Domande personali per Enrico Di Cola – richiesta precisazione su punti intervista, verbali, veline e atti giudiziari

Partiamo dall’interrogatorio del 12 dicembre ore 23,55. Innanzitutto mi piacerebbe che rispondessi alle stesse domande che ti hanno fatto i carabinieri senza le omissioni che ovviamente hai fatto in sede di interrogatorio. E’ vero che hai subito minacce di morte, come racconti nell’intervista rilasciata a Crocenera anarchica nel 1972?

Certo che si, è verissimo. Il mio è stato in realtà un unico interrogatorio – iniziato il 12 sera e durato fino alla serata del 13 – da cui hanno tratto 3 verbali. Non ho potuto dormire, mangiare, andare in bagno e per ore mi hanno preso a schiaffi, tirato i capelli e i baffi. Tutto questo avveniva nel buio quasi totale tranne la luce della lampada che mi avevano puntato in faccia per cui non potevo prevedere quando e dove sarebbe arrivato il colpo. Questo trattamento mi è stato riservato perché volevano costringermi a mettere per scritto – oppure firmare un foglio in bianco – che Pietro era partito per Milano con una scatola per le scarpe piena di dinamite. Al mio rifiuto a “collaborare” hanno cercato di blandirmi, di comprarmi (dacci Pietro e noi ti faremo ricco e tu uscirai dall’inchiesta, altrimenti…). Questo trattamento si interruppe all’improvviso, quando un carabiniere entrò nella stanza e disse sottovoce qualcosa a quelli che mi stavano interrogando. A questo punto mi dissero che mi avrebbero rilasciato ma che dovevo stare attento perché – e qui le famose parole che dissi anche ai compagni di crocenera -, avrebbero potuto uccidermi in caserma e buttare il mio corpo da qualche altra parte e simulare un incidente stradale. Quando sono uscito dalla stazione dei carabinieri ero davvero terrorizzato, mi giravo in continuazione per vedere se mi seguivano e ho traversato le strade solamente sulle strisce pedonali e quando c’era anche qualche altro passante con me. Sarà stato puerile da parte mia reagire in quel modo, ma dopo le botte e le minacce di morte, ho capito che avrebbero davvero potuto mettere in atto le loro minacce e senza dover rendere conto a nessuno. Ero già stato fermato e denunciato diverse volte ed avevo già provato l’esperienza di interrogatori e del carcere (che certo non era una passeggiata), ma il trattamento subito in quella caserma era la prima volta che lo sperimentavo così come era la prima volta che mi sentivo completamente alla mercé di qualcosa al di fuori della mia volontà e del mio controllo.

Perché non hai detto della conferenza del Cobra? Poteva essere un alibi…

In realtà dico subito, nel primo verbale, che mi sono recato al circolo. Ometto solamente di dire per fare cosa. Più avanti nell’interrogatorio comunque aggiungo che c’era un tale che parlava di “nascita della Terra” ecc.  Non ritenevo in quel momento di dovermi difendere e quindi non ho pensato che potevo aver bisogno di un alibi. Faccio solo i nomi di Emilio e Amerigo (senza i cognomi) perché ho pensato che solo loro due sarebbero eventualmente potuti essermi utili come “alibi” nel caso di ulteriori domande. D’altronde avevo visto passare Amerigo Mattozzi per i corridoi della stazione dei carabinieri dove mi trovavo e ho pensato che anche lui avrebbe detto che eravamo stati assieme. I carabinieri non sembravano interessati a sapere chi fosse realmente presente alla riunione e tantomeno io ero interessato a dirglielo.

Le bombe a Roma sono scoppiate tra le 17.20 e le 17.30. Quando sei arrivato a piazza SS Apostoli erano le 18,30 quindi a piazza Venezia ci doveva essere stato l’inferno. Perché hai evitato di dire ciò che hai visto?

Non ho evitato di dire nulla! Può sembrare una barzelletta, ma l’unico commento che feci/facemmo con i compagni fu proprio “ammazza che nebbia stasera!”.  Dopo che alla LIDU ci dissero degli attentati, ripassando per piazza Venezia, cercammo di dare uno sguardo in lontananza, ma non vedemmo nulla di anomalo. Non ci avvicinammo perché eravamo più interessati a correre al locale per avvisare gli altri compagni di quello che era successo.

Le tue risposte ai carabinieri coincidono con quelle di Amerigo ed Emilio?

Certo che coincidono! Quello che abbiamo taciuto era il motivo per il quale ci eravamo recati alla LIDU, e anche questo è facilmente comprensibile: noi tre eravamo andati per denunciare le persecuzioni della polizia politica. Il 19 novembre eravamo stati fermati e trattenuti per molte ore in questura per impedirci di partecipare ad una manifestazione, ci fermavano e identificavano per strada, eravamo seguiti a piedi e con macchine, ecc. insomma eravamo stanchi di quelle continue angherie e persecuzioni. A causa degli attentati di quel giorno, assieme agli avvocati che lavoravano alla LIDU, ritenemmo che non fosse il momento giusto per sporgere quella denuncia.

A casa tua sono stati sequestrati manganelli di ferro e cartucce vuote. Di che si tratta? visto che poi negli interrogatori cambi più volte versione soprattutto per quanto riguarda i tondini di ferro… Perché hanno dato così tanta importanza ai ferri? Non cercavano l’esplosivo?

