2019 10 20 Valpreda Ravachol e il cretinismo “anarchico” (seconda parte risposta a Vinciguerra. Fine)

Per affrontare la seconda parte di questa nostra risposta alle vigliacche e infamanti accuse di Vinciguerra contro gli anarchici e Valpreda ci vediamo obbligati a pubblicare in modo integrale la “recensione” da lui fatta al libro di Paolo Morando, Prima di piazza Fontana. Ci scusiamo con i compagni che dovranno leggere queste vomitevoli accuse contro il compagno Pietro Valpreda. Per ogni riferimento al Congresso internazionale dell’IFA a Carrara nel 1968 rinviamo alla nostra precedente risposta per cui qui non ci torneremo sopra.

Trappola per anarchici di Vincenzo Vinciguerra

Il libro di Paolo Morando, Prima di piazza Fontana (Laterza, Bari-Roma, 2019) merita di essere letto per lo stile, la chiarezza espositiva, la accuratezza con la quale ricostruisce la vicenda, pressoché ignota per gli italiani e anche per tanti storici, degli attentati del 25 aprile 1969 alla Fiera campionaria e alla Stazione centrale di Milano.

Un lavoro pregevole nel quale l’autore racconta il modo con il quale gli uomini dell’ufficio politico della Questura di Milano, primi fra tutti Antonino Allegra e Luigi Calabresi, hanno incastrato anarchici certamente estranei a quegli attentati con l’utilizzo spregiudicato di testimonianze inattendibili (vedi Rosemma Zublena) e confessioni parziali su altri fatti estorte con la violenza sia fisica che psicologica, non quelli del 25 aprile.

Convengo con Paolo Morando quando definisce l’operato della polizia e della magistratura una «prova generale», riferendosi alle successive indagini e processi per la strage di piazza Fontana, purché sia circoscritta genericamente agli anarchici, non mai a Pietro Valpreda.

L’autore, difatti, rivela un particolare, praticamente sconosciuto ai più, relativo all’invio di un volantino di rivendicazione inviato alla Questura di Milano il 28 agosto 1968 per rivendicare un attentato alla «Rinascente» che sarà effettivamente compiuto il 30 agosto e che, non per coincidenza o sfortuna, fallirà lasciando in mano agli inquirenti l’ordigno inesploso.

Il volantino portava la firma della «Brigata Anarchica Ravachol» di cui, fra tutti, era proprio Pietro Valpreda l’estimatore incondizionato, e Paolo Morando lo rileva convenendo che «il linguaggio e lo stile ne ricordano l’irruenza».

Il dubbio fa onore a Paolo Morando perché rappresenta una breccia nel muro cinquantennale eretto a difesa dell’«anarchico» Pietro Valpreda, e se lo avesse coltivato Paolo Morando avrebbe certamente notato che il volantino di rivendicazione e l’ordigno lasciato inesploso alla «Rinascente» a disposizione della Questura di Milano, coincidono temporalmente con l’inizio del Congresso internazionale delle federazioni anarchiche a Carrara, al quale prendono parte camuffati da anarchici gli uomini di Avanguardia nazionale fra i quali ultimi – non a caso – compare Pietro Valpreda.

Il 28 agosto è inviato il volantino alla Questura di Milano, il 30 agosto è fatto ritrovare di proposito l’ordigno inesploso, il 31 agosto inizia a Carrara il Congresso internazionale anarchico.

Solo coincidenze temporali?

Lo possiamo pacificamente escludere.

Sappiamo che l’inizio operativo della «strategia della tensione» risale all’affissione dei «manifesti cinesi» (fine 1965-gennaio 1966) a opera di militanti di Avanguardia nazionale per conto del ministero degli Interni, possiamo ora fissare alla data del 28-31 agosto 1968 l’inizio della trappola tesa agli anarchici sempre a opera di militanti di destra al servizio della divisione Affari riservati del ministero degli Interni.

Trappola che si evidenzia non solo – e non tanto – nell’invio del delirante volantino di rivendicazione alla Questura di Milano ma, soprattutto, nel consegnare alla polizia un ordigno le cui caratteristiche potranno essere rinvenute dagli investigatori in altri ordigni successivamente utilizzati, tutti, ovviamente, a firma anarchica.

