1969 12 18 Messaggero – Altri 5 giovani sono stati fermati a Roma

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Si cercano gli altri

Altri 5 giovani sono stati fermati a Roma

 

Dopo l’arresto di Pietro Valpreda le indagini romane continuano a ritmo spedito. Altri cinque giovani appartenenti ai circoli anarchici Bakunin e XXII Marzo sono stati fermati dall’Ufficio Politico della Questura romana. Le persone in stato di fermo, tutte tra i 17 e i 25 anni, sono complessivamente tredici e tra esse, come già noto, si trova anche una donna, una giovane tedesca amica dell’ex ballerino accusato di strage. Presso i compagni era nota come «Maria Dutschke». Il soprannome le era stato dato in quanto la ragazza affermava di essere stata sulle barricate studentesche con Rudolph Dutschke, detto anche «Rudi il rosso», il leader della contestazione in Germania.

Il suo nome vero è Elga Borth. Dopo il suo ingresso in Italia compì un clamoroso atto di protesta contro le frontiere: stracciò il passaporto e annunciò che sarebbe vissuta senza più usare il suo nome. Quando fu fermata dichiarò infatti di chiamarsi Elke Strauss e di essere in attesa di un figlio, ma successivamente smentì tutto.

La straniera, che ad Amburgo faceva la parrucchiera, era entrata in Italia clandestinamente e frequentava un’abitazione in piazza S. Maria in Trastevere dove si riunivano diversi anarchici e che veniva chiamata «La Comune». Degli altri fermati si conosce solo qualche nome. Tra essi è un giovane, Antonio Cecchini, figlio del direttore del democristiano giornale di Brescia. Il padre è una rispettabilissima persona, come del resto i familiari dei giovanissimi anarchici implicati in questa mostruosa vicenda.

Altro fermato e sospettato è Mario Merlino, di 25 anni, uno dei fondatori del Movimento «22 Marzo». Il Merlino dopo aver fondato un movimento estremista al quale dette il nome di «Avanguardia Nazionale» nel 1968 viaggiò a lungo in Europa e al suo ritorno si schierò con i gruppi di neo-anarchici romani.

Tra gli altri fermati figurerebbero: Antonio Serventi, Emilio Bagnoli, Angelo Fascetti e Umberto Maccoratti, che sono a disposizione della Polizia, mentre a disposizione del magistrato nelle carceri di Regina Coeli si trovano Angelo Casile e Giovanni Arcò. Si tratta, come si è detto, di giovani tra i 17 e 25 anni.

Altri fermi vengono attesi di ora in ora poiché gli investigatori sono riusciti ad identificare quasi tutti gli appartenenti all’organizzazione terroristica ritenuta responsabile degli scellerati attentati di Milano e di Roma. I fermati sono stati sottoposti anche ieri ad interrogatori e a confronti nel carcere di Regina Coeli e i risultati delle indagini sono stati trasmessi al magistrato il quale dovrà ricostruire il complicato mosaico e vagliare le singole e diverse responsabilità.

Dall’indiscrezioni filtrate attraverso il riserbo che circonda l’opera degli investigatori a causa nel segreto istruttorio si è appreso che mentre il Valpreda viene ritenuto l’esecutore materiale dell’attentato alla Banca dell’Agricoltura a Milano, si è propensi a credere che Giuseppe Pinelli, l’anarchico che si è ucciso gettandosi dalla finestra della Questura, avretebbe invece collocato l’ordigno rinvenuto inesploso alla Banca Commerciale, sempre nella capitale lombarda. Roberto Mander, il giovanissimo figlio del noto musicista, è sospettato di aver compiuto uno dei due atti terroristici sull’Altare della Patria Gli attentatori a Roma sarebbero stati tre. Per la seconda bomba sul Vittoriano si sospetta un altro giovane, mentre per l’esplosione nell’interno della Banca del Lavoro in via San Basilio, è indiziato fortemente il figlio di un funzionario dello stesso istituto di credito, anch’egli tra i fermati.

L’Ufficio politico della Questura ritiene che gli atti terroristici siano stati concepiti e preparati almeno venti giorni prima della loro attuazione. La «centrale operativa» secondo gli investigatori, era indubbiamente a Roma, e i collegamenti con altri Paesi esteri di cui si è parlato sembra fossero soltanto di natura ideologica. Gli ordigni sono stati certamente confezionati nella capitale ma l’esplosivo impiegato è stato forse fatto venire da altre località.

Anche Pietro Valpreda è stato nuovamente interrogato in carcere ieri, dal magistrato. L’ex ballerino è in una cella di isolamento a Regina Coeli sotto stretta sorveglianza e guardato a vista. Da quando è in cella non ha scambiato neppure una parola con gli agenti di guardia. «Sembra muto – ha detto ieri uno dei guardiani – non ha chiesto neppure un bicchiere d’acqua o una sigaretta!».

