1969 12 18 Messaggero – La situazione

1969 12 18 Messaggero - Situazione 1

 

Tra Roma e Milano il cerchio si stringe: le indagini sui sanguinosi attentati sono in una fase che il Questore di Milano ha definito «serratissima». E’ la fase nella quale polizia e magistratura stanno lavorando senza concedersi soste per venire a capo di tutte le ramificazioni dell’organizzazione criminale, mettere a fuoco le singole responsabilità e i ruoli giocati da ciascuno degl’indiziati. Su Pietro Valpreda, l’anarchico ex-ballerino, il «Satana» dell’organizzazione, non esistono dubbi: il magistrato non ha ancora spiccato contro di lui l’ordine di cattura per «concorso in strage», un reato per il quale una volta l’art. 422 della legge penale prevedeva la pena di morte mediante fucilazione alla schiena e che oggi è punito con la morte civile: l’ergastolo. E’, comunque, questione di ore. Ma gli altri? Quali parti hanno avuto nella spaventosa strage di Milano e nelle azioni terroristiche effettuate a Roma? Il collegamento fra i vari anelli della tragica catena è certo, come è certo che l’intero piano fu architettato e messo a punto a Roma da dove partì il «commando» degli assassini di Piazza Fontana. A Roma e a Milano i fermati sui quali gravano pesanti indizi sono complessivamente ventitre.

Diciannove di essi si trovano nel carcere di Regina Coeli, gli altri in quello di San Vittore. Sono per la maggior parte giovani tra i 17 e 25 anni, tutti della stessa matrice anarchica: studenti, lavoratori, nullafacenti senza speranze e senza ideali. Un campionario di gioventù dove i sedimenti della «contestazione» hanno lasciato tracce ribollenti di odio e di disprezzo verso la società. Uno dei fermati milanesi è definito «iconoclasta» per la furia distruttrice della sua rivolta contro il sistema. Sullo sfondo di questi personaggi campeggia sinistro il circolo anarchico «Ponte della Ghisolfa» dove gl’iscritti evocavano i loro spettri di sangue e di morte. Tra questi giovani l’inchiesta continua: interrogatori e confronti si susseguono a ritmo incalzante e i prossimi giorni saranno determinanti per delineare il quadro definitivo del mostruoso complotto che è costato la vita a 14 vittime innocenti. Pietro Valpreda, Giuseppe Pinelli l’anarchico suicida nella Questura milanese sono le prime figure emerse dal groviglio degl’indizi e dei sospetti. I circoli anarchici – «Ponte della Ghisolfa» a Milano, «Bakunin» e «XXII Marzo» a Roma – non sono forse le sole centrali del terrorismo. Attendono di uscire dall’ombra altri personaggi, altre complicità stanno per essere smascherate. Gli anarchici, quelli per così dire «ufficiali», respingono la responsabilità della strage, confermano la loro opposizione alla violenza e piangono il «compagno» Pinelli nei cui confronti «qualsiasi accusa è pura follia». Anche su questo tragico e sconcertante risvolto delle indagini, gli accertamenti sono ancora in corso. Il suicida sapeva delle bombe e dei lutti che i suoi «compagni» avrebbero procurato con il loro piano di sterminio. Nella ricerca della verità nulla verrà trascurato perché i responsabili – tutti i responsabili – siano isolati e additati all’esecrazione del Paese. La frase che Giuseppe Pinelli avrebbe pronunciato prima di lanciarsi dalla finestra della Questura («E’ la fine del movimento anarchico internazionale») costituisce forse il patetico addio di un uomo sconvolto dal peso immane di un fosco segreto di morte. Oggi però è – deve essere – la fine del terrorismo e della violenza, il ritorno all’ordinata convivenza civile troppo a lungo sconvolta dall’estremismo.

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