Sarebbe anche legittimo pensare che questi ordigni, ben identificabili dalla polizia, sarebbero stati tutti collocati da militanti di destra al servizio dei Servizi per farne ricadere la colpa sugli anarchici, ma è altrettanto legittimo ritenere che vi fosse un canale di comunicazione fra un certo ambiente di destra e un certo gruppo di anarchici che ricevevano dal primo il materiale necessario per costruire ordigni simili da impiegare per i loro attentati.

Un indizio pesante in tale senso ci viene dato dal rapporto del 23 aprile 1969 della Questura di Roma che indicava i militanti di destra Enzo Maria Dantini, Franco Papitto e Marcello Brunetti quali probabili autori degli attentati compiuti a Roma contro il Senato, il ministero della Pubblica istruzione e il Palazzo di Giustizia.

Il convincimento della polizia si fondava sul materiale esplosivo ritrovato a Marcello Brunetti, identico a quello utilizzato nei tre attentati, nonché su altri indizi che la indussero a perquisire la sede di «Nuova Caravella», gruppo universitario di Avanguardia nazionale, e l’abitazione dello stesso Stefano Delle Chiaie.

È lo stesso ambiente in cui militavano Mario Merlino e Pietro Valpreda il quale si poneva come cerniera fra gli anarchici e i militanti di destra.

Escludere questa possibilità, quella cioè di fornitori di materiale di destra e attentatori anarchici almeno in certi casi, è sbagliato nella misura in cui ci si dimentica che gli anarchici erano decisamente anticomunisti perché non avevano giustamente mai dimenticato che i loro compagni in Spagna erano stati proditoriamente massacrati dai comunisti, e che uno dei responsabili, Luigi Longo, era ora segretario nazionale del Pci proteso a cercare un accordo con la Democrazia cristiana.

Lo spettro della «Repubblica conciliare», quello dell’ingresso del Pci in una maggioranza governativa era motivo più che sufficiente per giustificare un’alleanza contingente con gruppi di estrema destra che dell’anticomunismo avevano da sempre fatto la loro bandiera e la loro ragion di vita.

I rapporti fra il mondo impropriamente definito «neofascista» e quello anarchico c’erano. Un esempio significativo ci viene da Antonio Sottosanti, «Nino il fascista», che si adopera per dare un alibi a Tito Pulsinelli e frequenta Giuseppe Pinelli.

Non c’era contrapposizione.

In un mondo permeabile e indifeso come quello anarchico il gioco degli uomini dei Servizi con finalità informative e di provocazione non è stato difficile.

Lo prova, per esempio, il fatto che il 31 agosto 1968 a Carrara, si sono presentati e hanno partecipato ai lavori militanti di Avanguardia nazionale che, a quanto pare, nessuno ha identificato e riconosciuto.

In quel periodo l’ingenuità era un delitto. ln questo caso un delitto contro se stessi come le vicissitudini successive degli anarchici hanno dimostrato.

Pietro Valpreda è la nota dolente di una storia che non si vuole ancora scrivere.

Anche Paolo Morando, nel suo ottimo libro, spezza una lancia a favore di Pietro Valpreda ma, siamo certi, che la sua onestà intellettuale gli ha insinuato qualche altro dubbio sul conto del personaggio sebbene non espresso.

Dubbio che pensiamo gli sia venuto dalla constatazione che Pietro Valpreda è stato interrogato per due giorni in Questura a Milano al termine dei quali verbalizza una sola dichiarazione:

«Ho appreso degli attentati alle chiese e ai luoghi pubblici, solo dalla lettura dei giornali borghesi».

Tutto qui!

Eppure a interrogarlo sono gli stessi poliziotti che agli altri anarchici hanno riservato schiaffi, pugni, digiuni, minacce, ricatti ecc. ecc.

Pietro Valpreda, invece, è stato trattato da loro con ogni riguardo legittimando il sospetto che abbia parlato, ma in via confidenziale, ottenendo così di poter firmare un verbale di copertura che sostenesse la sua vacillante fama di «duro».

