Gli anarchici, il 22 Marzo e il 12 dicembre 1969 – di Enrico Di Cola (parte seconda)

Le voci su Valpreda e quanto queste pesarono nell’isolare il gruppo 22 Marzo alla vigilia della strage e subito dopo.

Probabilmente le voci su un Valpreda “canterino” con la polizia risalgono a quanto scritto nel maggio del 1969 dal Questore di Milano Parlato (lo stesso Parlato che ritroviamo a Roma il 12 dicembre) e inviato alla magistratura milanese. Si tratta del resoconto delle indagini di polizia per gli attentati del 25 aprile. Non sappiamo esattamente quando gli avvocati difensori dei compagni anarchici di Milano poterono prendere visione degli atti riguardanti i propri clienti (per i compagni del 22 Marzo gli avvocati dovettero aspettare almeno 40 giorni), però è certo che almeno a partire da ottobre la voce già circolava negli ambienti anarchici. Voci che portarono il Bakunin a prendere sempre più le distanze dal 22 Marzo e innestare un pesante clima di sospetto tra i compagni di Roma.

A fine ottobre-inizio novembre la situazione si fa sempre più pesante. Roberto Mander in lettere inviate a compagni in diverse parti d’Italia scrive che non bisogna fidarsi di Valpreda e invita a diffidare e non avere contatti con quelli del 22 Marzo. Queste lettere assieme ad una sua inviata a Pinelli il 5 novembre, finiscono agli atti per dimostrare l’ambiguità di Valpreda.

Verso metà novembre si arriva allo scontro finale tra gli anarchici romani quando durante una riunione degli studenti al Bakunin il compagno Aldo Rossi della FAI taccia Pietro Valpreda di essere o una persona leggera o addirittura un delatore della polizia. I due arrivano quasi allo scontro fisico, ma i compagni riescono a separarli e portare fuori dal locale Valpreda.

Il primo dicembre Pino Pinelli spedisce due lettere: una indirizzata a Aldo Rossi (FAI) e l’altra a Pio Baldoni (GIA) per ‘’ufficializzare’’   i sospetti su Valpreda.

Il 12 dicembre scoppiano le 5 bombe – 3 a Roma e 2 a Milano – e vi è la carneficina nella banca di piazza Fontana. La notte stessa molti compagni del 22 Marzo e del Bakunin vengono portati in questura o presi dai carabinieri. Tutti quelli fermati dai carabinieri verranno rilasciati. Fin da subito, almeno a partire dal 13 dicembre l’interesse degli inquirenti negli interrogatori è puntato su Valpreda. Inizia il lungo isolamento dei compagni fermati e poi incriminati che durerà 40 giorni. 40 giorni di interrogatori senza avvocati, senza leggere giornali, senza avere contatti con gli altri compagni.

Il primo comunicato FAI/FAGI di Roma è del 13 dicembre. Secondo quanto riferisce l’agenzia Ansa, la “Federazione anarchica italiana” e la “federazione anarchica giovanile” di Roma hanno protestato per la “repressione” messa in atto “contro pretesi elementi sovversivi, ossia contro elementi di estrema sinistra ed anarchici, a seguito degli attentati provocatori di Milano e Roma”. Questo comunicato fa presumere che la situazione tra compagni romani sia ancora di solidarietà. La svolta infatti avviene subito dopo l’incriminazione di Valpreda e dei compagni romani (il 16 dicembre): Umanità Nova del 20 dicembre 1969.

Dichiarazione di Gruppi FAI – FAGI di Roma

Gli anarchici di Roma aderenti alla F.A.I. ed alla F.A.G.I. si associano incondizionatamente alla presa di posizione della Commissione di Corrispondenza della F.A.I. e nel respingere ogni vile tentativo reazionario e fascista di attribuire agli anarchici una qualsivoglia responsabilità diretta o indiretta negli esecrabili attentati:

PRECISANO: che i funzionari inquirenti ed in particolare quelli delle squadre politiche di Roma e Milano, che da vari mesi seguivano costantemente le attività del cosidetto “Gruppo 22 marzo” e di ognuno dei suoi membri, erano a conoscenza dell’assoluta mancanza di ogni possibile collusione tra costoro ed ambienti ed elementi specificatamente anarchici, così come era a loro noto che il Gruppo 22 marzo ed ognuno dei pochi individui che lo componevano e quanti altri avessero contatti più o meno occasionali con loro erano stati da noi estromessi dalle nostre sedi (a Roma come a Milano) e diffidati ad intervenire persino a riunioni aperte ai simpatizzanti ed al pubblico, in quanto tra di loro erano stati ravvisati, senza alcun dubbio, elementi di chiara provenienza e tendenza fascista.

