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L’Espresso 28 dicembre 1969 Dire anarchici non basta, a cura di Giuseppe Catalano, Paolo Mieli e Mario Scialoja

6 aprile 2013

Espresso 28 dicembre 1969 COMP      ROMA. La riunione era stata indetta per le tre ma era cominciata solo un’ora più tardi. C’erano stati molti ritardi; a qualcuno, come Roberto Mander, si era dovuto telefonare perche si sbrigasse. I ragazzi affluivano nella piccola stanza di via del Governo Vecchio alla spicciolata: Emilio Bagnoli, Roberto Gargamelli, Angelo Fascetti, Umberto Macoraratti, Emilio Borghese, “Giacometto “… Quando era cominciata la discussione, riunite intorno al tavolo rettangolare della sede del gruppo “22 marzo” c’erano una ventina di persone. C’èra anche Antonio Serventi, detto il “Cobra”, l’unica faccia anziana in mezzo a tante facce quasi adolescenti, e prima dì aprire i lavori qualcuno l’aveva presentato ai compagni. Era la prima volta che il “Cobra”   partecipava alle riunioni del gruppo; una conversione improvvisa, fulminea: fino ad allora aveva preferito tenere comizi improvvisati di filosofia zen o di estetica d’avanguardia tra le fontane di piazza Navona, cercando dì far dimenticare i tempi in cui dava l’assalto alle Botteghe Oscure con un pugno di ferro e manganello in compagnia di Stefano delle Chiaie e Franco Paladino detto, il “Bombardiere”. E’ anche con questi reclutamenti generosi che il gruppo cercava d’ingrossare le sue file e di darsi una struttura più robusta.

Quel pomeriggio di venerdì 12 dicembre non si erano affrontati temi di grande impegno. Si era parlato più che altro di riforme organizzative, della necessità di trovare un po’ di soldi per le spese più urgenti. La riunione era andata avanti stancamente fin verso le sette.  La maggior parte dei ragazzi si era avviata verso S.Maria in Trastevere dove, in un bar della piazza, il “22 marzo” da tempo aveva stabilito la sua base serale; tre o quattro si erano diretti invece verso lo studio dell’avvocato Nicola Lombardi. Roberto Gargamelli e “Giacometto” volevano stendere una denuncia, per una serie di fatti avvenuti il mese precedente. Il pomeriggio del 19 novembre, il giorno dello sciopero generale, mentre con Pietro Valpreda camminavano lungo una strada di Trastevere si erano imbattuti in un gruppo di giovani che sembrava li aspettassero al varco.

La radio ha appena annunciato la morte di Antonio Annarumma. I tre anarchici vengono prima insultati poi appoggiati contro un muro e picchiati scientificamente a sangue. Quando i picchiatori scompaiono, arrivano i poliziotti. Valpreda, Gargamelli, “Giacometto” finiscono in questura con una denuncia per rissa aggravata. Passeranno una settimana in carcere prima di ottenere la libertà provvisoria. E’ per questo che hanno preso contatto con un avvocato, perche dicono di essere stanchi di queste continue persecuzioni e ora si sono decisi: vogliono denunciare la polizia. La notizia della strage di Milano e delle bombe di Roma, Gargamelli e “Giacometto” la vengono a sapere proprio nello studio dell’avvocato Lombardi, mentre discutono con lui sull’opportunità o meno di questa iniziativa. Qualche ora più tardi, casa per casa, quella stessa polizia che cercano di mettere sotto accusa comincerà le retate e gli arresti.

Ma nella storta del “22 marzo”, così come l’abbiamo ricostruita in questi drammatici giorni attraverso le testimonianze di alcuni suoi appartenenti, questo attacco legale degli anarchici contro la questura, il giorno stesso in cui tutto il gruppo veniva collegato agli attentati di Milano e di Roma e tradotto in carcere, non rappresenta l’episodio più strano ne quello più paradossale. Lungo tutto il cammino del gruppo affiorano molti altri episodi del genere, vengono continuamente in luce strani contrasti, stranissimi equivoci, confusioni grossolane.

Gli equivoci cominciano addirittura ancor prima del maggio dello scorso anno, che è la data ufficiale di nascita del gruppo. E si accentrano subito intorno la figura di Mario Merlino detto “il mago”, il suo fondatore. Nel maggio del 1968 infatti Mario Merlino si scopre una vocazione anarchica dopo un passato politico di colore ben diverso, divenuto ormai di dominio pubblico. Ma ci sono ancora dei particolari che vale la pena di mettere in rilievo. Politicamente i primi passi Merlino li muove nella “giovane Italia”, l’organizzazione neofascista per le scuole medie; ha sedici anni ma una carica di ambizione già ben precisa. Un anno dopo è emigrato nelle file dell'”avanguardia nazionale giovanile”, feudo di Stefano delle Chiaie e rifugio dell’ala irriducibile e più dura dello schieramento di estrema destra. Merlino è un ragazzo magrissimo, sottile, emaciato e quella banda di professionisti dello squadrismo non sembra il posto più adatto per lui. Ma ha letto qualche libro, ha un grado d’istruzione superiore alla media della gente che lo circonda e ne approfitta per far carriera. Quando l’ “avanguardia nazionale giovanile” si scioglie, nel 1965, ha già un manipolo di fedelissimi pronti a seguirlo dappertutto. Per il momento devono solo seguirlo alla “giovane Italia” dove Merlino torna per un breve interregno con compiti direttivi, sempre al fianco di delle Chiaie. Altri elementi del gruppo emigrano invece a sinistra, come Mario Paluzzi che sarà sospettato quest’anno per l’attentato ai benzinai o come Serafino di Luja che passerà al movimento studentesco. E’ il primo sintomo di una strana malattia che affliggerà da questo momento in poi certi settori dell’estrema destra: una sottile, inarrestabile emorragia che tenta di infiltrarsi tra le maglie della sinistra extraparlamentare. C’è però da sottolineare un fatto curioso: anche se prendono strade diverse, gli ex componenti di “avanguardia giovanile rivoluzionaria” continuano a vedersi tra di loro e a concertare insieme piani di battaglia in una pizzeria di piazza Tuscolo. E’ un fatto di cui spiegheremo tra poco l’importanza.

