1970 02 26 Corriere – Secondo incontro con Della Savia. Il «corriere del tritolo» è ancora a Bruxelles braccato dalla polizia. di Giorgio Zicari

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Il «corriere del tritolo» è ancora a Bruxelles braccato dalla polizia.

Secondo incontro con Della Savia

Gli attentati di Parigi fatti nelle ore più affollate – «Noi anarchici vogliamo coinvolgere la folla nella protesta, ma uccidere una persona non serve a niente» – Come si prepara una bomba fumogena – «Rubavamo per aiutare i gruppi provos» – I retroscena dell’organizzazione internazione – Ipotesi sul suicidio di Pinelli – La collaborazione con Valpreda – «Fummo perfino finanziati dai consolati».

di Giorgio Zicari

 

Dal nostro inviato speciale

Bruxelles 25 febbraio, notte.

Ivo Della Savia ha mantenuto la promessa. Tramite Chantal, la sua ragazza, si è fatto vivo di nuovo. Questa volta l’incontro, per motivi precauzionali, è avvenuto in una località a settanta chilometri circa da Bruxelles. Il presunto «corriere del tritolo» avverte che il cerchio delle ricerche si va pericolosamente stringendo: e appare meno incosciente, meno spavaldo di ieri. Ogni tanto si guarda attorno, prende mille precauzioni e, forse, arriverà a quello che per lui rappresenta un grosso sacrificio: il taglio dei baffi. Ha già in mano i documenti nuovi, ovviamente falsi, procuratigli dall’Internazionale anarchica: se ne servirà per varcare la frontiera. Non vuol dire dove andrà. Comincia a parlarmi della sua attività in Francia.

In una baracca

«Dopo la prima condanna per renitenza alla leva – dice – mi recai subito a Parigi con la ferma intensione di lavorare, ma venni coinvolto nel clima esistente nel Quartiere latino, soprattutto negli ambienti anarchici. Qui, il compagno che arriva dall’estero trova sempre una sistemazione in virtù di una di una cordialità spontanea. Il periodo della mia permanenza in Francia, dal 1966 fino all’otto ottobre del ’67, è contraddistinto da alcuni fatti molto importanti. A Nanterre si formò nell’università un forte gruppo anarchico che io raggiunsi fin dal primo momento. Venni ospitato con mio fratello in una baracca di rue Plaideur Libertaire 39. Qui conobbi Cohn-Bendit e Jean Pierre Duteuil e gli altri che successivamente dettero vita al movimento ’22 Marzo’ e al maggio francese. Continuai, tuttavia, a mantenere stretti contatti con certi elementi della Federación de las Juventudes Libertarias Ibericas (FJLI). Quel periodo fu caratterizzato da innumerevoli furti. Avevamo bisogno di mangiare e rubavamo nei bar-tabacchi, nei grandi magazzini, nei negozi in genere. I furti ci permettevano di organizzare e finanziare i primi gruppi di ‘provos’ a Parigi. Questi gruppi all’inizio fecero sette-otto dimostrazioni di un tipo molto speciale. Una volta, per esempio, abbiamo gettato della benzina in place Chatelet, a Parigi, e poi siamo scesi lungo il boulevard Saint-Michel scandendo certi slogans. Un’altra volta abbiamo tirato bombe fumogene contro i camion della polizia, nello stesso boulevard ».

«Quale significato aveva tutto ciò?».

«Era una strategia rivoluzionaria che teneva conto di alcuni aspetti peculiari del quartiere. Ogni dimostrazione e ogni happening venivano fatti in ore determinate, generalmente quando il quartiere era pieno di gente. Noi volevamo coinvolgere la folla, renderla partecipe della nostra protesta ».

«In cosa consisteva l’happening?».

Metodi e strategie

«L’happening a Parigi era una dimostrazione violenta, brevissima, attuata generalmente di sabato proprio perché di sabato il Quartiere latino è pieno di gente. Si trattava di introdurre quelle nozioni teoriche e pratiche che servirono poi durante il maggio francese. Si collaudavano metodi e strategie. Faccio un esempio: quello delle bombe fumogene. Nessuno, a Parigi, sapeva come dovevano essere costruite. Cosi io e Giorgio Mozzanti (marito di Rose Lino, la spagnola che ospitò più volte Ivo Della Savia nella sua casa di Bruxelles, in rue de Coteaux. n.d.r.) ci recammo ad Amsterdam per sapere dai ‘provos’ come le costruivano loro. Si fa così: si prendono del clorato di sodio, dello zucchero e un’altra sostanza. Il tutto si avvolge in un panno. Ci si procura poi una boccetta di acido solforico. Al momento di usare l’ordigno ci si versa sopra un po’ di acido e si lancia. L’acido corrode e la bomba fumogena scoppia quando arriva sull’obbiettivo. Di ritorno da Amsterdam ci fermammo a Bruxelles. Il consolato italiano mi dette centocinquanta franchi con i quali arrivammo a Mons. Qui furono più generosi: ottenemmo trecento franchi, sempre dal consolato e, dopo una gran mangiata, salimmo sul treno per Parigi. In tasca avevamo la formula, completa per le bombe fumogene. E’ buffo pensare che venimmo finanziati proprio dal consolato in questa missione. Nel programma dei gruppi era previsto che si sapessero fare certe cose. Man mano che assunsi altri impegni, le appresi. Nella fabbricazione delle bombe io sono propenso ai sistemi tradizionali: alla miccia, agli acidi, all’orologio. Noi anarchici, nei nostri attentati non abbiamo mai usato dei segna-tempo. Sarà forse per pigrizia, ma non usciamo mai da certi schemi ».

