1969 12 18 Messaggero – Il racconto del tassista che trasportò Valpreda di G. Col.

1969 12 18 Messaggero - Il racconto del tassista

Il racconto del tassista che trasportò Valpreda

di G. Col.

 

Milano, 17 dicembre – «Ha avuto una crisi isterica, quando l’ho indicato. Erano in quattro, tutti con cappotti grigi, tutti della stessa altezza e, più o meno, si somigliavano tutti. Ma io non ho esitato un attimo. E’ una faccia inconfondibile, avevo come fotografato quelle basette lunghe, quegli occhi spiritati. Lo avevo visto attraverso lo specchietto retrovisore e mi si era impresso per sempre nella memoria. Ha gridato, quando ho detto che era lui, deve anche avermi insultato, ma non ho capito cosa gridava».

Cornelio Rolandi, il testimone-chiave, racconta il drammatico confronto al Palazzo di Giustizia, a Roma. Il riconoscimento che ha perduto il ballerino anarchico accusato della strage di piazza Fontana. Robusto, le spalle curve e poderose dei pugili (era un «dilettante» di notevole valore, fu costretto a lasciare il «rig» perché doveva lavorare per vivere) il tassista milanese è ancora nervoso, inquieto. Non riesce a nascondere questo suo stato d’animo di tensione, teme forse che la sua testimonianza possa spingere qualche esaltato a vendicarsi sul figlio diciassettenne o sulla moglie. E’ tornato a Milano, in aereo, con un volo notturno e quando andiamo a cercarlo in via Copernico 1, nel sobborgo di Corsico, troviamo una «Gazzella» dei carabinieri in sosta davanti alla sua abitazione. «Non ho niente da dire – è la sua prima reazione – lasciatemi in pace». Salta sul taxi, abbassa la bandierina del «Fuori servizio» e parte a tutta velocità verso Milano.

Si ferma per fare benzina, al distributore di un suo amico, in via Lorenteggio. Gli si fanno incontro, insieme al proprietario, numerosi clienti che lo hanno riconosciuto. Forse, anzi, lo stavano aspettando. Salta fuori una bottiglia di «champagne», gli stringono le mani, gli battono sulla spalla. «Questo bicchiere – dice il tassista dalla memoria fotografica – è il primo regalo che ho avuto». Le congratulazioni di tutta quella gente, le strette di mano, sembrano tranquillizzarlo, non respinge più i giornalisti e i fotografi. La «600 multipla» targata Milano 936519 (almeno sei anni di «marcia», comprata a prezzo di dure fatiche) che ha portato la borsa della morte è in sosta, presa di mira dai «flashes ».

«E’ salito in piazza Beccaria – racconta il Rolandi – con quella sua borsa nera in mano. Nello specchio, notai subito che aveva le basette lunghe. Mi disse di portarlo in via Albricci, passando per Santa Tecla. Non era una corsa lunga; pensai che dovesse fare il biglietto, in una delle tante compagnie aeree che hanno la sede in via Albricci. A cento metri da piazza Fontana mi disse di fermare. Scese e mi chiese di attenderlo. Quando gli risposi che via Albricci era vicinissima, poteva raggiungerla a piedi, mi pregò di attenderlo lo stesso, perché aveva fretta. Lo attesi e lo vidi tornare poco dopo. Ma non aveva più la borsa. Lo accompagnai fino a via Albricci, presi le seicento lire segnate dal tassametro e lo vidi scendere. Quando venni a sapere della strage, avevo fatto altre due corse, in Centro».

Il «relais» della memoria di Cornelio Rolandi, cominciò a scattare la sera, al rientro a casa. «Mio fratello ha sempre avuto una memoria di ferro, fin da bambino – ci ha detto Carlo Rolandi, il fratello maggiore del tassista. – Mi ricordo che mi faceva anche rabbia. Aiutavamo i nostri genitori, che facevano i lavandai sul Naviglio; lui conosceva a memoria nome, cognome e indirizzo di tutti i clienti ed era anche capace di riconoscere la biancheria, soltanto a vederla. Diceva: questa è del signor X, quest’altra della signora Y».

Il «venerdì maledetto», l’impresa non era così difficile. «Pensavo e ripensavo a quel tipo – dice il tassista – alla borsa che prima c’era e poi non c’era più. Piazza Fontana è vicinissima a via Santa Tecla. Non poteva esserci la bomba, in quella borsa». Ne parlò prima alla moglie, Teresa Benigno, poi al figlio Luigi. Poi controllò le cedole della «corsa», per vedere se gli orari corrispondevano. Il passeggero era sceso in via Santa Tecla alle 16 circa; l’esplosione era avvenuta venticinque minuti più tardi; non ci potevano essere dubbi. Torturato da questo ricordo, il tassista non riusciva più a trovare pace. Lunedì, mentre in piazza Duomo sfilavano nel silenzio della folla le quattordici bare delle vittime, si presentò ai carabinieri. Del professor Liliano Paolucci, il cliente che quella mattina si accorse del suo nervosismo e, appresane la causa, lo esortò a presentarsi alla polizia, non ha parlato. E Paolucci, direttore del Patronato scolastico di Milano, ha detto ai giornalisti di aver telefonato subito in Questura, con il numero del taxi (3444) per riferire sull’esistenza di quel testimone prezioso.

L’importante, comunque, è che negli uffici di via Moscova, il tenente colonnello Favalli e il tenente Ciancio capirono subito di avere in mano una carta preziosa.

Invitavano a descrivere il cliente con la borsa. Cornelio Rolandi si affidò ancora ai suoi «relais»: l’«identikit» ricostruito sulla base dei suoi ricordi era un ritratto perfetto di Pietro Valpreda, l’ex ballerino anarchico trasferito a Roma poche ore prima. La mattina successiva, il tassista era a Roma. Nel pomeriggio, il riconoscimento. I cinquanta milioni della taglia andranno a Cornelio Rolandi? Dovrebbe essere così, anche se il tassista, non ne vuole parlare. «Io mi sono presentato per fare il mio dovere – ha detto – non voglio sapere altro. Adesso lasciatemi andare devo lavorare. Se il mio taxi non cammina, a casa non si mangia!».

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