Domande personali per Enrico Di Cola (al di là dei verbali, delle veline e degli atti giudiziari)

Qualche anno fa, con l’ausilio di una nostra amica giornalista, pensammo di scrivere un libro sulla storia del gruppo 22 Marzo, il gruppo anarchico su cui più si è scritto in questi 50 anni ma al contempo, di cui nessuno aveva sentito l’esigenza di ascoltare i protagonisti di quella esperienza. Per vari motivi anche il nostro tentativo di scrittura collettiva fallì. Recentemente mi è capitata sotto gli occhi l’intervista che mi era stata fatta e ho deciso di pubblicarla. E’ un’intervista molto personale, è la mia storia.    

Che cosa significa per te essere anarchico?

Per me essere anarchico significa aver compiuto una scelta di vita. Non credo si possa essere anarchici solo a livello culturale o ideologico. E’ come vivo e mi relaziono con le altre persone, il mio modo di prendere delle decisioni che fa di me un anarchico o meno. E’ il mio sentire le ingiustizie fatte agli altri esseri (umani, animali o vegetali) come se fossero fatte contro me stesso. E’ il sentire un odio viscerale contro le ingiustizie e sopraffazioni. E’ il non riuscire ad essere testimone passivo delle iniquità della società che mi circonda. E’ il vedere in ogni forma di potere, di gerarchia, di burocrazia un nemico da combattere e abbattere. E’ il tendere alla liberazione totale delle persone sia dalla schiavitù del lavoro salariato, che dai vincoli della famiglia intesa in maniera tradizionale, che dal giogo che viene imposto dalle religioni o dallo Stato. Per questo aspiro alla distruzione di ogni forma di istituzione chiusa, come i carcere, i manicomi (possono chiamarli in altri modi oggi ma sono e rimangono istituzioni aberranti e dannose). E’ il tentare di immaginare e applicare le idee anarchiche nella mia vita quotidiana. E’ l’adozione del metodo del consenso orizzontale, autogestito, senza delega. L’anarchia per me è l’ordine senza il potere, la realizzazione di una società autoregolata dove bisogni e i diritti di tutti siano rispettati. Non mi vergogno di dire che credo anche nell’Utopia, intendendo con questa parola la lotta continua che deve tendere al miglioramento delle relazioni umane e della società.

Come ti sei avvicinato all’anarchia? 

Fin da ragazzo sono stato un “ribelle”. Combattevo contro il grigiore e l’oscurantismo che permeava la società in quegli anni in tutti i gangli della vita: Chiesa, Patria, Scuola, e Famiglia.

Ho quindi iniziato contestando l’educazione remissiva che ci veniva imposto dalla religione, gli stereotipi e falsità dei valori tradizionali della famiglia, la lotta contro ogni forma di autoritarismo e soprattutto contro i metodi di insegnamento anacronistici nella scuola. Il mio impatto con la scuola – fin dalle prime classi delle scuole elementari – fu, per usare un eufemismo, a dir poco negativo.

Pochi oggi lo ricordano ma ai miei tempi era ancora consentito alle maestre di comminare punizioni corporali: se parlavi o ti muovevi durante l’ora della ricreazione ti veniva sequestrato il cibo, per un non nulla si finiva in ginocchio per ore, oppure – più di frequente – venivamo puniti con bacchettate sulle palme e il dorso delle mani, ci venivano tirate di orecchie e usati mille altri modi di punizione che servivano per piegarti e, soprattutto, umiliarti di fronte a tutti. L’unico modo che avevo per ribellarmi era quello di rompere le regole, di cercare di sfuggire al controllo. Nei miei primi 5 anni delle scuole elementari sarò espulso “da tutte le scuole del regno” – come ancora recitava il codice scolastico –  per ben tre volte, costringendo mia madre ad inviarmi in istituti privati per non dovermi far interrompere gli studi e quindi perdere l’anno scolastico.

Intorno ai 13 o 14 anni, alle scuole medie (anche qui con numerose sospensioni da scuola e consequenziali bocciature) iniziai a ribellarmi in modo più organizzato e collettivo contro quel mondo assurdo e violento. Facevo, con altri compagni di scuola, piccoli sabotaggi (incatenamento dei cancelli, colla “saldante” nella toppe delle chiavi del portone della scuola…) solo per sentirmi ancora vivo e poter avere l’ultima parola. Non tardai molto a fare, organizzare, il mio primo sciopero: riuscito!), per chiedere di avere i cessi puliti (uso la parola che meglio descrive le condizione dei bagni) e per una maggiore libertà di parola e opinione nei confronti dei professori.

Per molti della mia generazione fortunatamente  –  sia pure come echi “da lontano” – giunsero dei richiami irresistibili a cui aderire: arriva la stagione dei “figli dei fiori”, degli Hippies, dei Provos, dell’antimilitarismo, dell’odio per le armi e tutte le guerre…

Per i più giovani è forse difficile capire fino in fondo la cappa che copriva tutti gli aspetti della vita e della società di quegli anni. Portare i capelli leggermente più lunghi della norma significava rischiare di essere derisi, insultati e perfino picchiati per strada. Stesso trattamento ci fu riservato quando iniziammo a portare le camicie a fiori, le collanine colorate, gli anelli e i braccialetti.

