1970 07 7 Paese Sera – Pinelli: in archivio gli atti non i dubbi di G.M.

1970 07 7 Paese Sera - Pinelli in archivio di G.M.

 

Pinelli: in archivio gli atti non i dubbi

Smentita la polizia: «Pino» con le bombe non c’entrava – Il giudice: si è ucciso in un momento di «raptus» – Però un’ora prima aveva già tentato il suicidio – Perché, se è vero, non venne sorvegliato?

di G.M

 

Milano, 7. – Tutto chiaro, tutto risolto, ogni dubbio è stato diradato. Non c’è più nulla da indagare sul «caso Pinelli», si tratta di suicidio. Così ha sentenziato il consigliere istruttore dottor Amati, che, nel tardo pomeriggio di venerdì, proprio nell’imminenza dello sciopero dei giornali, ha depositato gli atti in cancelleria perché vengano dirottati in archivio. La richiesta del P.M. Caizzi è stata dunque accolta. Non l’avevano previsto in molti, del resto? Chi si aspettava una diversa conclusione?

Il «decreto» con cui il dott. Antonio Amati ha posto la parola fine al «caso» consta di cinquantacinque cartelle, piene zeppe di dichiarazioni e di testimonianze. Solo le ultime pagine sono di pugno del giudice istruttore e rappresentano un tentativo di «ricostruzione» dei motivi che avrebbero condotto Giuseppe Pinelli al suicidio. Di fatti, in verità, ce ne sono pochi, anzi, nessun «fatto»: si esclude del tutto che Pinelli fosse implicato nei vari attentati e viene più volte sottolineata la sua onestà, la sua integrità morale (era anarchico, si dice, ma un «anarchico idealista»).

La «ricostruzione» del dott. Amati è quindi tutta giocata sulla psicologia, con abbondanti riferimenti a testi di psichiatria vecchi di quaranta anni. Questa, in sostanza la tesi sostenuta dalla sentenza: Giuseppe Pinelli si è ucciso perché colto da un improvviso raptus, da un indomabile impulso sorto dal profondo, sgorgato dall’inconscio. E per sostenere la sua interpretazione il dott. Amati si rifà a tre studi sul suicidio, uno dello Altavilla, del 1932, uno del Durkheim, del 1930, e uno del De Fleury del 1928

Ora, tutti e tre i testi distinguono nettamente tre forme di suicidio: per idea fissa, per ossessione, per impulso od automatismo. E precisa in proposito l’Altavilla: il primo tipo di suicidio avviene «nell’inerzia meditativa del malinconico»; il secondo «nell’agitazione ansiosa dell’ossessionato»; il terzo, «nell’indifferenza sorridente dell’impulsivo». Ecco, nella terza forma rientrerebbe appunto il suicidio di Giuseppe Pinelli. L’uomo sembrava infatti tranquillo, era perfino sorridente, ma dentro covava una tempesta che poi l’ha indotto a fare quel che ha fatto.

Non a caso, scrive ancora lo Altavilla, «l’impulsivo ricoverato in manicomio deve essere spesso assicurato persino col collare, per evitare che si morda, mentre non rivela alcuna sofferenza: eppure, lasciato libero, può spaccarsi improvvisamente il cranio o lanciarsi dall’alto, quasi che una furia distruttrice ghermisse od azionasse alla sua insaputa, i suoi muscoli».

E non è questo giusto il caso di Pinelli, sembra commentare il dott. Amati dopo aver riportato il brano? Dunque, un caso di suicidio «suggerito» dall’inconscio «un confuso per turbamento affettivo che, in un raptus, cioè in un gesto automatico, spinge alla morte», per riportare le parole del terzo autore citato nella sentenza, il De Fleury. Ma perchè mai Giuseppe Pinelli sarebbe caduto in preda a questo automatismo distruttore? Ecco, la parte più interessante della sentenza, è legata a questo interrogativo.

Il dott. Amati non concorda con quanto ebbe ad affermare il questore subito dopo la tragica morte di Pinelli («Il suo alibi era caduto, il suo gesto è una specie di autoaccusa»). No, per il giudice istruttore l’alibi di Pinelli non era affatto crollato: a dispetto di quello che, in un primo tempo, aveva «pensato» la polizia. Pino trascorse il pomeriggio del 12 dicembre al caffè, a giocare a scala quaranta. E così dicasi per gli altri attentati: Giuseppe Pinelli era uomo alieno dalla violenza: la sua fede anarchica era infatti di tipo «idealista», si afferma nella sentenza.

Su questo punto, dunque, la posizione del dottor Amati si discosta parecchio da quella del questore dottor Guida e del funzionario della politica dott. Calabresi. E come non poteva non discostarsene del resto? Per spiegare quindi il tragico, gesto di Giuseppe Pinelli non c’è che da appellarsi alla psicologia: nonostante le apparenze, il Pino era distrutto dopo quei tre giorni di permanenza in questura. Temeva; di perdere il posto, temeva la disoccupazione; non solo; era anche preoccupato per una frase che gli aveva detto il dott. Calabresi. Che cosa gli aveva mai detto il funzionario della politica? Questo: «Valpreda ha parlato, ha detto tutto, non c’è più niente da nascondere». Pinelli, stando ai poliziotti, sarebbe allora impallidito come un cencio, e avrebbe esclamato: «il movimento anarchico è finito». Ora, questa frase sarebbe stata pronunciata un’ora prima che avvenisse il «suicidio». Mica vero quindi quel che riferirono a suo tempo il questore e il dott. Calabresi, che cioè Pinelli si lanciò fuori della finestra subito dopo aver avuto la «rivelazione» che «Valpreda aveva parlato».

Ma non è la sola contraddizione che si rileva scorrendo le varie dichiarazioni fatte dai poliziotti. Anche sui «tempi e i modi» del «suicidio» vi sono diversi «punti d’ombra», chiamiamoli così. Alcuni affermano che Pinelli si accostò alla finestra e, dopo aver gettato la sigaretta, si buttò a capofitto. Altri invece parlano di «balzo felino» dalla sedia alla finestra.

Nel «decreto» vi è infine una testimonianza che non era assolutamente nota, fino a ieri, e che appare abbastanza significativa. E’ quella dell’autista del dott. Calabresi, Oronzo Perrone, il quale sostiene questo: che già a mezzogiorno il Pino appariva turbato; mentre si trovava nella stanza del dott. Calabresi si lanciò infatti verso la finestra e solo a stento venne trattenuto dal Perrone, che si trovava solo con lui.

Dunque Giuseppe Pinelli covava da diverse ore l’idea del
suicidio? Sembrerebbe di si,
stando a questa testimonianza.
Una testimonianza che, se riporta puntualmente i fatti, apre però un altro interrogativo:
se il Pino aveva già dimostrato di essere in uno stato ansioso, perché mai quella finestra
aperta, a mezzanotte, e per di
più con un freddo che tagliava
le ossa?

 

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