La disfunzione che affligge l’estrema destra diventa cronica con l’esplosione del movimento studentesco. Le vecchie strutture saltano letteralmente per aria, e quando i pezzi sparsi tornano a terra e si tirano le somme c’è tempo di accorgersi di molti cambiamenti. Mario Merlino, per esempio, ha fiutato l’occasione favorevole e ha deciso di giocare grosso: prende a prestito lo stendardo degli studenti di Nanterre, raccoglie i suoi dieci seguaci e fonda il “22 marzo”. Con una tradizione squadrista così fresca il camuffamento è talmente scoperto da sfiorare il ridicolo. L’unico affetto che il “mago” ottiene è quello di rischiare un completo fallimento. Per uscirne batte due strade: viaggia molto all’estero, tentando in questo modo di aumentare il suo prestigio e di raccogliere nuovi seguaci. Stranamente, però, per un anarchico, i suoi viaggi hanno come meta paesi quali la Grecia dei colonnelli e la Spagna franchista. Molti che lo conoscono bene dicono che Merlino batte anche una terza via. Ed è proprio qui che la ragnatela di contatti che il “mago” conserva con l’ambiente neofascista diventa significativa. Un paio di volte infatti Merlino viene sorpreso in furtivi colloqui con agenti in borghese, e certe sue convocazioni in questura appaiono troppo ingiustificate per non dare nell’occhio. Che la polizia recluti tra le file dell’estrema destra buona parte dei suoi informatori, non è una cosa nuova. Quando, agli inizi dello scorso aprile, Franco Papitto ed alcuni altri giovani del movimento nazi-maoista (nato anche questo dall’impatto della destra col movimento studentesco, e scioltosi di recente) escono dal carcere dopo essere stati sospettati a lungo per gli attentati contro i benzinai e per quelli al Palazzaccio, al ministero della pubblica istruzione e al senato, Mario Merlino sparisce prudentemente dalla circolazione. Almeno una ventina di persone lo accusano della “soffiata” all’ufficio politico di Buonaventura Provenza, e lo cercano per dargli una lezione.

E’ a questa terza strada che Merlino dovrebbe, secondo altre testimonianze, il fatto di restare a galla sulla scena politica giovanile romana. Le cose cambiano verso la fine dello scorso anno. E’ la metà di novembre e i quadri del “22 marzo” subiscono un inatteso rinfoltimento con l’arrivo di una decina di nuovi elementi provenienti da altri movimenti anarcoidi.

Poi ai primi dello scorso ottobre il terzo e ultimo battesimo. Lo prepara la crisi del circolo “Bakunin”, il gruppo anarchico nato nel maggio del ’68. Fino ad allora il “Bakunin” aveva pressochè monopolizzato a Roma il panorama anarchico, era l’unico ufficialmente riconosciuto dalla FAI, la federazione anarchica italiana. I gruppi anarchici sono organizzati come ordini monastici, la disciplina è rigida, la separazione fra i “simpatizzanti” ai primi approcci, con la vita di gruppo e i “militanti”, gli iscritti anziani e di provata fede è netta. Questi ultimi lasciano poco spazio ai più giovani: alcuni di loro soffocati da questa situazione decidono allora di uscire dal “Bakunin” e di emigrare nel “22 marzo”.

Malgrado questo inserimento il “22 marzo” dà ancora l’impressione di essere una banda eterogenea e improvvisata che per affittare lo scantinato di Via del Governo Vecchio ha bisogno delle 40 mila lire ricevute dal settimanale giovanile “Ciao 2001” in cambio di un’intervista. Il 22 novembre Angelo Fascetti viene fermato e si accorge che la polizia sa perfino ciò che si erano detti lui ed Emilio Bagnoli la sera prima al tavolo di una pizzeria. D’altra parte, non è che i componenti del “22 marzo” si sforzino di rendere le cose più segrete: ad accompagnare l’intervista rilasciata a “Ciao 2001” ci sono almeno quattro fotografie dove sono riconoscibili tutti loro.

«Un attentato come quello di Milano e di Roma? Ci vogliono almeno tre mesi per prepararlo» mi dice un altro ex fascista che conosce bene l’attività del gruppo. Un mese per il materiale e l’organizzazione del piano, almeno due per scegliere le persone giuste. Come hanno fatto a sfuggire per tutto questo periodo dalla sorveglianza a cui erano sottoposti? Ecco, nella storia del “22 marzo”, il paradosso maggiore di tutti.

