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1970 10 29 Paese Sera – «Non abbiamo concordato le versioni» dice candidamente il vice-Calabresi. Al processo contro «Lotta Continua» interrogato il brigadiere Panessa. di G. M.

4 novembre 2015

1970 10 29 Paese Sera - Non abbiamo concordato le versioni dice candidamente il vice-Calabresi di G.M.

Al processo contro «Lotta Continua» interrogato il brigadiere Panessa

«Non abbiamo concordato le versioni» dice candidamente il vice-Calabresi

Clamorose contraddizioni del teste sulle ultime ore di vita di Pinelli. Messo alle strette, il sottufficiale si è trincerato dietro i «non so» e i «non ricordo»

di G. M.

 

Milano, 29 – Tre ore di martirio per il brigadiere Vito Panessa. Chiuso nel vicolo cieco delle sue contraddizioni, messo alle strette dalle «impietose» domande dei difensori di Pio Baldelli, il «braccio destro» del commissario Calabresi ha cercato di tirarsi fuori dalla sua incomoda situazione esibendo tutto un repertorio di smorfie, di sorrisi, di gesti concitati e di «non ricordo». Peggio di così non poteva comportarsi. Anche il presidente, dott. Biotti, non ha nascosto il suo fastidio: «Lei, signor Panessa, parla troppo: e perchè poi continua a ridere?». Vito Panessa è uno dei protagonisti della tragica notte del 15 dicembre. Le «cronache ufficiali» lo danno come l’uomo che si gettò su Pinelli, riuscendo ad afferrarlo per i piedi «Generoso» quanto inutile tentativo di salvare la vita al «suicida».

Ieri, Panessa, occhi sgranati, faccia tonda, colorito terreo, ha «ridimensionato» però l’episodio: si, è vero, ebbe quello slancio di «generosità», ma arrivò appena a sfiorare le scarpe di Pinelli. Meglio, non è nemmeno sicuro di «averle toccate». Comunque, si prese lo stesso un bello spavento per il «rischio» che aveva corso. Dopo il tuffo di Pinelli, infatti, non se la sentì proprio di precipitarsi da basso, in cortile, assieme all’allora tenente Lograno e ad altri sottufficiali.

PRESIDENTE: «Ma doveva fare qualcosa di sopra?».

PANESSA: «No, niente»

PRESIDENTE: «E allora, perché è rimasto in ufficio?».

PANESSA (sorridendo): «Signor presidente, ero sotto choc, dovevo rianimarmi».

Lo choc, comunque, non gli impedì di scambiare alcune frasi con l’anarchico Valitutti che, al momento del fatto, si trovava nell’androne proprio di fronte all’ufficio di Calabresi. Vero che, in quell’occasione, disse a Valitutti che Pinelli era ormai dentro fino al collo e che per questo si era ucciso?

PANESSA: «Non ricordo: so solo che abbiamo parlato».

E che «ruolo» ha giocato durante l’interrogatorio di Pinelli? Vero che anche lui, come ha detto Calabresi, aveva una sua funzione da svolgere?

PANESSA: «No, mi interessava solo l’interrogatorio, non avevo niente da fare».

Dunque, stava lì semplicemente per godersi lo spettacolo. Poteva anche uscire se avesse voluto? Certo che poteva uscire, poteva fare quel che voleva. Panessa, invece rimase, dall’inizio alla fine. Meglio, entrò nella stanza mezz’ora dopo che l’interrogatorio era cominciato. Niente vero quindi che ebbe modo di ascoltare quella tal frase, «Valpreda ha parlato» che avrebbe dato l’avvio all’«amichevole colloquio» fra Pinelli e Calabresi? No, lui, Panessa, non la sentì quella frase: entrò nell’ufficio quando era già stata pronunciata da un pezzo. E qui Panessa scivola in una delle sue più vistose, incredibili contraddizioni. Quando infatti, il 16 dicembre, il sostituto procuratore, dott. Caizzi, lo interrogò su quanto era avvenuto poche ore prima al quarto piano della questura, il brigadiere della «politica» fu molto preciso nel suo racconto. Disse di aver udito Calabresi pronunciare quell’ormai storica frase, «Valpreda ha parlato», cui era subito seguito il melodrammatico grido di Pinelli, «E’ la fine dell’anarchia». Stesso racconto fece poi il 16 gennaio, sempre davanti al dott. Caizzi, e solo dopo che il sostituto procuratore della Repubblica gli fece notare che quella frase, stando al Calabresi e ad Allegra era stata pronunciata all’inizio dell’interrogatorio, Panessa modificò la sua versione. Come poteva aver udito, infatti, una frase pronunciata quando ancora lui era fuori dall’ufficio?

