1970 02 25 Corriere – Ho scoperto a Bruxelles Ivo Della Savia. Intervista segreta con l’anarchico amico di Valpreda. di Giorgio Zicari

1970 02 25 Corriere - Ho scoperto a Bruxelles Ivo Della Savia di Giorgio Zicari

Respinge le accuse per la strage ma ammette gli esplosivi e i precedenti attentati

“Ho scoperto a Bruxelles Ivo Della Savia”

Intervista segreta con l’anarchico amico di Valpreda – Le bombe del ’63 a Milano contro palazzo Marino, le associazioni cattoliche e l’Assolombarda erano «una specie di esercitazione» – Come furono nascosti sulla via Tiburtina un pacco di micce e sistemi a orologeria – I rapporti con l’ambiente degli anarchici e i suoi finanziatori – Le vicende del fratello – Rivendicata la paternità delle azioni terroristiche contro il Senato, il ministero della pubblica istruzione, il palazzo di giustizia, e contro consolati e uffici spagnoli in Italia – «Ma Valpreda è innocente».

di Giorgio Zicari

 

Bruxelles 24 febbraio, notte.

Ieri sera ho cenato con Ivo Della Savia, l’anarchico Italiano braccato dall’Interpol e dai servizi di sicurezza belgi. Avevo fatto sapere in certi ambienti che desideravo incontrarlo. La sua telefonata mi è giunta all’albergo verso le 23.

«Sono Ivo Della Savia – mi aveva detto -. Trovati davanti all’Hilton fra mezz’ora, con un giornale in mano. Qualcuno verrà a prenderti ».

Ho seguito le istruzioni. All’ora stabilita mi si è avvicinata una graziosa brunetta: ha sorriso e, senza dire una parola, mi ha fatto cenno di seguirla. Ci siamo incamminati, sempre in silenzio, lungo l’Avenue Louise, una delle vie più centrali della città. All’improvviso, senza che me ne accorgessi, mi sono trovato al fianco Ivo Della Savia. Indossava un paio di pantaloni di velluto color salmone e un maglione nero. Sul volto, una grande sciarpa marrone, dalla quale spuntavano solo gli occhiali. In tassì abbiamo poi raggiunto un locale spagnolo assai discreto, «Casa Manuel», alla Grande Place, nel cuore della città.

Per sei ore

L’anarchico ha ordinato per sé e per Chantal – questo è il nome della ragazza – cocktail di scampi, paella, caffè e cognac. Più tardi la nostra conversazione è proseguita in un dancing messicano. Siamo rimasti insieme circa sei ore, durante le quali Ivo Della Savia ha parlato di sé, del fratello, del movimento anarchico, degli atti terroristici passati e di quelli recenti.

Della Savia ha negato di aver avuto una parte qualsiasi nella strage di piazza Fontana e ha sostenuto l’innocenza di Pietro Valpreda, suo socio d’affari nel negozio romano di via del Boschetto, per la costruzione e la vendita delle lampade «Tiffany».

Ha ammesso tuttavia di aver nascosto sulla via Tiburtina un pacco contenente 50 metri di miccia e alcuni orologi preparati per essere usati come congegni a tempo in ordigni esplosivi. Il primo pensiero di Ivo Della Savia è per il fratello Angelo Pietro, detenuto a san Vittore sotto l’accusa di aver partecipato agli attentati dinamitardi dell’aprile 1969 alla Fiera di Milano e alla stazione Centrale. Chiede sue notizie, poi racconta di quando erano insieme in Francia, nel 1967. Commenta: «Mio fratello Pietro, non sarebbe mai diventato quello che è diventato, se fosse rimasto a Parigi, in un ambiente molto diverso da quello milanese. Sarebbe rimasto un personaggio gaio, perfettamente intonato col clima del “Quartiere latino” che lo circondava. A Milano, invece, si è lasciato montare da persone che lo adulavano. Io credo che ogni persona sia in funzione delle cose materiali che lo circondano. A Milano, nel quartiere di Brera, Pietro era costretto ad esprimersi in altro modo, in un modo che non gli era congeniale».