A cura di Giuseppe Catalano, Paolo Mieli e Mario Scialoja

 

 

 

 

 

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Umanità Nova 20 dicembre 1969 Dichiarazione di Gruppi FAI – FAGI di Roma

6 dicembre 2011

Dichiarazione

Umanità Nova 27 dic 1969 FAI - FAGI Lazio  Gli anarchici di Roma aderenti alla F.A.I. ed alla F.A.G.I. si associano incondizionatamente alla presa di posizione della Commissione di Corrispondenza della F.A.I. e nel respingere ogni vile tentativo reazionario e fascista di attribuire agli anarchici una qualsivoglia responsabilità diretta o indiretta negli esecrabili attentati:

 PRECISANO: che i funzionari inquirenti ed in particolare quelli delle squadre politiche di Roma e Milano, che da vari mesi seguivano costantemente le attività del cosidetto “Gruppo 22 marzo” e di ognuno dei suoi membri, erano a conoscenza dell’assoluta mancanza di ogni possibile collusione tra costoro ed ambienti ed elementi specificatamente anarchici, così come era a loro noto che il Gruppo 22 marzo ed ognuno dei pochi individui che lo componevano e quanti altri avessero avessero contatti più o meno occasionali con loro erano stati da noi estromessi dalle nostre sedi (a Roma come a Milano) e diffidati ad intervenire persino a riunioni aperte ai simpatizzanti ed al pubblico, in quanto tra di loro erano stati ravvisati, senza alcun dubbio, elementi di chiara provenienza e tendenza fascista.

 DENUNCIANO pertanto all’opinione pubblica ed a chi di dovere (perchè un’inchiesta in tal senso sia aperta) quei funzionari della questura e delle squadre politiche che in varie occasioni, alla stampa, alla radio ed alla televisione hanno rilasciato provocatorie e diffamatorie dichiarazioni definendo “anarchici” i sospettati e giungendo persino ad attribuire, come unico e solo movente delle infami stragi, “l’ideologia anarchica degli esecutori”, tacendo volutamente quanto era a loro conoscenza.

 RAVVISANO in questo irresponsabile e denigratorio comportamento dei funzionari inquirenti una palese ed ingiustificabile (anche se, forse, non premeditata) collusione con le forze reazionarie.

 DICHIARANO che quanto sopra non comporta alcun giudizio di accusa contro gli arrestati, tenuto soprattutto conto delle inverosimili congetture fin qui rese pubbliche come indizi di responsabilità, ma è soltanto una necessaria messa a punto delle nostre chiare posizioni.

Gruppi FAI – FAGI di Roma

Umanità Nova 20 dicembre 1969 Gli anarchici di Milano condannano il terrorismo di Gli anarchici di Milano riuniti in assemblea straordinaria al circolo Ponte della Ghisolfa il 14 dicembre 1969

6 dicembre 2011


1) Gli attentati sono palesemente opera criminale e provocatoria della teppa fascista.

2) Anche stavolta si cerca di gettare addosso agli anarchici – troppo facile bersaglio – se non la colpa, almeno il sospetto. Ma il solo sospettare gli anarchici è offensivo, non solo del Movimento anarchico e del movimento operaio di cui esso è parte, ma anche dell’intelligenza.

3) I giornali inglesi “The Observer” e “ Guardian” e gli italiani “L’Unità” e “L’Espresso” hanno pubblicato un document del servizio segreto Greco da cui risulta che i fascisti italiani compiono attentati provocatorii su ordinazione dei colonelli greci (fra gli altri hanno compiuto gli attentati alla Fiera ed alla Centrale del 25 aprile).

4) Chi oggi si presta ancora al gioco infame dei fascisti italiani e greci, perseguitando e calunniando gli anarchici, è complice degli attentatori.

5) I giornali che ignoreranno questo comunicato stampa, come hanno ignorato i nostri precedenti comunicati stampa dal 25 aprile ad oggi, si metteranno dalla parte dei fascisti assassini.

Gli anarchici di Milano riuniti in assemblea straordinaria al circolo Ponte della Ghisolfa il 14 dicembre 1969 

A rivista anarchica nr 3 Aprile 1971 Valpreda è innocente di Guido Montana

26 settembre 2011

http://xoomer.virgilio.it/anarchivio/archivio%20testi/003/3_08.htm

 

L’istruttoria contro Valpreda non è solo sostanzialmente assurda, politicamente pazzesca e giuridicamente inconsistente, ma anche formalmente contraddittoria e illogica.

Scrive Wittgenstein: “Pensate gli strumenti della cassetta di un operaio: ci sono martello, pinze, sega, cacciavite, regolo, barattolo, colla, chiodi e viti. Le funzioni delle parole sono così diverse come le funzioni di questi oggetti”.

Non ho citato senza ragione il filosofo del neo-positivismo logico. Ad onta della retorica degli uomini di legge, le parole hanno un senso inequivocabile, sono strumenti per conoscere la verità. Ma quante parole sono a tal fine realmente utilizzabili, nei diciassette volumi (10 di atti e 7 di allegati) che il 26 settembre 1970 gli uscieri romani hanno depositato in cancelleria?