Già all’inizio dell’interrogatorio di ieri, Vito Panessa ha cercato di giustificare questo suo strambo comportamento. Ne è venuto fuori però un discorso estremamente contuso, costellato da tutta una girandola di risate e di risatine nervose che hanno chiaramente infastidito il presidente. Insomma, perché mai questa contraddizione?

PANESSA: «Non so, pero, forse…».

Ecco, la frase deve averla «recepita» da qualche parte e quindi la fece sua come se l’avesse veramente sentita con le sue orecchie.

«Sa – ha aggiunto il brigadiere della politica – non è che ci sia stata una versione concordata. Ognuno di noi è andato dal giudice…». Ed è stato a questo punto che il presidente si è fatto ancora più scuro in volto; «Lei, signor Panessa, parla troppo». Il brigadiere, comunque, ha avuto anche i suoi momenti di sdegno come quando i difensori gli hanno chiesto «se poteva escludere di avere infierito su Giuseppe Pinelli sino a provocarne la morte». Rapida, senza esitazione, allora la risposta di Panessa: «Sono metodi che non ho mai conosciuto». «E’ però vero che lui è un esperto di Karaté?», hanno insistito i difensori. Alla domanda non si sono opposti né Lener né il P.M. E’ stato il presidente che l’ha giudicata «inammissibile».

All’udienza di ieri, oltre ad Allegra è stato ascoltato anche Giuseppe Caracuta, il brigadiere che stese il verbale dell’interrogatorio di Pinelli. Come il tenente Lograno, Caracuta non vide la scena «decisiva», l’anarchico che piomba giù dalla finestra. In quel momento stava mettendo ordine nei suoi fogli. False quindi le affermazioni che si leggono nel suo interrogatorio reso al dott. Caizzi? Mica vero che vide Pinelli «compiere un balzo felino verso la finestra?». Caracuta: «Non lo vidi quando si mosse per andare verso la finestra. Vidi però qualcosa di repentino, come se sfuggisse. Come una saetta».

Il processo riprende stamane.

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1970 10 28 Paese Sera – Neanche Allegra spiega il «suicidio» di Pinelli. Al processo di Milano interrogato il capo dell’Ufficio Politico. di G.M

4 novembre 2015

1970 10 28 Paese Sera - Neanche Allegra spiega il suicidio di Pinelli di G.M.

Al processo di Milano interrogato il capo dell’Ufficio Politico

Neanche Allegra spiega il «suicidio» di Pinelli

Non vide e non sentì nulla; non sa l’ora in cui avvenne il tragico volo

di G.M.

 

Dal nostro corrispondente

Milano, 28. – Quarta udienza del processo contro «Lotta Continua». Di scena, stavolta, il dott. Antonino Allegra, dirigente dell’ufficio politico della questura di Milano. Tre ore e passa è durata la sua deposizione, e resta ancora una coda, che verrà esaurita stamane. Il racconto del dott. Allegra non si è assolutamente discostato da quello di Calabresi (né da quella di Lograno). L’uno ha completato l’altro; meglio, l’uno è stato la copia dell’altro. Solo in qualche impercettibile sfumatura le diversità. Mentre, ad esempio, Calabresi, nel descrivere la morte di Pinelli, ha raccontato di aver sentito dei rumori provenienti dal suo ufficio e poi un grido ed un tonfo, il dottor Allegra non ha invece avvertito tonfi e grida, ma solo il rumore di ante che sbattevano. Per il resto, tutto uguale. Ed identico anche il comportamento. Dopo il volo di Pinelli, il dott. Calabresi non corse infatti in cortile, ma ebbe in compenso «la presenza di spirito di telefonare alla Volante» (sono parole di Allegra); e così fece Allegra che, non solo non lasciò il suo ufficio, ma non si preoccupò neppure di affacciarsi al balcone per dare una occhiata dabbasso. Immediata preoccupazione fu invece quella di svegliare il questore, per poi recarsi in un secondo tempo all’ospedale, dove era stato ricoverato Pinelli. L’ora in cui avvenne il fatto? Il dott. Allegra non se lo ricorda.