Le sbarre di ferro erano degli strumenti ginnici che avevo rubato a scuola (ora non ricordo se al Severi o alle scuole medie. Non volevo quindi farmi incriminare per furto! I bossoli (vuoti) erano della guerra 15-18 di mio nonno o di mio zio (generale di cavalleria) che quindi sono sempre stati in casa e che io avevo messo tra le mie cose. Fecero anche una perizia per vedere se erano stati svuotati della polvere da me, ma comunque nessuno dei miei familiari fu interrogato su questo punto.

Non ho idea perché abbiano dato tanta importanza ai ferri e perché abbiano voluto collocarli all’interno dell’università. Queste erano cose che dicevano loro, tra una sberla e l’altra, per cui alla fine anche io ho “ammesso” che venivano da li. In quel periodo avevo già ricevuto molte minacce da parte dei fascisti per cui avevo pensato bene di essere sempre pronto in caso di aggressioni. Non volevo ripetere l’esperienza dell’aggressione subita a Trastevere il 19 novembre quando venni accerchiato e malmenato!

Il quadernetto con l’elenco delle basi Nato in Italia che ti hanno sequestrato ad aprile, nella perquisizione del 12 dicembre già c’era? Non lo hanno trovato? Il generale Henke sostiene che, a parte qualche inesattezza, rivela veramente degli obiettivi sensibili (il contenuto, dice Henke, costituisce materia di vietata divulgazione). Anche un servizio segreto chiese informazioni su quel materiale. Di che si trattava? Chi l’aveva scritto? Il tuo avvocato tentò di rendere nulla la perquisizione. Fu in quella occasione che minacciarono tua madre? Lo stesso materiale fu ritrovato tempo prima nella casa di Luca Corso, un membro del collettivo anti nato F.G.C.I di Prato. Venne sottoposto a processo, ma con una sentenza del 22 dicembre 1970 fu prosciolto da ogni accusa per estinzione del reato per amnistia. Quindi anche quell’accusa per te doveva decadere. Restava quella di essere renitente alla leva…

Il quadernetto è sempre stato nel posto dove lo hanno trovato. Probabilmente nella prima perquisizione hanno dato solo un’occhiata superficiale e, forse a causa delle  poesiole che avevo scritto da bambino nelle prime pagine, lo avevano trascurato. In casa mia fu ritrovato anche l’originale (il bollettino FGCI di Prato) da cui avevo tratto i nomi delle basi. Inizialmente tentarono addirittura di vedere se fossi stati io a passare le notizie alla FGCI!!! Mentre Luca Corso a Prato veniva amnistiato, nel mio caso i giudici romani derubricarono sì l’ipotesi di reato dall’iniziale spionaggio al procacciamento di notizie di cui era vietata la divulgazione che comunque prevedeva una pena troppo alta per rientrare nell’amnistia. In altre parole il fatto che avessi scritto i nomi delle basi sul quaderno dimostrava che era mia intenzione divulgarli. Ovvio, no? Dopo molti anni questo reato cadde in prescrizione. Trattandosi di basi NATO intervennero i servizi segreti della marina Americana che chiesero maggiori informazioni su di me e anche sugli anarchici italiani (struttura, numero ecc)

Mia madre e soprattutto una mia zia furono insultate e poi minacciate di arresto quando si risentirono degli insulti e risposero, ma questo non avvenne in quell’occasione. Fui anche incriminato due volte (assieme al compagno Failla che era il direttore responsabile di Umanità Nova per aver pubblicato le mie lettere in cui denunciavo nella prima il trattamento subito durante l’interrogatorio e nell’altra sfidavo la magistratura a chiedere la mia estradizione. I processi vennero unificati e fu spostato tutto a Napoli (non ho la minima idea perché fosse finito li). Non ho letto i verbali riguardanti questa faccenda, so solo che ebbi una condanna a 18 mesi per aver diffamato i miei torturatori. Mia madre fu chiamata a testimoniare – così lei mi ha raccontato a distanza di tanti anni – e il giudice istruttore, una donna, le  fece capire che se confermava le accuse contro i poliziotti avrebbero condannato anche lei. Per cui mi trovai da solo contro tutti, la mia parola contro quella di esimi poliziotti.

Qui gli articoli pubblicati da Umanità Nova:

Umanità Nova 27 novembre 1971 L’imputato Enrico Di Cola spiega i motivi della sua latitanza e accusa per la strage l’apparato statale 

Umanità Nova 22 gennaio 1972 Lo Stato italiano accusato di strage.Enrico Di Cola dalla Svezia sfida la magistratura a chiedere la sua estradizione   

Nel verbale dell’interrogatorio del 13 dicembre, quello delle 11:10, parli del tuo arresto per rissa aggravata del 19 novembre insieme a Valpreda e Gargamelli per il quale siete trattenuti  in carcere una settimana. Cosa era successo? Fu un arresto pretestuoso?

Cosa successe di preciso non so dire. Certo è che venimmo accerchiati da un gran numero di persone che non avevano la minima intenzione di discutere con noi. Pietro provò a parlare con loro, ma mentre parlavano io fui investito da calci e pugni e svenni. Anche di questo episodio non ho mai letto i verbali e quindi non ricordo cosa dissi. Ricordo solo che gli agenti che ci arrestarono intervennero solo quando tutto era finito e che cercarono di farci confessare altre cose e che noi capimmo che c’era qualcosa di strano. La rissa era “aggravata” solo perché io e Roberto eravamo rimasti contusi. Fummo portati nel commissariato di Trastevere e poi subito – dopo poche ore – direttamente in carcere.

Quando hai visto Pietro Valpreda per l’ultima volta?

Credo fosse il 10 dicembre. Eravamo in macchina vicino via Veneto io, Pietro e Robertino Gargamelli. Parlammo a lungo e se non sbaglio fu in questa occasione che Pietro ci disse che dopo Milano doveva fare un lavoro in Sicilia e che, visto che a Roma non riusciva a trovare lavoro,  sarebbe probabilmente tornato a vivere a Milano.