O, forse, Luigi Calabresi, Antonino Allegra e i loro uomini sapevano con chi avevano a che fare.

Certo, a compiere gli attentati alla Fiera campionaria e alla stazione Centrale di Milano, il 25 aprile 1969, sono stati Franco Freda e Giovanni Ventura non da soli, però, perché un appoggio almeno logistico lo hanno avuto da persone rimaste sconosciute.

Chi erano? «Neofascisti» o anarchici?

Fa riflettere la tardiva dichiarazione di Antonio Sottosanti che ha ricordato di aver visto Giovanni Ventura, l’11 dicembre 1969, entrare con due borse in mano nello stabile in cui abitavano i coniugi Corradini e Giangiacomo Feltrinelli.

Fa riflettere la dichiarazione di Giovanni Ventura rilasciata a Il Mattino di Padova il 20 dicembre 1986:

«Sì. Il ‘68 ha prodotto le circostanze del nostro avvicinamento. Allora era normale. Valpreda, Merlino, Delle Chiaie. Il giro era così…».

Già, «il giro era così»!

Fino a oggi nessuno ha mai inteso indagare, tranne parzialmente Paolo Cucchiarelli, sul probabile rapporto fra anarchici e «neofascisti» perché si è preferito escludere a priori che questo ci sia mai stato.

Eppure, se non ci sono ancora prove ci sono indizi su questo rapporto e sul ruolo che può avere ricoperto Pietro Valpreda.

Esplorare questo angolo buio della storia degli anni Sessanta sarebbe, a mio avviso, doveroso per chi scrive storia e cerca verità.

Un contributo alla verità viene dal libro di Paolo Morando che va valorizzato e diffuso, letto e commentato.

E di verità ha bisogno questo nostro Paese.

Opera, 05 settembre 2019

Innanzitutto – per i non anarchici – riteniamo utile fare un semplice richiamo sulla figura di Ravachol, che Vinciguerra utilizza strumentalmente e senza sapere di chi parla per attaccare Valpreda.  Per far questo rimandiamo ad una fonte “neutra”, non anarchica:

https://en.wikipedia.org/wiki/Ravachol

Entrando nel merito, perché Vinciguerra ci vorrebbe far credere che l’estimatore di Ravachol fosse più o meno solo Valpreda, ricordiamo che gli estimatori di Ravachol, nel mondo anarchico, non sono mai stati pochi. Naturalmente vi è chi ne fa un santino del passato (alla stregua di Bresci, Caserio ecc), mentre altri ne rivendicano la sua “attualità” contro il terrore che domina il mondo attuale. Dubitiamo comunque che vi siano anarchici che ne mettano in dubbio la figura. Dire quindi che Valpreda ne fosse “l’estimatore incondizionato” è certamente – almeno in parte – vero, ma nella misura in cui si aggiunga…assieme ad una moltitudine di altri anarchici. Ravachol è una figura del nostro passato, fa parte del nostro dna, della nostra storia, che va però anche collocata nel giusto contesto storico in cui questa figura di anarchico agiva. Non dimentichiamo che Pietro era anche un iconoclasta a cui piaceva – come ai provos – fare affermazioni di provocazione e rottura rispetto al mondo ormai inamidato ed intorpidito del vecchi anarchismo.

Detto questo, spiegata questa semplice verità che – basterebbe aver letto qualche testo sull’anarchismo per capirlo – passiamo a parlare di cose più serie.

