1970 11 25 Paese Sera – «Non si è ucciso» afferma decisa la moglie di Pino Pinelli. Udienza significativa al processo Calabresi-«Lotta Continua»

1970 11 25 Paese Sera - Non si è ucciso

Udienza significativa al processo Calabresi-«Lotta Continua»

«Non si è ucciso» afferma decisa la moglie di Pino Pinelli

Hanno deposto la vedova e la madre dell’anarchico: perchè non furono avvertite della morte?

 

Milano, 25 – Licia Rognini, la vedova di Giuseppe Pinelli, non ha mai mancato ad un’udienza del processo contro Lotta Continua. Seduta sulla panca accostata alla transenna, ha seguito battuta dopo battuta la ormai lunga serie di testimonianze sulla morte del marito. L’espressione attenta, gli occhi sempre fissi sul Presidente, non ha mai avuto una reazione, ha conservato anche nelle circostanze per lei più dolorose un atteggiamento di estrema dignità.

Nella seduta di ieri Licia Rognini ha dovuto però abbandonare la «sua» panca in fondo all’aula, per rispondere ai giudici come testimone; e ha dovuto appellarsi a tutta la sua eccezionale capacità di controllo per dominarsi come sempre.

Ha raccontato la sua terribile esperienza di moglie e di madre: tre giorni di angoscia, un rapido succedersi di eventi culminati nello strazio della notte del 15 dicembre 1969. Si comincia con la sera del 12: in casa Pinelli arrivano dei poliziotti che mettono sottosopra ogni cosa. Così Licia Rognini viene a sapere che suo marito si trova in questura. A mezzanotte, finalmente, una telefonata rassicurante del Pino, poi più nulla fino al mattino successivo. Il Pino richiama alle 9,30 del 13, poche parole, soltanto: «Mi stanno chiedendo nomi di gente che non conosco, un certo Rai o Raia». Alle 14,30 altra telefonata, interrotta stavolta. Il Pino ha solo il tempo di dire una frase: «Sembra che il mio alibi non sia stato confermato». Poi silenzio fino al 14, quando arrivano due telefonate di un poliziotto. La prima dice: «Avverta le Ferrovie che suo marito è malato». Di diverso tenore la seconda: «Suo marito è fermato in attesa di accertamento. Dica questa frase alle Ferrovie». E’ chiaro che questa seconda telefonata è stata fatta alla presenza del Pino. Una minaccia, dunque.

Alle 22 dello stesso giorno si fa vivo Calabresi, che chiede il libretto di viaggio di Pinelli. Domanda la moglie: «Ma è già a San Vittore?». «No, è ancora qui, e sta molto meglio», risponde Calabresi. Licia Rognini non si decide ad andare a letto, quella notte. E’ inquieta, pensa continuamente al marito. All’una arrivano tre giornalisti che le danno la notizia: «Sembra che suo marito sia caduto da una finestra». Licia Rognini telefona subito in questura e risponde proprio Calabresi: «Ma perché non mi avete avvertito?», chiede. «Ma signora – risponde l’ineffabile commissario – qui noi abbiamo tanto da fare». Poi la corsa all’ospedale, l’incontro col sostituto Procuratore dott. Paolillo che le dice che la magistratura è incorruttibile e che sarà fatta giustizia, e infine il ritorno a casa, dalle bambine. Licia Rognini passa quindi a parlare dei rapporti di suo marito. Valpreda? Sì è, vero, lei lo giudicava un «bauscia», un fanfarone, ma nel senso buono del termine. Credere che si sia ucciso, suo marito? «No – risponde Licia Rognini mio marito non si sarebbe mai ucciso».

E’ poi la volta della madre del Pino, Rosa Malacarne, una donna piccola, con la figura rotonda. Vide il figlio la mattina del giorno in cui doveva morire. Andò in questura e lo incontrò subito, ma prima di potergli parlare entrò nell’ufficio del dott. Allegra. «Stia tranquilla – le disse il capo della polizia – suo figlio non è arrestato, ma solo fermato. Il caso è molto grave e noi abbiamo forti pressioni da Roma. Suo figlio comunque non perderà il posto».

Davanti al giudice sfilano poi gli amici di Pinelli assistenti universitari, sindacalisti.

 

Annunci

Tag: , , , ,


%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: