1969 12 18 Messaggero – Il Questore di Milano: «Presto la conclusione» di Giuseppe Columba

1969 12 18 Messaggero - Milano di Giuseppe Columba

Si cercano gli altri

Il Questore di Milano: «Presto la conclusione»

Milano. Il Questore: «Arriveremo presto ad una soluzione completa» – L’inchiesta della Magistratura sul suicidio del Pinelli

di Giuseppe Columba

 

MILANO, 17 dicembre – .. Le indagini sono entrate in una fase serratissima». E’ la fase delle contestazioni precise, della morsa che si stringe non più intorno a determinati circoli o gruppi ma ad individui ben determinati. Se gli alibi non reggono, se gli indizi non trovano concrete prove a discarico, sarà anche la fase conclusiva di questa rapidissima operazione di polizia. I nomi dei quattro fermati? E’ logico che in questura nessuno abbia voluto pronunciarli: come quelli del Valpreda, sono nomi che rischiano di essere consegnati in eterno al disprezzo e all’odio della gente che ha pianto i morti della Banca dell’Agricoltura. Se ne parla nei corridoi, sulla base di deduzioni e di indiscrezioni che soltanto l’autorità giudiziaria, da un giorno all’altro o nel giro di poche ore, potrà confermare. Il primo è quello di Leonardo Claps, uno sbandato di vent’anni nato ad Avigliano, in provincia di Potenza e residente a Milano da qualche tempo, in un freddo abbaino di via Giusti 5. Ce lo descrivono come di uno dei ««beats » d’attacco, privo di studi e di ideali, che cercano di trovare uno scopo alle loro giornate aggregandosi agli idealisti dei movimenti «contestatori» e fingendo di capirne e condividerne le teorie.

Un «iconoclasta»

Per qualche tempo, aveva vissuto a Novara, in via Giulio Cesare 197, poi si era trasferito a Milano, trovando alloggio con decine di altri sbandati nella «Casa del lavoratore e dello studente», come era stata ribattezzato l’hotel «Commercio» nel periodo che fu occupato dai giovani contestatori. Anarchico anch’egli, ma con quale carica ideale è difficile stabile, apparteneva ad un gruppo detto degli «iconoclasti», per la durezza con la quale si scagliava, a parole e con manifesti, contro tutti i simboli della società. Era un amico del Valpreda? Difficile rispondere. Si sa, comunque, che frequentava le sedi del «Ponte della Ghisolfa», in via Scandasole e in piazza Lugano e che conosceva Giuseppe Pinelli.

Un altro, dovrebbe essere un ragazzo di diciassette anni, Aniello D’Errico, abitante a Rozzano in via dei Gladioli 12, anch’egli noto nell’ambiente rivoluzionario giovanile, anch’egli ospite per lunghi mesi della «comune» dell’hotel «Commercio». Abbiamo detto «dovrebbe», perché non è chiaro se il D’Errico sia stato fermato o, come altri dicono, sia riuscito a sparire prima che gli agenti bussassero alla sua porta. Con il ballerino accusato di concorso in strage, e con il Claps, anche D’Errico era stato denunciato per «offese al Pontefice» ed era sospettato per gli attentati dinamitardi della primavera alla Fiera di Milano e alla stazione Centrale.

Nel foglio incriminato, un numero unico intitolato «Terra e libertà» si leggeva: «A fuoco il Vaticano, petrolio alla Chiesa, il Papa alla ghigliottina». Tra tutti i fermati di quel periodo, il ragazzo era stato l’unico a parlare. Nella sua lunga confessione, aveva ammesso che il Valpreda conosceva gli autori di quegli attentati, indicandone uno nel giovane anarchico Paolo Braschi, trattenuto in questi giorni al carcere di San Vittore. Aveva detto altre cose molto utili alla polizia: che il Valpreda aveva rifiutato a Sanremo (dove si erano recati per «contestare» il Festival) la sua offerta di compiere un’azione terroristica da «commandos»; che lo stesso Valpreda gli aveva rivelato l’esistenza di un gruppo di «individualisti» decisi a tutto e pronti ad entrare in azione, indicandoli come gli autori di alcuni attentati, firmati «Gruppo Barcellona 39» e «Gruppo Anarchico Carlo Cafiero»; che del «commando», infine, facevano parte il Braschi, il ballerino e un altro, noto come «Marcus».