Il processo verbale del caso Valpreda consta di migliaia e migliaia di pagine. In moneta sonante, fotocopiare l’intera istruttoria comporta la spesa di circa 3 milioni di lire. L’imputato povero è sistemato, dovrà affidarsi al buon cuore dello Stato, per prendere semplicemente conoscenza di ciò che lo Stato stesso ha preparato contro di lui.

In quest’oceano cartaceo di parole inutili e di tortuosa sintassi leguleia, la verità sulla strage di Milano rischierebbe di affondare irrimediabilmente, se alla fine la parola inequivocabile, logica, non venisse incontro all’imputato come un’ancora di salvezza. Rappresenta per lui lo strumento razionale affinché “il sonno della ragione (in questo processo) non generi mostri” e Valpreda eviti di divenir vittima di una cavillosa e ingiusta procedura.

In realtà si resta allibiti dinnanzi alla compunta sicurezza degli inquirenti, quando parlano di prove o comunque di serissimi indizi. Noi, al contrario, ci proponiamo di dimostrare che, solo a condizione di capovolgere il senso logico dei fatti, si potrebbe giungere a una convinzione di colpevolezza degli imputati.

A lume di logica, la difesa degli imputati è implicita nelle stesse parole della pubblica accusa, che nell’intento di accusarli, in realtà ne conferma implicitamente l’innocenza. La montagna di parole, dopo avere partorito il suo bravo topolino, si sfalda a causa delle sue stesse contraddizioni logiche. Per dimostrare questo, non è necessario svolgere ipotesi più o meno credibili; basta ricondursi all’oggettività delle parole.

Innanzitutto, consideriamo la figura del principale imputato. Dunque, Pietro Valpreda, per l’accusa, è colpevole: è anarchico, quindi predisposto – secondo il P.M. – alla violenza, alle bombe. A parte il fatto che la violenza e il tritolo sono prerogativa innanzitutto dei fascisti, e di questo si è avuta ampia dimostrazione in questi ultimi tempi, non si vede perché un anarchico violento, dinamitardo come sarebbe il Valpreda, perdesse il suo tempo (e molti chili di peso) a fare sciopero della fame davanti al palazzo di giustizia a Roma, per protestare contro l’ingiusta detenzione preventiva di giovani compagni imputati dell’attentato alla Fiera di Milano. Un anarchico carico d’odio e di bombe (secondo la tesi cara alla pubblica accusa) non passa i suoi giorni e le sue notti all’addiaccio nutrendosi di acqua pura e di vitamine.

C’è inoltre da osservare che un attentatore incallito, come sarebbe il Valpreda, non agirebbe nel modo idiota in cui avrebbe agito, se realmente le bombe alla banca dell’agricoltura fosse stato lui a mettercele, e non i fascisti e gli agenti dei servizi segreti come noi supponiamo. Se fosse realmente colpevole, avrebbe mancato alla regola principale di ogni dinamitardo: quella di operare nell’ombra, in modo anonimo, senza mettersi in vista né dare spettacolo di sé. Valpreda si è “esibito”, al contrario, per giorni e giorni, lo hanno fotografato in tutte le guise assieme ai suoi giovani compagni, favorendo così la crescita dell’archivio fotografico che lo riguarda nelle redazioni dei giornali e presumibilmente, in quello della squadra politica.

Ora, un atteggiamento simile, da parte di chi si prepara a compiere una strage di pacifici cittadini, è certamente assurdo e si giustificherebbe soltanto con la follia del protagonista. Ma il Valpreda è mentalmente sanissimo, secondo la perizia.

La nostra opinione, su questo punto, è meno cervellotica di quanto non si immagini. In realtà, l’esibizione del personaggio Valpreda dimostra solo una cosa: lo sciopero della fame, le proteste, ecc. – legittime per qualunque altro cittadino – non lo sono per un anarchico, che così facendo si espone alla cupidigia di provocazione del potere costituito, di gruppi reazionari alla ricerca di capri espiatori. Mi spiego: se un gruppo di anarchici fa un’azione clamorosa, che diviene centro di attenzione per l’opinione pubblica, se protestano contro il sistema, contro lo stato, ecc., ciò vuol dire che per il perbenismo ognuno può aspettarsi tutto da loro, persino un attentato. E quando ciò accade, nessuno se ne meraviglia.

Questo vuol dire che un’eventuale provocazione, diciamo pure un complotto, organizzato da tutt’altra parte, può trovare subito pronte delle vittime, dei “colpevoli” da additare all’opinione pubblica e consegnare, senza eccessive proteste, alle forze repressive dello stato. Noi dimostreremo che i “congiurati” della destra, e probabilmente gli stessi professionisti del crimine di stato, anche stranieri, hanno prescelto un gruppo di anarchici semplicemente per precostituire degli imputati per un delitto commesso invece da loro stessi. E hanno prescelto Valpreda e i suoi compagni, perché in quel momento essi rappresentavano il gruppo più battagliero, più irrequieto, più disponibile alla protesta clamorosa, esemplare.