Niente di nuovo dunque nel racconto del dirigente della «Politica». Nuove, invece, le domande dei difensori del prof. Pio Baldelli. Perché innanzitutto Pinelli venne trattenuto in questura per tre giorni e tre notti di seguito, senza che vi fosse una richiesta di fermo? Ha risposto Allegra: nei primi due giorni Pinelli non era «un fermato», era un semplice «ospite» dell’ufficio politico. La richiesta di fermo venne inoltrata il 15 sera, quando su Pinelli, ha detto Allegra, si addensarono i sospetti. Ma quali sospetti? E qui Allegra ha tirato fuori tutta una storia di telefonate intercettate e di pedinamenti che duravano fin dal marzo del ’69. Dunque, Pinelli era tenuto costantemente d’occhio dalla polizia, come del resto Valpreda, ha fatto notare il dirigente della «Politica».

Altra contestazione. Tre sono i rapporti sulla morte di Pinelli inviati da Allegra alla Procura. Nel primo, quello del 16 dicembre, si dà una versione dei fatti completamente diversa da quella fornita in un momento successivo. L’ora del tuffo di Pinelli è indicata innanzitutto come le 12.15, con venti minuti di «ritardo» rispetto all’ora stabilita in un secondo tempo. Nello stesso rapporto si dice inoltre che Pinelli si uccise mentre stava per essere interrogato da Calabresi. Come giustifica Allegra queste vistose contraddizioni? Allegra: «Quel rapporto non lo scrissi io, ma un mio sottufficiale. Io però lo firmai.

Ultima domanda: vero che ai primi di dicembre del ’69 Allegra prese di petto Pinelli dicendogli: «Tra poco t’incastriamo ben bene, una volta per sempre, così non parlerai più»?

Allegra: «E’ falso. Non è mio costume pronunciare frasi del genere».

A questo punto il difensore avv. Gentili, ha chiesto al tribunale che vengano ascoltati alcuni testi in grado di precisare questa circostanza. E’ stato inoltre chiesta la citazione del prof. Renzo Vanni, dell’Università di Pisa, al quale Pinelli, nel novembre del ’69 scrisse una lettera in cui si diceva: «C’è un commissario di polizia, Calabresi, che mi perseguita. Ho l’impressione che voglia incastrarmi ad ogni costo. Non so perché».

1970 10 16 Paese Sera – Ecco come Pinelli si uccise testimonia un capitano dei CC. Ancora un’udienza infuocata al processo contro «Lotta continua». di G.M.

4 novembre 2015

1970 10 16 Paese Sera - Ecco come Pinelli si uccise testimonia un capitano dei CC di G.M.

Ancora un’udienza infuocata al processo contro «Lotta continua»

«Ecco come Pinelli si uccise» testimonia un capitano dei CC

L’ufficiale e il commissario Calabresi sono stati accusati di falso dalla difesa – Vivace reazione del pubblico – La prossima udienza il 27 prossimo.

di G.M.

 

Niente grida, stavolta, ma solo un corale «borbottio» quando ha cominciato a parlare il dott. Antonino Allegra, dirigente dell’Ufficio politico della questura. E’ bastato comunque perché il presidente sospendesse l’udienza, spedendo tutti a casa con un «arrivederci al 27 ottobre». Nonostante la brusca interruzione, non si può dire però che la terza giornata del processo contro Lotta continua sia stata «deludente»; tuttaltro. Di elementi ne ha offerti parecchi.

