1969 12 18 Messaggero – Si continua ad indagare di Fabrizio Menghini

1969 12 18 Messaggero - Roma di Fabrizio Menghini

 Si continua ad indagare

Roma. Identificatigli esecutori materiali si continua ad indagare per stabilire le singole responsabilità negli attentati dinamitardi

di Fabrizio Menghini

 

L’inchiesta giudiziaria sulla strage di Milano e sugli attentati di Roma è in vista del traguardo finale, anche se gli accertamenti in corso sulla preparazione e sulla esecuzione del «disegno criminoso» sono suscettibili di sensazionali sviluppi. Si cercano, in altre parole, i finanziatori del piano sovversivo, più colpevoli, forse, degli stessi esecutori materiali dell’eccidio. Costoro, infatti, senza i mezzi necessari per la fabbricazione degli ordigni e per i loro spostamenti continui non avrebbero certo potuto realizzare un bel nulla. A queste ulteriori indagini si annette un’importanza capitale, una volta acquisita la prova «tranquillante e sicura» non solo della colpevolezza di Pietro Valpreda, il «corriere della morte», quanto del fatto che l’operazione fu ideata, preparata e in parte realizzata – per fortuna senza le gravissime conseguenze di Milano – nella Capitale. Affermazioni di questo genere, fatte da persone responsabili, non si possono interpretare che in un modo solo: e cioè che qualcuno, tra i fermati, ha parlato, consentendo di individuare tutti gli esecutori e gli organizzatori degli attentati.

Naturalmente non è Valpreda l’imputato che ha parlato. «E’ un delitto, quello contestato, che non si confessa perché non si può confessare», avrebbe detto il pubblico ministero Occorsio ad un giornalista che lo ha avvicinato a Palazzo di Giustizia. «Il Valpreda – avrebbe aggiunto lo stesso magistrato – rappresenta una tappa, sia pure importantissima; ma non il traguardo». E il traguardo, vale a dire la chiusura del cerchio delle indagini, non può essere rappresentato che dalla identificazione di eventuali mandanti o, se si preferisce, dei finanziatori degli attentati essendo gli anarchici del gruppo «XXII Marzo» notoriamente squattrinati.

Proprio per raggiungere entro il più breve tempo possibile questo «traguardo», vi è stata ieri mattina una lunga riunione nell’ufficio del procuratore generale Ugo Guarnera. Vi hanno preso parte il procuratore della Repubblica Augusto De Andreis e il pubblico ministero Vittorio Occorsio, il magistrato cui, in concreto, è affidata l’istruttoria. Per gli stessi fatti – data la loro intima connessione – è in corso un’inchiesta giudiziaria anche nel capoluogo lombardo. Ma sarà la magistratura di quest’ultima città che, a breve scadenza, assorbirà tutto, dal momento che a Milano è avvenuto il fatto delittuoso più grave: la strage?

Sulla riunione di ieri, nulla è dato di sapere: il segreto istruttorio è stato accuratamente mantenuto, e invano i giornalisti si sono rivolti al procuratore generale. Il dottor Ugo Guarnera, a proposito della «competenza» degli organi istruttori di Roma e di Milano, si è limitato a dire che non sono sorti problemi. In effetti, i problemi ci sono, perché se si ritiene che i fatti di Milano e di Roma sono dello stesso contenuto – il che è pacifico – ma che si tratta di un «reato continuato», allora la competenza esclusiva è di Roma. Se, invece, si considerano i fatti a sé stanti, allora Milano sarà competente per la strage della Banca dell’Agricoltura e Roma per gli attentati al Milite Ignoto e alla Banca del Lavoro. La competenza di Roma, in caso di reato continuato è dovuta al fatto che l’ultimo attentato (vale a dire l’episodio conclusivo del «reato continuato») cronologicamente è avvenuto nella capitale.

Il problema della competenza territoriale sarà risolto – a quanto è dato supporre – nella giornata di oggi e sempre oggi, quindi, l’autorità giudiziaria (romana o milanese) potrà formalmente contestare con ordine di cattura al Valpreda il reato di concorso in strage.