Se non si andava in chiesa si veniva messi all’indice dalla comunità del proprio quartiere, a scuola vigeva un ordine quasi militare e non si poteva mettere in discussione nulla di ciò che veniva detto dai professori. Per non parlare della rigida separazione dei sessi nelle scuole.

La mia presa di coscienza politica inizia nel 66/67 quando il mio miglior amico e compagno di scuola, Severino (figlio di un operaio edile comunista, e lui stesso simpatizzante della FGCI ), mi chiese di accompagnarlo ad una manifestazione per il Vietnam. Sono con lui quasi alla testa del corteo quando la celere, senza provocazioni o preavviso alcuno, carica lo spezzone in cui mi trovavo con una tale violenza cieca che mi lascerà per sempre segnato. E’ allora che inizio a leggere dei libri e i giornali per cercare di capire.

Poi arriva il vento del ’68 e mi trovo subito politicamente coinvolto e partecipe di quell’ondata di rivolte e lotte, in quel meraviglioso tentativo di rottura delle catene della società capitalista contro cui, prima di allora, mi ero battuto a livello individuale. E’ così che scopro per la prima volta di non essere solo, che i miei sogni erano anche gli stessi di tanti ragazzi della mia età.

Il ‘68 fu essenzialmente un movimento liberatorio e libertario e poiché mi era capitato di leggere tra quei miei primi libri politici gli scritti di Bakunin – per la prima volta avevo trovato qualcuno che spiegava le stesse cose che io fino a quel momento avevo solo rozzamente pensato – non potei fare a meno di definirmi anarchico.

Nel 1969 avevo iniziato a fare politica già da alcuni anni. Mi consideravo anarchico, seppur non legato a nessun gruppo, e in quella logica ho agito, prima come “cane sciolto” all’interno di alcune associazioni culturali (la prima fu all’interno di una sezione del Pci vicino piazza Asti, la “Paolo Rossi” ) e del nascente movimento studentesco.

All’epoca, nel 67-68, ero uno studente medio che frequentava l’istituto tecnico industriale “Francesco Severi” di via Casal de Merode, vicino Piazza dei Navigatori (zona EUR). Il Severi” era un istituto tecnico molto distante da dove abitavo, ma era l’unico che mi aveva accettato. Quasi da subito (era l’aria del ’68) si formarono dei gruppi di compagni più politicizzati che presero contatto tra di loro. Uno era composto da giovani della FGCI e l’altro da compagni più di sinistra, di movimento, tra cui un nutrito gruppo di anarchici (molti dei quali ruoteranno attorno al 22 Marzo quando si costituirà). Ricordo che la prima cosa che facemmo fu una inchiesta sul ceto sociale di provenienza (sul numero dei “ripetenti”, sulla distanza dalla scuola) degli studenti che ci fece scoprire che eravamo una specie di scuola “cestino di rifiuti” composta prevalentemente da studenti provenienti da famiglie operaie, di pluri-bocciati (ripetenti), una scuola che raccoglieva ragazzi (c’erano anche tre ragazze: era una vera novità in una scuola tecnica dell’epoca) provenienti dai quartieri più disagiati e disparati della città arrivando a lambire anche Ostia, Acilia e dintorni.

Se non ricordo male fummo anche uno dei primi istituti tecnici romani a praticare l’occupazione della scuola, seguendo l’esempio di alcuni licei. Durante l’occupazione avvennero le prime schedature: la polizia passava per la scuola accompagnata dal preside e schedava chi si trovava all’interno dell’edificio.

Durante un picchettaggio effettuato davanti alla scuola (per andare a confluire, dopo un passaggio davanti ad altri licei ed istituti della zona per raccogliere i manifestanti,) ad una manifestazione cittadina del MS, il Preside fece intervenire la polizia che ci sgombrò da davanti il cancello e dal marciapiede di fronte la scuola (occupazione di suolo pubblico).

Poco distante dal cancello della nostra scuola vi erano anche, sulla sinistra l’ingresso di una succursale del Liceo artistico e, sulla destra ma poco più giù, il cancello di un’istituto tecnico professionale . Vedendo che gli accessi a queste scuole erano aperti e non presidiati dalla polizia decidemmo – alcuni di noi più ardimentosi e spericolati – di “provocare” la polizia ribadendo al contempo i nostri diritti; quindi – a due a due – iniziammo a traversare la strada e camminare su e giù davanti a questi cancelli gridando slogan.

Alla polizia non piacque questa nostra bravata, e uno alla volta fummo fermati e portati via, a sirene spiegate, al commissariato di zona più vicino: quello di Garbatella. Qui venimmo identificati, interrogati e minacciati. Contro di me venne compilato un verbale in cui venivo incriminato per “adunata sediziosa”, interruzione di pubblico servizio, propaganda sovversiva (avevo al collo un fazzoletto rosso!) ed altre dabbenaggini del genere.

Durante il nostro fermo, ci fu un passaparola e compagni della FGCI e PCI di zona – assieme a compagni del MS e della scuola si portarono davanti al commissariato per esprimerci solidarietà e chiedere il nostro rilascio. Credo, ma non ricordo bene, che intervenne anche il segretario della sezione del PC della Garbatella, per chiedere la nostra liberazione, ed in effetti venimmo liberati dopo alcune ore. Non so cosa avvenne di quelle denunce (probabilmente amnistiate), ma credo che non mi venne mai notificato nulla (presto passerò alla latitanza e quindi all’esilio per cui non posso sapere con certezza queste cose).

