1969 12 17 Messaggero – I vicini di casa affermano: sembravano persone tranquille. Giuseppe Pinelli e Pietro Valpreda gli anarchici dinamitardi di Massimo Zamorani

1969 12 17 Messaggero - I vicini di casa affermano B

Giuseppe Pinelli e Pietro Valpreda gli anarchici dinamitardi

I vicini di casa affermano: sembravano persone tranquille

di Massimo Zamorani

 

Milano, 16 dicembre – Da dietro la porta chiusa del secondo piano, scala A, di via Preneste 2, provengono miagolii lamentosi. Il padrone di casa, lo anarchico Giuseppe Pinelli, è morto da neppure dodici ore. La moglie, Licia Rognini, con le figlie Claudia e Silvia di otto e sette anni, sono partite questa mattina, prima che spuntasse il sole. Non si sa quando torneranno. E’ rimasto solo il gatto, dimenticato nella fretta e nella disperazione.

Via Preneste 2 è un complesso di casamenti popolari, abitati da operai e impiegati d’ordine. Sulle scale, strette e scure, dove l’intonaco si stacca a pezzi, capita sovente di porre il piede sugli escrementi lasciati dagli animali domestici. In cortile, quando non c’è scuola, i bambini passano il tempo negli eterni giochi, bellissimi e semplici, che si tramandano da una generazione all’altra. La morte ha bussato ieri notte, alla una, alla porta di casa Pinelli. Quando la signora Licia ha aperto non sapeva ancora che il marito stava agonizzando, dopo essersi lanciato dalla finestra del quarto piano della Questura.

Giuseppe Pinelli, ferroviere di 41 anni, sposato da 15, abitava prima al numero 4 della medesima via. Occupava un appartamento ben noto alla Polizia, poiché lo inquilino che lo aveva preceduto era nientemeno che «Nando il terrone», pilastro della famigerata banda di via Osoppo. Lasciò libero l’alloggio per trasferirsi in galera e subentrò Pinelli. Vi abitò quattro anni. La portinaia non ha dubbi. «Posso solo dire – afferma – ch’era una degna persona». La signora Bice Di Bello, ex vicina, ha avuto modo di compiere accurate osservazioni sul comportamento dei Pinelli. «Lui lo si capiva subito che non era normale assicura – era sempre malvestito, trascurato e aveva la faccia di uno ch’è stato in manicomio. Ecco: aveva una faccia spiritata». Alto circa un metro e settatanta, capelli scuri, lunghi ma non eccessivamente, barba «alla Gesù Cristo», espressione tetra, niente saluti ai vicini; mancia alla portinaia a Natale; possessore di un televisore e di una motoretta. Giuseppe Pinelli non era molto
simpatico ai vicini, perché non
parlava, ma nessuno aveva dubbi
sulla sua condotta.

Da circa un anno e mezzo si era trasferito nel cortile accanto, al numero due. La portiera della nuova casa, signora Colombo, e i vicini non hanno nulla a ridire a proposito dei Pinelli. La signora Farinati, che abita uscio ad uscio, assicura che si trattava di gente tranquilla. Lui era scostante e tetro. Lei, e su questo sono pure d’accordo, è una donna carina, gentile, affabile con tutti, ordinata, madre esemplare: tiene le due bambine sempre in ordine. Curioso contrasto.

Al disordine di Giuseppe corrisponde il lindore di Licia. «Diceva, si e no, buongiorno e buona sera» — spiega la signora Coluccia, del pian terreno della scala B – ma la moglie Licia era un tesoro, sorridente e affabile con tutti». «E poi lavoratrice – aggiunge la signora Bettonica – lavorava tutta la notte a battere a macchina».