La trappola per provocatori ignoranti (ovvero i due attentati alla Rinascente) 

Vinciguerra, come al solito, estrapola alcune parti dello scritto di Morando per stravolgerlo e sparare l’ennesima provocazione. Sarebbe troppo lungo – Paolo Morando vi dedica diverse pagine – riportarle qui la storia di quelle bombe, per cui rimandiamo – per chi ne fosse interessato – alla lettura del libro di Morando. A noi basta ricordare che la storia di questi due attentati (falliti entrambi) viene riportata per la prima volta dal capo dell’ufficio politico della questura di Milano, Antonino Allegra, la sera stessa del 25 aprile 1968, per indicare la pista anarchica (anche se questi falliti attentati alla Rinascente non saranno poi mai addebitati agli anarchici). Probabilmente questi attentati – così come la lettera di rivendicazione inviata in questura il giorno prima del primo attentato – non sono altro che la canna fumante della provocazione messa in atto dagli Affari Riservati per arrivare alla pista anarchica per gli attentati ai treni e a quelli del 25 aprile. Significativo è solo lo stravolgimento che fa Vinciguerra di quanto riportato da Morando nel suo libro per arrivare ad accusare Valpreda.

Vinciguerra sostiene anche che “…è altrettanto legittimo ritenere che vi fosse un canale di comunicazione fra un certo ambiente di destra e un certo gruppo di anarchici che ricevevano dal primo il materiale necessario per costruire ordigni simili da impiegare per i loro attentati.” . Quello che “ritiene” (suggerito da chi?) è solo quello che – la proiezione del suo passato, quello di essere stato un “soldato” fascista e prezzolato – possa arrivare a concepire. E’ semplicemente la logica fascista della piramide di comando, della subordinazione alla gerarchia “militare” in cui era abituato ad operare. Oltre a questa visione militare non gli è mentalmente e culturalmente possibile andare, è la sua abitudine ad assoggettarsi supino di fronte alle gerarchie e ad eseguire disciplinatamente gli ordini che gli vengono impartiti da chi è a lui superiore di grado.

Come è noto gli anarchici, proprio grazie alla loro lunga tradizione di lotta, anche cruenta, contro il potere e lo stato, non hanno mai avuto bisogno di prendere lezioni dai fascisti o dai servizi per reperire esplosivi o costruire ordigni. L’esplosivo di cui necessitano lo posso andare tranquillamente a prelevare da soli nei luoghi in cui si trova, così come era facile fabbricare piccoli ordigni per attentati dimostrativi. Ricordiamo che gli anarchici i loro attentati li hanno sempre rivendicati e che questi sono sempre stati compiuti con grande cura per evitare che potessero arrecare danno alle persone. E’ anche necessario sottolineare il fatto che il tipo di esplosivo usato dai compagni non aveva nessuna caratteristica riconducibile a quello utilizzato per gli attentati fascisti ai treni, alla Fiera campionaria o a piazza Fontana, come persino le molteplici perizie hanno ampiamente dimostrato.

La trappola ideologica dell’anticomunismo anarchico

Uno dei tanti cavalli di battaglia di Vinciguerra, su cui ama ritornare, è quello relativo all’anticomunismo degli anarchici che li porterebbe addirittura a una sorta di collaborazione con i fascisti “Escludere questa possibilità, quella cioè di fornitori di materiale di destra e attentatori anarchici almeno in certi casi, è sbagliato nella misura in cui ci si dimentica che gli anarchici erano decisamente anticomunisti perché non avevano giustamente mai dimenticato che i loro compagni in Spagna erano stati proditoriamente massacrati dai comunisti, e che uno dei responsabili, Luigi Longo, era ora segretario nazionale del Pci proteso a cercare un accordo con la Democrazia cristiana.”

E’ certamente vero che gli anarchici più anziani, quelli che avevano vissuto sulla propria pelle quelle esperienze, nutrivano un sentimento anticomunista molto viscerale ma è altrettanto vero che gli anarchici italiani – sempre per averla vissuta sulla propria pelle anche quella di esperienza – erano ancora di più antifascisti. Tanto è vero che si opposero alla dittatura fascista armandosi fin dal suo sorgere – basti pensare agli Arditi del Popolo –; che durante il ventennio fecero – oltre a diverse azioni – anche diversi tentativi per uccidere il duce, e che furono anche tra i primi ad organizzarsi dopo l’8 settembre in formazioni partigiane. Resistenza in cui, dove non erano forza egemone, parteciparono all’interno delle varie formazioni presenti sul territorio. Valpreda, come tutti gli anarchici, era anticomunista, se con anticomunista intendiamo dire essere contro gli Stati comunisti (contro tutti gli Stati!) e le loro dittature, “democratiche” o meno (vedi anche quanto abbiamo scritto sul congresso IFA del ’68 nella prima parte di questa risposta). Ma una cosa è parlare di Stati comunisti dittatoriali, ed altra di compagni comunisti di base, comunisti senza partito o su posizioni rivoluzionarie e libertarie.