Nel verbale delle 17:30 è interessante vedere come i carabinieri si interessino di come ti mantieni, chi ti dà i soldi per i continui spostamenti in Italia… Quasi che pensassero che ci fosse qualcuno di “esterno” che finanziasse il gruppo o comunque la vostra attività politica.

Figurati che per risparmiare le 100 lire dei biglietti io andavo spesso a scuola a piedi (da piazza Ragusa a Piazza dei Navigatori) o almeno arrivavo sino a San Giovanni e poi prendevo il bus.

Non credo si trattasse solo di trovare eventuali “finanziatori” ma piuttosto anche della loro mentalità. Essere uno studente medio, avere i capelli lunghi, viaggiare in autostop e vivere di quello che si trovava o raccattava per strada non era una cosa che a quei tempi questa gente riusciva a capire. Anche qui, le parole usate nel verbale, (‘’leggevo gli indirizzi su Umanità Nova’’…) non sono mie parole ma quello che gli investigatori mi hanno domandato e poi inserito nel verbale.

E a questo punto devo chiederti: chi vi ha dato i soldi per affittare i locali di via del Governo Vecchio?

Nulla di misterioso: usammo i soldi dateci per l’intervista a Ciao2001 come caparra e poi ognuno di noi si era impegnato a versare qualcosa in cassa…”a seconda delle proprie possibilità” . Il locale è bene ricordarlo visto che ancora oggi c’è chi specula su questo, fu trovato dal compagno Gigi che aveva visto il cartello mentre girava da quelle parti.

Gigi chi?

Luigi “Gigi” Andreotti. Un altro dei compagni che faceva la spola tra il Bakunin e noi

Sono poi andati a controllare a scuola, l’ITIS Severi, le tue, le vostre assenze…Praticamente non ci siete mai andati considerando anche le assenze per la reclusione a Regina Coeli e i giorni passati in caserma per gli interrogatori, lo sciopero della fame… Ci sono poi gli interrogatori fatti al preside, ad un professore e ad un tuo compagno di scuola. Il preside dice che eri sempre in prima fila in ogni manifestazione, ti davi da fare per organizzare scioperi. Lo studente Falcone racconta che tu eri in grado di confezionare una molotov e che ti ha sentito parlare di bombe. Chi è questo Falcone? E’ ovvio che la vostra attività politica non poteva prescindere dai luoghi scolastici. Quanto riscontro avevano le vostre idee tra i compagni?

Allora, con calma, ricordiamoci in che anno siamo. L’anno precedente avevo fatto lo stesso numero di assenze – molte di più visto che la scheda copre solo i primi mesi – ma mi presentavo sempre ai compiti in classe, alle interrogazioni e alle prove, per cui avendo le sufficienze avevano difficoltà a bocciarmi. Potrebbe aver influito il fatto che ero molto popolare tra i compagni di scuola per le lotte che portavamo avanti e che diversi professori simpatizzavano con noi. Tecnicamente avrebbero potuto bocciarmi per aver superato il numero di assenze consentito, ma visto che avevo le sufficienze nei compiti in classe e il supporto di professori e studenti, non lo fecero.

Falcone era un giovane fascista con cui dubito di aver mai parlato tranne una volta: quando lo feci entrare a scuola – nonostante lo sciopero ed il picchettaggio da noi attuato -, assieme ad altri 3-4 suoi amici. Quello che penso è che la polizia abbia in qualche modo provato a costruire qualcosa contro di me ed abbia utilizzato questi signori. Gli serviva un secondo attentatore per l’altare della patria ed hanno provato a mettermi in mezzo. Sapevano che durante la conferenza ero uscito, con Amerigo Mattozzi  per comprare del vino (nessuno avrebbe potuto dire con esattezza quanto tempo ero stato fuori), fecero anche indagini per sapere se ero andato alla riunione con la mia vespa, ma con loro scorno appresero dalla mia famiglia che mi era stata rubata durante la mia permanenza in carcere. Ecco allora la testimonianza di Falcone che dice di avermi visto a piazza Venezia da solo poco dopo l’esplosione delle due bombe all’Altare della Patria. Il terzo “testimone”, cioè il professor Ceri era un fascista che durante uno sciopero prese in ostaggio un nostro compagno, Enricone,  – minacciandolo con un’accetta – e questo davanti alla polizia che presidiava la scuola. Io con gli altri compagni sfondammo il cordone di polizia e dicemmo che se entro 10 minuti il nostro compagno non veniva liberato ci avremmo pensato noi a farlo e che la polizia si assumeva la responsabilità di quello che sarebbe potuto succedere. Credo fossi abbastanza odiato da questi figuri, anche dal preside che sfanculavo regolarmente davanti a tutti e che già durante le occupazioni aveva provveduto a dare i nomi degli occupanti alla polizia. Come anarchici eravamo il gruppo organizzato più forte della scuola. Senza il nostro appoggio nessuno era in grado di fare nulla. Molti dei compagni di scuola entreranno poi a far parte del gruppo 22 Marzo: oltre a me – tanto per citare qualche nome più noto – c’erano Gargameli, Fascetti, Borghese, Enricone, Amerigo, una decina in tutto.

Quando hai fatto perdere le tue tracce? c’è un giorno specifico?