Il terzo dei «fortemente indiziati» dovrebbe essere Jo Fallisi, un altro anarchico “individualista”, amico di Pietro Valpreda, interrogato per gli attentati del 25 aprile, noto alla polizia per essere sempre in prima fila nelle manifestazioni di piazza e nel le proteste libertarie. Anche il suo nome, insieme a quelli dello architetto Corradini e dell’ex indossatrice Eliana Vincileone, sua moglie, era segnato negli archivi dell’ufficio politico della Questura. Del quarto, infine, non si sa nulla. Questa mattina, il sostituto procuratore della Repubblica dott. Paolillo ha interrogato nel carcere di S. Vittore due anarchici fermati ieri: Salvatore Valitutti (che partecipò al lungo sciopero della fame di un gruppo di anarchici che protestavano contro la magistratura per l’arresto di alcuni compagni sospettati degli attentati alla Fiera e alla Stazione) e Antonio Moi. Ma i due, sono stati scarcerati in giornata. Oltre ai quattro anarchici che si trovano in una posizione difficile, la polizia sta interrogando quattro o cinque persone: ma per queste ultime, si tratterebbe soltanto di normali controlli, dettati dalla necessità di chiarire i loro rapporti con il gruppo «Ponte della Ghisolfa» e non da elementi concreti di prova.

«Non posso dirvi nulla – ha ripetuto parecchie volte il Questore – dovete rendervi conto che siamo alla stretta finale e che bisogna mantenere il massimo riserbo. Fino ad ora, si è solo conclusa la prima fase dell’inchiesta: adesso, seguono gli sviluppi. Del resto, la procura della Repubblica romana, in collegamento con quella milanese, sta sviluppando l’azione che compete alla magistratura».

Abbiamo chiesto se tutti gli appartenenti all’organizzazione anarchica «Ponte della Ghisolfa» sono stati identificati ed interrogati o se qualcuno sia riuscito a rendersi irreperibile. Ma anche a questa domanda, non c’è stata risposta. Gli aderenti al gruppo di cui il ferroviere suicida Giuseppe Pinelli era l’animatore e il «contabile» sono in tutto una cinquantina. Sembra che tre o quattro siano spariti e che la polizia stia dando loro la caccia su tutto il territorio nazionale.

Nessuna notizia, nessun definito chiarimento, sul «caso» dell’editore Giangiacomo Feltrinelli. E’ noto che il giudice Amati, lo stesso che lunedì mattina aveva interrogato Pietro Valpreda, lo ha convocato nei giorni scorsi per contestargli la detenzione di un manifesto ciclostilato dal testo scottante. Ma se la polizia lo abbia interrogato, dopo la strage della Banca dell’Agricoltura, se lo stia ancora cercando, se abbia fatto sapere alla moglie che desiderava vederlo, non è possibile sapere. E questore di Milano non ha voluto chiarire il mistero creato in questi giorni intorno alla figura del noto editore, del quale sono note le simpatie per la «contestazione» e i movimenti rivoluzionari latino-americani.

«Può dire se la polizia sta cercando Giangiacomo Feltrinelli»?

«Non posso dire se lo stiamo cercando».

«Ma l’editore è a Milano, a casa sua»?

«No, non si trova a Milano».

«Allora non sapete dove sia»?

«E’ un uomo che viaggia molto non c’è niente di strano in questo. Ma non si può dire che sia irreperibile».

Il discorso è poi tornato su Giuseppe Pinelli, il ferroviere anarchico che si è ucciso saltando dalla finestra della Questura. Un’inchiesta della Magistratura è in corso, affidata ai giudice istruttore Caizzi, dal quale sono stati già interrogati il commissario, lo ufficiale dei carabinieri e i sottufficiali presenti nella stanza al momento del tragico salto nel vuoto.

Un uomo mite

Il suicidio dell’anarchico rimane ancora un mistero, anche perché ci sono i suoi amici del bar che continuano a giurare di aver trascorso con lui, giocando a carte, il pomeriggio del «venerdì maledetto». Devoto alla causa della anarchia, sempre disposto a organizzare incontri e riunioni, scrupoloso sul lavoro, mite d’animo, affettuoso con la moglie e le figlie, il ferroviere della stazione Garibaldi è descritto da tutti come un uomo alieno da ogni forma di violenza. Se qualcuno, scherzando, gli diceva «Ti do una sberla», lui rispondeva «e lo ti porgo l’altra guancia».

Qual è dunque il suo ruolo nell’infernale disegno degli attentatori? I compagni del «Ponte della Ghisolfa» raccontano che un giorno litigò aspramente con il ballerino Valpreda che gli parlava della necessità di far esplodere bombe e compiere attentati. «L’anarchia è ordine» gli gridò il ferroviere, cacciandolo dalla sede del gruppo.

