1969 12 19 Tempo – Fra pochi giorni tutta la verità. L’ombra dell’ergastolo sugli indiziati per concorso in strage

1969 12 19 Tempo - Roma

L’ombra dell’ergastolo sugli indiziati per concorso in strage

Fra pochi giorni tutta la verità

Oggi sarà chiesto il prolungamento del «fermo» per le cinque persone trattenute dall’altro ieri in Questura e alcune di loro saranno trasferite a Regina Coeli – Fra domani e lunedì mattina il Magistrato dovrà decidere se firmare ordini di cattura per gli altri otto

 

Contro Pietro Valpreda è stato spiccato ieri ordine di cattura, firmato dal Sostituto procuratore della Repubblica Vittorio Occorsio, che dirige l’inchiesta sugli attentati dinamitardi di Milano e di Roma. L’ordine di cattura è stato notificato ieri alle 14,30 a Pietro Valpreda che, come è noto, si trova in cella d’isolamento a Regina Coeli, dal capitano dei carabinieri Varisco e né l’ufficiale né, tanto meno, il Magistrato hanno voluto dire come Pietro Valpreda ha reagito alla notifica per la quale ormai egli conosce, al di là di ogni dubbio, quanto tremenda sia l’accusa che gli è mossa, quali siano i reati che gli vengono contestati.

Nonostante il riserbo degli inquirenti diventi di giorno in giorno più ermetico, nonostante la barriera del segreto istruttorio renda assai arduo seguire l’andamento dell’inchiesta, si è riusciti a sapere che, secondo l’ordine di cattura notificatogli ieri, Pietro Valpreda è accusato dei reati contemplati dagli articoli del Codice Penale 422, 81, 110, 435.

L’art, 422 determina il reato di strage. Tale articolo è infatti così formulato: «Chiunque al fine di uccidere compie atti tali da porre in pericolo la pubblica incolumità è punito, se dal fatto deriva la morte di più persone, con la pena dell’ergastolo».

L’articolo 81 determina la continuazione del reato principale, il 110 stabilisce il concorso nel reato stesso e il 435, infine, riguarda la detenzione di materiale esplodente.

Per guanto fosse attesa, la notifica di tale ordine di cattura riveste notevole importanza non soltanto per il Valpreda, che si vede introdotto sulla strada che conduce alla porta dell’ergastolo ma anche per tutti gli altri indiziati o, più precisamente, per coloro sul conto dei quali l’inchiesta in corso consentirà di raccogliere elementi tali da autorizzare nei loro confronti l’emissione di ordini dì cattura.

L’articolo 110 determina, infatti, il «concorso» nel reato principale, cioè in quello di strage; e con ciò si afferma che altre persone sono imputabili del reato contemplato dall’art. 422. E’ quindi assai facile dedurre che a tutti o quasi tutti coloro che saranno incriminati sarà ugualmente contestato il concorso nel reato di strage. La porta dell’ergastolo sì spalanca quindi non soltanto dinanzi a Pietro Valpreda ma anche dinanzi a tutti coloro che attualmente si trovano nelle carceri o ancora nelle stanze dell’Ufficio politico, perché tutti potrebbero da un giorno all’altro vedersi notificare un ordine di cattura. Non meno importante è la contestazione al Valpreda del reato contemplato dall’articolo 81, cioè la continuazione dei reati. Ciò significa che la Magistratura è certa che gli attentati dinamitardi di Roma e di Milano furono concepiti, organizzati, eseguiti dallo stesso gruppo di persone.

Tutto ciò sembra dimostrare che l’istruttoria e il relativo giudizio a carico delle persone implicate nell’agghiacciante vicenda, si svolgeranno non a Milano, come qualcuno supponeva in un primo tempo, ma nella Capitale.

Che Roma, del resto, fosse la sede della organizzazione criminale era stato più volte supposto, se non appreso con certezza; così come sembra certo che da Roma sono partiti gli attentatori di Milano.

Ora, stabilito che Pietro Valpreda è stato formalmente imputato della morte di quattordici persone in concorso con altri, e naturalmente di concorso negli attentati di Roma, l’interesse si sposta sulle altre persone che si trovano a Regina Coeli, a Rebibbia, all’Aristide Gabelli o ancora nelle stanze dell’Ufficio Politico della Questura di Roma.

Secondo quanto ci risulta, del resto, il legittimo desiderio di sapere che anima l’opinione pubblica, verrà presto appagato. Fra quattro, cinque giorni al più, sarà fatta conoscere, nei limiti del lecito, la «dinamica» della criminosa vicenda, così come l’accusa l’ha ricostruita.

Le cinque persone fermate tra la notte di mercoledì e ieri mattina si trovavano ieri sera ancora in Questura. Oggi, comunque, scadono le 48 ore oltre le quali la polizia deve chiedere al Magistrato l’autorizzazione al fermo giudiziario, così come accadde per gli altri fermati sin dai primi giorni.

Ma sembra certo che stamattina il capo dell’Ufficio politico della Questura di Roma, dott. Provenza, chiederà al giudice Occorsio di convalidare il fermo: sembra certo, cioè, che i cinque, o almeno alcuni di loro, verranno trasferiti a Regina Coeli.

Per gli otto che sì trovano in carcere, il Magistrato dovrà, entro le ore 1 di sabato per alcuni e le prime ore di lunedì per altri, decidere se firmare gli ordini di cattura oppure rilasciarli. Voci non controllate vogliono che una persona soltanto sarà rimessa in libertà.