Voglio ricordare un’altro episodio che avvenne poco prima del fatidico 12 dicembre 1969. Altro picchettaggio e polizia a presidiare la scuola. Durante una vivace discussione tra noi del picchetto ed un professore fascistoide (diversi professori, più giovani, invece simpatizzavano con noi e ci sostenevano negli scioperi e nelle occupazioni) costui estrae improvvisamente dall’automobile un’accetta, afferra un compagno del picchetto per la gola (“Enricone”) e lo minaccia di morte. Tutto questo avviene davanti gli occhi esterrefatti  – i nostri – e imperturbabili  – quelli della polizia -, che anziché disarmarlo ed arrestarlo aprono un varco per farlo entrare nella scuola con l’ostaggio!

Di fronte a questo allucinante episodio, avvisammo l’agente di grado superiore che comandava i poliziotti che se il compagno non veniva rilasciato immediatamente – gli demmo 10 minuti di tempo – saremmo entrati con la forza e lo avremmo liberato noi stessi. Al passare dei 10 minuti (nel frattempo avevamo provveduto ad armarci di bastoni) sfondammo lo schieramento di polizia e ci precipitammo verso lo scalone della scuola. Proprio in quel momento uscì il Preside con alcuni professori ed il nostro compagno che era stato preso in precedenza in ostaggio. Ci venne detto che il professore responsabile di quell’ignobile episodio era fuggito passando per uno degli ingressi posteriori. A distanza di tanto tempo non ricordo bene se occupammo nuovamente la scuola, mentre altri di noi si diressero verso il concentramento che era stato convocato, per manifestare per le vie di Roma.

Quello che successe dopo non lo so bene, perché quando questo episodio venne “rivangato” da non so bene da quale magistrato, io ero già latitante da tempo e quindi non potei prestare testimonianza.

In quegli anni, sia perché eravamo “tecnici” ma soprattutto grazie al fatto che eravamo stati i primi ad occupare, eravamo molto richiesti per fare i picchettaggi nei licei della zona, dove i compagni erano più timorosi nel mostrarsi apertamente oppure dove i fascisti erano più forti. Eravamo conosciutissimi da tutti (e quindi anche dalla polizia naturalmente) i compagni del movimento studentesco romano, ed in special modo da quelli della zona Eur-Garbatella con cui ci incontravamo regolarmente. Da tempo, assieme a compagni del movimento universitario della zona, avevamo creato un coordinamento e svolgevamo continue – ed estenuanti come si usava allora – assemblee presso un circolo culturale a San Saba (vicino alla Piramide).

Il discorso della lotta di “liberazione”, all’epoca, si era già spostato oltre le mura della scuola (cioè andando oltre le rivendicazioni settoriali: dequalificazione, scuole fatiscenti e non attrezzate ecc.) per allargarsi all’orizzonte della società tutta, ma anche – ed in quegli anni non poteva essere diversamente – in quelli della prospettiva del cambiamento radicale della società stessa. Ovvero la prospettiva di un cambiamento rivoluzionario.

Ricordo un intervento politico in solidarietà con le lavoratrici della Standa della Garbatella che erano entrate in agitazione per rivendicare contratti salariali e orai più decenti. Ci presentammo alla Standa in gruppetti di due o tre (eravamo una dozzina circa), ci recammo al piano inferiore dove si trovava il supermercato e – ad un segnale convenuto – iniziammo la nostra azione di protesta. Ogni gruppo “armato” di carrello, passeggiava per il supermercato gridando slogan tipo; “come sono i salari” si urlava da una parte, e dall’altro lato si rispondeva urlando “bassi!”, ed altre cose di questo tipo, e nel mentre si girava riempivamo i carrelli di merce. Il tutto si svolgeva sotto gli occhi divertiti e solidali del personale della Standa e di molte massaie, e lo sconcerto e preoccupazione degli agenti privati che ci seguivano in questa processione senza sapere cosa fare. Dopo una mezz’oretta di questo intervento politico (il tempo che avevamo calcolata fosse necessario alla polizia prima di essere chiamata e poter intervenire), ci recammo alle casse con i nostri carrelli stracolmi di merci per acquistare…un lecca-lecca o una gomma americana (il diritto di ogni acquirente quando arriva alla cassa di avere un ripensamento).

Mentre risaliamo la scala mobile per uscire però troviamo la brutta sorpresa della polizia già pronta a riceverci (all’epoca non c’era tanto traffico come oggi evidentemente). Ai compagni che si trovavano sui primi gradini della scala mobile non rimase altra soluzione che tentare una “carica” contro i poliziotti per cercare di sfondare l’accerchiamento – cosa che in parte riuscì – e che permise a noi che ci trovavamo alle loro spalle di fuggire in tutte le direzioni, aiutati dalle commesse che ci indicavano le direzioni giuste per raggiungere le uscite. Almeno quattro di noi saranno fermati e portati al commissariato di Garbatella. Ennesimo passaparola, qualche telefonata, solito raggruppamento davanti al commissariato per chiedere il rilascio dei fermati, che dopo qualche ora vengono rilasciati.