Questa volta era di scena il capitano Savino Lo Grano, l’unico carabiniere che, la notte del 15 dicembre, si trovava nell’ufficio del dott. Luigi Calabresi. E’ dunque uno dei testimoni che ha assistito al tragico volo di Giuseppe Pinelli. Non ha però visto il gran balzo giù dal quarto piano «Proprio in quel momento – ha detto ieri il capitano Lo Grano – mi ero distratto. Quando ho alzato gli occhi al rumore di una finestra, ho visto soltanto le scarpe di Pinelli all’altezza della ringhiera». E prima? Prima era successo questo. Giuseppe Pinelli si era alzato dalla sedia, aveva accettato una sigaretta dal brigadiere Muccilli e si era quindi avvicinato alla finestra. Si era messo poi a parlare con i brigadieri Mainardi e Panessa, i quali gli avevano chiesto se era possibile, anche a distanza di tempo, sapere il nome del ferroviere che, un certo giorno, aveva «legato» un convoglio alla stazione centrale. «Il clima era proprio disteso e sereno», ha detto e ripetuto il capitano Lo Grano, usando le stesse parole di Luigi Calabresi.

Pinelli si mette dunque a conversare con i due brigadieri e, a un certo punto, infila la mano fra le due ante socchiuse per gettare in cortile il mozzicone della sigaretta. E’ proprio in quell’attimo che l’allora tenente dei carabinieri abbassa gli occhi. Quando li rialza, vede le suole di Pinelli e i due brigadieri «chiusi» fra le ante e il muro, che tentano di raggiungere la ringhiera. «Allora sono corso fuori dalla stanza, gridando: “S’è buttato, s’è buttato!” – ha continuato il capitano -.
 Poi sono sceso in cortile». Il
 corpo di Pinelli giaceva in un
 angolo. L’ufficiale gli si avvicina e lo sente mormorare
 «Mamma mia, aiuto…». Lo solleva da terra e avverte che
«aveva qualcosa di rotto». Lo 
riadagia e ritorna di sopra per
 telefonare al suo superiore.

Questo il racconto del capitano Lo Grano. Ma non era un po’ diversa la versione che egli diede, a suo tempo, ai suoi superiori? Non raccontò forse che, per la durezza degli interrogatori, Pinelli si sentì male e, in seguito a improvviso malore, piombò giù dalla ringhiera? La domanda è stata rivolta dai difensori di Pio Baldelli alla fine del racconto. L’ufficiale ha risposto sbrigativo e secco: «Lo escludo nella maniera più assoluta». Ha anche «escluso» che Giuseppe Pinelli avesse subito violenze fisiche e morali durante l’interrogatorio. «Nella stanza faceva quello che voleva – ha detto -. Si alzava dalla sedia, fumava, e più volte si è avvicinato alla finestra socchiusa per gettare il mozzicone della sigaretta».

A questo punto, l’avv. Gentili, si è alzato e, con parole scandite ha detto: «Saremo in grado di dimostrare che sia la testimonianza del capitano Lo Grano sia quella di Luigi Calabresi sono false».

Dopo il racconto del capitano dei carabinieri ha fatto ancora una rapida apparizione il commissario querelante il quale, stavolta, indossava un completo verde pisello con cravatta e camicia bianca. Gli è stato chiesto: perché mai non smentì, a suo tempo, un giornale che aveva parlato di certi suoi rapporti con la CIA? «Non era il caso – ha risposto Calabresi -: del
 resto, non sono mai stato in America» E’ poi la volta di Allegra. Comincia la sua testimonianza, ma quando dice: «Chiesi a Pinelli quanti erano i ferrovieri anarchici a Milano»,
 fra il pubblico si leva un brusio 
e qualche risata. Il presidente
sospende allora l’udienza.

 

1970 04 12 l’Unità – I complici nascosti della strage di Milano. Quattro mesi dopo l’esplosione che ha ucciso sedici persone si moltiplicano gli interrogativi e si fa luce una grave verità. di Marcello Del Bosco

4 novembre 2015

1970 04 12 Unità I complici nascosti della strage di Milano

 

Quattro mesi dopo l’esplosione che ha ucciso sedici persone si moltiplicano gli interrogativi e si fa luce una grave verità

I complici nascosti della strage di Milano

Il «suicidio» di Pinelli e le accuse avanzate dall’«Avanti!» – Un confidente segreto di cui la polizia rifiuta di fare il nome – Lo strano cliente del tassista Rolandi e lo «svarione linguistico» lasciato a verbale – Che fine hanno fatto le indagini svolte dal servizio di controspionaggio? – Le strane coincidenze.

di Marcello Del Bosco

 