Si, il 16 dicembre notte, dopo aver saputo dell’arresto di Valpreda e la morte di Pinelli. Quando ho visto il titolo di un giornale di destra della sera con l’arresto di Pietro e la morte di Pinelli mi sono tornate immediatamente nella mente le parole che mi avevano detto i carabinieri prima di rilasciarmi: ti possiamo uccidere qui dentro, far trovare il tuo cadavere da qualche altra parte ecc. Allora ho capito che quelle minacce potevano davvero essere poste in opera e quindi decisi di dileguarmi in attesa di un eventuale processo.

Cosa hai detto alla tua famiglia?

Assolutamente nulla. Quando sono uscito di casa per andare nei locali del giornale Paese Sera per rilasciare un’intervista su Valpreda e il 22 Marzo non immaginavo che sarebbe stata l’ultima volta che vedevo la mia famiglia (e che avrei dovuto aspettare tre anni per rivederli).  Il 12 dicembre, dopo essere tornato a casa e aver visto il telegiornale, diedi a mio fratello il nome di alcuni avvocati (Lombardi e Calvi) dicendo che se succedeva qualcosa dovevano contattarli. Dopo le varie persecuzioni che avevamo subito ero quasi certo che sarebbero passati anche da me. Ero mentalmente preparato al fatto che sarebbero potuti venire a prendermi, anche se certamente non potevo immaginare che invece del solito controllo e interrogatorio la situazione sarebbe stata ben diversa.

Perché non ci sono stati più interrogatori? Perché ti hanno liberato invece di metterti in carcere come i tuoi compagni?

Io, e tutti i compagni interrogati dai carabinieri, siamo stati rilasciati. Perché non so dirtelo. Sappiamo che polizia e carabinieri si spartirono delle liste di nomi delle persone da fermare e probabilmente il mio nome finì nella lista sbagliata. Durante il processo di Catanzaro Luigi Falvella dell’Ufficio politico della questura di Roma disse: “non mi risulta se il Capitano Valentini (dei carabinieri, n.d.r.) mi comunicò che avevano fermato il Di Cola, perché in quei giorni nulla quasi risultava nei suoi confronti, è probabile che non gli abbia detto che ci interessava il suo fermo. Nei giorni successivi, essendosi aggravata la posizione del Di Cola, ne facemmo invano ricerche”. E allora perché i carabinieri mi fermarono? Da chi avevano avuto il mio nome?

Passiamo al rapporto della Questura di Firenze del 10 gennaio 1970. Viene interrogato l’anarchico individualista Luigi Rosati che sostiene di aver conosciuto Pinelli (è stato ospite nella sua casa), Valpreda e di essere stato con te (ti ha riconosciuto in una foto del quotidiano la Nazione), con Pietro e Annelise a Reggio Calabria per assistere al processo Aricò-Casile. Dice anche che Valpreda aveva un notevole ascendente sugli altri. Non solo. Afferma che negli ambienti che lui frequentava Valpreda era ritenuto alquanto capace di azioni violente come quella di Milano. Chi è Luigi Rosati? Lo conosci? E’ vero che Valpreda aveva questo ascendente su di voi? Le stesse opinioni su Pietro le riferisce anche Sergio Piccolo, interrogato il 2 gennaio che conferma come Rosati appena venuto a conoscenza della strage di Milano abbia subito pensato a Valpreda.

Vero è che Rosati lo incontrammo a Reggio Calabria. Delle cose da lui dette ne risponde lui e il suo amico ovviamente. Sono dell’opinione che gli siano state fatte dire quelle cose contro Pietro. Con loro avevamo solo rapporti di conoscenza per esserci incontrati un paio di volte in poco tempo, ma nulla più, non vedo quindi come avrebbe potuto conoscere il carattere di Valpreda e addirittura il suo ascendente su di noi! Può darsi che oggi io tenda a sminuire, ma tutto questo ascendente di Pietro su di noi io non lo ricordo. A meno che pensare le stesse cose e farle assieme non sia frutto di un lavaggio del cervello. Non ricordo una sola volta, una sola discussione, in cui Pietro abbia cercato di imporre il suo punto di vista. Discussioni si, anche accese se vuoi, ma mai imposizioni.

Probabilmente anche qui ci troviamo di fronte ad un ennesimo tentativo di costruirci un cappotto addosso. Non a caso è la questura di Firenze quella che seguirà la falsa pista del presunto furto di una macchina che Pietro e Claps avrebbero utilizzato per il trasporto degli esplosivi.

Voi dopo gli attentati di Roma e Milano avete pensato subito ai fascisti? O a qualcun altro?

Di nuovo posso parlare solo al singolare. Abbiamo avuto pochissime ore per discutere assieme di queste cose. Tra quelli fermati, quelli rilasciati e quelli “allontanatisi” per precauzione, non eravamo mai più di 3-4 a parlare assieme. Comunque sapevamo che sarebbe dovuto succedere qualcosa di grosso in quei giorni da parte dei fascisti e ambienti reazionari (la voce era quella di un tentativo di golpe). Va da se che pensavamo che servizi e fascisti fossero fratelli gemelli. I poliziotti erano per lo più di destra e i fascisti fraternizzavano ben volentieri con loro. Era spesso difficile capire dove iniziasse il fascista e dove finisse il poliziotto! La loro impunità voleva pur dire qualcosa.

Nel rapporto della Questura di Firenze ci sono anche le testimonianze di alcuni addetti alla stazione di servizio dell’Autostrada del Sole nei pressi di Firenze. Uno di questi dice di aver visto Valpreda che si è fermato con la sua 500 in uno dei giorni tra il 7 e il 14 gennaio. Riconosce anche Claps che si è fermato qualche giorno dopo la strage con una macchina straniera. Di te non c’è traccia.