Va poi ricordato che il fuoco del ’68 italiano era ancora vivo durante le lotte del ’69 e che Valpreda – quando incontra gli anarchici romani (che poi formeranno con lui il 22 marzo) era già sulle stesse posizioni di questi ultimi che – nella totalità – venivano da esperienze di lotta in seno al movimento studentesco in cui ci si trovava spalla a spalla con i comunisti delle diverse tendenze.

Permetteteci una piccola digressione prima di proseguire: quando Valpreda si trasferisce a Roma ed inizia a frequentare il Bakunin, molti dei giovani anarchici romani erano già in rotta di collisione con i compagni più moderati della FAI proprio sulla questione della loro partecipazioni alle lotte studentesche. E’ quindi ora di smetterla – da parte di tutti, anche da chi si dichiara anarchico – di seguitare a scrivere e dire che il nostro gruppo, sia stato “fondato” da qualche compagno “eletto dal signore”, sia pure Valpreda, e che quella divisione non sia stata invece una scelta cosciente e collettiva di un gruppo di compagni pensanti, fatta in piena autonomia e assumendosene la piena responsabilità. Valpreda era uno di noi, non il nostro “leader”!

A riprova della apertura mentale del 22 marzo verso i compagni non anarchici, i compagni comunisti senza partito – basterebbe ricordare come nelle nostre lotte ed azioni dimostrative spesso vi erano “compagni di strada” non anarchici e anche questo fu una delle cause principali delle critiche che ricevemmo e che contribuirono alla rottura. A provarlo basterebbe leggere l’elenco dei fermati il 25 settembre 1969 a piazza Cavour durante il volantinaggio in cui si annunciava l’inizio dello sciopero della fame, per accorgersi che 3-4 dei fermati assieme a noi non erano anarchici ma giovani compagni che simpatizzavano con le nostre attività. Oppure guardare le foto dei giornali in varie manifestazioni in cui al nostro fianco si scorgono volti di compagni non anarchici che si aggregavano al nostro gruppo. Persino all’intervista a Ciao2001 parteciparono (avendo condiviso il contenuto del nostro documento) alcuni non anarchici. Così come la manifestazione che organizzammo assieme ad altre organizzazioni davanti Regina Coeli per chiedere la liberazione dei detenuti; oppure – leggendo gli interrogatori – di alcuni frequentatori del nostro circolo anche qui si trovano nomi di simpatizzanti non anarchici.

A livello politico, sulla nostra attività come gruppo, ricordiamo l’incontro a Pisa (subito dopo l’assassinio di Cesare Pardini da parte della polizia durante scontri di piazza) tra Valpreda Bagnoli e Di Cola con il gruppo “il Potere Operaio” che poi diventerà Lotta Continua, gli incontri con gli avvocati democratici (e della controinformazioni come l’avv. Eduardo Di Giovanni), gli incontri con altre formazioni politiche della sinistra romana (fatti questi persino segnalati nelle veline del poliziotto infiltrato Ippoliti!) ….

Non vogliamo perdere ulteriore tempo a parlare di questo povero disgraziato, che ormai dimenticato da tutti, è costretto a ricorrere al suo veleno contro gli anarchici e soprattutto contro Valpreda (figura conosciuta da tutti) per trovare qualche idiota disposto a fargli da sponda, da megafono, per tornare ad avere i sui 5 minuti di gloria.

Da oggi in poi ignoreremo ogni commento di questo provocatore prezzolato, perché riteniamo il nostro tempo prezioso e non vogliamo perderlo dietro le fantasie malate di un mitomane. Così come da oggi considereremo tutti coloro che daranno credito a personaggi come Cucchiarelli e Vinciguerra alla stregua dei revisionisti storici: e come tali li tratteremo.


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