A questo proposito, quando il P.M. parla di “azione esemplare” teorizzata dal gruppo, evidentemente confonde la protesta clamorosa ma pacifica con l’uso della dinamite. Quando cita lo slogan “La prassi nasce dalla azione“, quasi a prova “ideologica” della loro colpevolezza, dimostra tra l’altro una notevole ignoranza del pensiero anarchico. La prassi, cioè il comportamento, i modi di intervento nella vita sociale, politica, ecc., sono in effetti il risultato della concreta esperienza, e cioè dell’azione. Solo in questo senso deve essere interpretata la frase “incriminata”. Ma il P.M., per comodità dialettica, rovescia il pensiero e in pratica dice: la prassi anarchica nasce dall’azione; quindi più l’azione è violenta, distruttiva, più la prassi e il comportamento sono anarchici. Così giunge alla facile e semplicistica conclusione che una bomba è la migliore dimostrazione dell’anarchia!

Vediamo ora la questione del circolo XXII Marzo. La storia di questo gruppo è abbastanza nota e singolare. Alcuni giovani anarchici che frequentavano il circolo romano “Bakunin”, cominciarono a dissentire politicamente da esso, finché non costituirono un altro circolo. Il P.M., soprattutto dopo la pubblicazione di “Strage di stato“, è giunto alla conclusione che in effetti fu il Merlino a condurre il gioco, nell’intento di costituire un centro di provocazione. Il Merlino, ex-fascista mascherato da anarchico, in realtà attivista dei gruppi di destra e del sottobosco neofascista, era collegato ad alcuni elementi provocatori, come per esempio Stefano Delle Chiaie (detto il “Caccola”), il quale – particolare curioso ma significativo – dopo essere stato convocato dal giudice istruttore quasi a chiusura dell’istruttoria, accusato di reticenza sui rapporti col Merlino, si rendeva latitante durante un intervallo dell’interrogatorio… con la scusa di dover andare al gabinetto.

Il fatto che Merlino fosse probabilmente l’ispiratore dell’operazione “22 Marzo” non prova assolutamente che i suoi compagni ne fossero consapevoli. Secondo il P.M. poiché Merlino era un noto provocatore (noto, ora, al P.M., non agli anarchici!), la posizione dei coimputati si aggraverebbe, in quanto sarebbe dimostrata la concordanza esistente tra i vari aderenti al gruppo, riguardo alla prassi operativa, e cioè alla violenza. A parte che c’è violenza e violenza, tale convinzione dei P.M. è strabiliante, solo se si pensi che il Merlino fu fermato la sera del 12 dicembre, che fu il primo a subire l’interrogatorio in questura e ad accusare i compagni, per dimostrare che non già lui bensì costoro erano i veri ispiratori e istigatori degli attentati.

Dunque, la pubblica accusa, mentre da una parte accetta la tesi che Merlino fosse l’istigatore e l’ispiratore del gruppo, dall’altra ritiene attendibile le accuse del Merlino stesso contro i suoi compagni, che dimostrerebbero l’esatto contrario: non lui ma gli altri avrebbero ispirato e “istigato” all’attentato dinamitardo. Il che è una vera e propria contraddizione in termini, un bisticcio logico di cui solo il P.M. possiede la chiave per venirne a capo.

Infatti delle due l’una: o il P.M. crede realmente a un Merlino istigatore, e allora in questo caso deve giudicare inattendibili le sue dichiarazioni contro gli altri imputati quali “istigatori” e “organizzatori”; o crede invece alle dichiarazioni del Merlino, e allora costui, non è più l’ispiratore, l’istigatore, ecc., e poiché non vi sono né prove né accuse contro di lui, nemmeno da parte dei suoi ex-compagni, dovrebbe essere prosciolto dall’accusa di concorso in strage. Su quali elementi il P.M. basa la colpevolezza del Merlino? Sul fatto che sarebbe l’ispiratore, lo stratega lucido, diabolico dell’attentato. Ebbene, in questo caso le accuse di Merlino contro Borghese, Mander, ecc., sono logicamente false. Costoro non possono averlo sollecitato a partecipare agli attentati e soprattutto non possono averne ottenuto un rifiuto (come ha dichiarato il Merlino). Avrebbe rifiutato ciò che egli stesso istigava gli altri a fare? E i suoi compagni, si sarebbero dunque lasciati “ispirare” dal Merlino, quando lui stesso si rifiutava? Non ha senso, e il P.M. dovrebbe convincersene.

La logica vuole che Merlino non poteva né rifiutare, né tanto meno ispirare, ma solo provocare, come in effetti sembra aver fatto. E la prova della provocazione – cosciente o no, da parte del Merlino, non sappiamo – è data dal fatto che Merlino è stato interrogato per primo. Dunque, la base dell’inchiesta contro il “22 Marzo” si è costituita, è anzi stata provocata dalle risposte da lui date agli inquirenti, e cioè sin dal primo momento delle indagini. Ma se le dichiarazioni di Merlino sono inattendibili, tutta l’istruttoria Valpreda – 22 Marzo ha un vizio d’origine, sul quale non è lecito sorvolare.

