sul vile attentato di Milano sia definitivamente conclusa.

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