1969 12 17 Messaggero – Chi è Chi è «il Cobra» di Fabrizio Zampa

1969 12 17 Messaggero - Chi è il Cobra di Fabrizio Zampa

Chi è «il Cobra»

di Fabrizio Zampa

 

Chi è Pietro Valpreda, l’uomo incriminato per il tragico attentato di Milano, colui che, a quanto risulta alla polizia milanese, ha lasciato sotto al tavolo ottagonale del salone della Banca dell’Agricoltura la valigetta imbottita di tritolo che ha seminato morte e sangue uccidendo 14 persone? Trentasei anni, bruno, stempiato, non molto alto, di salute malferma, ha vissuto per metà della sua vita ai margini del mondo dello spettacolo. Dicono che facesse il ballerino. Ma del ballerino Pietro Valpreda non aveva quasi nulla: né il fisico, piuttosto infelice, né l’abilità. Ballava, questo sì, e a Roma frequentava abbastanza spesso la scuola di ballo e la palestra della LABCI, Libera Associazione Ballerini e Coreografi Italiani, in via Monte Zebio 24, a due passi dal teatro delle Vittorie. Non fa parte dell’Associazione perché non è un ballerino professionista: non ha un diploma, non ha mai superato gli esami attitudinali richiesti dai vari settori dello spettacolo, dalla televisione ai balletti classici e così via. Quindi Pietro Valpreda lavorava nell’ambiente dello spettacolo un po’ qua e un po’ là, dove capitava: una «comparsata» in un film un paio di giorni come «figurante» o come generico in teatro o in televisione, qualche rara esibizione come ballerino, ma soltanto in scene di massa, quando non erano richieste una particolare abilità e una particolare prestanza fisica.

Quando non trovava da lavorare nello spettacolo, Pietro Valpreda fabbricava collane e altre chincaglierie hippy, roba fatta con perline colorate e pezzi di latta argentata, che vendeva in giro. Frequentava via del Babuino, i «baretti» dove si riuniscono gli sfaccendati o i disoccupati che riescono a tirare avanti arrangiandosi, rimediando ogni tanto dieci o ventimila lire per girare una scena di massa in un film western.

Nato il 29 agosto del 1933 a Milano, dove vive con la madre in via Vincenzo Orsini 5, Pietro Valpreda cominciò a lavorare nel 1948 nell’avanspettacolo, ballando per poche migliaia di lire al giorno sui polverosi palcoscenici dei cinema -varietà. La solita routine: viaggi in seconda classe, pensioncine buie e sporche, cene a base di caffellatte. Poi le cose si misero un po’ meglio. Compagnie di rivista meno squallide, palcoscenici meno polverosi: un periodo nella balera milanese di Bruno Dossena, addirittura scritture con Carlo Dapporto e Walter Chiari. Ma durò poco. Tre anni fa Valpreda cominciò a sentirsi male. Dolori allo stomaco, continui, insistenti, acuti. Fu un brutto periodo, al termine del quale venne ricoverato in ospedale e operato, nel 1967, per un tumore. Quindi la convalescenza, l’inattività forzata, nemmeno la possibilità di vestirsi da cow-boy e di farsi prendere a pugni da Ringo per qualche biglietto da mille. Circa un anno fa Pietro Valpreda ricominciò a lavorare.

La notizia dell’arresto e della incriminazione di Valpreda è arrivata al teatro Delle Vittorie ieri nel tardo pomeriggio, mentre il balletto di Canzonissima era impegnato nelle prove. La voce si è sparsa in un attimo e ha lasciato tutti sbigottiti. «Non riesco a credere – diceva una ballerina – che uno che fa il nostro lavoro possa essere un assassino». I

«Era un tipo chiuso, riservato, sempre triste – diceva un ballerino. – Non parlava mai di sé, era sempre senza una lira. Qualche volta gli abbiamo anche pagato il pranzo alla mensa di via Teulada. Ma ci è sempre sembrato una persona normale. Un introverso, sì, ma non un pazzo.