Il coordinamento di zona faceva, naturalmente, parte del coordinamento cittadino del MS romano. I temi ormai all’ordine del giorno della nostra attività erano molteplici e toccavano vari aspetti della vita e della politica Volantinaggi e manifestazione con i pendolari vicino a via di Castro Pretorio (dietro la stazione Termini), dove partivano gli autobus per molte destinazioni delle periferie romane e per i Castelli. Gli autobus erano vecchissimi, i biglietti cari, e gli orari pessimi.

Contro la “società dei consumi”, pochi giorni prima di Natale, organizzammo un “serpentone rosso” nelle vie “nobili” di via Fratina e via Condotti. Si dovevano raggiungere queste strade a gruppi piccoli e in ordine sparso e attendere per una certa “ora x”. Arrivata “l’ora x” dovevamo portarci nel centro della strada, srotolare un lunghissimo telo rosso e poi iniziare la nostra manifestazione. Credo che ci presentammo in oltre un centinaio di compagni, provocando un vero “terrore” tra le tante signore bene, impellicciate e piene di pacchi regalo dai prezzi esorbitanti. Qualcuno aveva anche portato dei “tric trac” che vennero lanciati ed esplodevano mentre passava il serpentone rosso. Poi ci dileguammo. Non credo che nessuno venne fermato in questa occasione.

Altro terreno di intervento era quello tra/con i baraccati. Chi non ha vissuto quegli anni avrà sicuramente difficoltà a capire il dramma sociale che vivevano decine e decine di migliaia di persone (soprattutto del Sud ma non solo) costrette a vivere in queste gigantesche baraccopoli che circondavano o si inserivano in varie zone della città. Il tema della casa e del doposcuola per i ragazzi che vivevano in queste realtà era un tema che non potevamo – come sinistra – non affrontare e su cui si intervenne in modo serio e continuato.

In tutto il 68 e il 69 (fino al 12 dicembre ovviamente) ho partecipato a centinaia di assemblee, coordinamenti di zona, cittadini, sia degli studenti medi che quelli universitari, nonché a un numero ragguardevole di picchettaggi, manifestazioni e volantinaggi. Non è affatto strano ciò: come anarchico per me era naturale che il personale ed il politico fossero un tutt’uno. La partecipazione, l’essere presente dove si facevano e decidevano le cose, era per me fondamentale. Non era un peso, ma il mio modo di essere e vivere, un modo per realizzare la voglia di cambiamento che si respirava nell’aria e sentivo nel mio cuore.

Forse oggi è difficile capire fino in fondo cosa per molti di noi volesse dire essere militanti a tempo pieno, le rinunce ed i sacrifici che si facevano (ma che tali allora non ci parevano), per l’ideale e per la rivoluzione …(che ai nostri occhi di diciottenni sembrava così facile da raggiungere e prossima a venire)

Con diversi altri compagni di scuola fin dal ’68 avevamo formato un gruppo, una comunità di compagni anarchici nella scuola. Eravamo il gruppo più forte e influente della scuola e non c’era sciopero o azione che non fosse concordata con noi. Eravamo un gruppo di compagni di scuola ed amici ma non eravamo un gruppo organizzato nel senso tradizionale della parola. Quando aprì le sue porte il “Bakunin” , inevitabilmente fummo contenti ed attratti dalla prospettiva di incontrare altre realtà anarchiche della nostra città. Alcuni di questi miei compagni di scuola – che poi parteciperanno alla nascita del circolo 22 marzo – hanno nomi più noti del mio: Roberto Gargamelli, Emilio Borghese, Angelino Fascetti, Amerigo Mattozzi…solo per citarne alcuni.

Come è nato il 22 marzo?

Per parlare del 22 marzo è necessario fare un passo indietro e parlare del Circolo Bakunin.

Ho ancora vivo in me il ricordo della manifestazione per il primo maggio del 1969. Vi erano vari concentramenti della sinistra extraparlamentare e del movimento studentesco in diverse parti della città che poi dovevano convergere in uno spezzone che, unitariamente, doveva fare il suo ingresso a piazza San Giovanni dove vi era il concentramento dei sindacati e del Pci. Io, “Enricone”, e Gargamelli, non ricordo se ci fosse qualcun altro con noi, ci recammo al concentramento di piazza dei Re di Roma che si trovava a pochi minuti da dove allora abitavamo. Ricordo la nostra meraviglia e la gioia nel vedere alcune bandiere ed uno striscione degli anarchici: era la prima volta da tantissimi anni che gli anarchici romani uscivano in maniera ufficiale ed organizzata ad una manifestazione per il primo maggio. Nella piazza vi erano migliaia di compagni e altri se ne aggiunsero poi all’arrivo degli altri spezzoni di dimostranti dalle altre zone della città. La nostra gioia fu interrotta all’arrivo del corteo a San Giovanni dove i mazzieri del servizio d’ordine del pci e sindacato tentarono di impedire il nostro ingresso nella piazza. Inizialmente riuscimmo a sfondare il cordone degli energumeni sindacali ma poi questi chiesero l’intervento della celere in loro difesa che prontamente intervenne caricando. Dopo un primo breve scontro, fummo respinti nella direzione di Santa Maria Ausiliatrice e da qui decidemmo di proseguire in corteo fino a San Lorenzo dove, lì giunti, ci sciogliemmo per evitare ulteriori provocazioni poliziesche. Alla manifestazione conobbi diversi compagni che poi formeranno il circolo “Bakunin” (non avevano ancora una sede).