Il pubblico ministero Vittorio Occorsio, continua, intanto, i suoi interrogatori. Dopo l’esperimento giudiziale dell’altra sera, allorché il tassista Cornelio Rolandi ha identificato in Pietro Valpreda l’uomo da lui trasportato in auto in via Albricci, nei pressi della Banca Nazionale dell’Agricoltura dove è avvenuta la strage, attendendolo in via Santa Tecla e vedendolo tornare, di li a pochi minuti, senza la borsa che aveva con sé, il magistrato ha fatto ieri la spola fra il carcere di Regina Coeli e quello di Rebibbia per interrogare gli altri presunti correi. A Regina Coeli, Occorsio ha dato disposizioni severissime per la sorveglianza a vista del «Cobra». Pietro Valpreda, infatti, è in condizioni psichiche definite «disastrose» e si teme che egli ripeta il gesto dell’altro anarchico suicidatosi a Milano, dopo che gli era stato detto che, a Roma, Pietro (vale a dire il Valpreda) aveva confessato.

Contrariamente a quanto è stato pubblicato da qualche parte, non è affatto vero che il Valpreda quando si è visto indicare con precisione dal tassista di Milano abbia emesso «urla feline» o abbia reagito in maniera scomposta, insultando il testimone. Né che sia avvenuto un dialogo tra i due. Pietro Valpreda, naturalmente, si è reso conto della importanza di quel riconoscimento e si è messo le mani nei capelli. «Il comportamento del Valpreda – ha confidato a qualcuno ieri uno dei partecipanti al “confronto all’americana” – è stato un comportamento civile: si è messo le mani nei capelli e non ha rivolto parola alcuna al testimone; si è limitato a negare la circostanza. Era annichilito». Dal canto suo il tassista ha detto che dopo il riconoscimento il Valpreda è stato colto da una «crisi isterica», senza peraltro precisare in che manifestazioni si sia estrinsecata questa crisi. Ai fini istruttori, in ogni modo, l’identificazione è acquisita formalmente senza possibilità di equivoci.

L’incriminazione formale dello anarchico ballerino interverrà probabilmente nella giornata di oggi, dopo la soluzione del problema della competenza fra Roma e Milano.

E gli altri? Il segreto istruttorio, ripetiamo, non consente di riferire altre notizie precise. Si sa solo che tutti gli attentatori sono stati identificati. Come leggerete in altra parte del giornale, la polizia non è stata con le mani in mano, né a Milano, né a Roma. Nella capitale ha operato altri cinque fermi dietro ordine del magistrato inquirente. I fermati sono stati trasferiti alle carceri dove in serata sono stati interrogati. Particolarmente laboriosi sono stati gli interrogatori compiuti nella tarda serata al carcere di Rebibbia dal pubblico ministero Vittorio Occorsio: funzionari di polizia e carabinieri hanno fatto la spola in continuazione per informare il magistrato dei risultati delle indagini cosiddette «di riscontro» o di controllo delle «verità» fornite dagli indiziati. La nuova febbrile giornata degli inquirenti si è conclusa a Palazzo di Giustizia dove è stato fatto il punto della situazione anche sul piano giuridico. A quanto è dato di sapere, i tragici avvenimenti del 12 dicembre non sono stati configurati come «delitti politici», vale a dire come «attentati alla sicurezza dello Stato», ma sono stati inquadrati nella ipotesi criminosa prevista dall’articolo 422 del codice penale, cioè come un delitto contro l’incolumità pubblica. In pratica, la sostanza non cambia: sia che si tratti di attentato contro la sicurezza dello Stato, sia che si tratti di attentato alla pubblica incolumità, la pena è la stessa: l’ergastolo.

A conferma di ciò, sta l’avviso di notifica che un ufficiale giudiziario ha recapitato al prof. Guido Calvi, difensore del Valpreda, dove è indicato, appunto, l’articolo 422.

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