DENUNCIANO pertanto all’opinione pubblica ed a chi di dovere (perchè un’inchiesta in tal senso sia aperta) quei funzionari della questura e delle squadre politiche che in varie occasioni, alla stampa, alla radio ed alla televisione hanno rilasciato provocatorie e diffamatorie dichiarazioni definendo “anarchici” i sospettati e giungendo persino ad attribuire, come unico e solo movente delle infami stragi, “l’ideologia anarchica degli esecutori”, tacendo volutamente quanto era a loro conoscenza.

RAVVISANO in questo irresponsabile e denigratorio comportamento dei funzionari inquirenti una palese ed ingiustificabile (anche se, forse, non premeditata) collusione con le forze reazionarie.

DICHIARANO che quanto sopra non comporta alcun giudizio di accusa contro gli arrestati, tenuto soprattutto conto delle inverosimili congetture fin qui rese pubbliche come indizi di responsabilità, ma è soltanto una necessaria messa a punto delle nostre chiare posizioni.

Gruppi FAI – FAGI di Roma

Se possibile, peggio ancora, riesce a fare Mario Mantovani direttore responsabile del giornale che nel numero successivo di Umanità Nova si metterà allo stesso livello della stampa borghese e della questura. Qui alcuni stralci:

Il (giornale) fascista “Borghese” pensava forse, al fine di mantenere il “ritmo”, ai vari “sergenti” alla Valpreda da mandare avanti in avanscoperta, utilizzando l’ambivalenza dei loro gruppi provocatori neofascisti tipo “22 marzo” e simili, truccati di anarchismo. Poi, dopo i “sergenti”, sarebbero venuti i “colonnelli” a far tabula rasa, passando dall’eliminazione della punta anarchica a quella della soppressione di ogni libertà per tutti, movimento operaio in testa. Esattamente come è avvenuto nelle sanguinose vigilie della marcia su Roma, pretesto il “Diana”, ma anche gli scioperi e le rivendicazioni operaie – non lo si dimentichi – come oggi.

…. Un Valpreda tutto fare

Non ci interessa parlare del Valpreda, designato quale animatore, circondato da un gruppetto di giovani esaltati, di un circolo sedicente anarchico dove pullulavano elementi squadristi, feticisti del culto della violenza distruttiva. E’ stato unanimemente accertato che il Valpreda ed i suoi amici nulla avevano in comune col movimento anarchico e, tanto meno, con una qualsiasi ideologia libertaria.

Ma l’affrettata indagine poliziesca e giudiziaria, seguita dalla stampa che subitamente ha organizzato la “caccia all’anarchico”, non ha altro da offrire all’opinione pubblica che un miserabile relitto umano per configurare la mostruosa tragedia milanese? Perchè, con altrettanta prontezza, stampa e polizia non fanno parola sui sicuri mandanti ben attrezzati, in grado di “organizzare” e di manovrare gli esecutori degli atti terroristici?

E se poi risultasse – come da qualche parte si sussurra – che il Valpreda, principale accusato, era un confidente della polizia in veste di provocatore, come tanti ve ne sono stati nella storia dei “complotti” anarchici del passato? Valpreda è affetto da una grave malattia: domani può sparire senza bisogno di “suicidarlo”.

Il colpevole-copertura sopravviverebbe nei verbali e la leggenda degli anarchici terroristi, nel cervello dei semplici, pure. Quale migliore e provvidenziale epilogo per le fatiche poliziesche e per l’incolumità dei “mandanti” di alto rango rimasti anonimi?