Qualche tempo dopo leggiamo su Umanità Nova che era stato aperto il Circolo anarchico “M. Bakunin”. E’ il primo circolo anarchico a nascere a Roma, prima di questo non vi era nessun punto di aggregazione per gli anarchici (in realtà vi era il Cafiero, ma noi non lo sapevamo). Con i miei compagni di scuola iniziamo a frequentare questo gruppo.

Al “Bakunin” incontriamo Valpreda, Roberto Mander, Ivo Della Savia, Claudio Gallo, Bianca, Giovanna, Cosimo “Mino” Caramia, Gigi, Giovanni Ferraro, Roberto “Cristus” Giuliani, Umberto Macoratti e tanti altri ancora. Qui conoscemmo anche altri due personaggi che diventeranno tristemente famosi: il fascista Mario Merlino ed il poliziotto Salvatore Ippolito conosciuto col nome di Andrea.

In questi primi mesi di attività ci sentiamo, e siamo, parte attiva del Bakunin. Partecipiamo alla manifestazione del 13 settembre davanti il carcere di Regina Coeli per protestare contro gli arresti dei compagni anarchici incriminati per gli attentati del 25 aprile. Il 25 settembre io con Pietro Valpreda e Leonardo Claps (Steve) iniziamo uno sciopero della fame sulle scalinate di Piazza Cavour del Palazzo di Giustizia, finita la quale ci recammo – noi tre e Gargamelli a Milano per portare la nostra solidarietà al compagno Michele Camiolo che stava portando avanti lo sciopero della fame da diverse settimane. Ad ottobre si verificano due fatti: la nostra intervista a Ciao 2001 e il famoso episodio del volantino (lo firmammo come Gruppo B. Durruti) che i compagni del Bakunin ci contestarono per il contenuto e a cui strapparono la frase “ciclostilato in proprio via Baccina 35”.  Fu questo episodio di censura – che ci indignò – a funse da detonatore nei nostri rapporti con i “vecchi” del Bakunin e che, piano piano, ci portò alla decisione di formare un gruppo nostro e lasciare il Bakunin.

Va però detto che i rapporti con i compagni del Bakunin non si ruppero affatto con la nostra uscita. Il 27 ottobre io, Muky, Bagnoli e Valpreda siamo a Reggio Calabria per solidarizzare con i compagni Angelo Casile e Gianni Aricò che dovevano essere processati assieme ad altri due compagni. Al nostri ritorno a Roma consegniamo un breve resoconto del processo ai compagni del Bakunin che sarà poi pubblicato su Umanità Nova – il 15 novembre – a firma il gruppo 22 marzo di Roma.

Fu durante gli otto giorni di sciopero della fame – di sofferenza e vita condivisa – che si creò una forte solidarietà ed amicizia con molti compagni che ci frequentavano e sostenevano in quella nostra protesta. Da quel momento mi è difficile parlare di me al singolare, perché mi sentivo già parte di un gruppo e ogni mia azione era basata sulla condivisione.

Partecipiamo assieme a varie manifestazioni, facciamo quella che noi chiamavamo una “azione esemplare” (e che secondo i giudici può essere un atto di teppismo o terrorismo): assieme a delle famiglie di sfrattati costruimmo, di notte, un muretto davanti alla porta dell’ufficio dell’immobiliare del Vaticano che li aveva sfrattati e riempimmo le scale di scritte.

Con Valpreda, Claps e Gargamelli mi recai a Milano (nessuno di noi aveva soldi e quindi si viaggiava solo in autostop) per portare la nostra solidarietà al compagno Michele Camiolo che era in sciopero della fame da quasi un mese, sempre per chiedere la liberazione dei compagni arrestati con l’accusa di aver messo le bombe fasciste del 25 aprile e sui treni. Con Valpreda, Bagnoli e Mucky andammo a Reggio Calabria per portare la nostra solidarietà ai compagni Angelo Casile e Gianni Aricò che dovevano essere processati. Di lì ci recammo a Pisa subito dopo assassinio dello studente Cesare Pardini, e allacciammo rapporti con un gruppo che, se non ricordo male, si chiamava Il Potere Operaio pisano.

Da Pisa con Valpreda e Bagnoli ci rechiamo al convegno della FAI-FAGI a Carrara e quindi a quello dei GIA ad Empoli… Ci incontriamo, fraternizziamo, discutiamo e prendiamo contatti con centinaia di compagni “di strada” con cui vogliamo portare avanti il nostro percorso politico e di lotta. In questo periodo intenso finisco anche in galera per la prima volta: si tratta della famosa rissa a Trastevere (19 novembre), che in realtà altro non fu che un’aggressione organizzata contro di noi, in cui una ventina di fascistelli ci assalì di sorpresa davanti a dei poliziotti in borghese che intervennero solo dopo che gli aggressori si erano dileguati. Valpreda e Gargamelli stavano cercando di farmi rinvenire con l’acqua fresca di una fontanella (aggredito da quatto o cinque teppistelli fui colpito da un calcio ai testicoli e svenni) quando i poliziotti decisero di intervenire… per arrestarci.