Bisogna dire, se la storia è vera, che il Pinelli conosceva un aspetto soltanto dell’ideologia libertaria, quello romantico e romanzesco di Michail Bakunin; non certo quello delle pagine del «Catechismo rivoluzionario», manoscritto cifrato trovato dalla polizia svizzera addosso a Sergej Necaev (uno studente dell’Università e di Mosca, fuggito all’estero dopo aver fondato un circolo rivoluzionario) in cui si legge: «Il rivoluzionario è come un uomo che ha preso i voti. Dovrebbe avere un solo interesse, un solo pensiero, una sola passione: la rivoluzione… ha un solo fine, una sola scienza: la distruzione. Fra lui e la società v’è una guerra all’ultimo sangue, incessante, irreconciliabile… deve fare una lista dei condannati a morte, ed eseguire le sentenze secondo le relative iniquità».

E nel lungo elenco di crimini commessi da anarchici negli ultimi anni del secolo scorso, nonostante Errico Malatesta e gli altri «leaders» del Movimento Libertario Italiano fossero personalmente contrari agli atti terroristici individuali, i nomi degli assassini italiani si trovano con sinistra frequenza. Italiana è la mano che uccide nel 1894 il Presidente francese Sadi Carnot, trucidato dal Caserio; un italiano, Michele Angiolillo, uccise tre anni più tardi in Spagna, con un colpo di pistola, il Primo Ministro reazionario Antonio Canovas; un altro italiano, Luigi Lucchesini, pugnalò a morte nel 1898, l’imperatrice Elisabetta d’Austria; come era italiano il Gaetano Bresci, l’uccisore di Umberto di Savoia, nel 1900.

Pensava a questi nomi, l’ex ballerino Valpreda, quando nello scantinato di piazza Lugano proponeva al Pinelli attentati sanguinosi? E se è vero che il ferroviere lo respinse, indignato e furente, perché ha deciso poi di togliersi la vita? Forse non voleva tradire un compagno, anche se non ne approvava le idee sanguinarie? O si deve pensare che davanti alla ferocia del crimine commesso in nome di un’idea alla quale aveva votato la vita, un’improvvisa folgorazione gli avesse fatto capire di essere moralmente complice della strage di piazza Fontana? «Aveva già firmato un verbale di
interrogatorio – dice il questore
Guida – e quella notte, l’ho già
detto, gli si facevano delle contestazioni. Non aveva ammesso nulla, non aveva confessato nulla. Ma
non dimenticate che lo avevamo
fermato con gli altri, perché indagavamo su due attentati. Non soltanto per quello di piazza Fontana. C’era anche una bomba alla Banca Commerciale e soltanto per un
caso non è esplosa».

Non risulta, ha aggiunto il Questore, che nel piano degli attentati del venerdì maledetto entrassero organizzazioni di altre tendenze o di altre ideologie: il crimine è attribuito soltanto agli anarchici. «I gruppi anarchici sono numerosi – ha detto il Questore – ma non tutti sono implicati. L’indagine è diretta appunto ad accertare quali organizzazioni fossero coinvolte negli attentati. Nemmeno si possono escludere ramificazioni internazionali. Per antica tradizione, i libertari sono collegati con movimenti analoghi in ogni parte del mondo e nessuno può dire se il gruppo di Milano avesse contatti con elementi stranieri».

Prove al vaglio

Qualcuno ha chiesto: «Se ancora gli attentatori non sono tutti scoperti, se qualcuno è riuscito a sfuggire, si può temere che gli attentati siano ripetuti?». Il Questore si è fatto scuro in volto, prima di ribattere: «Non posso dare una risposta. E’ una domanda importante, capisco che la poniate: ma impegna troppo duramente la nostra responsabilità di tutori dell’ordine pubblico. Per questo non posso rispondere».

Un’ultima, ammissione, prima che la conferenza-stampa alla Questura si concluda: a fondamento dell’accusa di «concorso in strage» elevata contro il ballerino Valpreda non c’è soltanto l’accusa del tassista Rolandi. «Oltre alla testimonianza del tassista – ha detto il dott. Guida – ci sono delle prove. Le Magistrature di Roma e di Milano le stanno vagliando».

Nel pomeriggio di oggi, intanto, Rachele Torri, di 66 anni, zia del ballerino Pietro Valpreda, se presentata al sostituto procuratore della Repubblica dott. Paolillo con l’avvocato Luigi Michele Mariani per dichiarare che il nipote, venerdì scorso, all’ora dell’eccidio era a letto nella sua abitazione con l’influenza. La signora ha sottoscritto la sua dichiarazione che fino a questo momento, è l’unico alibi conosciuto dal Valpreda. Per piegare la sua presenza a Milano il ballerino accusato della strage avrebbe dichiarato di essere venuto per presentarsi al consigliere istruttore Amati, che doveva interrogarlo per il processo relativo alle «offese al Pontefice» e alla diffusione di stampa clandestina.

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