Ipotesi, certo. Ma di queste se ne possono avanzare altre. Ammesso che il Valpreda giunga in assise, basterà il confronto col tassista milanese a costruire prova di colpevolezza? A parte il “modo” con cui il confronto all’americana è stato fatto (“identikit” mostrato preventivamente al teste e, forse, anche una fotografia), il parere dei giuristi sembra essere che un confronto costituisce un indizio soltanto per l’accusa, non la dimostrazione della colpa. Senza altre prove convincenti, senza la confessione dell’indiziato, vi è allora il “rischio” di dover assolvere?

Non inoltriamoci oltre nel labirinto delle ipotesi, delle contorsioni della stampa e degli inquirenti.

Tutto chiaro allora? Fino al momento prima dell’incriminazione c’è solidarietà con i compagni arrestati, dopo solo montagne di menzogne e merda per prendere le distanze da compagni con cui avevano lavorato fianco a fianco per mesi!

I primi a svegliarsi e indignarsi per queste prese di posizione e parole di fuoco sono (fortunatamente) tutti i gruppi anarchici di Milano che inviano il 5 gennaio 1970 una Circolare interna riservata Anarchici di Milano su Pinelli e Valpreda

CIRCOLARE: INTERNA RISERVATA – DICHIARAZIONE DEGLI ANARCHICI DI MILANO

Premessa

Quella che definiamo nei punti seguenti è la posizione unitaria assunta dagli anarchici di Milano di fronte ai fatti recenti.

Sottolineiamo che il nostro atteggiamento di fondo, fin dal 12 dicembre, è sempre stato sostanzialmente unanime, confermando e continuando l’atteggiamento già assunto dal 25 aprile in poi sulla natura provocatoria degli attentati che a partire dallo stesso 25 aprile si sono susseguiti in Italia, sulla loro funzione politica e sulla repressione (conf. i volantini, i manifesti, i comunicati stampa, i numeri 1 2 3 e 4 del bollettino “Croce nera Anarchica”).

Dichiarazione

1) Il compagno Giuseppe Pinelli (stimato militante dei gruppi anarchici Bandiera Nera ed inoltre membro attivo della Crocenera anarchica e del circolo Ponte della Ghisolfa) non si è ucciso. Egli è stato, direttamente o indirettamente, ammazzato. Tutto quello che la stampa, per suggerimento della Questura, può dire o aver detto per giustificare la tesi del suicidio è pura menzogna.

2) Pietro Valpreda è innocente ed è anarchico da oltre dieci anni (anche se da quasi un anno si era posto ai margini del movimento per certi suoi discutibili atteggiamenti). Egli pertanto deve in questa occasione essere difeso apertamente e senza riserve, rimandando ad altro momento il giudizio su oscurità che lo riguardano ma che non hanno attinenza con le accuse che gli sono state rivolte.

3) Anche il gruppo XXII marzo di Roma è secondo ogni apparenza e fino a prova contraria estraneo agli attentati. Il giudizio politico su questo gruppo, la discutibilità delle loro tesi, l’ambiguità di alcuni suoi componenti (secondo la stampa o secondo la denuncia dei compagni dei gruppi F.A.I. – F.A.G.I. di Roma) non devono determinare il nostro giudizio sulla loro colpevolezza.

4) La manovra antianarchica (basata sulle azioni provocatorie, sulle persecuzioni poliziesche e sulla diffamazione giornalistica) culminata con la strage di P.za Fontana, con gli arresti, i fermi, le perquisizioni, le denunce e con la violentissima, calunniosa campagna di stampa, è stata come previsto; l’inizio di una più vasta manovra repressiva contro tutta l’opposizione extra-parlamentare ed extra-sindacale.

E’ chiaro, ora, che questa manovra è servita anziché al paventato colpo di Stato (forse agitato volutamente per nascondere quello che frattanto stava succedendo) ad una “legale” involuzione autoritaria. E’ cioè servita non ai colonnelli ed al fascismo tradizionale, ma alla socialdemocrazia, la quale può spesso servire alla repressione antirivoluzionaria meglio di un regime scopertamente reazionario.