Sui loro nomi non è stato detto nulla di ufficiale ma sembrano confermati, da quanto si è riusciti ad apprendere non certo negli ambienti della Questura o dei Carabinieri, i nomi da noi pubblicati ieri mattina. Quattro di costoro sarebbero, cioè, Antonio Serventi, Emilio Bagnoli, Angelo Fascetti e Umberto Maccorati.

Queste, dunque, sarebbero le persone per il momento indiziate, sia pure a livello delle indagini di polizia, di complicità con Pietro Valpreda: Roberto Mander, Emilio Borghese, Mario Merlino, Silvio Amadio, Antonio Serventi, Emilio Bagnoli, Angelo Fascetti, Umberto Maccorati, Angelo Casile, Giovanni Aricò, Helda Borthe.

Tra costoro si cerca quindi di individuare i complici dei Valpreda e nulla, sinora, può consentire di prevede se l’individuazione della complicità riguarderà alcuni soltanto o tutti. Certo è, come noi dicemmo giorni fa, che i primi indizi sul conto del Valpreda emersero nel corso degli interrogatori ai quali furono sottoposti, a San Vitali i primi otto fermati, subito dopo le esplosioni. E sin da allora, dagli interrogati, tutti appartenenti ai circoli anarchici «22 Marzo» e «Bakunin», si ebbero indicazione che, estendendo le indagini permisero di accertare che il Valpreda aveva lasciato la Capitale per Milano il giorno precedente gli attentati. Gli interrogatori continuarono e le notizie si accrebbero.

Pietro Valpreda, è noto, nega. Quando il tassista milanese indicò in lui l’uomo che il tragico venerdì prese il suo tassì, Pietro Valpreda negò. Urlò, si dibatté. Ma Cornelio Rolandi, che quando fu consigliato di presentarsi ai carabinieri per dire quanto gli risultava nulla sapeva della taglia, fu categorico. Quella che fece con quel passeggero, era la sua seconda corsa, quel giorno. Alle 16 esatte, l’uomo, con una valigetta in mano, una valigetta nera, salì sul tassì del Rolandi al parcheggio di piazza Beccaria. Gli disse: «Via Albricci, passando da via Santa Tecla». In via Santa Tecla, l’uomo scese e gli disse: «Aspetti». E si diresse verso piazza Fontana. La Banca dell’Agricoltura era lì, a due passi. Dopo tre o quattro minuti, l’uomo tornò, «A via Albricci», disse, «Di volata». Non aveva più la borsa. Fu il giorno dopo che Rolandi collegò la esplosione con quel singolare passeggero, la valigetta nera con quella, uguale, trovata nella Banca Commerciale.

La testimonianza del Rolandi, quindi, pesa terribilmente sul Valpreda, soprattutto unita agli altri gravi indizi.

E questa testimonianza finisce per pesare anche su tutte le altre persone sospettate di complicità con l’ex ballerino.

Tra costoro vi sono dei ragazzi di soli 17 anni. Sono Roberto Mander. Luigi Borghese, Helda Borthe.

Roberto Mander e Luigi Borghese appartengono a famiglie agiate, rispettabili, le famiglie di quella borghesia tanto odiata dai cosiddetti contestatori, dai cosiddetti capelloni, da questi sciocchi che, baloccandosi con teorie mal digerite e prestando orecchio a predicazioni dalla logica lolle, freddamente diffuse da chi vuole tutto sovvertire per poi instaurare la tirannia di una cricca, finiscono per inventare gruppetti anarchici.

Roberto Mander è figlio di un musicista, Luigi Borghese è figlio di un magistrato. Frequentano la libreria Feltrinelli, discutono, stendono sulla loro cultura ancora acerba, lacunosa, strati di veleno. Apprendono il linguaggio dei libelli che vanno dalle formule comuniste a quelle anarchiche. E giocano a fare i rivoluzionari, perché è un bel gioco, è facile, è comodo dire che tutti sbagliano, soprattutto quando nulla si sa fare; è pittoresco darsi toni da ribelle, anzi è «romantico». E poi si conoscono dei falliti, dei frustrati tipo Valpreda ed altra gente dello stesso stampo, gente che odia chi costituisce un quotidiano rimprovero alla propria pigrizia, alla propria incapacità. Allora si comincia a bere il veleno a forti dosi, ci si convince della giustezza delle proprie cosiddette idee, sì arriva ad odiare la propria famiglia ma, beninteso, senza rifiutarne il desco e tutto il resto.

E si finisce, idiotamente, credendosi dei geni incompresi dei rivoluzionari, dei profeti, dei riformatori, per preparare bombe, e per lanciarle, finché un giorno quelle bombe dilaniano lavoratori onesti, padri di famiglia, bambini innocenti.

Ora questi sciagurati tremano nell’attesa di quanto
l’immediato futuro potrà riserbare loro. E Pietro Valpreda contempla l’ombra dell’ergastolo che lo avvolge. C’è
chi cerca di diffondere, attorno al Valpreda, un’atmosfera di pietismo. E’ un tentativo ridicolo e infame. La
pietà deve essere riservata,
intera, per i morti di piazza
Fontana, per le loro famiglie,
per il bambino che sognava
di fare il calciatore e che si
è visto distruggere una gamba dall’odio insensato di un delinquente e dei suoi ottusi «compagni».

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