«Che cosa si può sapere sull’organizzazione della F.J.L.I.?» .

«E’ il movimento giovanile anarchico spagnolo e rappresenta un capitolo molto importante nella nostra storia, perché è l’unica organizzazione che possa garantire una certa efficacia. Può disporre ancora di certi mezzi, è strutturata in una certa maniera e, essendo un retaggio della guerra civile spagnola, ha un capitale di persone. La FJLI è strutturata così: vi è una base e una giunta direttiva che viene eletta annualmente. Durante il periodo in cui mi sono trovato a Parigi nel ’67-’68, Octavio Susinak Alberola era il capo dell’organizzazione di combattimento e di difesa, il cui compito specifico è quello di organizzare la lotta in Spagna e fuori della Spagna, ovunque vi fossero occasioni per intervenire».

«Quali per esempio?».

«In Germania, nel 1968 venne lanciata una bomba contro l’ambasciata spagnola a Bonn perché un mese prima alcuni operai spagnoli che avevano partecipato a scioperi in Germania, erano stati rimandati a casa. In questo l’ambasciatore aveva avuto un ruolo molto attivo. Anche il rapimento di monsignor Ussia a Roma ebbe un carattere punitivo ».

«Questi anarchici spagnoli organizzano attualmente attentati in Grecia?».

«Può essere».

«Come spiega lei il suicidio dell’anarchico milanese Giuseppe Pinelli?»

«Era stanco. Per spiegarlo dovrei riferire molti particolari che concernono i rapporti con le persone che gli stavano attorno. Sono cose che ho saputo da lui stesso. Perché una persona arriva a suicidarsi? Perché c’è qualcosa che non va. Non sono io, però, che debbo dare una spiegazione al suo gesto. La sua era una vita completamente assorbita dall’attività politica. A volte mi diceva, con amarezza, che non aveva il tempo di stare con le sue bambine, con la moglie. In fondo Pinelli non aveva mai conosciuto una vera giovinezza. Si era sentito giovane solo quando aveva visto la folla di giovani che affluivano nel movimento anarchico. Credo che solo allora lui abbia avuto la sensazione di vivere veramente, fuori degli schemi del tran tran quotidiano e sedentario. Si vedeva però che era arrivato a un punto critico: dover scegliere fra la vita familiare e quella politica. Con gli attentati sono certo che Pinelli non c’entra niente. L’8 agosto ’69, il giorno degli attentati sui treni, era partito da Milano perché doveva venire da me, a Roma».

Pinelli a Roma

«A quale scopo?».

«A Roma io e Valpreda non riuscivamo a trovare lo stagno per le lampade. Occorre una lega speciale composta dal settanta per cento di stagno, dal ventisette per cento di piombo e dal tre per cento di rame. Questa lega si trova solo a Crescenzago, in via Pontenuovo 51, da Omodeo. Così avevo pregato Pinelli di portarmene una partita. Ne comprò dieci chili e me li portò. Approfittò di un giorno di libertà».

«Non è vero allora che Pinelli venne a Roma perché c’era un congresso anarchico?».

«Non c’era nessun congresso. Venne per portarmi lo stagno. Rimase un giorno solo e poi ripartì perché faceva caldo e si annoiava».

«Come spiega che nel movimento anarchico si siano infiltrati elementi provenienti dalle file dell’estrema destra, quali il Sottosanti e il Merlino?».

«Che il Merlino avesse militato a destra l’ho saputo dai giornali dopo gli attentati. Non ho mai avuto con lui dei contatti diretti o delle discussioni. Avevo solo dei rapporti visivi. Il Sottosanti poi non lo conosco neppure».

«Ma chi forniva i fondi?».

« Il denaro veniva raccolto fra i compagni e versato dai simpatizzanti».

«Chi sono costoro?».

«Gente che ruota attorno al movimento». Di più Ivo Della Savia non vuol dire. Gli chiedo se questi elementi di destra possano essersi infiltrati nei gruppi anarchici per sfruttarne l’organizzazione e i metodi di lotta ma con fini diversi.

«Può essere», risponde Ivo Della Savia.

«Ha mai sentito parlare di un certo Ventura?».