Vi eravate accorti degli infiltrati fasci-guardie? 

Siamo stati etichettati come decerebrati e questa nomea ci ha accompagnati sino ad oggi. Stranamente tale domanda non viene mai rivolta ai compagni di Milano che tra di loro avevano un personaggio come Enrico Rovelli (Anna Bolena) che è stato colui che hai indicato la pista Valpreda-Pinelli e che ha potuto continuare fino al 1974 a fare opera di provocazione e delazione. Per non parlare di personaggi perlomeno ambigui come Sottosanti o Bertoli!

Che dovremmo poi dire del PCdI, che si intratteneva e riceveva finanziamenti di un certo signor Ventura, oppure delle decine di spie in Lotta Continua o nel PCI… Certo, noi siamo stati colpiti e duramente, ma questo non basta di certo per renderci più “ingenui” degli altri gruppi della sinistra.

Non voglio fuggire alla tua domanda ma ci tengo a precisare che la mia risposta sarà individuale (almeno in parte) più che collettiva. Ci eravamo accorti di essere stati infiltrati? Ma certo che si. Lo prova la nota lettera inviata da Pietro Valpreda al suo avvocato nel novembre del ’69 in cui gli dice chiaramente che c’è una spia tra di noi. Stranamente tale lettera, pur se pubblicata fin da subito dopo la strage e nel libro Strage di Stato, non viene poi rammentata quando ci pongono tale domanda. E’ uno dei “fatti” dimenticati. Quando ad ottobre io Pietro e Robertino (Gargamelli) siamo arrestati per rissa e portati al carcere di Regina Coeli, viene fermato un nostro giovane compagno – Angelino Fascetti – perché sospettato per un attentato alla caserma dei carabinieri. A lui vengono contestate delle frasi “precise” dette all’interno del nostro circolo: era quindi ovvio che vi era una spia tra di noi oppure che vi fossero dei microfoni (anche se all’epoca in realtà non erano molto comuni). Io e alcuni compagni di cui più mi fidavo, ci siamo incontrati e abbiamo stilato un elenco di 4 nomi delle persone che ritenevamo potessero essere degli infami: due di questi nomi erano proprio quelli di  Merlino e “Andrea”.  Di questi nostri sospetti non ne parlammo con gli altri compagni del gruppo, perché non volevamo gettare accuse contro delle persone senza avere prove. Pensavamo fosse – prima di tutto – necessario indagare con discrezione, senza mettere inutilmente in allarme i sospettati. Non abbiamo però avuto il tempo materiale per poterlo fare.

 “Andrea” – la guardia di PS Salvatore Ippolito – a me non era mai piaciuta e non credo di avergli mai rivolto la parola o essere andato oltre il “ciao” di cortesia. Non capivo cosa facesse assieme a noi e mi disgustava il suo modo rozzo e pesante di “corteggiare” le compagne.

Di Merlino inizialmente mi ero fidato anche se trovato strano il suo linguaggio ma pensavo fosse dovuto al suo “passato” di fascista e che doveva ancora liberarsi da quelle scorie ideologiche. Oggi però, visto che stiamo scrivendo la nostra storia, credo sia ora di aggiungere qualche particolare in più per far capire perché io lo sospettassi, avessi la certezza, che fosse un infiltrato e provocatore.

Nel libro Strage di Stato vi sono riportate alcune testimonianze anonime. Una di queste è la seguente: Testimonianza n. 5 “Merlino una volta invitò me e altri due anarchici del circolo Bakunin in casa sua per discutere “alcune cose molto riservate”. Non ricordo con esattezza il periodo ma credo che fossero gli ultimi giorni di settembre o i primi di ottobre. Quando arrivammo da lui lo trovammo assieme a un suo amico, un certo Roberto, che si presentò come un ex camerata convertitosi all’anarchia. Disse che aveva un’edicola di giornale all’EUR. Dopo un breve preambolo Merlino ci propose la costituzione di un commando terroristico, dicendo che una persona a lui molto vicina era in possesso di materiale informativo sulla fabbricazione di ordigni esplosivi. Il suo amico aggiunse che egli era in grado di procurarsi del “materiale”.

Merlino ci invitò a casa sua due volte. La prima volta ci propose una azione di sabotaggio alla Fiat di viale Manzoni, organizzata in questo modo: alcune auto avrebbero bloccato le vie adiacenti per ostacolare l’arrivo della polizia, mentre gli altri compagni sarebbero penetrati all’interno e dopo aver tagliato con dei coltelli i tubi dei distributori avrebbero appiccato il fuoco alla benzina fuoriuscita. Così – ci disse – sarebbe saltato tutto in aria. La volta successiva ci propose di assaltare una caserma situata nei pressi di casa sua, della quale diceva di avere una pianta dettagliata, per portare via armi e munizioni. In quella occasione era presente alla riunione un altro suo amico, che noi non conoscevamo, il quale disse di essere in possesso delle piante di vari tralicci della televisione che si potevano far saltare. Aggiunse che se le era procurate quando lavorava come disegnatore, presso l’ingegnere che aveva realizzato il traliccio Tv di Viareggio. Noi, comunque. lasciammo cadere queste proposte perché contrarie al nostro concetto di “azione esemplare”. (mia NOTA: su questa testimonianza vedi anche interrogatorio di Marco Ligini, da notare che Marco dice di averla avuta da altra persona e non da me, come in effetti avvenne. Forse perché ero già ricercato quando mi incontravo con lui.  )