Ti stanno cercando e il 17 gennaio la Questura di Vercelli manda un telegramma in cui avverte il ministero degli interni e la Criminalpol che tu sei stato a Vercelli e che poi ti sei spostato in treno a Casale Monferrato. Il 10 novembre un certo “Enrico” dice che sei nascosto a Milano e che Amedeo Bertolo e Umberto Del Grande ti stanno cercando i documenti falsi per andare in Gran Bretagna.

Mi racconti gli spostamenti di quei mesi? Chi ti ha veramente aiutato? Come vivevi?  Dove sei stato?

L’episodio della Questura di Firenze (Valpreda-Claps) è legato ad un tentativo fallito di provare che avevano rubato una macchina per trasportare dell’esplosivo. Per questo io non ci sono tra i sospetti. Questo è uno dei diversi “temi” (come il caso Lemke o “vetrini” ecc) che andrebbero studiati a parte.

Tutti i passaggi che le veline mi attribuiscono sono totalmente inventati. Come è noto ho passato quasi un anno in Calabria ed il resto a Roma e dintorni. L’ “Enrico” in questione era Enrico Rovelli , un anarchico che fin dai primi anni ’60 era al soldo dell’Ufficio Affari riservati con lo pseudonimo di Anna Bolena e i cui referenti erano a Milano la squadra 54 e a Roma il vice capo degli Affari Riservati Russomanno. Contemporaneamente Rovelli forniva i suoi servigi anche a Calabresi e all’ufficio politico della questura di Milano.

 Nelle veline in cui Rovelli sostiene che ero a Milano mente.  Amedeo e Umberto della Croce Nera Anarchica furono da me contattati per la prima volta oltre un anno dopo. Sono stato aiutato inizialmente da alcuni compagni del movimento studentesco che conoscevo da anni poi ho vissuto assieme a studenti fuori-sede, professori, artigiani, edili ma tutti questi mi conoscevano con altro nome e sotto altre storie. Ho evitato per oltre un anno di avere rapporti con anarchici. Sia perché era ovvio che era nel mio ambiente che venivo cercato sia perché avevo delle diffidenze verso i compagni della FAI a causa di quello che avevano  scritto a caldo su di noi. Le mie coperture erano del tipo che ero uno studente in depressione, oppure che avevo paura che mi cercassero per degli scontri di piazza a cui avevo partecipato ecc. ecc. Ogni volta che conoscevo qualcuno che poteva aiutarmi sparivo da dove ero stato fino a quel momento senza alcun preavviso. Cambiavo spesso anche per evitare di essere localizzato. Per sopravvivere, in cambio dell’ospitalità ho lavorato come precettore, come babysitter ecc. Avevo solo vestiti che i compagni dove vivevo pensavano di buttare (quindi di tutte le taglie e misure), un compagno mi aveva tagliato i capelli corti e inizialmente li avevo tinti di nero. Unica spesa – fatta dai compagni – fu di comprare un paio di occhiali molto grandi e con montatura scura per cambiare il più possibile il mio viso. In due anni gli unici soldi che ho visto sono stati un paio di centomila lire che mio fratello mi aveva inviato tramite una serie di compagni. Il mio rapporto con il mondo esterno ed i compagni veniva mantenuto soprattutto da Amerigo Mattozzi. Era l’unico di cui mi fidassi ciecamente e che ho seguitato ad incontrare durante la mia latitanza.

Facciamo un passo indietro. Dai rapporti fatti dal di dentro durante il Congresso di Carrara (31 agosto – 3 settembre 1969) è evidente che eravate attenzionati. Soprattutto Valpreda, ma anche il circolo Bakunin dove vengono registrate tutti i contatti con Cohn Bendit. Tu secondo il rapporto eri tra i contestatori di Failla insieme a Valpreda e a Bagnoli. Poi, finito il congresso, siete andati tutti insieme a Empoli al convegno dei Gia (Gruppi di iniziativa Anarchica). Mi puoi raccontare quei giorni?

Vorrei ricordare che Cohn Bendit si recò a Carrara nel ’68 mentre io, Pietro ed Emilio lo facciamo nel ’69. Si tratta di due episodi separati. Valpreda partecipò al Congresso di Carrara del 1968 assieme alla delegazione dei compagni milanesi. Nel ’68 Pietro non si era ancora spostato a Roma e quindi i contatti tra il Bakunin e Cohn-Bendit sono legati ai compagni della FAGI romana.

Noi ci recammo a Carrara per un convegno FAGI ed il nostro primo impatto non fu affatto felice. Ci trovammo in un salone dove vi erano una presidenza e degli oratori. Noi contestammo la staticità dell’assemblea e soprattutto chiedemmo che i locali della Federazione venissero tenuti aperti per noi che venivamo da fuori ed eravamo senza soldi. La situazione la risolvemmo occupando i locali e dormendo al loro interno. La mattina successiva riorganizzammo i locali disponendo le sedie in circolo ed eliminando il podio oratori. Ritenevamo che anche visivamente fosse importante rimarcare che eravamo tutti uguali. Sinceramente non ricordo contestazioni a Failla a meno che non fossero legate al rifiuto iniziale di farci dormire nel teatro degli animosi. Mi sembra scontato dire che attuare un atto del genere non sarebbe stato possibile se non fosse stato appoggiato dalla stragrande maggioranza dei compagni della FAGI e che anche molti compagni della FAI approvavano la nostra contestazione. All’epoca diversi di noi si sentivamo parte della FAGI anche se contestavano le posizioni dei compagni più anziani. Come è noto nel ’69 la FAGI minacciò la fuoriuscita dalla FAI se qualcosa nei loro rapporti non cambiava e se non gli veniva dato più spazio (e senza censure!) su Umanità Nova.

