1971 03 23 l’Unità – Milano: anarchici sotto processo. Sono sei e tutti in galera da molto tempo per accuse indiziarie. di P.L.G.

1971 03 23 Unità p 5 INIZIO processo anarchici Milano

 

Sono sei e tutti in galera da molto tempo per accuse indiziarie

Milano: anarchici sotto processo

Ieri la prima e burrascosa udienza – Il Palazzo di Giustizia in stato d’assedio – Vivaci incidenti fra gli imputati e la Corte – Una sola delle parti lese si è costituita parte civile – «Viva la Comune di Parigi»

di P.L.G.

 

Dalla nostra redazione

Milano. 2. – II processo contro i sei giovani quasi tutti anarchici accusati di una serie di attentati in mezza Italia, è cominciato burrascosamente.

Alle 9, il Palazzo di Giustizia appare come in stato d’assedio: carabinieri dappertutto con i tascapani rigonfi. Ed ecco gli imputati entrare nella gabbia della grande aula che ospita, per l’occasione, la seconda sezione della Corte di Assise: Paolo Braschi, 26 anni, Angelo Pietro Della Savia, 21, Paolo Faccioli, 21 (entrambi con un vistoso distintivo rosso), Tito Pulsinelli, 22, Giuseppe Norscia, 25, Clara Mazzanti 24. Sembrano tutti ragazzini, ben diversi dalle fotografie, forse anche perché alcuni di loro hanno rinunciato alle barbe e ai capelli lunghi. E mentre sfilano salutando il pubblico con il pugno chiuso, vien spontaneo un primo rilievo: i presunti «terroristi di sinistra», come loro e Valpreda, sono In galera da tempo, quando addirittura non han pagato con la vita come Pinelli; ma il principe Borghese, gli assassini di Catanzaro, gli autori degli innumerevoli attentati contro le sedi e i militanti dei partiti democratici, sono uccel di bosco o girano indisturbati.

Gli imputati, comunque, indicano i loro difensori, diversi dei quali non sono gli stessi dell’istruttoria: Malagugini e Piscopo per Braschi; Salinari e Dominuco (già discusso patrono del Cavallero) per Della Savia; Ramaioli e Bardi per Faccioli; ancora Salinari e G. Spazzali per Pulsinelli; Dinelli e Fasanelli per la Mazzanti e il Norscia; Mazzola, D’Ajello e Canestrini per l’editore Giangiacomo Feltrinelli e la moglie Sibilla Melega (com’era previsto, gli ultimi due, imputati a piede libero per falsa testimonianza, non compaiono ed hanno solo inviato alla Corte una lettera da alcuni definita «esplosiva»).

Il presidente dottor Curatolo fa il censimento delle parti lese, invitandole a ripresentarsi il 31 marzo prossimo; fra queste, una sola costituzione di parte civile, quella del signor Domenico Salva per conto del figlio quattordicenne Giulio, che, nell’attentato del 25 aprile “69 alla Fiera Campionaria, riportò lesioni guarite in 65 giorni. Poi il cancelliere Pappa inizia la lettura dell’interminabile capo d’imputazione.

Ed ecco il primo Incidente. Il Della Savia accende una sigaretta, i carabinieri lo invitano a spegnerla, il giovane insiste. Interviene il presidente: «Non è consentito fumare durante l’udienza! Non siamo al cinema!». Il Della Savia scatta: «E io non sono un pagliaccio!». Il presidente furioso: «Vada fuori e impari l’educazione!». L’imputato rimbecca: «Io mica imparo l’educazione borghese, impari lei quella proletaria!»; ed esce.

Conclusa la lettura delle accuse, il presidente annuncia il rinvio del processo a domani a causa dello sciopero degli avvocati; quattro patroni però, Malagugini. Canestrini, Piscopo e Spazzali, decidono di non aderire allo sciopero, a differenza degli altri colleghi. La Corte si appresta quindi ad uscire quando ecco il Della Savia, rientrato nel frattempo, balzare in piedi, spiegar una sorta di bandiera con la scritta: «Viva la Comune di Parigi!», e rivolgersi con lo stesso grido al pubblico Gli rispondono alcune voci: «Viva la Comune! giustizia proletaria! buffoni!». Poi, gli imputati scompaiono dietro la porticina posteriore e la gente sfolla.

A questo punto, sembrano opportune alcune parale chiare. Dopo due anni di galera, questi imputati si trovano di fronte a giudici non certo benevoli, con imputazioni gravi che prevedono pene altrettanto gravi (per la strage, e qui sono contestati ben dodici, episodi, si arriva allo ergastolo; per l’esplosione a scopo terroristico, e qui sono sei episodi, fino a sei anni); non basta: questi imputati sono serviti ad una manovra reazionaria culminata, come scrivevamo ieri, con la morte dell’agente Annarumma e la strage di Milano. Stando così le cose, ci sembra che sia l’interesse personale, sia quello politico dovrebbero indurre i giovani ad una difesa ferma si, ma ragionata e convincente.

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