La connessione da più parti individuata tra elementi fascisti nostrani e greci (in particolare esistono le prove riguardo alla partecipazione greca agli attentati del 25 aprile) non è assolutamente in contrasto con l’analisi politica sugli attentati. E’ infatti certo che l’imperialismo americano che appoggia il regime dei greci ha, insieme a loro, interesse al governo forte in Italia ma, valutando che la situazione politica interna non potrebbe sopportare un colpo di Stato aperto, deve mascherarlo con la socialdemocrazia

GLI ANARCHICI DI MILANO

Milano 5/1/’70

(Nostra nota: Nella circolare ovviamente si intende il 22 Marzo e non il XXII Marzo di Merlino.) A questa prima circolare interna ne fa seguito una seconda in data 7 gennaio 1970 che precisa ulteriormente la questione: Circolare interna riservata di Gruppi anarchici su posizione Mario Mantovani e Umanità Nova.

CIRCOLARE: INTERNA RISERVATA

Milano 7/1/’70

A Mario Mantovani

A Umanità Nova

Alla C.D.C. della FAI

Alla C.D.C. dei G.I.A

A L’Internazionale

A tutti i gruppi anarchici di lingua italiana

Denunciamo come errata, dannosa ed assurda la linea assunta da Umanità Nova e da alcuni compagni sui recenti fatti. In particolare denunciamo i seguenti fatti:

1) L’atteggiamento ambiguo nei confronti di Pinelli (U.N. del 20/12/’69) “Al momento di andare in macchina apprendiamo dalla stampa di un preteso suicidio alla questura di Milano e di un fermato… … In attesa che piena luce venga fatta sul drammatico episodio ecc….; intervista di Mantovani al giornale cattolico “Avvenire” in cui diceva che P. non era anarchico particolare poi smentito blandamente sul numero successivo di U.N.; scarso rilievo dato all’assassinio del nostro compagno ecc.(*)

2) L’atteggiamento stupido ed odioso nei confronti del compagno Valpreda, dato nell’editoriale di Mantovani (U.N. del 27/12/’69) per colpevole, definito sergente fascista, miserabile relitto umano ecc. ecc.

3) L’interpretazione politica “ingenua”: congiura fascista contro cui si invoca un’unità antifascista ecc.

4) Tardiva ed eccessiva condanna del gruppo XXII marzo, di cui, se facevano parte elementi ambigui, facevano anche parte dei sinceri compagni, sia pure con atteggiamenti parzialmente discutibili.

Questa linea politica ha praticamente avallato certe interpretazioni anti anarchiche dei fatti e si è prestata al gioco della repressione e della calunnia.

Chiediamo a U.N. ed a Mantovani, quale redattore e quale responsabile della ignobile diffamazione di Valpreda di smentire le assurdità pubblicate e di modificare la linea politica (vedi documenti allegati).

Chiediamo a tutti i compagni di pronunciarsi su questa faccenda con chiarezza e decisione.

Rendiamo noto inoltre che se U.N. non recederà dal suo atteggiamento, saremo costretti a sconfessarla pubblicamente.

“Errori” come quelli commessi da U.N. non sono tollerabili in momenti così gravi per il movimento anarchico.

Per concludere facciamo notare come sia stato assai più coraggioso ed intelligente rispetto ad U.N. l’atteggiamento assunto da molti non-anarchici (come ad esempio il comitato di avvocati e giornalisti contro la repressione, di cui alleghiamo un paio di comunicati stampa).

GRUPPO UGO FEDELI

GRUPPI DI BANDIERA NERA

GRUPPO AZIONE LIBERTARIA

GRUPPO G. G. MORA

I LIBERTARI DEL POLITECNICO

CIRCOLO PONTE DELLA GHISOLFA

CIRCOLO SCALDASOLE

SEZIONE U.S.I. BOVISA

LEGA ANARCHICA MILANESE

CROCE NERA ANARCHICA

—–

(*) con l’occasione denunciamo anche il fatto che ai funerali di Pinelli, il cui importante significato politico non poteva sfuggire a nessuno, hanno partecipato solo (oltre ai compagni di Milano tutti, ed a giovani anarchici di varie città), un compagno di Canosa a titolo personale e un compagno di Senigallia in rappresentanza del suo gruppo.