Il viaggio a Empoli era stato programmato per due ragioni: prima di tutto perché alcuni di noi si sentivano politicamente più vicini ai GIA (io ad esempio) e in secondo luogo perché Pietro voleva nuovamente parlare con Pinelli per chiarire la sua posizione, cosa che facemmo. Io ero presente alla conversazione tra Pinelli e Valpreda, mentre Emilio Bagnoli era poco distante a parlare con altri compagni.

Che posizione doveva chiarire Valpreda con Pinelli? E cosa si sono detti ?

Durante un interrogatorio in carcere a Paolo Braschi, comparivano alcune frasi – attribuite a Valpreda – circa la responsabilità di alcuni compagni in azioni dimostrative. Chiaramente Pinelli, in quanto responsabile della Crocenera, ne venne subito a conoscenza e sospettò Pietro di “parlare troppo” con la polizia. Noi sapevamo che la fonte di tali dichiarazioni non era Valpreda ma un giovane compagno di Milano, Aniello D’Errico, a cui erano state estorte quelle dichiarazioni. La nostra non era una supposizione, perché fu lo stesso D’Errico a raccontarcelo piangendo. Riferimmo queste cose a Pino Pinelli chiedendogli di sentire lui stesso Aniello per avere una conferma della cosa. Vorrei ricordare che già ad ottobre, quando dopo lo sciopero della fame a Roma mi recai a Milano con Gargamelli, Claps e Valpreda, vi era già stata una prima chiarificazione su queste voci. Per tagliare la testa al toro Pietro, approfittando della presenza al digiuno del nostro compagno Camiolo dell’avvocato di Paolo Braschi, gli chiese di prendere lui stesso in mano la sua difesa. L’avvocato gli disse che lui non poteva ma che un avvocato del suo studio lo avrebbe fatto. Quindi da ottobre i verbali di Pietro erano in possesso anche dell’avvocato di Braschi e tutta questa faccenda – su cosa veramente Valpreda avesse detto o non detto agli sbirri – sarebbe già dovuta essersi risolta. Perché poi a dicembre Pinelli seguitasse a dubitare di Pietro e scrivesse addirittura le famose lettere alla FAI e ai GIA è per me inspiegabile. D’altra parte, come mi ha raccontato Enrico Maltini, solo pochissimi giorni dopo la morte di Pinelli tutto era già stato chiarito e Valpreda totalmente “riabilitato”.

Gli inquirenti che ti stavano cercando hanno chiesto informazioni anche a Reggio Calabria per trovare prove a conferma della loro idea che furono i calabresi a fornire gli esplosivi. Non trovarono nulla. A parte che tu e Valpreda eravate stati a Reggio Calabria per il processo di Aricò e Casile. Mi puoi raccontare lo “strano” viaggio che faceste da Roma per la Calabria e gli “incontri sospetti” che faceste lungo la strada?

La “pista” calabrese era già stata indicata più volte in varie veline. A Nocera Inferiore i carabinieri ci fermarono mentre facevamo autostop. Eravamo su una macchina che fece una serie di strane manovre finché non attirò l’attenzione di una pattuglia di carabinieri che ci identificò e perquisì – grazie al famigerato art.41 – alla ricerca di armi ed esplosivi. Fummo poi costretti, seguiti dalla pattuglia ad andare alla stazione per prendere il treno e mettendo tutti i soldi assieme riuscimmo a comprare il biglietto per fare un paio di fermate. Quando uscimmo dalla stazione ci siamo accorti che la macchina che ci aveva dato il passaggio a Nocera, provocando la nostra perquisizione, era parcheggiata a fari spenti dietro ad un cartellone pubblicitario. La parte finale del nostro viaggio per Reggio Calabria la facemmo separandoci in due gruppi: io e la Muky e Pietro con Bagnoli. Il mattino successivo ci recammo davanti al tribunale per aspettare con gli altri compagni calabresi e di qualche altra località la sentenza contro Casile, Aricò (e qualche altro compagno). Durante questa nostra manifestazione di sostegno mi si avvicinò un poliziotto dell’ufficio politico di Reggio che indicò me, Pietro e Bagnoli come i tre venuti da Roma. Il giorno dopo partecipiamo con i compagni di Reggio ad una manifestazione di edili e qui – stando ad un loro documento inviato al G.I. Cudillo – furono i carabinieri ad immortalarci con varie foto che spediscono poi a Roma al giudice. Dire che eravamo  “attenzionati” mi sembra un eufemismo: ci seguivano passo a passo ed in stretta cooperazione tra polizia e carabinieri.

Sul Giornale d’Italia, noto giornale di destra, il 16 giugno 1970 esce una tua intervista. Tu sostieni che è falsa. La questura di Roma ritiene che tu l’abbia rilasciata a Cesare Tocci nei locali del gruppo teatrale Dioniso. Tra le risposte “inventate” c’è anche quella che parla di Andrea Politi… perché secondo te è uscita questa cosa?