Prima di entrare nei dettagli, Ivo Della Savia vuol fare una premessa di carattere generale, «altrimenti – dice – non ci si capisce più niente in tutta questa storia». E attacca: «Nel 1963 si è assistito alla formazione del primi gruppi anarchici che cominciano a fare azioni dirette. Per azioni dirette noi intendiamo attentati. Io facevo parte di questi gruppi, articolati in modo molto severo. Non esisteva il problema del numero; non ci preoccupavamo, cioè, di essere in molti, perché bastavano, per i nostri fini, pochi elementi capaci di fare una certa azione. L’azione stessa, secondo i nostri programmi, avrebbe operato una selezione, garantendo nel futuro l’omogeneità e l’efficacia dei gruppi nei confronti del sistema».

La legge del sistema

«Cosa non andava nel sistema, per voi?»

«Durante quel periodo lavoravo come apprendista in una ditta di termostati di via Washington a Milano. Ero sfruttato, percepivo un salario insufficiente ai miei bisogni, sette – ottomila lire per settimana. Toccavo con mano lo sfruttamento perché, pur rendendo quanto un operaio, pur facendo gli stessi gesti e lo stesso lavoro manuale, venivo pagato male. La legge del sistema, infatti, riconosce all’apprendista un salario inferiore. Inoltre ero appena uscito dal collegio, da una vita comunitaria nella quale ero abituato ad alcune idee-base, quali la solidarietà e il senso della fraternità. Tutto ciò non lo trovai più nella vita sociale, e cominciai a sentire dentro di me un senso di rivolta. Avvertii la necessità di rompere con tutte le consuetudini integrate per il sistema e fini a se stesse. Di lì la protesta contro tutto che, al limite, non aveva alcun significato nella società.

«Ciò che i primi gruppi anarchici si prefiggevano in Italia – prosegue – era creare strumenti coi quali si sarebbe potuto essere dannosi ed efficaci, senza ricorrere a quei sistemi classici – dimostrazioni di massa, conferenze, proteste, telegrammi – che vengono assorbiti dall’apparato del sistema stesso, perché fanno parte della consuetudine quotidiana e passano senza lasciar traccia. I nostri gruppi, invece, dovevano essere un’entità che sfuggisse al sistema e che desse la sensazione che qualcosa di radicale stesse nascendo in contrapposizione agli schemi abituali».

«Le bombe che lei ha lanciato nel ’63 a Milano contro palazzo Marino, le associazioni cattoliche di via Statuto e la sede dell’Assolombarda rientrano in questo progetto politico?».

«Quelle bombe vennero lanciate per fare una prova, una specie di esercitazione. Rappresentavano la garanzia che i gruppi già formati chiedevano ai nuovi aderenti una specie di rito dei primitivi i quali, com’è noto, arrivati alla pubertà devono dare un segno di coraggio. I nuovi arrivati dovevano dimostrare di saper fare qualcosa di importante, che non fosse la solita manifestazione di massa. Si trattava però di piccole bombe innocue. Tuttavia il terrorismo portato a termine dai gruppi anarchici si è sempre distinto per alcune caratteristiche, quali i volantini che spiegavano, ampliandole, le lotte terroristiche. Si è sempre trattato di attentati rivolti contro i simboli materiali, e che mai hanno fatto vittime».

Mostro a Ivo Della Savia un elenco di attentati messi a segno in Italia negli ultimi tre anni, e gli chiedo quali siano opera del suo movimento.