Come queste due circolari dimostrano, la situazione interna al Movimento anarchico sulla posizione da prendere riguardo ai compagni incarcerati, è ancora totalmente caotica e mostra divisioni profonde. Va ricordato – a conferma della correttezza dei compagni di Milano – che quando queste due circolari vengono inviate, ancora non sono stati resi noti gli atti processuali, gli avvocati difensori dei compagni non hanno ancora potuto incontrare i loro assistiti o prendere visione degli interrogatori da loro subiti. La situazione inizierà a cambiare veramente soltanto dopo la pubblicazione degli atti istruttori, quando sarà evidente che a parte parole e slogan, contro gli anarchici incarcerati non esiste neppure un briciolo di prova. Ma il danno è già fatto. Ci sono sempre quelli più realisti del re. Prendiamo il caso più noto, ma completamente ignorato dal Movimento anarchico e non indagato: stiamo parlando di un compagno di Canosa di Puglia, di Giuseppe (Peppino) Tota.

Il 22 dicembre 1969 viene fermato a Canosa di Puglia, assieme alla sua fidanzata, il giovane anarchico milanese Aniello D’Errico. Trasferito a Milano verrà sentito dagli inquirenti e subito rilasciato. Quello che non è noto all’epoca è come avviene il fermo. Due informative del SID, il servizio segreto, ci svelano le modalità di questo arresto.

1969 12 26 SID – fermo Aniello D’Errico e Gabriella Deghi

…. “D’ERRICO e la giovane, il mattino del 22 dicembre corrente, avevano chiesto ospitalità e rifugio al noto anarchico TOTA Giuseppe Gennaro fu Nicola, nato a Canosa di Puglia il 3.1.1924, dirigente del gruppo anarchico “Camillo e Giovanna Berneri, il quale per timore di incorrere in rigori di legge, ne ha informato il Pretore del Mandamento e questi il Commissario di P.S., che ha provveduto al fermo e successivo accompagnamento a Bari”

… Fiduciariamente si è appreso che il TOTA non conosceva il giovane anarchico, nè era stato in precedenza informato del suo arrivo.-

…La Questura di Bari, in sede di dichiarazione ai giornalisti, ha lasciato intendere che i due giovani sono stati scorti in Canosa da una pattuglia di agenti di P.S. e ciò al fine di cautelare l’informatore da eventuali rappresaglie.

Questa prima nota del SID ci rivela che non solo i servizi erano molto attenti a quello che accadeva a Canosa, ma che vi era un loro “fiduciario” in seno al Circolo anarchico. Di più, ci dicono che fu il Tota a denunciare la presenza del D’Errico a Canosa e consentire così il suo arresto. Le date qui sono molto importanti, tutto questo avviene dopo l’articolo del 20 dicembre di Umanità Nova. Interessante è anche la nota della Questura di Bari che parla di “cautelare l’informatore da eventuali rappresaglie”. Chi è questo informatore? E’ forse il Tota?

L’interesse del SID sul Tota non finisce qui. Nella seconda informativa del 17 febbraio 1970 (che riproduciamo quasi integralmente) si rileva che “Il noto Tota Giuseppe, dirigente del Gruppo “Camillo e Giovanna Berneri” di Canosa di Puglia (BA), ha subito una certa menomazione di prestigio nell’ambito anarchico pugliese a causa dell’avvenuto fermo dei giovani D’Errico Aniello e Deghi Gabriella, rintracciati da elementi della P.S. nella sua abitazione.