Questa testimonianza, seppur non corretta in tutti i dettagli nel libro, è sicuramente una di quelle che diedi io ai compagni della controinformazione. E’ una testimonianza che prova che Merlino ebbe non solo un ruolo di spia al nostro interno (verso Delle Chiaie e non si sa bene chi altri) ma anche il  ruolo di provocatore (mancato). Io e l’altro compagno che venne con me (non altri due, quindi) ci insospettimmo – sia perché ai nostri incontri trovammo uno sconosciuto, sia perché ci proponeva di fare delle cose che a noi non piacevano o interessavano – e quindi decidemmo di rompere ogni tipo di rapporto con Merlino. Quello di cui mi pento oggi, è di non aver mai parlato con gli altri compagni di questi incontri. Ma allora mi sembrava ovvio non farlo: non volevo compromettere nessun compagno in quella storia.

Poi magari si tornerà su questo punto, sul punto Merlino, ma vorrei sottolineare che da quel momento Merlino sparì dal circolo, non si fece più vedere o sentire. Probabilmente aveva terminato il suo lavoro come provocatore fallito e spia e quindi aveva ritenuto utile “distanziarsi” da noi adducendo a pretesto, prima che doveva prepararsi per degli esami, e poi che era influenzato. Come si sa, anche dagli atti, ad un certo momento alcuni compagni decisero di passare per casa sua a vedere come stava e trovandolo in perfetta salute lo invitarono a tornare al circolo, cosa che lui fu costretto a fare. Credo che sia questa la ragione per cui Merlino da “testimone” contro di noi sia poi inevitabilmente diventato anche imputato. Se non fosse stato “costretto” a tornare a frequentarci (molto saltuariamente per la verità) avrebbe potuto cavarsela accusandoci e dicendo che lui aveva capito la nostra pericolosità per tempo e per questo si era distaccato da noi.

Quello che ti posso dire è che sapevamo con certezza che eravamo controllati e seguiti passo passo. Solo la stupidità di un poliziotto o magistrato potevano arrivare a credere  che in una situazione del genere, in cui ci si sospettava a vicenda, si potessero tranquillamente programmare attentati.

Come è cambiata la tua vita dopo il 12 dicembre 1969?

Dopo due interminabili anni di latitanza in giro per l’Italia, riuscii a fuggire in Svezia dove ottenni l’asilo politico (credo di essere stato il primo e unico cittadino italiano ad ottenere tale status di rifugiato e il passaporto Nansen – rilasciato delle Nazioni Unite – in quanto apolide.).

In Svezia ho dovuto ricominciare tutto da capo. La polizia e la magistratura italiana impedirono a mia madre persino di inviarmi i certificati scolastici, per cui dovetti prima imparare la lingua e poi tornare sui banchi di scuola svedesi e ricominciare da capo (elementari, medie, liceo…). A mia madre, vedova, venne addirittura negato il passaporto per venirmi a trovare, finché non compii i 21 anni (la maggiore età all’epoca) perché altrimenti avrebbe lasciato in Italia un figlio minore (cioè io, che ero già all’estero)! Ho così impiegato anni …per tornare al punto di partenza!

Comunque non mi lamento, anzi mi sento fortunato perché almeno ho evitato – a differenza dei miei fratelli e compagni – l’orrore di passare tre anni in galera senza sapere se la nostra innocenza sarebbe mai stata riconosciuta e i cancelli di ferro si sarebbero mai riaperti davanti a noi.

Ho fatto tante cose e ho vissuto tante esperienze che mi hanno formato. Ma certamente non posso dire che ho fatto quello che desideravo, quello che sognavo di fare a 18 anni!  E, certo, rimane il peso degli interminabili anni di esilio, la rottura da un giorno all’altro, di tutti i miei rapporti con la famiglia, con gli amici, con la ragazza… del dopo 12 dicembre io parlo come della mia seconda vita, di un’altra vita.

In Svezia non ho smesso un sol giorno di continuare a lottare per i miei ideali e per la liberazione dei compagni incarcerati. Ho creato gruppi anarchici (tra cui l’AKO), e contribuito a rimettere in piedi la Federazione Anarchica Svedese (AFIS), ho lavorato nel Comitato Internazionale del sindacato libertario SAC, ho creato la Crocenera anarchica svedese, lavorato per sindacalizzare i detenuti affinché potessero far sentire le loro voci e rivendicazioni, sono stato tra i promotori dell’associazione di amicizia con l’AIT per la Scandinavia (la SAC ne era fuoriuscita), creato il Comitato Pinelli con anarchici e sindacalisti, ho mantenuto i rapporti con l’IFA…. questo e tanto altro ancora. Però, inevitabilmente data la mia esperienza personale, ho sempre privilegiato il lavoro di solidarietà internazionale con i compagni incarcerati in ogni angolo del mondo.

Questa è stata la mia vita politica. Sul lato umano e personale l’esperienza della persecuzione per il 12 dicembre e la lunga latitanza mi ha modificato fortemente. Ma di questo, ancora oggi, preferisco non parlarne, perché sono cose che attengono la mia vita più intima e privata.