Nessuno, negli ambienti dello spettacolo, sapeva delle sue idee o tendenze politiche. «Non gli abbiamo mai sentito dire nulla in proposito – dicono i ballerini di Canzonissima. – Non un commento, un accenno, una proposta a qualcuno di noi. Di politica sembrava non se ne interessasse proprio». L’unico dubbio riguarda un’amicizia di Pietro Valpreda per una ragazza tedesca. Si chiama Daniela B., fa la ballerina e vive a Roma. Maoista, dicono di lei: aveva sempre la borsetta piena di giornali e di manifestini filocinesi e ostentava la sua posizione estremista davanti a tutti. Una volta era andata a lavorare a Palermo con un gruppo di ballerini ed era stata fermata dalla polizia. Anche gli altri, che la conoscevano appena, erano stati interrogati solo perché erano con lei. Pietro Valpreda e Daniela B. erano in contatto, a quanto pare. Giorni fa lei l’aveva cercato a lungo pregando i conoscenti comuni di farla chiamare al più presto. Lui le aveva telefonato. Giovedì scorso, l’11 dicembre. Valpreda era stato visto a Roma. Aveva detto di essere in partenza per Milano, una vacanza per andare a trovare la madre. Aveva anche telefonato a casa, preannunciando il suo arrivo come un qualsiasi bravo ragazzo che va a riabbracciare la mamma.

Pietro Valpreda, nonostante la sua sfortunata carriera nel mondo dello spettacolo, non era poi un cattivo attore. E’ riuscito infatti a nascondere a tutti coloro che erano in contatto con lui per motivi di lavoro le sue vere attività. Si era creato una faccia innocente, aveva convinto tutti di essere una vittima della sorte e dell’incomprensione, un povero diavolo che cercava di sbarcare il lunario alla meglio. Invece ne aveva fatte di tutti i colori: una rapina quando aveva diciotto anni, condannato a 4 anni di carcere, una rissa in Trastevere insieme con un gruppo di capelloni, manifestazioni di protesta a non finire, tra cui uno sciopero della fame davanti al Palazzo di Giustizia in occasione dell’arresto degli anarchici milanesi accusati del recente attentato alla Fiera. Era stato anche denunciato, come appartenente a un gruppo «iconoclasta», per offese al Papa, a Milano. A Roma viveva nella pensione «Estella» in via Giolitti, insieme con l’amante, una ex ballerina dello Jovinelli. Si occupava di politica da un bel pezzo: prima comunista, poi hippy, infine anarchico.

Oltre alle collane hippy Valpreda fabbricava anche lampade elettriche, che chiamava «Liberty Tiffany», insieme con Ivo Della Savia, fratello di Pietro Della Savia, l’anarchico incarcerato perché ritenuto responsabile degli attentati alla Fiera di Milano e al palazzo del Senato di Roma. Un’amicizia alla quale nessuno aveva fatto caso, ma che si incastra perfettamente nel mosaico che ora, pian piano, si sta ricostruendo. Solo dopo il suo fermo Pietro Valpreda ha cominciato a scoprire le sue carte dichiarandosi anarchico individualista. Prima nessuno lo sospettava di essere qualcosa di più di un pessimo ballerino o di una comparsa da quattro soldi. Ma adesso tanti piccoli particolari assumono un valore ben diverso. Come, tanto per fare un esempio, il fatto che proprio in occasione di uno dei suoi rari ingaggi in televisione fosse stata trovata al quarto piano del palazzo della RAI una bomba fortunatamente inesplosa. Adesso il quadro si va chiarendo, la figura di Pietro Valpreda si va delineando con sempre maggiore precisione: il ballerino fallito scompare lentamente, sostituito dall’immagine di un uomo che, ben consapevole di quello che stava facendo, è entrato nella Banca dell’Agricoltura di Milano, ha sistemato con noncuranza la valigetta piena di tritolo sotto al tavolo ed è uscito tranquillamente, forse senza nemmeno pensare che di lì a pochi istanti sarebbero morte quattordici persone. L’immagine di un criminale, di una belva umana.

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