Il suo ingresso a Regina Coeli è stato accolto con un silenzio agghiacciante da parte della massa dei detenuti che, come sempre avviene, erano stati subito informati dalla solita misteriosa «radio carcere» del nuovo importante arrivo. A Regina Coeli c’è ovviamente un campionario di umanità che non guarda troppo per il sottile, ma la gravità dell’accusa elevata al nuovo prigioniero è tale per cui sembra che nessuno se la sia sentita di esprimere né un gesto né una parola di solidarietà. E’ stata disposta una speciale sorveglianza sul Valpreda anche per evitare che possa essere oggetto di qualche azione violenta da parte degli stessi compagni di prigione. Pietro Valpreda è apparso molto agitato. «Sono innocente!», avrebbe mormorato più volte a voce bassa, come a se stesso, e poi ripeteva: «L’anarchia è finita! L’anarchia è finita!».

I neo-anarchici romani si sono mostrati piuttosto stupiti per la incriminazione del «cobra». «Se è stato lui, ha detto qualcuno di essi, l’unica spiegazione possibili è che avrà calcolato male il tempo per l’esplosione. Probabilmente aveva progettato di far esplodere la cassetta dopo la chiusura della banca!». Va ricordato tuttavia che l’ordigno non era ad orologeria, ma a miccia e questa riserva dei «compagni» non può essere accolta.

Sui trascorsi politici dell’anarchico vengono affiorando elementi sempre più conturbanti. Era un estremista di sinistra, definito di estrazione comunista. In effetti le sue attività clamorose sono state sempre pubblicizzate con simpatia dalla stampa del PCI; da ultimo quello sciopero della fame davanti al Palazzo di Giustizia di Roma per protestare contro l’arresto dei «compagni» imprigionati per l’attentato dinamitardo alla Fiera di Milano.

Il «cobra» stampò qualche tempo fa un giornale, «Terra e libertà», diffuso clandestinamente a Milano, nella cui prima pagina a caratteri di scatola figuravano i seguenti titoli: «A fuoco il Vaticano! Petrolio alla Chiesa!» «Il Papa alla ghigliottina!». Il giornale si autodefiniva organo del gruppo «anarchico iconoclasta». In altri scritti erano contenuti offensivi apprezzamenti nei confronti del Capo dello Stato e la pubblicazione procurò al Valpreda una denuncia per vilipendio alla religione, offese al Papa e offese al Presidente della Repubblica.

L’esordio del «cobra» come anarchico militante, dopo esperienze comuniste e beat, avvenne nel congresso internazionale delle federazioni anarchiche svoltosi nell’agosto scorso a Carrara. Vi partecipò anche Cohn Bendit e fu l’assise della contestazione alle federazioni anarchiche tradizionali.

Cohn Bendit, sulla base delle esperienze francesi, sostenne una nuova strategia: gli anarchici dovevano inserirsi massicciamente nelle lotte sociali degli studenti e degli operai e con le loro iniziative dovevano portare tali lotte alla esasperazione, come era avvenuto in Francia dove i libertari, partecipando ai movimenti studenteschi, avevano dato l’avvio alle barricate con l’occupazione dell’Università di Nanterre, guidata da Cohn Bendit ed erano stati poi i principali animatori dei moti di maggio a Parigi.

Pietro Valpreda aveva aderito fino ad allora alla FAGI, la federazione anarchica giovanile italiana. Egli nel suo intervento al congresso annunciò la sua uscita dalla FAGI, accusandola di essere «uno strumento della Federazione Anarchica Italiana (FAI), settaria e burocratizzata». In un altro congresso anarchico svoltosi a Milano il 13 aprile scorso rese nota la sua adesione al gruppo «22 Marzo», costituitosi a Roma all’inizio dell’anno per portare avanti in Italia la strategia di Cohn Bendit (il 22 marzo 1968 Cohn Bendit aveva occupato la Università di Nanterre).

Sempre all’inizio dell’anno un altro gruppo di anarchici aveva costituito a Roma il «Circolo Bakunin»: anch’esso sosteneva la strategia dell’inserimento anarchico nelle lotte sociali, ma riteneva che il padre di questa strategia non fosse il giovane libertario francese, ma il grande rivoluzionario russo Michele Bakunin (da qui il nome del circolo).

Le tesi dei «neoanarchici», come venivano chiamati i seguaci di Bendit, ebbero il sopravvento in tutta l’Italia. Gli anarchici rimasti fedeli alla FAI erano ancora convinti assertori della teoria che l’anarchico è un predicatore di giustizia e compie gli atti di protesta per una scelta individuale, fuori da ogni organizzazione di massa della rivolta. I seguaci della FAI si erano sempre astenuti dalla partecipazione organizzata a manifestazioni sindacali, politiche e studentesche, ma, dopo il congresso di Carrara, gli anarchici tradizionalisti rimasero isolati: in quasi tutte le manifestazioni di protesta per vertenze sindacali, per la scuola e per fatti politici comparvero le bandiere rosse e nere dei «neo-anarchici», seguaci della linea di Cohn Bendit. A Roma essi furono tra i protagonisti nell’inverno scorso dell’occupazione della Università e delle dimostrazioni antiamericane per il Vietnam.

Trasferitosi a Roma dopo il congresso anarchico di Milano, il Valpreda fu uno dei principali animatori della partecipazione dei gruppi «22 marzo» e «Bakunin» alle manifestazioni degli studenti e degli operai.

Si apprende intanto che i due studenti universitari abruzzesi, i quali erano stati interrogati dalla Questura di Roma, sono risultati estranei agli episodi dinamitardi.

 

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