Chi aveva interesse agli attentati del 12 dicembre 1969? Il P.M. fa in pratica questo discorso: gli attentati maturarono nel circolo “22 Marzo”, che sarebbe stato per lui una specie di centro del tritolo, in cui confluirono elementi anarcoidi e un “suggeritore” neofascista camuffato da anarchico (Merlino). Il P.M. in sostanza ritiene che Merlino non prese parte alla esecuzione materiale dell’attentato, non volendo probabilmente partecipare alla fase più pericolosa del piano; gli sarebbe bastato “ispirare” gli anarchici.

L’indagine ha stabilito che Merlino, mentre partecipava alle riunioni del circolo “Bakunin” e poi al “22 Marzo”, era in contatto col gruppo neofascista di Delle Chiaie. Ciò è stato del resto ampiamente documentato dal libro “La strage di Stato“; stupisce anzi il fatto che solo dopo l’uscita del libro il P.M. e il giudice istruttore se ne accorgessero. Questo servirebbe a dare una patina di credibilità alla tesi degli “opposti estremismi”, che alla fine dell’istruttoria viene accettata, per soddisfare le esigenze d’ordine della società italiana e dei partiti.

Ciò non soddisfa, però, l’esigenza di obbiettività; soprattutto se si considera il diritto dell’imputato, che dovrebbe sussistere indipendentemente dall’utilità politica della tesi d’accusa. La sinistra istituzionalizzata sembra d’accordo sulla piega presa dall’istruttoria Valpreda; evita così di porsi la domanda sui motivi che hanno consentito al “Caccola” di rendersi uccel di bosco con tanta facilità. In tal modo l’aggancio diretto tra Merlino e i neofascisti viene sottratto all’approfondimento della verità riguardante sia i veri mandanti che i loro strumenti. La conclusione della requisitoria del P.M. è infatti esplicita: è vero, ci sono dei colpevoli ancora “ignoti”, che però sono dei complici, anziché dei mandanti. Gli “opposti estremismi”, farebbero quindi parte solo di un gioco pericoloso, criminale, senza alcuna responsabilità dei vertici e di eventuali mandanti! L’establishment è salvo il sistema assolto.

Una requisitoria di questo genere sembra fatta apposta per mettere in pace la coscienza dei benpensanti: Merlino, fascista e finto anarchico, ispiratore, istigatore ma non esecutore materiale degli attentati (con un po’ di fortuna se la caverebbe con una semplice condanna per istigazione a delinquere); Gargamelli, esecutore materiale ma solo per l’attentato meno grave (quello alla banca in cui lavorava suo padre); Borghese, complice ma già giudicato seminfermo mentale, nonostante il P.M. lo ritenesse il “cervello” degli attentati romani!

 Il vero colpevole, il “mostro” da chiudere in un carcere per tutta la vita, sarebbe dunque Valpreda, il massacratore di innocenti, il bieco dinamitardo, il rottame umano che nessuno potrebbe mai compatire o cercar di salvare. Valpreda: la vittima designata da dare in pasto al perbenismo ipocrita e alle cosiddette istituzioni democratiche.

 

Guido Montana

A Rivista Anarchica N11 Marzo 1972 Giustizia di stato di E. M.

17 settembre 2011

Sin dalle prime battute il processo Valpreda ha rivelato la trama di responsabilità – Una prima clamorosa conferma è venuta dal riconoscimento di incompetenza di Roma.

Con il suo comportamento sereno, calmo e responsabile, il giudice Falco tentava di accreditare la tesi secondo la quale a Roma si doveva svolgere un processo che doveva finalmente far luce sulla strage di Piazza Fontana o, quanto meno, sulla responsabilità di Pietro Valpreda e degli altri aderenti al circolo 22 Marzo, “in ordine” agli attentati del 12 dicembre.

Tutto il peso della credibilità che si voleva dare al processo poggiava però sulle sue sole spalle, in quanto gli altri personaggi coinvolti nella vicenda già si erano tolti i panni della farsa.

A cominciare dalla Procura di Roma che si è vista accusare di rapina di atti di procedimento istruttorio nei confronti della Procura di Milano, con argomentazioni difficilmente confutabili (tra le quali la lettera di Ugo Paolillo, in cui il magistrato democratico, che a Milano stava conducendo correttamente le indagini, conferma che gli fu letteralmente impedito di procedere ad un confronto fra Rolandi e Rachele Torri, zia di Valpreda… P.S. e C.C. gli comunicarono che Rolandi “era irreperibile” mentre lo stesso, a casa sua, rilasciava interviste a tutti i giornalisti).

Occorsio ha capito subito che l’accusato è lui e lo ha dimostrato scaricando le sue responsabilità sul collega Cudillo.

Gli avvocati più decisi e più lucidi della difesa hanno, a loro volta, individuato direttamente in Occorsio il principale imputato e nella sua istruttoria il vero “delitto”.

E così il ruolo di Falco, il “consulente politico” chiamato a difendere entrambi, non è sfuggito a nessuno.

Da parte sua, Valpreda ha dimostrato di sapere che la sua sorte non può essere legata alla clamorosa ed assoluta inconsistenza degli indizi a suo carico, bensì alla dimostrazione e alla verifica degli indizi, ben più consistenti, a carico di Occorsio.

La bizzarra situazione dipendeva dal fatto che tutti coloro che, come Falco, conoscevano gli atti dell’istruttoria, erano giunti alla stessa conclusione; con le bombe, né Valpreda né il 22 Marzo hanno nulla a che fare.

Non a caso solo “Lo Specchio“, il “Secolo d’Italia” e simili sostengono ancora, con poca convinzione, la colpevolezza di Valpreda. Non a caso il “Corriere della Sera” da mesi riporta notizie “asettiche” sul caso e non azzarda giudizi.

Allora dobbiamo subito spazzare via l’idea che in questo processo si stia giudicando Valpreda. Come gli attentati del dicembre ’69 facevano parte di un preciso disegno politico, così l’istruttoria che ne è seguita ed il processo che è in atto non sono che la continuazione dello stesso disegno. Questo processo deve essere inteso come parte integrante e conclusiva della strategia del terrorismo che nel ’69 è servita per fermare le lotte dell’autunno.

L’istruttoria di Occorsio

L’asse centrale del processo è l’istruttoria di Occorsio, costruita pezzo per pezzo per essere funzionale alla trama politica da cui è scaturita.

Ad Occorsio, coinvolto fino all’inverosimile nella vicenda della strage, lo stato ha affidato la gestione giuridica dell’accusa a Valpreda; a Falco, l’uomo del momento, sacerdote della forma e della regolarità della legge, il compito di circoscrivere gli attacchi della difesa affinché non entrino nel terreno pericoloso delle “Istituzioni” e dei contenuti politici.

Costretto a scoprire le carte Occorsio ha rivelato la sua singolare povertà di spirito ricorrendo alle più squallide e scontate delle ipotesi:

a) “Merlino è un elemento provocatore che si è inserito nel gruppo allo scopo di istigare gli aderenti al 22 Marzo a compiere gli attentati”.

b) “Questa corte è chiamata a giudicare questi imputati non perché si qualificano anarchici ma soltanto per quello che noi addebitiamo a loro di aver fatto. Noi non crediamo affatto che questi imputati possano confondersi con il movimento anarchico tradizionale… non lo abbiamo mai detto e non lo diremo mai”.

C’è tutto, gli opposti estremisti, gli anarco-fascisti, la salvezza del movimento anarchico “tradizionale” (?), ecc.

Con questa miserabile ipotesi Occorsio ha cercato, come sempre ha fatto di isolare Valpreda dagli anarchici, dalla politica, da tutto. Ma cosa crede Occorsio, di essere lui a sindacare se Valpreda è o non è anarchico? Crede che gli anarchici siano proprio disposti a buttare a mare Valpreda come i suoi “superiori” forse faranno con lui ora che ha dimostrato di non essere stato tecnicamente capace di mantenere il processo entro i binari che erano stati pazientemente preparati da altri? Valpreda non “si confonde” con il movimento anarchico. Valpreda è anarchico da almeno 10 anni. Sappiamo già a cosa Occorsio si attaccherà per dimostrare che Valpreda non è anarchico, ma sapremo rispondergli al momento opportuno.

Falco non è meglio di Occorsio. Falco è una muraglia contro la verità e lo ha dimostrato rifiutando in blocco il dossier che accusa i fascisti e contiene elementi importantissimi sulla strage, che la Magistratura di Milano ha inviato alla Corte d’Assise di Roma perché fosse allegato agli atti del processo. Dal canto suo Occorsio ha detto che se quei documenti venissero accolti, lui non li leggerebbe! C’è materiale più che sufficiente per una incriminazione per sottrazione di indizi e inadempienza professionale.

È in questa logica che il processo si era iniziato ed era solo in questa logica che, nell’aula Magna di Piazzale Clodio, tutta forma e tradizione, moquette ed ermellini, si tentava di dar credito al mito miserabile di una giustizia che ha sulla coscienza la violenza brutale del carcere, i quaranta giorni di isolamento, gli interrogatori bestiali di Valpreda, le minacce ed i ricatti ai testi “scomodi”, i falsi ed i morti dell’istruttoria, la repressione anti-operaia del ’69, l’anno delle bombe, e di oggi.

La “giustizia” ed i suoi uomini…, si arrogano il diritto di giudicare i loro stessi misfatti. Questa giustizia ha già comminato ad anarchici innocenti oltre venti anni di carcere preventivo, dal ’69 ad oggi, per proteggere i veri responsabili del terrorismo e per sfamare l'”ingorda borghesia” con anarchici “colpevoli”. Noi diciamo che questa giustizia non ha credito, né tanto meno diritti.

I mandanti…

CIA? Colonnelli greci? Fascisti nostrani? Può darsi, ma non sono i veri mandanti; sono consulenti e specialisti.

I social-fascisti del PSDI, i moderati, i benpensanti, gli schiavi dell’ordine stabilito sono i mandanti di Occorsio, di Cudillo, di Amati e della strage.

Se da una parte dobbiamo smascherare gli individui che a livello “professionale” organizzano il crimine politico, dall’altra non dobbiamo dimenticare l’incredibile numero di elettori, sostenitori, collaboratori, borghesi, grandi borghesi, piccoli borghesi, Dio, Patria e Famiglia, e chi più ne ha più ne metta, che a questa gente affida al mantenimento dei loro interessi di piccoli e grandi privilegiati che si nascondono dietro una “onesta vita” di padroni, timorati del sistema.