«Non posso dirlo – risponde – perché c’è della gente in carcere che deve risponderne. Dire quali siano opera loro e quali no, non spetta a me. Io posso dire soltanto che dal ’63 al ’67 si è assistito in Italia alla formazione materiale, alla articolazione, alle premesse per arrivare, a una certa situazione, per garantire una maggior efficacia, un maggior collegamento, una certa dinamica che assicurassero l’impunità a chi metteva a segno attentati. La polizia, in questi giorni, si è trovata di fronte a un fatto nuovo, che disorienta: gli anarchici colpiscono con regolarità periodica, e ogni due o tre mesi c’è qualcosa che succede nella tranquilla società italiana. Vedi, ad esempio, gli attentati contro il consolato spagnolo a Napoli e il fallito attentato contro lo stesso consolato di Genova».

Della Savia racconta poi delle sue disavventure giudiziarie in seguito al rifiuto di indossare la divisa: «Non posso dirti adesso perché mi rifiutavo di prestare servizio militare. Se questo ‘perché’ te lo dicessi adesso, non sarebbe il ‘perché’ di allora. Oggi non sono più lo stesso Ivo. Oggi la divisa non la indosserei solo perché i militari mi rompono… Non mi importa di giustificare il perché del rifiuto. Tanto, non servirebbe a niente».

L’anarchico passa poi a parlare della sua permanenza in Francia, della pratica che ha fatto a Parigi nel maneggiare esplosivi, dei corsi teorici e pratici seguiti ad Amsterdam fra i provos, della sua azione rivoluzionaria al fianco di Cohn-Bendit, di Jean Pierre Duteuil e di molti altri. Ricorda l’arresto in Francia, e ci promette di parlare di tutto questo, diffusamente, in un secondo incontro. Gli chiedo se sia in grado di costruire ordigni esplosivi di una certa potenza.

«La potenza è determinata dalla quantità del materiale che si impiega – mi risponde -. Dovresti chiedermi piuttosto se sono in grado di costruire ordigni di una certa complessità». Glielo chiedo, e Ivo Della Savia sorride facendo cenno di sì col capo. Riprende a raccontare.

Uscito dalla prigione di Fresnes, non ricorda se nel marzo del ’68 o del ’69 giunse con l’autostop sino a Basilea.

«Avevo 55 franchi in tasca –dice – e li spesi per il treno sino a Zurigo. Lì rimasi per una settimana, insieme alla mia donna».

Quindicimila lire

«Chi era?».

«Era la figlia di un pastore protestante. Faceva un gran freddo; non avevamo neppure una lira; passavamo le giornate abbracciati nelle cabine telefoniche. Dopo una settimana, il console mi fece un biglietto sino a Chivasso. Vendetti l’orologio per 1500 lire e arrivai a Milano. Una amica mi diede 15 mila lire, con le quali raggiunsi mio fratello Pietro a Rama. Pietro abitava presso una spagnola che lavora alla FAO e abita nei pressi di Monte Mario. Rimasi là per quattro settimane, sinché non mi arrestarono perché renitente alla leva. I giudici mi dettero quattro mesi e mezzo con la condizionale, ma furoni abbastanza indulgenti, perché mentre ero in carcere era morto mio padre».

«Voleva bene a suo padre?».

«No»

«Perché?».

«Perché da piccolo mi ha messo in collegio, dove sono rimasto per ben nove anni. Fra me e lui non è mai esistito un rapporto affettivo. Eppoi era un violento specie quando beveva».

Nel giugno ’69 dopo una permanenza all’estero, Ivo Della Savia torna a Roma e comincia a lavorare in via del Boschetto 109, insieme a Pietro Valpreda nel negozio di lampade «Tiffany».

Le lampade avevo imparato a costruirle da mio fratello, durante il periodo in cui ero stato con lui a Roma in casa della spagnola. La costruzione delle lampade ‘Tiffany’ rispondeva al bisogno di assicurare a tutte le persone che svolgevano un certo tipo di attività un reddito che permettesse loro di sfuggire a qualsiasi controllo da parte delle autorità; si trattava, cioè, di un lavoro che poteva essere fatto in qualsiasi parte del mondo e che, per la sua stessa natura, si poteva svolgere con un minimo di strumenti facilmente trasferibili. Io e Valpreda abbiamo venduto le lampade a una boutique di via delle Carrozze a Roma e ad altri amici che non ricordo; fabbricavamo anche medaglioni e simboli, che ci assicuravano un certo guadagno. I vetri li compravamo a Roma, in un negozio di via Garibaldi: è l’unico negozio d’Europa che disponga di vetro in tante gamme di colori»

«Mi parli di Valpreda».