Infatti Licia Rognini in Pinelli era impiegata, poi, una volta sposata, aiutava validamente il bilancio familiare scrivendo a macchina le tesi di laurea degli studenti dell’Università cattolica. Sul tavolo di casa Pinelli, in due file ordinatamente distinte, si ammucchiavano le cartelle dei futuri letterati e filosofi della «Cattolica» e i fascicoli anarchici che quotidianamente il portalettere recapitava in via Preneste 2. Le due portinaie sono concordi: nessuno, nelle due unità d’abitazione, ha mai ricevuto tanta carta stampata quanta ne arrivava al Pinelli. Giornali, fascicoli, libri. Di che roba si trattava? Chi può saperlo? In genere erano avvolti in carta, o chiusi in buste e sacchetti. Poi nessuna delle due portinaie ha mai avuto tanto tempo a disposizione da dedicare alla lettura.

Amici capelloni

«Ogni tanto arrivava in compagnia di qualche capellone appuzzonato» riferisce la signora Bice Di Bello, che è pugliese di nascita – ma non si può dire che in casa di Pinelli ci fosse un grande andirivieni. Questa mattina, quando abbiamo saputo dalla radio la sua storia, siamo rimasti tutti di sasso. Non aveva mai parlato a nessuno di politica, andava e veniva ingrugnato e silenzioso». «Quando ho sentito – dice la signora Farinati, veneta (quella che abita porta a porta) – del suicidio e della bomba ho pensato che la prima a cacciarlo, se avesse saputo che la bomba l’aveva lanciata lui, alla Banca dell’Agricoltura, sarebbe stata la moglie».

Pinelli tornava a casa a tutte le ore, anche per via del lavoro e dei turni in ferrovia. Quando arrivava a notte tarda, dormiva fin tardi al mattino e quindi racconta la portinaia – aiutava la moglie: andava a far la spesa al mercato e tornava con le cassette di verdura legate sul seggiolino posteriore della motoretta. «Non raramente, quando era libero dal lavoro – riferisce la signora Di Bello – portava fuori le bambine, tutte due graziose e assai bene educate, tenendole per mano, una da una pare e una dall’altra».

Giuseppe Pinelli, l’uomo che si radunava a sera nella sede dei gruppi anarchici, di mattina andava a comprar verdura per la moglie e nei pomeriggi liberi portava le figliolette ai giardinetti. Lui torvo e trasandato, lei, la moglie, carina allegra e sempre in ordine. Ma andavano d’accordo: dopo quindici anni di matrimonio tutto pareva procedesse liscio. Tanto liscio che la moglie non si attendeva nulla di spiacevole. Proprio nel pomeriggio di ieri aveva ordinato al fruttivendolo di procurarle un albero di Natale, non grande ma nemmeno piccolo, da mettere nel tinello dell’anarchico che già da tre giorni era trattenuto in questura. Lei era andata a trovarlo, aveva potuto parlargli, pareva non ci fosse nulla di grave. Lui l’aveva rassicurata: «Mi trattano bene, sta tranquilla» le aveva detto.

Poi, nella notte, il guizzo improvviso. Ha infilato la finestra (che avevano socchiuso per dar aria all’ambiente intossicato dal fumo di tante sigarette) quasi di tuffo. Era mezzanotte. Il corpo dell’anarchico è rimasto impigliato nell’albero senza foglie che sta nella aiuola della questura, prima di finire sul terreno. Poi due ore di agonia. Infine la rapida comunicazione alla moglie, che è andata ad aprire la porta di casa con gli occhi gonfi di sonno. Dal sonno al terrore, alla disperazione, non è passato che un istante. Infine la fuga, di prima mattina; non ci sarà Natale per Claudia e Silvia Pinelli.

Anche Pietro Valpreda – pare una regola fissa, a proposito degli anarchici – aveva una doppia vita. Nipote affettuoso per la gente, ideologia sovvertitrice chiusa in sé. Anche Valpreda, come Pinelli, non parlava, non dava confidenza a nessuno, non legava, pareva avesse paura che qualcosa potesse uscirgli da dentro.

Trentaquattrenne, ballerino professionista, Valpreda era stato vittima di un infortunio particolarmente duro per chi esercita la sua attività. Gravi disturbi di carattere circolatorio (morbo di Burger) lo avevano costretto a sottoporsi a un complesso ciclo di interventi chirurgici. In un primo tempo sembrava che nessuna possibilità potesse più esserci, per lui, di tornare a ballare sui palcoscenici. Poi, a poco per volta, aveva potuto tornare in teatro. Vagabondo per necessità di lavoro e, ora che si sa anche della sua attività politica, forse anche per prudenza, Pietro Valpreda aveva un porto al quale andava, periodicamente, ad ormeggiarsi: la casa della sua pro-zia (sorella della nonna materna) Rachele Torri, in via Vincenzo Orsini 9-5

La ricompensa

Durante la convalescenza, dopo gli interventi chirurgici subiti, il ballerino ha trascorso un lungo periodo in casa della congiunta, che lo ha assistito come una madre. La signorina Torri fa la guardarobiera in una casa privata ma lavora solamente al mattino.

Poi, una volta ben fermo sulle gambe, Valpreda (il suo cognome, insieme a quello della zia figura nella targhetta affissa all’uscio del secondo piano dello stabile) ha ricominciato il suo andare e venire. Dai primi di settembre, tuttavia, non era più tornato. E’ ricomparso – ricorda la portinaia signora Panini, ferrarese – proprio nella mattinata del venerdì 12. E’ passato in fretta davanti alla guardiola; la portiera, levando, per un istante gli occhi, l’ha – però – riconosciuto. «Non era difficile – spiega – perché Pietro Valpreda vestiva in maniera un po’ strana: calzoni stretti, camicie bizzarre, fazzoletti e medaglioni al collo. Poi, nel pomeriggio, è uscito e non l’ho più rivisto».

Valpreda non dava confidenza a nessuno. Anche per lui – dicono i vicini – tutto si riduceva a un «buongiorno o buonasera». Andava a comprare i giornali ma non indugiava a parlare con il giornalaio. Si fermava un istante al bar ma ne usciva rapidamente. Neppure si è mai commosso davanti alla grazia della figliola della portinaia, cassiera di un calzaturificio in piazza Duomo. Qualche volta incontrava la ragazza alla fermata del tram, la salutava seccamente, faceva il viaggio sullo stesso mezzo senza rivolgerle la parola. La ragazza era la prima a stupirsi della freddezza del giovane.

Aveva una «500» chiara. La parcheggiava davanti alla casa della zia, scendeva agitando la chioma fluente, varcava il portone a testa bassa e lunghi passi. Ma con la zia dicono i vicini – era affettuoso e caro e la donna non vedeva che con gli occhi suoi.

Ieri nel pomeriggio, agenti di polizia in borghese sono andati a cercare l’anziana signora Torri. Sono saliti nell’appartamento e ne sono discesi dopo un paio d’ore.

Chi sono gli anarchici oggi ritornati sanguinosamente alla ribalta? A quanto risulta ben poco essi hanno a che fare con l’anarchia classica, con le congiure di settant’anni or sono. Le sette che si definiscono anarchiche non costituiscono che un settore dell’estremismo di sinistra, di nascita recente. E’ un orizzonte assai vasto – assicura chi studia questi fenomeni sociali – ma la sua popolazione è poco numerosa. A Milano non vi sono più di mille persone ma il loro dinamismo è tale che la geografia politica del settore cambia completamente nel volgere di un trimestre. Sono gli stessi uomini che si riuniscono in gruppi nuovi, si ridividono, si espellono a vicenda, si separano, tornano ad unirsi. Chi cerca di raccapersarsi va incontro, oltre a tutto, a strepitose sorprese: come scoprire che si radunano in un locale il cui affitto è pagato da un autorevole membro di organizzazioni cattoliche e il proprietario è un eminente medico, apprezzato animatore dei più distinti salotti mondani.

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