1970 06 7 Paese Sera – Valpreda e Merlino non vogliono rispondere alle domande del giudice. Gli interrogatori degli imputati della strage dopo le rivelazioni di «Andrea 007»

1970 06 7 Paese Sera - Valpreda e Merlino non vogliono rispondere

Gli interrogatori degli imputati della strage dopo le rivelazioni di «Andrea 007»

Valpreda e Merlino non vogliono rispondere alle domande del giudice

Hanno chiesto di parlare prima con i loro avvocati – Gli altri imputati confermano i loro alibi e la loro versione dei fatti – Documento degli avvocati difensori

 

Il giudice istruttore Ernesto Cudillo ha contestato a Pietro Valpreda e agli altri cinque maggiori imputati per gli attentati dinamitardi di Roma e Milano del 12 dicembre scorso le dichiarazioni fatte circa 15 giorni fa da «Andrea Politi», lo 007 del Viminale.

Quando il giudice si è recato da Valpreda e Merlino, i due imputati hanno rifiutato di rispondere ad ogni domanda del magistrato chiedendo di poter parlare prima con i loro avvocati, cosa che la legge concede loro. Pare che ormai i due maggiori imputati abbiano perso ogni fiducia nell’operato del giudice istruttore.

Più lungo ed approfondito degli altri è stato l’interrogatorio di Roberto Mander. L’unico minorenne del processo, per dimostrare che non aveva piazzato la bomba all’altare della Patria, aveva sostenuto che mentre avveniva la deflagrazione stava uscendo dal circolo di via del Governo Vecchio e molti testimoni avevano confermato questo suo alibi.

Di fronte alle contestazioni che il magistrato gli ha fatto sulla base delle dichiarazioni di Andrea 007 ha ribadito quanto aveva dichiarato: «Fra i due tempi in cui la conferenza fu divisa mi allontanai per non più di tre minuti per andare in un bar e ritornai per ascoltare ancora «il cobra»: stavo uscendo, sempre con altri giovani anarchici, quando udii (l’udirono anche gli altri) lo scoppio all’Altare della Patria, a proposito del quale qualcuno disse: «Deve essere uno dei botti che fanno a Piazza Savona».

Mander ha descritto con molti dettagli al giudice gli spostamenti fatti quel pomeriggio e ha ricordato anche come erano disposte all’interno del Circolo «XXII Marzo» le persone che ascoltarono la conferenza sulle religioni di Serventi. Fra l’altro ha detto: «Andrea» era dietro di me, seduto su una brandina. Alla ripresa dell’interrogatorio Mander ha chiesto al giudice istruttore di essere messo a confronto con «Andrea Politi». Il dr. Cudillo si è riservato di prendere una decisione.

Ancora poco si sa su quanto hanno dichiarato al giudice gli altri imputati quando si sono sentiti contestare le rivelazioni dell’agente della questura che si era insinuato nel loro gruppo fingendo di essere un contestatario.

Sempre a proposito di questo testimone, hanno fatto una dichiarazione gli avvocati Giuliano Vassalli e Nicola Lombardi, difensori di Mander. Eccone il testo: «Abbiamo esaminato le notizie e siamo rimasti stupefatti tanto da decidere una immediata nostra risposta difensiva: infatti, se le vicende processuali rimanessero, come dovrebbero, segrete nell’istruttoria, nessun danno ne verrebbe agli imputati, né la opinione pubblica sarebbe dirottata verso opinioni spesso così contrastanti con la verità. Ma quando avviene, come in questo processo, che noi stessi difensori siamo costretti ad apprendere le notizie solo indirettamente, non possiamo né dobbiamo, proprio nell’interesse dei nostri assistiti, rimanere inerti. Per vari motivi abbiamo deciso di presentare al giudice istruttore una istanza, che tende a sottolineare l’assurdo atteggiamento di alcuni inquirenti della polizia che a loro criterio orientano le indagini del magistrato, rivelandogli, e neppure spontaneamente, ed a distanza di mesi, circostanze o testimonianze (vere o false, per ora non interessa) che conosciute immediatamente avrebbero risparmiato al magistrato ed agli imputati inutili e lunghe attese. Ma oltre che essere assurdo quello che avviene è anche palesemente illecito perché il segreto di polizia sui confidenti (sul quale ha deciso una recente sentenza della Corte costituzionale) non si riferisce a i pubblici ufficiali (ed il «Politi» è un pubblico ufficiale) ed essi quando non assolvono ai doveri di ufficio di riferire al magistrato compiono una gravissima violazione di legge.

 

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