«La prima volta che l’ho conosciuto è stato durante la formazione dei primi gruppi anarchici a Milano, nel ’64-65. In quel periodo mi sembrò un personaggio ben definito, estremamente deciso. Era un tipo solido, intendo dire, perché affrontava con una certa fermezza il problema del lavoro e dei rapporti di gruppo. Sul piano attivo si limitava a una visita al circolo anarchico, una volta ogni tanto. Quando uscii dalla prigione militare, nel giugno ’69, lo rividi in casa della spagnola, Teresa Garcia Santhià, a Roma. Lui, in quel periodo, studiava danza e credo che si stesse perfezionando. Non svolgeva alcuna attività economica e aveva bisogno di soldi quanto me. Fu così che, parlando, gli proposi di lavorare insieme.

«Abbiamo abitato entrambi – prosegue – nella baracca di Pratorotondo, e insieme abbiamo frequentato il circoloBakunin’ in via Baccina. A quell’epoca lui faceva parte di quella frangia estremista e asociale che vive disperatamente giorno per giorno, che ha un cumulo di problemi, che non ha un impiego fisso né entrate. Per questo, forse, è soggetta a una infinità di squilibri. Durante tutto il periodo in cui sono rimasto a Roma, il gruppo che potenzialmente poteva fare certe cose non disponeva del materiale, intendo dire dell’esplosivo: Se lo avesse avuto, lo avrebbe impiegato»

«Risulta – affermo – che l’esplosivo lo ha portato lei in un pacco, che nascose poi sulla via Tiburtina».

«Sulla Tiburtina non c’era un solo etto di esplosivo. C’erano cinquanta metri di miccia e due o tre orologi pronti già collegati alle batterie elettriche. Si trattava di metterci accanto l’esplosivo per avere delle bombe perfettamente efficienti. Mancavano però anche i detonatori. Gli ultimi che avevo, li detti a un compagno che era partito per la Spagna. Sia la miccia che gli orologi li comprai a Roma per cinquemila lire da un tizio in Piazza Navona».

In settembre a Milano

«Risulta che nel settembre, a Milano, lei è andato a cercare dinamite in giro».

«No, non è vero. Sono stato a Milano in settembre, con Annelise Borth, per rinnovare la mia carta d’identità. Ne avevo bisogno per recarmi all’estero».

Ivo Della Savia, a questo punto, mi mostra la sua carta d’identità, rilasciata dal Comune di Milano, che risulta rinnovata il 19 settembre 1969. E’ contraddistinta dal numero 39731943.

«Mi spieghi perché il pacco non è stato più trovato».

«Non lo so. Forse non lo hanno cercato bene. Un giorno mi feci trasportare dal Valpreda sino a un certo luogo, poi scesi e depositai questo materiale. Non abbiamo fatto alcuna buca. Ci ho messo sopra solo delle foglie. Vedi, c’è qualcuno che ha interesse a fare la rivoluzione e che desidera si determini un certo clima, che si vendano certi prodotti, un certo tipo di letteratura, e che è disposto ad aiutare coloro che diano garanzie materiali che certe cose si facciano. Queste persone (e qui Ivo Della Savia fa nomi che, per ovvie ragioni, non possiamo rivelare) al limite non sono altro che dei profittatori. Considera che da una parte ci sono dei giovani che si ribellano contro la società, e sono capaci di rendere dannosa la loro azione; dall’altra parte vi è gente che appartiene a un altro ambiente sociale, che ha altre esigenze e che vede in questi giovani degli strumenti. Un certo giorno, poi, capisce che rappresentano un capitale».