E dal punto di vista ideologico cosa è cambiato?

Non so bene a cosa alludi con questa domanda. Se al mio punto di vista politico di oggi o alla situazione generale. Siccome non stiamo scrivendo la mia storia personale mi limito a dire che oggi a livello ideologico, per me, nulla è cambiato. Mi sento anarchico esattamente come lo ero quasi cinquanta anni fa. Forse ti farà sorridere, ma credo di essere rimasto in qualche modo “ibernato” al modello anarchico di quegli anni. Ho difficoltà ad inserirmi e capire fino a fondo gli anarchici di oggi, ma anche con gli anarchici della mia generazione. Non riesco a capire tante litigiosità, tante forme burocratiche che credevo definitivamente superate. Mi sembra che oggi si tenda troppo ad “uniformare” piuttosto che riconoscere la ricchezza delle differenze al nostro interno. Vedo poco rispetto reciproco, e soprattutto poca propensione allo stare all’interno dei processi sociali in atto in questa società in disintegrazione. Si parla troppo e si agisce troppo poco. Bada che questa non è solo una critica ma anche un’autocritica. Non mi spingo oltre perché è mio costume di una vita di dire cose che poi sono disponibile in prima persona a fare. Oggi sono troppo vecchio e malandato per permettermi il lusso di proporre cose, di fare azioni che credo necessarie. E’ un mio limite.

Che conseguenze ha avuto l’inchiesta sulle bombe di Roma e Milano sulla tua vita?

Credo di averti già risposto su questo punto con le cose che ho già detto. Ma sono disponibile a ulteriori precisazioni se o ritieni necessario.

Ti riconosci in quello che la produzione libraria degli ultimi quarantaquattro anni ha raccontato su di voi?

Su questo punto sarò telegrafico: no! Anche il libro migliore scritto su di noi non fa altro che interpretarci in base a verbali, atti della magistratura o veline dei vari servizi segreti. Nessuno fino ad oggi si era ancora preso il disturbo si sentire la nostra opinione. Vorrei sottolineare che neppure da parte di autori anarchici – Le bombe dei padroni di CroceNera, Noi accusiamo di Vincenzo Nardella e il più recente Bombe e segreti di Luciano Lanza – si è sentita questa necessità di sentire i testimoni diretti dei fatti. Certamente è vero che i primi due libri sono stati scritti “a caldo”, ma comunque vi erano almeno una decina di nostri compagni in libertà che potevano essere facilmente sentiti, mentre meno giustificato è il libro di Lanza che poteva fare un lavoro più accurato senza problema alcuno visto tutti erano in libertà e facilmente contattabili.

Rifaresti tutto quello che hai fatto?

Quando posso ricominciare? Certo che si! Non mi pento di nessuna delle scelte fatte allora e rifarei esattamente tutto da capo. Errori compresi. Credo negli stessi valori di allora, nelle stesse cose, e sogno ancora che un mondo migliore sia non solo possibile ma anche necessario. Perché non dovrei voler ripercorrere gli stessi sentieri? Mi sentivo nel giusto allora, come mi sento ancora oggi di esserlo stato. Non posso certo tornare indietro nel tempo, ma posso certamente continuare – e mi sforzo di farlo – sulla stessa strada di allora, anche se appesantito dagli anni, dagli acciacchi ma anche arricchito da un bagaglio di conoscenze e esperienze che spero mi aiutino a non smarrire la strada.

C’è qualche rimpianto?

E’ naturale e umano rimpiangere gli anni della propria giovinezza. Nel mio caso rimpiango il fatto che il mio circolo non abbia avuto il tempo di maturare e crescere, perché sono certo che molte differenze con gli altri compagni anarchici di Roma sarebbero state risolte in modo positivo, e perché – ancora oggi – credo che la nostra esperienza politica avesse delle possibilità di svilupparsi positivamente. Ma, soprattutto, non vorrei aver sofferto la rottura improvvisa e lacerante, provocata dalla mia latitanza, con quei compagni che non solo rappresentavano tutto il mio mondo di allora ma che mi erano anche cari, come fratelli.

Quello che più mi manca oggi è di non poter riassaporare il clima di quegli anni sino in fondo. In qualche modo il mio mondo si è fermato il 12 dicembre e tutto è rimasto congelato a quel momento. Ma in realtà ti sto dando dei miei “desiderata” più che dei rimpianti. Serenamente posso dire di non avere rimpianti. La mia vita, dopo il 12 dicembre, è cambiata radicalmente ho passato anni di sofferenza estrema e di solitudine, ma poi – come è normale nella vita – è proseguita in maniera felice e piena. Non credo che vivendo in Italia avrei mai potuto conoscere e vivere tanti luoghi ed esperienze di vita come quelle che ho vissuto nella clandestinità prima e fuggendo all’estero poi. Sono una persona totalmente diversa da quella di allora ma non posso certo rimpiangere la vita di un Enrico – come sarebbe potuto essere – che mi è sconosciuta e che non ho mai vissuto. Non posso sapere se sarebbe stata meglio o peggio, ma solo che sarebbe stata differente. Non ho mai rimpianti su quello che non è stato.


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