«No, non so chi sia. Ho letto di lui sui giornali ma non ne so assolutamente nulla. Ripeto che della situazione in Italia non so molto perché prima sono rimasto un anno e mezzo in carcere in Francia e poi ho girato per l’Europa: Olanda, Inghilterra, Germania, Belgio eccetera. Rientravo in Italia solo quando c’era qualche iniziativa particolare. Conosco molto bene Roberto Mander, perché era uno degli elementi più attivi del movimento. Borghese lo conosco un po’ meno. Era un ragazzo tranquillo che non ha mai fatto nulla di caratteristico. Partecipava alle riunioni e andava a scrivere sui muri quando ce n’era bisogno. Degli altri non posso dire nulla».

«E’ vero che lei progettò una rivoluzione in Valtellina?»

Il piano per la Valtellina

«E’ una fandonia che trae origine dalla mente di un certo Garofalo, uno dei nostri che aveva ideato tutto un piano per la rivoluzione in Valtellina. Aveva scritto tutto su un quaderno: dai sedici segreti ai giorni della rivolta. Nessuno di noi però lo aveva mai preso sul serio. Quando il quaderno finì nelle mani della polizia dissi chiaramente che si trattava della temporanea follia di una sola persona».

Ivo Della Savia racconta poi due episodi che definisce divertenti. Il primo si riferisce al fratello.

«Quando tornai a Roma da Parigi, la prima volta – dice – trovai mio fratello molto cambiato, aveva i capelli lunghi e si era fatto crescere una grande barba. La casa della spagnola che l’ospitava era vicino alla ferrovia vaticana. Era un periodo durante il quale Pietro faceva delle strane cose, aveva delle strane manie. La notte se ne stava in terrazza e lanciava razzi. Diceva che voleva studiare la traiettoria per il lancio di una bomba sul trenino che passava di lì periodicamente. Io ogni tanto sentivo questi razzi che partivano dal terrazzo. Si trattava di cose innocue, perché in fondo non erano altro che fuochi d’artificio. Ne faceva tante, Pietro, in quell’epoca!».

Allo stesso periodo si riferisce anche il secondo episodio.

«Dopo l’esplosione alla Fiera e alla stazione Centrale di Milano – racconta Ivo – Paolo Faccioli, (attualmente nel carcere di San Vittore sotto l’accusa di strage, n.d.r.) confessò di essere in contatto con me tramite il fermo posta di Roma. Un giorno mi recai lì e vi trovai un commissario di polizia che mi aspettava. Uscimmo insieme in strada e poi, all’improvviso, mi misi a correre. In questi casi c’è sempre un volonteroso che ti ferma pensando che sei un ladro o uno scippatore. Così, per non farmi prendere, cominciai a correre gridando ‘Cip-cip-cip’, e sbattendo le braccia come se fossero state le ali di un uccello. Nessuno mi fermò e riuscii così ad entrare in una boutique. Qualcuno però mi aveva visto e lo disse al commissario. Mi prese mentre stavo provandomi una camicia».

Il grande problema, per tutto il movimento anarchico internazionale – conclude Ivo Della Savia – è quello di trovare chi è stato, chi è il responsabile degli attentati del 12 dicembre. Noi, ripeto, non siamo stati. Se fossero opera di frange estremiste del nostro movimento saremmo stati i primi a neutralizzarli. Anche noi ci rivoltiamo davanti a questo tipo di attentato. L’azione diretta degli anarchici non si è mai diretta contro le persone. Uccidere una persona non significa assolutamente nulla. Una persona si sostituisce pagando il salario ad un’altra. Gli anarchici vogliono coinvolgere le masse, la folla, non esserne respinti con azioni inutili, crudeli».

«Gli attentati di Roma all’altare della Patria e nei sotterranei della banca di via San Basilio erano chiaramente diretti a fare solo danni materiali. Non crede quindi che le bombe nelle banche milanesi dovessero esplodere dopo la chiusura senza provocare vittime, per fare solo danni materiali, per contestare un simbolo?».

«Può essere che sia proprio così; ma ripeto che noi non ne siamo gli autori. Si tratta, a mio avviso, di nostri imitatori»

 

 

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L’inchiesta sugli attentati

Ascoltati sei testimoni dal giudice istruttore

Roma 25 febbraio, notte.

Sei nuovi testimoni sono stati interrogati stamane dal giudice istruttore Cudillo, il magistrato che dirige l’inchiesta sulla strage di Milano e gli attentati di Roma. Tra questi, doveva essere sentito anche Umberto Macoratti, l’impiegato della SIP, simpatizzante del circolo XXII Marzo e ritenuto dall’accusa uno dei testimoni più importanti del processo. Il suo interrogatorio, però è stato rimandato a data da destinarsi.

Lungo i corridoi della sezione istruttoria è stato visto passeggiare a lungo anche Stefano Delle Chiaie, l’esponente della estrema destra che ha confermato, ieri, l’alibi di Merlino. Delle Chiaie si è poi allontanato dal palazzo di giustizia in compagnia di una testimone.

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