1970 09 28 Tempo – Per la strage di Milano non «risultano» mandanti. La requisitoria sugli attentati del 12 dicembre 1969. di Marcello Lambertini.

1970 09 28 Tempo - Per la strage di Milano non risultano mandanti di Marcello Lambertini

La requisitoria sugli attentati del 12 dicembre 1969

Per la strage di Milano non «risultano» mandanti

Secondo il P. M. Occorsio non tutti i colpevoli sarebbero stati individuati, ma gli «ignoti», piuttosto che mandanti sarebbero solo dei «complici» – Dieci indizi per l’accusa

di Marcello Lambertini

 

I morti di Piazza Fontana sono stati occasione da più parti per gratuiti attacchi contro la Magistratura (accusata di operare su direttive politiche e non di giustizia), attacchi che hanno largamente superato ogni diritto di critica. Il rispetto che lo scrivente ritiene debba essere tributato a delle vittime innocenti ed a coloro che portano ancora nelle carni il segno della criminalità altrui, non consente in questa sede una adeguata risposta alle insinuazioni mosse contro gli inquirenti. Ma una cosa va detta per tranquillità dei cittadini: la Magistratura italiana «non è serva» né di altri poteri, né di idee guida ed è invece «garanzia» per il popolo di obiettività di indagine ed indipendenza di giudizio.

Queste sono le conclusioni, amare, ma al tempo stesso nobili cui è giunto il P.M. Vittorio Occorsio al termine di una istruttoria condotta in un ambiente difficile «disposto solo ad ostacolare la ricerca della verità, mai a collaborare con la Giustizia». E’ una conclusione in verità moderata questa di Occorsio perché dopo le difficoltà sofferte e le accuse ricevute per come stava conducendo questa indagine, il giovane Sostituto procuratore della Repubblica avrebbe potuto trovare l’occasione per stigmatizzare in maniera più dura quanti nello stesso ambito della Magistratura hanno criticato il suo operato.

La requisitoria di cui ampiamente abbiamo riferito ieri, per giungere alla richiesta di responsabilità di tutti gli imputati ed in particolar modo dei quattro principali – Pietro Valpreda, Emilio Borghese, Giorgio Gargamelli e Mario Merlino sui quali incombe l’ombra dell’ergastolo – ha dedicato ampio spazio per un approfondito studio sulle attività ed i programmi del circolo «22 marzo» dove nacquero e si realizzarono i gravissimi episodi che hanno provocato la morte di sedici vittime innocenti ed il ferimento di centosei persone.

Violenza

Il richiamo all’anarchia assume nel circolo «22 marzo» un significato degenerativo rispetto ai movimenti anarchici tradizionali e si risolve nella affermazione «rivoluzione per la rivoluzione» intesa come «violenza per violenza»; la strategia dell’attentato costituisce l’unico patrimonio ideologico dei principali esponenti del gruppo; l’uso di ordigni esplosivi è discusso, programmato ed infine attuato senza una chiara finalità politica.

I motti di Valpreda «Bombe, sangue e anarchia» e «La rivoluzione si fa con il pensiero, la penna e la dinamite», che ornano di sé le mura della baracca di Prato Rotondo, impostano un discorso rivoluzionario ad oltranza, chiaramente diretto contro tutte le istituzioni dello Stato e contro i cittadini. Questi ultimi sono odiati in quanto parte dell’attuale sistema e per attaccare le istituzioni si può ben colpire l’uomo che le accetta.

Nel «22 marzo» Valpreda vede il terreno adatto ad attuare i programmi del suo circolo degli Iconoclasti che non è riuscito a realizzare a Milano.

In sostanza secondo il P.M. Occorsio non dovrebbero esistere dubbi sulla responsabilità dei principali imputati per i quali egli chiede il rinvio a giudizio. Dubbi non dovrebbero esserci perché contro di essi convergono una serie di indizi (dieci per il pubblico ministero) e di prove. Principali tra queste, quelle fornite da numerosi testimoni: il tassista che accompagnò Valpreda a piazza Fontana, l’anarchico – Macoratti – che si lasciò andare a pesanti ammissioni sul comportamento dei suoi amici del «22 marzo», l’agente-spia che lavorava all’interno del circolo sovversivo, l’ufficiale – Cicero – che durante il servizio di leva, quindici anni, orsono, insegnò a Valpreda a maneggiare, armi ed esplosivi.

Non meno gravi sarebbero gli «indizi»: l’idea espressa da Valpreda di mettere le bombe dove «si possono colpire le persone», la spartizione del pacco di esplosivo sulla Tiburtina, il non aver saputo giustificare la ricerca di materiale esplodente nei giorni precedenti agli attentati, l’aver presentato degli alibi falsi per il viaggio di Valpreda a Milano, proprio il 12 dicembre, il giorno cioè degli attentati.

Un ultimo interessante capitolo riguarda le «altre responsabilità».

In sede istruttoria, dice Occorsio, non tutti i colpevoli, sono stati individuati, ma gli «ignoti», piuttosto che «mandanti», sono «complici», perché l’idea degli attentati contro le Banche e l’Altare della Patria è nata nel «22 marzo» ed i mezzi per effettuarli sono stati preparati dagli esponenti del circolo di Merlino e Valpreda.

Gli errori

Dietro l’uomo Merlino può esservi qualcuno che lo ha stimolato (si ricordino i sospetti su Delle Chiaie), ma manca ogni prova che altri gruppi si siano avvalsi del «22 marzo» per attuare una certa strategia politica. D’altra parte questi attentati sono manifestamente tutto di un calcolo miope e approssimativo e non sono stati accompagnati da azioni in qualche modo dirette ad attaccare le istituzioni dello Stato.

Le «bombe» all’Altare della Patria indicano che gli autori della strage non hanno saputo rinunciare al lato «dimostrativo» dell’azione.

Molteplici poi sono gli errori commessi dai responsabili ed il più grave è stato quello di avere usato ordigni identici, collocati alla stessa ora, sugli stessi obiettivi, sicché immediatamente gli attentati sono risultati opera non di singoli ma di un gruppo. Altro errore è stato quello di andare a collocare gli ordigni in tre banche sotto gli occhi di numerose persone che solo per mero caso non hanno notato gli attentatori.

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