Il soggetto, anche a nome del Gruppo anarchico “Aurora”, al fine di dirimere dubbi e perplessità ha divulgato, in più riprese, volantini con i quali viene chiarito che:

– i due gruppi rigettano ogni responsabilità che gli organi inquirenti, Polizia e Magistratura, cercano di attribuire agli anarchici, attraverso presunte confessioni di altrettanto presunti anarchici i quali, altri non sono che strumenti nelle mani della Polizia, in quanto la strage di Milano e le bombe di Roma non potevano e non possono trovare giustificazione o determinare utilità al movimento anarchico nel suo insieme, né ad alcun gruppo o individuo;

– l’anarchico Giuseppe Pinelli non aveva motivi per suicidarsi in quanto fin dal momento del suo arresto ad oggi non è emersa nessuna prova a suo carico. Invece, risulto da testimonianze, che egli, al momento dello scoppio delle bombe si trovava in un bar a giocare a carte;

– il sedicente gruppo anarchico “Gli iconoclasti” di Milano i cui componenti erano Valpreda (detenuto), CLAPS più volte fermato e rilasciato e D’ERRICO anche questi fermato diverse volte (anche in relazione alle bombe del 25 aprile scorso) e rilasciato dopo aver reso confessione alla Polizia e il gruppo “22 Marzo” anch’esso definitosi anarchico ed operante a Roma, erano composti da pochi giovinetti irresponsabili e diretti da elementi staccatisi formalmente da formazioni neo-fasciste e neo-naziste. Entrambi i succitati gruppi non solo non furono mai ritenuti anarchici dai compagni di Milano e Roma, ma in diverse occasioni furono buttati fuori dalle sedi anarchiche perché ritenuti agenti provocatori;

– anche a Canosa di Puglia (BA) è stato orchestrato un tentativo (fallito miseramente) atto a coinvolgere, nell’alone dei dubbi e insinuazioni, gli anarchici canosini, con la presenza del ricercato D’ERRICO (anarchico “PUPO”) e della sua amichetta. Questo ragazzo ritenuto un elemento importante, appena arrestato è stato rilasciato. Il motivo può essere individuato nel fallimento dello scopo per il quale era stato mandato a Canosa; ……

Da questa seconda informativa si deduce, senza ombra di dubbio, che fu il Tota stesso a denunziare D’Errico (arrestato a casa sua, ma che la questura fece intendere di averlo fermato in strada) e che probabilmente l’”informatore” di cui si parla nelle veline, quello da “cautelare” sia proprio lui. Interessanti i riferimenti agli iconoclasti di Milano e al gruppo 22 Marzo. Questa velina, che sembra prendersi a cuore la “menomazione di prestigio” subita dal Tota, è estremamente precisa, fin troppo precisa, per non confermarci la presenza stabile di un collaboratore del SID tra gli anarchici canosini. A riprova del contenuto della nota pubblichiamo un volantino/manifestino stampato nel 1970 in cui sono praticamente riportate le stesse frasi che abbiamo trovato qui. Attenzione, questa nota è del 17 febbraio 1970, quando anche Umanità Nova aveva già iniziato a cambiare linea, e a difendere i compagni incarcerati! Come si sa, una volta sprigionato il veleno del sospetto, è difficile che le cose tornino come prima. Il voltafaccia – spudorato diremmo noi – di Tota avverrà qualche settimana dopo dove, come se nulla fosse, prende le difese di Valpreda e dei compagni del 22 Marzo, in un nuovo volantino.

Come abbiamo detto il Movimento Anarchico si divise fin da subito sulla posizione da prendere riguardo i compagni arrestati. Le “voci” su Valpreda ed il 22 Marzo che ormai circolavano in modo incontrollato nel movimento anarchico furono ampiamente utilizzate dagli apparati repressivi per cercare di isolare i compagni e stringergli il cappio al collo. La presa di posizione dei circoli anarchici milanesi a favore di Valpreda e la pubblicazione – dopo oltre 40 giorni – dei verbali degli imputati impressero la svolta. Ma una volta seminati i dubbi non è affatto facile cancellarli. Abbiamo visto come a Canosa potessero passare, senza autocritica e ritegno, da una posizione colpevolista e infame ad una posizione innocentista quasi da un giorno all’altro. Non sappiamo – per mancanza di documentazione – se e quanti altri gruppi abbiano seguito la “linea” portata avanti nelle prime settimane da Umanità Nova. Quello che sappiamo è che la cosa non si risolse in tempi brevi.

