1969 12 18 Messaggero – Roma: I due circoli anarchici dove si riunivano i fermati. Sono stati chiusi dalla polizia. di G. D. R

1969 12 18 Messaggero - Roma dove si riunivano i fermati B

Sono stati chiusi dalla polizia

I due circoli anarchici dove si riunivano i fermati

.

di G. D. R

 

Tra i numerosi ritrovi giovanili più o meno politicizzati, più o meno pittoreschi e puliti che si trovano a Roma, due – e tutt’e due anarchici – sono quelli che la polizia ha isolato dagli altri e che ha chiuso, anche in considerazione del fatto che tutti i fermati appartenevano all’una o all’altra organizzazione: la sede del «Gruppo XXII marzo», in via del Governo Vecchio 22, e il «Circolo Bakunin» di via Baccina, che era frequentato anche da Roberto Mander e da Emilio Borghese, i due ragazzi di buona famiglia, che sembra siano implicati nell’attentato al Vittoriano. Altri «clubini» e baretti, cantine e autorimesse dove abitualmente si riuniscono quei giovani che l’ufficio politico della Questura chiama indiscriminatamente «teste calde», sono stati più volte visitati da funzionari e sottufficiali di polizia e hanno perduto in questi giorni la animazione di sempre: la prudenza sconsiglia momentaneamente alle «teste calde» la vita associativa.

Il circolo «Bakunin» si trova nel cuore del rione Monti, essendo via Baccina una traversa di via dei Serpenti. Chiuso da una saracinesca verniciata di grigio, il locale è ubicato in una vecchia casa dall’aspetto un po’ malinconico; una stanza al pianterreno e un’altra più piccola al piano rialzato. La prima stanza è adibita a sala di ritrovo, la seconda, alla quale si arriva per una ripida scala, a segreteria. Qui non può mettere piede nessuno che non sia iscritto al circolo e cioè che non sia anarchico di provata fede. Si tratta di quel «sancta sanctorum» degli anarchici al quale tentò invano di arrivare Pietro Mander, quando nell’ottobre scorso cercava notizie del fratello Roberto che era scappato di casa. La mattina il circolo era quasi sempre chiuso, mentre la sera – dicono gli abitanti di via Baccina – c’era un gran frastuono di motorette in arrivo e in partenza. Gli iscritti, quasi tutti giovani, passavano in via Baccina per vedersi e combinare la serata da qualche parte; talvolta si riunivano intorno alla grande tavola rotonda che è nella sala di ritrovo e restavano fino a notte alta a discutere i problemi della loro organizzazione. Era opinione generale che questi anarchici figli di famiglia, più che cospiratori fossero fanatici della chitarra, non certo delle bombe. E’ lecito immaginare che fossero contestatori caparbi e un po’ viscerali, del tipo di Mander, il ragazzo che non rivolgeva la parola a sua madre perché la giudicava una «cattolica che non capisce niente», a suo padre perché era «un oppressore» a suo fratello perché era «un socialdemocratico comodamente integrato nel sistema».

Per riscattarsi dall’aborrito marchio borghese il figlio del direttore d’orchestra, il figlio del magistrato, il figlio dell’alto funzionario rinunciavano, verosimilmente senza troppo sacrificio, al barbiere e al vestito nuovo, mentre la loro vanità si trasferiva nella voga della barba incolta e nella adozione di formule e atteggiamenti che i coetanei più spensierati potevano anche scambiare per segnali di un intellettualismo congenito e bruciante. A questi giovanotti, tuttavia, si univano personaggi oggettivamente equivoci e poco raccomandabili: sbandati, e livorosi rifiuti delle cricche estremiste di sinistra e di destra. «La gentaglia» che dice Pietro Mander.

Esempio: l’anarchico che dirigeva il «Gruppo XXII Marzo», cioè l’altro locale chiuso dalla polizia, è Mario Merlino che l’ufficio politico della Questura conobbe come uno degli squadristi fondatori dell’associazione nostalgica «Ordine Nuovo». Questa associazione si sciolse un mese fa e alcuni dei suoi iscritti rientrarono nei ranghi del partito missino mentre altri passarono ad altre organizzazioni estremiste sia a destra che a sinistra. La sede del «Gruppo XXII Marzo» si trova, come abbiamo detto, in via del Governo Vecchio n. 22, a pochi passi da corso Vittorio Emanuele. E’ una cantina che dista dal livello stradale la lunghezza di trenta gradini piuttosto ripidi e il cui ingresso è chiuso da una saracinesca a maglie larghe. Il locale è unico, piccolo, male illuminato e peggio areato. Lampadine elettriche dalla fioca luce verde soddisfano l’esigenza cospiratoria degli iscritti che in casi eccezionali accendono anche qualche candela. C’è un piccolo tavolo rettangolare e parecchie sedie impagliate. Sulla parete a sinistra entrando, è affrescata buffamente l’immagine di un barbone con il cappuccio, il quale tiene in mano una bomba tonda come una zucca. La miccia è accesa e forma un fumetto nel quale si legge: «No alla cultura». Su uno scaffale, sono ammucchiati i libri e gli opuscoli indispensabili, come «Breve storia dell’anarchia» «Richiamo all’anarchia». «La rivoluzione cubana». ecc. Dalla cantina sale fin sulla strada un forte odore di muffa.

 

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