La cosa è in qualche modo divertente. Il giornalista era il ragazzo (di allora) della sorella di Gargamelli. Forse voleva dare una mano, non ti so dire. Come ho detto io non ho mai rilasciato alcuna intervista durante la mia latitanza. E certamente non mi sarei sognato di darla ad un giornale di destra. Però, anche da queste cose apparentemente così strane e lontane si avverte una regia. Si sostiene che tale intervista sia avvenuta nei locali a Roma del Dioniso anche se loro avevano abbandonato quei locali già da un paio di anni. Il Dioniso, forse non casualmente, era il gruppo in cui lavorava Gino Liverani (arrestato perché si rifiutò di collaborare ad una campagna antianarchica contro di noi) e il Dioniso è il gruppo che contestò il Papa nel suo viaggio in Sardegna (diversi fermi). La polizia cercò di coinvolgere nella campagna repressiva contro gli anarchici anche il Dioniso. La cosa incredibile è che la questura romana, dopo indagini accurate come loro erano sono soliti fare, concluse che la presunta intervista (mai avvenuta) era stata fatta proprio nei locali del Dioniso!

La questione Politi “Andrea” esce comunque ad aprile se non sbaglio ed il primo a tirarla fuori sarà un nostro compagno Emilio Borghese che si era accorto che ogni volta che faceva quel nome, questo spariva dai verbali. L’articolo in se non è pessimo, però è un falso.

Dall’interrogatorio di Marco Ligini emerge che tu sospettavi già di Merlino. E’ così?

Si. Marco Ligini, un compagno della controinformazione, lo incontrai dopo un abboccamento che fece con alcuni compagni che mi ospitavano nei primissimi giorni dopo la strage e quando ero già ricercato seppur non ufficialmente. Marco si tutela dicendo di aver avuto confidenze su di me, ma in realtà lo incontrai personalmente. I compagni che mi ospitavano lo portarono a casa ed io, da dietro la porta chiusa e attraverso il buco della serratura seguii il suo racconto e una volta che giudicai che ci si poteva fidare, aprii la porta e parlai con lui direttamente.

Ligini testimonia, facendo il mio nome,  – cosa che ho scoperto solo recentemente – che io andai un paio di volte (con un altro compagno) a casa di Merlino per pianificare eventuali azioni dimostrative contro la sede FIAT di Roma. Dato che  la seconda volta ci trovammo di fronte ad un estraneo e la situazione era molto strana, io e l’altro compagno decidemmo di non frequentare più Merlino (a quel punto considerato da noi un provocatore). Si tratta della testimonianza numero 5 del libro Strage di Stato, sebbene nel testo pubblicato ci siano diverse cose che non corrispondono a quanto da me detto. A novembre, quando io, Pietro Valpreda e Gargamelli usciamo dal carcere di Regina Coeli (arrestati con l’accusa di rissa aggravata il 19 novembre sera) i compagni ci dicono che durante la nostra detenzione vi era stato un attentato alla caserma dei carabinieri a piazza del Popolo e che un nostro compagno, Angelo Fascetti, era stato interrogato dalla questura come sospetto. Angelo ci raccontò che gli erano state contestate frasi precise pronunciate all’interno del circolo. A quel punto divenne  evidente che, oltre a Merlino, c’era un’altra spia al nostro interno, come anche scrisse alla fine di novembre Pietro al suo avvocato di Milano. Con alcuni compagni della mia scuola, che conoscevo da qualche anno e di cui mi fidavo ciecamente, ci riunimmo e cominciammo a vagliare le varie ipotesi sull’identità della possibile spia. Arrivammo ad una rosa finale di tre nomi: Merlino, il poliziotto “Andrea Politi” (Salvatore Ippolito) e un terzo compagno. Non parlammo con nessuno di questa nostra indagine per evitare un clima di sospetto generalizzato e soprattutto per non accusare delle persone innocenti. Purtroppo non avemmo il tempo di terminare il nostro lavoro. E forse – col senno del poi – sbagliammo a non raccontare agli altri compagni del circolo dei nostri sospetti.

Il ruolo di Merlino. Che idea ti sei fatto del suo coinvolgimento nel processo per le bombe di Roma? Perché non hanno fatto in modo che ne venisse fuori?

Non sono sicuro di capire bene la tua domanda. Ma te ne faccio io una mia: un alibi dato da fascisti a un loro camerata è credibile? Merlino poteva, aveva il tempo di piazzare le bombe assieme ai suoi amici?

Detto questo vorrei farti osservare che Merlino ad un certo momento (probabilmente dopo aver passato tutte le informazioni utili su di noi – ed aver inutilmente cercato di provocare qualche fatto, azione concreta per intrappolarci -, sparisce, trova delle scuse per non frequentare  più il nostro gruppo. Dopo circa un mese alcuni di noi decisero di andare a casa sua a vedere come stava (prima aveva giustificato l’assenza dicendo che doveva prepararsi ad un esame e poi che era malato) e lo trovarono in perfetta salute. Per questo motivo fu “costretto” a frequentarci nuovamente – sia pur saltuariamente – ed è  per questa ragione, secondo me, che da teste a carico contro di noi, diventerà invece anche lui un imputato. Insomma finito il lavoro sporco di informatore su di noi si era sganciato ma poi la nostro visita lo aveva obbligato a tornare a frequentarci. Il piano iniziale presumibilmente era quello di allontanarsi in modo di poter essere un teste contro di noi (avevo capito cosa volevano fare per cui….), la nostra visita lo riporta invece nel gruppo e a quel punto neanche lui ha più scampo e viene arrestato.

Perché il 25 dicembre 1971 hai dato il benservito all’avvocato Bucciante?