3 Risposte to “Gli anarchici, il 22 Marzo e il 12 dicembre 1969 – di Enrico Di Cola (parte seconda)”

  1. sergiofalcone Says:

    Che dire? Dico che le prese di posizione dei federati contro Pietro e i compagni del 22 marzo sono a dir poco scandalose. E sembra che la Fai, negli anni, non abbia perduto il vizio di scaricare i compagni ritenuti via via scomodi. Arrivando al ridicolo di emettere ogni volta un apposito comunicato di dissociazione.
    I compagni vanno difesi tutti: e’ una questione di etica.
    Con quale faccia, poi, la Federazione pretende oggi il monopolio della difesa e della rappresentanza dei compagni del 22 marzo?
    Che cosa è la Fai? La Fai è il PCI degli anarchici.

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  2. sergiofalcone Says:

    Non ha remore Paolo Finzi che, su ‘A rivista anarchica’ di questo mese, delinea il suo ricordo di Giuseppe Pinelli. Non ha remore perché nel fare ciò sente la necessità impellente di abbattere la figura di Pietro Valpreda, prendendone le distanze in maniera inequivocabile. Ecco cosa scrive: Pinelli “era aperto alle più diverse forme di espressione del dissenso libertario… Ma portava… il segno delle proprie origini e della propria storia: la serietà, la credibilità, il rifiuto di ogni stolta esaltazione della violenza, di comportamenti antisociali, ecc.
    Istintiva ed etica… la sua opposizione, il suo vero e proprio rifiuto di chi, invece, nei pur ristretti ambiti anarchici e libertari, si faceva portavoce di un anarchismo stiracchiato tra droghe e bombette, estremismi verbali e sporcizia personale, irregolarità ed estemporaneità. E siccome questi atteggiamenti erano anche presenti ai margini dell’anarchismo militante, Pino era tra quelli che più lucidamente li avversavano. Di qui la rottura a Milano con il gruppo che si concentrava intorno a Pietro Valpreda, che dopo una sua iniziativa sconsiderata era stato ‘cacciato’ dal circolo anarchico Ponte della Ghisolfa, analogamente – nella sostanza – con quanto avvenne a Roma dalla sede di via dei Taurini, ad opera di alcuni dei militanti più attivi allora nella capitale…”.
    E ancora: “… in un corteo in piazza Duomo nel 1969 ho visto e sentito Valpreda e una decina di suoi compagni urlare ‘Bombe, sangue, anarchia’… Si era alla rottura. Che avvenne anche grazie a Pinelli con il rinfacciare in un incontro a Valpreda e ai suoi compagni l’inaccettabilità di un simile comportamento pubblico e la definitiva divergenza delle rispettive strade”.
    Valpreda è morto e difficilmente potrà ribattere ad affermazioni tanto definitive, peraltro in alcuni punti molto borghesi; nemmeno potrà confermare se fosse sua abitudine usare il sapone. Basterebbe però leggere le pagine di diario da lui scritte in carcere per coglierne lo spessore umano di cui deficitano molti contemporanei e contemporanee.
    Ed ecco come prosegue nel suo articolo con la descrizione del commissario Calabresi: “Oltre che per l’altezza, Calabresi si stagliava per la semplice eleganza dei suoi golf girocollo e soprattutto per come parlava. Era una persona palesemente colta, mentre allora il grado di istruzione e cultura… dei funzionari delle forze dell’ordine faticava a distinguersi da quello della grossa minoranza analfabeta della popolazione italiana… Calabresi era solito parlare con noi manifestanti, cercava sempre informazioni su presenti e assenti… quel commissario alto e civile aveva un’arma in più, quella dell’apparente volontà di dialogo”.
    “La campagna contro Calabresi”, prosegue Finzi, ” è stata troppo personalizzata, a mio avviso… E quei manifesti con il volto di Calabresi e le mani insanguinate non mi piacevano”.
    Sconcerta leggere su una rivista anarchica parole che sembrerebbero rievocare le immagini di “Romanzo di una strage” di Marco Tullio Giordana. Sconcerta leggere sulla quarta di copertina di una rivista anarchica le parole “solo la nostra memoria può rendere migliore la nostra democrazia”. Sconcerta anche leggere sulla terza di copertina di una rivista anarchica il nome di Benedetta Tobagi, che il 15 dicembre 2009, al Teatro della Cooperativa di Milano, mentre dal palco l’avvocato Luca Boneschi ricordava le responsabilità del commissario Calabresi nell’omicidio di Pinelli, urlava dal pubblico che Calabresi non era responsabile della sua morte perché non era presente in quella stanza al quarto piano della questura.