In via del Governo Vecchio adesso si balla. Un gruppo di liceali ha affittato la cantina dove si riunivano quelli del «22 marzo» ha montato gira dischi e amplificatori ha dato una mano di vernice alle pareti lasciando però la caricatura di poliziotti e finanzieri che fuggono davanti a un anarchico. Qualche giorno fa dal Policlinico di Milano è uscito Enrico Pizzamiglio il ragazzo dilaniato dall’esplosione di piazza Fontana ora è in un istituto specializzato forse tra mesi o mesi potrà tornare a camminare con delle gambe artificiali. Nello stesso giorno hanno giurato i nuovi ministri, si è chiusa la crisi aperta subito dopo le bombe una crisi lunga difficile e in cui le bombe ancora una volta hanno avuto il loro peso se è vero – come è stato scritto – che per dire la verità sugli attentati bisognava attendere il «momento politico» adatto insomma era necessario rimettere su un governo. Così sono passati quattro mesi dalla strage.

Ma il tentativo massiccio di far calare il silenzio sulla vicenda è fallito. Pizzamiglio, i sedici morti, i feriti, non sono stati dimenticati. Pinelli non sarà dimenticato e per gli imputati in carcere il discorso è aperto. I pochi indizi che pesano contro di loro scompaiono dinanzi alle ombre che gravano sulla inchiesta. Giungere alla verità, colpire i responsabili degli attentati chiunque essi siano non è più un problema giudiziario bensì politico. E se già può essere considerata una vittoria l’aver sventato il tentativo di imporre il silenzio, bisogna adesso riuscire a far luce. Costringere a parlare quelli che non hanno ribattuto neanche quando sono stati accusati di omicidio.

Le venti domande senza risposta che avevamo posto nei primi giorni dopo gli attentati si sono in questi quattro mesi moltiplicate, si sono addensate sempre nuove ombre, i sospetti si sono fatti ancora più gravi. Ma proprio da questi punti oscuri viene la chiave per arrivare alla verità e già adesso proprio perché su questi punti più rigido è il silenzio si può giungere alla ipotesi di un complotto. Vediamo alcuni di questi interrogativi che a distanza di mesi si pongono con la stessa attualità delle prime ore. E per forza di cose bisogna cominciare dalla morte di Pinelli.

Un «suicidio» senza precedenti

Così sostengono gli avvocati milanesi dicono che in 20 anni nella città lombarda non si è registrato nessun caso così «atipico» per le lesioni, per il tipo di caduta, per il comportamento del soggetto. Questo comunque conta poco. Ben più importante è che l’Avanti, il giornale del vicepresidente del Consiglio e di parecchi ministri e sottosegretari scriva senza essere smentito che l’anarchico può essere morto per un colpo di karatè E che qualche giorno dopo pubblichi ben 19 punti oscuri sulla fine di Pinelli che contrastano tutti con la versione ufficiale.

Non è in verità che non ci sia una risposta almeno nei fatti. Tanto è vero che il questore Guida e il commissario Calabresi restano al loro posto, il primo ha acquistato notorietà per aver diretto un penitenziario fascista, il secondo viene chiamato «commissario-CIA» per un corso speciale che avrebbe seguito negli USA e che comunque si è ben guardato dallo smentite E pur vero che il giovane poliziotto ha lavorato come collaboratore alla «Giustizia» ma non si riesce ugualmente a capire perché lui insieme a Guida non sia stato sospeso dal servizio sia pure in modo cautelativo visto che sulla molte di Pinelli è in corso una inchiesta che potrebbe concludersi con l’accertamento di gravi responsabilità per i due funzionari. E in ogni caso al Viminale non ritengono quantomeno «negligente» il comportamento dei poliziotti che hanno permesso a un fermato di «suicidarsi»?

Bene chiediamo dunque di sapere perché non sono stati presi provvedimenti contro i due funzionali di PS. E chiediamo anche se sono vere le voci secondo cui si arriverebbe a una archiviazione del «caso Pinelli» proprio mentre più forti si fanno i dubbi sulla morte dell’anarchico (ultimo caso la testimonianza di un altro fermato, Pasquale Valitutti, il quale nega che Calabresi sia uscito dalla stanza; dice di aver sentito dei rumori «come di rissa» e di aver pensato che stessero «picchiando Pinelli» e infine sostiene che lo stesso commissario gli disse che Pinelli «era un delinquente». E chiediamo ancora che ci venga spiegato perché il questore Guida abbia mentito dicendo che l’alibi dell’anarchico «era crollato» quando invece anche l’altro giorno è stato riconfermato dinanzi al magistrato.

Il confidente della PS

Dopo tanto nicchiare è entrato negli atti giudiziari anche la spia della polizia all’interno del «22 marzo». Sia pure stringendo i denti i funzionari della «politica» i hanno dovuto ammettere dinanzi al giudice che avevano in via del Governo Vecchio un informatore ma del nome neanche a parlarne. Il giudice Cudillo non lo saprà almeno del vice questore Provenza. Così non potrà risolvere uno degli interrogativi principali: l’informatore aveva avvertito o no la polizia degli attentati? I casi sono due o non ha sentito parlare di bombe (perché nel circolo non sono stati preparati gli atti terroristici) o se invece ha capito quali erano i piani certamente ha informato l’ufficio politico della questura di Roma visto che lo aveva sempre fatto in passato. E in questo caso i poliziotti dovrebbero spiegare perché mai non intervennero.

Chiediamo dunque che il nome del confidente venga rivelato al giudice affinché sia chiarito questo punto essenziale. E chiediamo anche che qualcuno spieghi perché e con quale scopo al confidente fu ordinato di infiltrasi nel circolo totalmente sconosciuto e assai esiguo anche per il numero dei componenti.

«Ecco chi devi riconoscere»

«Mi fu mostrala una foto e mi si disse che doveva essere della persona che dovevo riconoscere». Questa è la frase dettata a verbale dal tassista Rolandi al momento del confronto con Valpreda.

Qualcuno ha parlato di uno svarione linguistico. Ma Rolandi ha detto che gli fu mostrata ma sola foto che il questore si complimentò con lui e così via E d’altra parte è noto come i poliziotti due ore dopo gli attentati già parlassero di Valpreda come di «quel pazzo criminale» ma il ballerino anche in questura non aveva affatto precedenti per cui potesse essere definito «pazzo criminale». Senza contare che non è mai stato spiegato perché Valpreda preso a Milano sia stato subito portato a Roma nonostante che l’attentato più grave fosse avvenuto proprio nel capo luogo lombardo.

Anche qui quindi chiediamo di sapere se il tassista Rolandi sia stato «influenzato», perché il questore gli mostrò una sola foto, chi suggerì dopo due ore dagli attentati il nome di Valpreda, chi diede l’ordine di trasferire immediatamente a Roma il ballerino.

Le prove e gli imputati

Oltre Valpreda accusato della strage di Milano ci sono cinque giovani in carcere per gli attentati di Roma. Materialmente gli esecutori sono stati due al massimo tre, certo gli altri potrebbero aver saputo e preparato gli atti terroristici. Ma fino a questo momento non è stata fornita una sola prova, un solo indizio di quelli che si definiscono rilevanti contro gli imputati. E come se non bastasse a quanto se ne sa gli alibi presentati dai cinque continuano ad essere validi.

Chiediamo dunque di sapere se esistono validi elementi contro gli imputati e in caso contrario se è lecito tenerli in galera solo in base a una ipotesi di colpevolezza. Tutto questo tenendo conto che in quattro mesi di indagini svolte attorno a queste persone tutto ciò che si poteva acquisire dovrebbe ormai essere stato raccolto.

Tutto ciò che manca

Un elenco purtroppo lunghissimo. Anche facendo tacere ogni dubbio e accettando in ogni punto la tesi degli investigatori ancora non si sa a) chi avrebbe deposto la bomba alla Commerciale b) chi ha fabbricato gli ordigni c) chi ha finanziato il gruppo d) chi sono i mandanti (qualcuno ricorda ancora la promessa degli inquirenti «li cerchiamo a più alto livello») e) una qualsiasi ricostruzione sia pure soltanto cronologica degli attentati f) quando sarebbero stati decisi gli atti terroristici e il tempo necessario per prepararli (tenendo conto che Valpreda è uscito dal carcere due settimane prima) e si potrebbe continuare per un pezzo ma basta questo quadro negativo per giustificare la domanda: l’inchiesta è forzatamente lacunosa perché non è stata imboccata la strada giusta? E le indagini in altre direzioni sono state abbandonate di fatto dopo l’euforia delle prime ore senza tener conto della possibilità che tutto si risolvesse con un buco nell’acqua?