Non ricordo chi mi suggerì di nominare Bucciante quale avvocato difensore. Bucciante era un principe del foro, uomo di destra, ed ex ufficiale dei carabinieri. L’ho incontrato due o tre volte in tutto (una all’interno dell’ospedale militare del Celio, una in Sicilia ed una nella sua lussuosissima villa) e fin dal primo incontro capii che non era l’avvocato che volevo. Lui voleva che accusassi i miei compagni per potermela cavare. Siccome non ho mai aspirato al lavoro di giuda, e di infame che accusa innocenti per essere assolto, decisi di revocargli il mandato. Ora faccio un passo indietro. Dopo le rivelazioni sulla spia della polizia – causata da una lettera inviata da Emilio Borghese a Amerigo Mattozzi – ci fu una nuova raffica di perquisizioni alla ricerca di lettere e contatti tra di noi e furono incriminati altri tre compagni per associazione a delinquere: Giovanni Ferraro, Claudio Gallo e Angelo Fascetti. In istruttoria però vennero prosciolti. A quel punto non vi erano più avvocati della sinistra extraparlamentare nel nostro collegio di difesa. Aldo Rossi mi chiese quindi di nominare io questi avvocati, per bilanciare quelli del PCI che aveva Valpreda, cosa che io feci immediatamente nominando Di Giovanni e Spazzali. Dopo di me fu il turno di Bagnoli, che nel frattempo era uscito dal carcere di nominarne altri.

Dalla Svezia mandi una lettera aperta in cui spieghi le ragioni della latitanza, chiedi l’apertura immediata del vostro processo e sfidi la magistratura italiana a chiedere la tua estradizione. Anche Amnesty ed un gruppo di intellettuali in Italia si muovono in questa direzione. Quale era l’obiettivo?

Andando in Svezia avevo scelto di dare battaglia per ottenere subito un processo che in Italia non si voleva fare. Era un accordo che avevo preso con crocenera e con la FAI. Volevamo provocare l’Italia a chiedere la mia estradizione e quindi fare in una Corte estera quello che non si riusciva a fare in Italia. Per estradarmi l’Italia doveva inviare alla Svezia una richiesta che spiegasse i motivi dei miei mandati di cattura e quindi pensavamo di fare li il controprocesso per dimostrare la nostra innocenza e smerdare la polizia italiana a livello europeo. Nessuno di noi poteva prevedere che ci saremmo trovati improvvisamente in un vuoto legislativo. Dopo la pubblicazione della mia lettera di sfida alle autorità italiane a chiedere la mia estradizione, successe che iniziò il primo processo a Roma che venne però subito fermato ed inviato a Milano per “competenza territoriale”. Milano a sua volta declinò l’invito e spedì tutto a Catanzaro. Agli atti ho trovato una richiesta di estradizione di Occorsio (che non aveva però più giurisdizione) che invitava i giudici di Milano a procedere loro con quella richiesta. Come sappiamo il prefetto di Milano si rifiutò di tenere il processo a Milano per questioni di “ordine pubblico” e tutto venne spedito a Catanzaro. Quindi immagino che tale richiesta sia sparita nei meandri e nei mesi di attesa per trovare un tribunale competente. Catanzaro cercò di scantonare dicendo che non era attrezzato per un tale processo, ma la Cassazione lo obbligò a farlo.

Quando sei tornato in Italia?

Sono tornato per la prima volta, clandestinamente, alla vigilia della sentenza intorno al 1980, dove ad una manifestazione nazionale per il 12 Dicembre a Roma casualmente incontrai Valpreda, Gargamelli ed altri del gruppo. Ma poi tornai a Stoccolma per terminare il  mio lavoro e cercare di chiudere tutte le cose lasciate in sospeso. Sono tornato nei primi anni ’80, sempre clandestinamente perché ero ancora ricercato ma dopo qualche tempo sono nuovamente andato a vivere all’estero.

Con la prima sentenza caddero i primi due mandati di cattura, quello per associazione a delinquere, e quello per “spionaggio” ma nel frattempo ne avevo collezionato un altro: quello per renitenza alla leva militare.

Quale è stata l’accoglienza da parte dei compagni?

Frequentai per qualche tempo i compagni del Malatesta e con alcuni di loro andai ad un convegno a Carrara. Fu una bella rimpatriata. Poi mi dissero che la polizia stava facendo controlli e mi invitarono a non frequentare più il gruppo per non essere compromessi (ero renitente alla leva) che poi mi avrebbero contattato loro quando la  situazione si fosse calmata. Sono ancora in attesa di un loro segno di vita. Dei compagni del mio gruppo avevo quasi totalmente perso ogni traccia. Ho impiegato anni per ritrovarli. Non ho frequentato nessuno per molti anni essendo tornato a vivere all’estero. Avevo sempre pendente sulla testa il reato di renitenza alla leva che si è estinto soltanto al compimento del 55esimo anno e che mi impediva di avere una vita normale tra i miei compagni. Vivo ancora all’estero.

Una Risposta to “Domande personali per Enrico Di Cola – richiesta precisazione su punti intervista, verbali, veline e atti giudiziari”

  1. sergiofalcone Says:

    “Ho difficoltà ad inserirmi e capire fino a fondo gli anarchici di oggi, ma anche con gli anarchici della mia generazione. Non riesco a capire tante litigiosità, tante forme burocratiche che credevo definitivamente superate. Mi sembra che oggi si tenda troppo ad ‘uniformare’ piuttosto che riconoscere la ricchezza delle differenze al nostro interno. Vedo poco rispetto reciproco, e soprattutto poca propensione allo stare all’interno dei processi sociali in atto in questa società in disintegrazione. Si parla troppo e si agisce troppo poco. Bada che questa non è solo una critica ma anche un’autocritica. Non mi spingo oltre perché è mio costume di una vita di dire cose che poi sono disponibile in prima persona a fare”, Enrico Di Cola.

    Parole sante… La penso allo stesso modo, tant’è che mi sono allontanato, perché non ne potevo più.

    "Mi piace"

I commenti sono chiusi.


%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: