1970 10 29 Paese Sera – «Non abbiamo concordato le versioni» dice candidamente il vice-Calabresi. Al processo contro «Lotta Continua» interrogato il brigadiere Panessa. di G. M.

1970 10 29 Paese Sera - Non abbiamo concordato le versioni dice candidamente il vice-Calabresi di G.M.

Al processo contro «Lotta Continua» interrogato il brigadiere Panessa

«Non abbiamo concordato le versioni» dice candidamente il vice-Calabresi

Clamorose contraddizioni del teste sulle ultime ore di vita di Pinelli. Messo alle strette, il sottufficiale si è trincerato dietro i «non so» e i «non ricordo»

di G. M.

 

Milano, 29 – Tre ore di martirio per il brigadiere Vito Panessa. Chiuso nel vicolo cieco delle sue contraddizioni, messo alle strette dalle «impietose» domande dei difensori di Pio Baldelli, il «braccio destro» del commissario Calabresi ha cercato di tirarsi fuori dalla sua incomoda situazione esibendo tutto un repertorio di smorfie, di sorrisi, di gesti concitati e di «non ricordo». Peggio di così non poteva comportarsi. Anche il presidente, dott. Biotti, non ha nascosto il suo fastidio: «Lei, signor Panessa, parla troppo: e perchè poi continua a ridere?». Vito Panessa è uno dei protagonisti della tragica notte del 15 dicembre. Le «cronache ufficiali» lo danno come l’uomo che si gettò su Pinelli, riuscendo ad afferrarlo per i piedi «Generoso» quanto inutile tentativo di salvare la vita al «suicida».

Ieri, Panessa, occhi sgranati, faccia tonda, colorito terreo, ha «ridimensionato» però l’episodio: si, è vero, ebbe quello slancio di «generosità», ma arrivò appena a sfiorare le scarpe di Pinelli. Meglio, non è nemmeno sicuro di «averle toccate». Comunque, si prese lo stesso un bello spavento per il «rischio» che aveva corso. Dopo il tuffo di Pinelli, infatti, non se la sentì proprio di precipitarsi da basso, in cortile, assieme all’allora tenente Lograno e ad altri sottufficiali.

PRESIDENTE: «Ma doveva fare qualcosa di sopra?».

PANESSA: «No, niente»

PRESIDENTE: «E allora, perché è rimasto in ufficio?».

PANESSA (sorridendo): «Signor presidente, ero sotto choc, dovevo rianimarmi».

Lo choc, comunque, non gli impedì di scambiare alcune frasi con l’anarchico Valitutti che, al momento del fatto, si trovava nell’androne proprio di fronte all’ufficio di Calabresi. Vero che, in quell’occasione, disse a Valitutti che Pinelli era ormai dentro fino al collo e che per questo si era ucciso?

PANESSA: «Non ricordo: so solo che abbiamo parlato».

E che «ruolo» ha giocato durante l’interrogatorio di Pinelli? Vero che anche lui, come ha detto Calabresi, aveva una sua funzione da svolgere?

PANESSA: «No, mi interessava solo l’interrogatorio, non avevo niente da fare».

Dunque, stava lì semplicemente per godersi lo spettacolo. Poteva anche uscire se avesse voluto? Certo che poteva uscire, poteva fare quel che voleva. Panessa, invece rimase, dall’inizio alla fine. Meglio, entrò nella stanza mezz’ora dopo che l’interrogatorio era cominciato. Niente vero quindi che ebbe modo di ascoltare quella tal frase, «Valpreda ha parlato» che avrebbe dato l’avvio all’«amichevole colloquio» fra Pinelli e Calabresi? No, lui, Panessa, non la sentì quella frase: entrò nell’ufficio quando era già stata pronunciata da un pezzo. E qui Panessa scivola in una delle sue più vistose, incredibili contraddizioni. Quando infatti, il 16 dicembre, il sostituto procuratore, dott. Caizzi, lo interrogò su quanto era avvenuto poche ore prima al quarto piano della questura, il brigadiere della «politica» fu molto preciso nel suo racconto. Disse di aver udito Calabresi pronunciare quell’ormai storica frase, «Valpreda ha parlato», cui era subito seguito il melodrammatico grido di Pinelli, «E’ la fine dell’anarchia». Stesso racconto fece poi il 16 gennaio, sempre davanti al dott. Caizzi, e solo dopo che il sostituto procuratore della Repubblica gli fece notare che quella frase, stando al Calabresi e ad Allegra era stata pronunciata all’inizio dell’interrogatorio, Panessa modificò la sua versione. Come poteva aver udito, infatti, una frase pronunciata quando ancora lui era fuori dall’ufficio?

Già all’inizio dell’interrogatorio di ieri, Vito Panessa ha cercato di giustificare questo suo strambo comportamento. Ne è venuto fuori però un discorso estremamente contuso, costellato da tutta una girandola di risate e di risatine nervose che hanno chiaramente infastidito il presidente. Insomma, perché mai questa contraddizione?

PANESSA: «Non so, pero, forse…».

Ecco, la frase deve averla «recepita» da qualche parte e quindi la fece sua come se l’avesse veramente sentita con le sue orecchie.

«Sa – ha aggiunto il brigadiere della politica – non è che ci sia stata una versione concordata. Ognuno di noi è andato dal giudice…». Ed è stato a questo punto che il presidente si è fatto ancora più scuro in volto; «Lei, signor Panessa, parla troppo». Il brigadiere, comunque, ha avuto anche i suoi momenti di sdegno come quando i difensori gli hanno chiesto «se poteva escludere di avere infierito su Giuseppe Pinelli sino a provocarne la morte». Rapida, senza esitazione, allora la risposta di Panessa: «Sono metodi che non ho mai conosciuto». «E’ però vero che lui è un esperto di Karaté?», hanno insistito i difensori. Alla domanda non si sono opposti né Lener né il P.M. E’ stato il presidente che l’ha giudicata «inammissibile».

All’udienza di ieri, oltre ad Allegra è stato ascoltato anche Giuseppe Caracuta, il brigadiere che stese il verbale dell’interrogatorio di Pinelli. Come il tenente Lograno, Caracuta non vide la scena «decisiva», l’anarchico che piomba giù dalla finestra. In quel momento stava mettendo ordine nei suoi fogli. False quindi le affermazioni che si leggono nel suo interrogatorio reso al dott. Caizzi? Mica vero che vide Pinelli «compiere un balzo felino verso la finestra?». Caracuta: «Non lo vidi quando si mosse per andare verso la finestra. Vidi però qualcosa di repentino, come se sfuggisse. Come una saetta».

Il processo riprende stamane.

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