Il rapporto del SID

E stato detto nelle prime ore di indagine che all’inchiesta prendeva parte anche il SID (controspionaggio) cosa d’altra parte ovvia vista la gravità dei fatti. Nessuno poi ha più parlato di queste indagini svolte dal SID. E’ altrettanto ovvio comunque che anche il servizio informazioni avrà elaborato un suo rapporto contenente i risultati delle indagini. Diciamo anche chiaramente che su questo rapporto-ombra corrono molte voci e in particolare si dice che gli uomini del SID sarebbero giunti a risultati ben diversi da quelli cui è giunta la polizia.

Chiediamo dunque di sapere se questo rapporto è stato trasmesso al magistrato che conduce l’inchiesta. E in caso contrario chi ha deciso di non consegnarlo. Chiediamo inoltre di sapere in quali mani si trova adesso questo rapporto e se è sulla base dei risultati raggiunti dal SID che è stata formulata l’ipotesi a livello giornalistico di dire la verità quando fosse giunto «momento politico» adatto.

L’altra ipotesi: Il complotto

Nasce soprattutto dalla constatazione che in quattro mesi di indagine attorno agli arrestati non si è riusciti ad andare aldilà delle teorie o delle testimonianze secondo cui Valpreda 18 anni fa partecipò a un corso di pioniere dell’esercito! Nasce poi dalla stessa formazione del «22 marzo» di fatto un mese prima degli attentati senza che praticamente si fossero mai accordati e senza neanche capire bene come gli imputati e gli altri del «giro» si sono ritrovati con un circolo con tanto di locale pagato.

A fare tutto è stato Mario Merlino guarda caso quello che Vita definì informatore della polizia e di cui sono ben noti i trascorsi fascisti, lui ad avere l’idea del circolo, lui ad avere l’idea
di come tirar fuori i quattrini, altra
coincidenza è che proprio in quei giorni
una rivista parla del gruppo (che in
verità non si è ancora formato) come
di «fascisti» e per «riparare» versa
poi le 40 mila lire necessarie. E sempre
a proposito di casualità, l’unico a sentire parlare di bombe e a spifferare
tutto al primo interrogatorio è guarda
un po’ Mario Merlino

Continuiamo con le coincidenze. Certo è che il tassista Rolandi qualcuno ha trasportato ma guarda caso il passeggero ha fatto di tutto per farsi notare non solo per la sconcertante brevità del percorso e con il farsi aspettare ma soprattutto con lo sbattere ripetutamente la portiera al punto che il tassista stava quasi per litigare. Ed è sempre una coincidenza che tutti sapevano che in quei giorni Valpreda doveva essere a Milano cosa d’altra parte che il ballerino ha ripetuto a destra e a
manca.

Si potrebbe andare avanti ancora (per esempio con la faccenda dell’ordigno inesploso fatto brillare col risultato di distruggere l’unico elemento concreto o con la storia del «vetrino» che salta fuori a tre mesi di distanza) ma resta il fatto che fin dai primi giorni qualcuno ha parlato del ballerino come di un novello Lee Oswald.

E chi può in sostanza escludete che il circolo «22 marzo» sia sorto (senza che naturalmente gli aderenti lo sospettassero) col solo scopo di servire da «copertura» agli attentati che sarebbero avvenuti tra un mese? E chi può escludere che Valpreda non sia stato il personaggio prescelto per recitare a sua insaputa la parte del protagonista? In fondo fin dall’inizio è stato detto che la figura era «ideale»; ballerino d’avanspettacolo, precedenti penali alle spalle, spaccone, sempre in prima fila per farsi fotografare e urlare slogan incendiari. Senza contare che anche quando ci sono delle testimonianze in suo favore valgono sempre di più quelle degli altri col risultato appunto che i suoi familiari in quanto tali «mentono» quando dicono che il ballerino non si è mosso da Milano, anche se non c’è nessuna prova del contrario.