    Ingrid

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  3. sergiofalcone Says:

    Ho cercato di contare fino a dieci. Anzi ho contato di più. Perché a volte si rischia di andare oltre, di scrivere cose che poi, a riguardarle dopo, rischiano di sembrare eccessive, stonate.

    Quello che pubblico qui di seguito e un estratto del lungo articolo pubblicato a firma Paolo Finzi, sul numero di A Rivista anarchica distribuito questo mese. Per chi lo volesse, dato che sul sito sarà disponibile tra un po’, sono disponibile a mandare gli screenshot dell’articolo in privato.
    Un articolo in cui le sciocchezze si mischiano ad alcune infamità vere e proprie, fatto ancora più incredibile se pensiamo che ad essere preso di mira è un morto. L’idea e sempre la stessa, da qualche mese a questa parte. Da una parte l’anarchico buono, il buon padre di famiglia, il rivoluzionario “saggio”, morto innocente precipitando da una finestra in questura, l’uomo di popolo di buoni principi e di valide letture, seguace di un Malatesta opportunamente depurato e democratizzato, buono, per l’uso che se ne fa, un po’ per tutte le stagioni.
    Dall’altra, un anarchico “cattivo”, uno poco affidabile, irregolare, estemporaneo. Uno che, insieme a quelli come lui le bombe avrebbe anche potuto metterle. Ci sono delle perle in questo articolo. “Anarchismo stiracchiato tra droghe e bombette, estremismi verbali e sporcizia personale…”.
    Per dio Paolo Finzi.
    Il miglior Vittorio Feltri non avrebbe potuto usare prosa e argomenti migliori.
    C’è spietatezza, e c’è anche il malcelato orgoglio personale di far parte di un anarchismo buono, nutrito di buone letture, pacifico più che pacifista. Se quelli gridavano “Bombe, sangue, anarchia” e io non so se lo facevano davvero, altri, articolista in testa, dietro, come le perpetue, a coprire gli slogan con “Cafiero, Malatesta e Bakunin” e nel rivendicarlo, nemmeno si viene sfiorati dall’idea che la santa trimurti vi avrebbe probabilmente riso dietro, avrebbe riso di questo decoro anarchico. Invece io credo, avendo conosciuto bene Pietro e un po’ meno bene Finzi, che molti dall’anarchismo istintivo (ma a differenza del mio, nutrito di ottime letture, perché Pietro, i classici, li conosceva eccome) di quel gruppo di giovani, avrebbero dovuto imparare delle cose. E invece no. Molti hanno trascinato mestamente il loro anarchismo per anni, coltivando con passione orticelli personali, facendo proseliti (pochi), trovando giullari sempre pronti a cantate e suonate (ogni riferimento non è casuale) e persino usufruendo di insperate occasioni di salire alla ribalta, come in occasione di questo cinquantesimo anniversario della strage di Piazza Fontana.
    Che triste fine.
    Che epilogo orrendo.
    Partiti incendiari siete finiti a pisciare su un morto.

    Vi regalo un’ultima immagine. Il contrasto stridente tra la “sporcizia personale” e, parlando di Calabresi “Oltre che per l’altezza si stagliava per la semplice eleganza dei suoi golf girocollo e soprattutto per come parlava…”.
    Nemmeno Natalia Aspesi (che peraltro stimo) avrebbe colto con la stessa finezza i tratti distintivi del commissario. Si è sempre affascinati dal potere e dalle sue manifestazioni esteriori, ma di solito ci si esprime con maggior sobrietà.

    La chiudo qui. Questo post l’ho fatto soprattutto per quanti di voi continuano a comprare A Rivista Anarchica, e magari ci scrivono pure sopra. Sappiatevi regolare. Non è più tempo per l’anarchia da salotto.

    Cillo

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