Il gioco è questo

«Cosa fa? Li finanzia?».

«Sì, in una certa maniera, ma mai chiaramente. In forma indiretta. Tra costoro, c’è anche quell’amministratore di un partito di sinistra che anni fa sparì con tutta la cassa e non venne mai denunciato. Il gioco è questo: vi è gente ricca, che guarda a sinistra e si professa rivoluzionaria, e riconosce che quello che fa la sinistra democratica non serve a niente. Poi, all’improvviso, scopre dei gruppi che agiscono più seriamente…».

«Voi tutti, allora, sareste stati strumentalizzati da persone più abili di voi?».

«No, perché sia mio fratello Pietro sia gli altri avrebbero fatto ugualmente ciò che hanno fatto, perché sono perfettamente convinti della validità della loro partecipazione attiva al movimento rivoluzionario. Sta a loro, però, dire cosa hanno fatto e cosa no».

Cerco di sapere altre cose, per esempio sulle fonti degli esplosivi e su chi era in grado di procurarli. Chiedo quale parte abbiano avuto, nei recenti attentati in Grecia, gli elementi della Juventudes Libertarias Ibericas. Vengo a sapere solo che questi ultimi hanno organizzato effettivamente qualcosa in Grecia, dopo essersela presa per molti anni con le rappresentanze consolari spagnole all’estero.

Ivo Della Savia promette di dirci altre cose in un prossimo incontro, se riusciremo a fissarlo, e aggiunge: «Ci tengo a precisare che il gruppo anarchico ‘Barcellona 39’, al quale appartengo, rivendica la paternità di tutti gli attentati terroristici messi a segno in Italia contro consolati, agenzie di viaggio e uffici di rappresentanza spagnoli».

Ivo Della Savia ammette anche che sono di marca anarchica gli attentati al Senato, al ministero della pubblica istruzione è al palazzo di giustizia di Roma. Ma si affretta a dire: «Gli attentati del 25 aprile a Milano, quelli dell’agosto sui treni e gli ultimi del 12 dicembre, invece, non sono opera nostra. Valpreda è innocente. Peccato che non possa farti leggere le ultime lettere che mi ha scritto. Le ho date a un comitato antirepressione che ha sede a Parigi. Il comitato si è incaricato di aiutare i compagni accusati degli attentati di Roma e Milano. Io non so molto di quanto è accaduto negli ultimi mesi, perché ai primi di ottobre lasciai Roma in motoretta, insieme con Roberto Mander che voleva seguirmi qui, in Belgio. Mander, però, una volta a Milano ci ripensò e tornò indietro, mentre io proseguii in treno. Se fossero stati loro, comunque, lo avrei saputo, perché sono rimasto in contatto con Mander, con Valpreda e con Rossi».

Vecchi anarchici

«Chi sono questi Rossi?».

«E’ una famiglia di vecchi militanti anarchici di Roma, che frequentavano il circolo Bakunin, aiutandoci soprattutto a pagare l’affitto. E gente abbastanza agiata. Nessuno degli amici mi ha detto che erano in programma degli attentati a breve scadenza».

E’ quasi l’alba e Ivo Della Savia si congeda dicendomi: «Approfitto di questa intervista per mandare un abbraccio a mio fratello Pietro e a tutti i compagni. Adesso che ho parlato con te, non posso più restare qui. Sono abituato a fuggire, a nascondermi stai sicuro che non mi prenderanno. Da un momento all’altro mi arriveranno i documenti necessari e poi me ne vado. Non posso dire dove, ma prima di partire mi farò vivo. Parlerò del Pinelli, di Octavio Alberola, della Juventutes Libertarias Ibericas; di ciò che ho fatto a Parigi, della nostra lotta rivoluzionaria, dei miei programmi.»

Prendiamo un tassì. Ivo Della Savia e Chantal scendono in periferia, io proseguo per l’albergo. Spero che Ivo Della Savia mantenga la promessa.

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