Gli interrogativi della stampa

Dall’Avanti! a Panorama, da Sette giorni all’Espresso, dal Giorno alla Stampa, giornali che pure sono espressione di forze politiche diverse hanno formulato e continuano ad avanzare con sempre maggiore forza dubbi e interrogativi. E’ lo specchio della sfiducia e dello scetticismo che regna tra la gente, ci volevano prove e chiarezza, ci sono parole e confusione un boccone che non si può mandar giù. E le bombe di Milano e di Roma sono ancora tra i problemi sul tappeto del quadripartito, la crisi di governo può essere stata un comodo alibi per chi voleva rifugiarsi nel silenzio. Ora non ci sono più dilazioni. Chi vuol continuare a tacere, chi rifiuta dinanzi al Paese di andare a fondo nella ricerca della verità, si prenda almeno il titolo che gli spetta: quello di complice.

 

1970 04 11 l’Unità – «Nell’ufficio di Calabresi come una rissa: picchiavano Pinelli?». Sconcertante racconto di un anarchico all’«Astrolabio»

4 novembre 2015

1970 04 11 Unità Nell'ufficio di Calabresi come una rissa

Sconcertante racconto di un anarchico all’«Astrolabio»

«Nell’ufficio di Calabresi come una rissa: picchiavano Pinelli?»

Il giovane era interrogato in una stanza adiacente – «Calabresi mi disse che Pinelli era un delinquente» – Negata dalle autorità belghe l’estradizione per Ivo Della Savia, che pare si sia rifugiato altrove.

 

Una testimonianza, che suscita nuovi sospetti sulla morte di Pinelli, è stata pubblicata dall’«Astrolabio». Si tratta del racconto di Pasquale Valitutti, un anarchico fermato nelle prime ore dopo gli attentati, che veniva interrogato nell’ufficio adiacente a quello del commissario Calabresi. Valitutti esordisce narrando come fu fermato e quando vide Pinelli nella questura milanese «mi ha detto di sentirsi perseguitato da Calabresi e che aveva paura di perdere il posto alle ferrovie, più tardi
mi hanno messo nella segreteria che è adiacente all’ufficio del Pagnozzi (un altro commissario della politica ndr) e ho colto dei brani degli ordini che Pagnozzi lasciava per la notte. Posso affermare che ha detto di riservare al Pinelli un trattamento speciale, di non farlo dormire e di tenerlo sotto pressione».

Si passa quindi al racconto di quella tragica serata di lunedì «Gli ho chiesto (a Pinelli) se avesse firmato dei verbali e lui ha risposto di no. Verso le 20 è stato portato via e quando ho chiesto a una guardia dove fosse mi ha risposto che era andito a casa. Dopo un po’, penso verso le 20,30 ho sentito dei rumori sospetti come di una rissa e ho pennato che Pinelli fosse ancora lì e che lo stessero picchiando. Poco dopo ho sentito come delle sedie mosse e ho visto gente che correva gridando si è gettato»

Valitutti quindi afferma che «Calabresi mi ha detto che stavano parlando scherzosamente di Valpreda facendomi chiaramente capire che era nella stanza al momento in cui Pinelli cascò. Inoltre mi ha detto che Pinelli era un delinquente, aveva le mani in pasta dappertutto e sapeva molte cose degli attentati del 25 aprile».

«Specifico inoltre – conclude il giovane anarchico – che dalla posizione in cui mi trovavo potevo vedere il corridoio e che nei minuti precedenti il fatto Calabresi non è assolutamente passato per quel pezzo di corridoio»

La testimonianza di Valitutti, se accettata porta a tre conclusioni a) che Calabresi ad onta di quanto è stato detto era nella stanza quando Pinelli precipitò dalla finestra b) che Pinelli fu interrogato con particolare tenacia e forse con metodi poco ortodossi c) che effettivamente dopo la morte dell’anarchico funzionari di PS tentarono di screditarne la memoria facendo circolare sul conto false voci. Il dott. Caizzi che conduce l’inchiesta sulla fine di Pinelli dovrà comunque tener conto del racconto di Valitutti.

Intanto si è appreso che le autorità belghe hanno negato l’estradizione per Ivo Della Savia contro il quale il giudice Cudillo aveva emerso mandato di cattura per trasporto di materiale esplosivo. Le autorità di Bruxelles hanno negato l’estradizione facendo rilevare che il reato di cui è accusato Della Savia non è contemplato nel codice belga. Sembra in ogni caso che Della Savia abbia già abbandonato il Belgio rifugiandosi in un altro paese.