Costoro saranno sempre pronti, quando le cose si mettessero male, a considerare Occorsio e compari come una spiacevole eccezione, la strage come risultato di una disfunzione politica, Pinelli come la vittima di un increscioso incidente imputabile al massimo a qualche poliziotto.

La difesa

Quando il processo di Roma ebbe inizio, non si pose il problema se il processo dovesse essere “tecnico” o “politico” anche se era evidente che il modo di procedere dei difensori era legato al loro giudizio politico complessivo.

In realtà si è sempre trattato di scegliere se accettare o rifiutare i presupposti stessi del processo, se stare o non stare al “gioco” della giustizia. Se considerare l’istruttoria e le sue conclusioni come un errore giudiziario che, in quanto tale, non intacca la fiducia nella giustizia e nel suo funzionamento, o rifiutare ogni credibilità a questa giustizia affrontando il processo come un processo politico dove la posta in gioco non è solo l’assoluzione dei compagni e dove l’assoluzione dei compagni coincide con la condanna dei magistrati inquirenti ed è inscindibile da questa, perché Occorsio, Amati, Cudillo, i loro simili e le stragi, non sono eccezioni, disfunzioni ed incidenti in uno “stato di diritto”, ma sono “lo stato di diritto”, ne fanno parte integrante e continuativa, sono la struttura portante che, sotto la maschera delle pretese “garanzie costituzionali”, regge il privilegio, la disuguaglianza e lo sfruttamento.

Ed è chiaro che noi siamo soltanto su questa linea, quella che in aula è stata portata avanti dagli avvocati Spazzali, Piscopo, La Torre, Di Giovanni, Ventre.

Non possiamo invece condividere il continuo atteggiamento “legalitario” di fiducia che sembrano nutrire altri difensori come Lombardi e Sotgiu (avvocati di Valpreda) ed in generale gli avvocati così detti “parlamentari” nei confronti dell’imparzialità della legge e della giustizia.

Non possiamo condividere questa cieca fiducia che a un altro difensore “parlamentare”, Calvi, fece dire che la sentenza di Occorsio era una “sentenza onesta”, e se non bastassero i nostri motivi politici di fondo, ad essi viene oggi ad aggiungersi la deliberazione della corte di Assise di Roma che ha deciso il trasferimento del dibattimento alle Assise di Milano. Con tale deliberazione i giudici della corte di Assise di Roma, hanno smascherato, per superiori motivi politici e quindi soltanto in parte, la trama pazientemente preparata dalla stessa magistratura così come dalla grossa stampa fascista e borghese, dalla polizia così come dalla classe politica.

Il mattone rovente

Dopo nove ore di seduta in camera di consiglio per deliberare sulle eccezioni avanzate dalla difesa, la corte di Assise di Roma si è tolta di mano il mattone troppo scottante che Cudillo e Occorsio avevano preparato, e lo ha passato alla corte di Assise di Milano.

Tale decisione che a prima vista può esser interpretata solo come una vittoria della difesa dei compagni arrestati, sancisce in verità la sconfitta di Occorsio e la dipendenza della magistratura dal potere politico. Infatti, dopo lo scardinamento di tutta la fase istruttoria effettuato dalla difesa “politica”, istruttoria rappresentata in aula da Vittorio Occorsio, ci si attendeva ben altro dalla corte, ci si attendeva cioè che tutta l’istruttoria venisse dichiarata non valida e che alla ricusazione formale di Occorsio facesse seguito la ricusazione di tutta la montatura dell’accusa che, firmata da Vittorio Occorsio, ha portato i compagni anarchici sul banco degli imputati.

Ma purtroppo, nove ore prima che “l’imparziale” Orlando Falco facesse conoscere la sentenza della corte, negli ambienti del Viminale si conosceva già quale sarebbe stata la sentenza che tale corte avrebbe emesso, ed è allora nell’ambiente nel quale tale voce circolava con nove ore di anticipo, che ancora una volta va ricercata ed inquadrata la tanto sbandierata apoliticità di certa magistratura italiana.

Al Viminale, crollato miserabilmente il mito Occorsio sotto gli attacchi della difesa “politica”, non restava che sbarazzarsi della vicinanza di un procedimento che dava fastidio al carrozzone elettorale che sta per mettersi in moto. Non si poteva permettere che i comizi politici venissero turbati dalle accuse anarchiche, da questi anarchici che oltre a non mettere le bombe, accusano addirittura lo stato di essere il mandante e l’esecutore della strage di piazza Fontana. L’unica via di uscita che si presentava era buttare a mare un uomo che dopo aver pazientemente costruita un’accusa servendosi soltanto di falsi, aveva chiaramente dimostrato, sin dalle prime battute del processo, di non essere tecnicamente capace di sostenere tale accusa il giorno che si trovò di fronte non più delle donne, ma un’opinione pubblica nazionale ed internazionale.

Ufficializzate con la sua delibera le voci che circolavano con nove ore di anticipo all’interno del Viminale, la corte di Assise di Roma aveva adempiuto al proprio compito.

Il Viminale non poteva permettere, e la corte di Assise di Roma non poteva ufficializzare che, a due mesi dalle elezioni gli anarchici venissero dichiarati implicitamente innocenti e lo stato colpevole di falso continuato messo in atto per coprire i reali responsabili della strage di piazza Fontana, perché è a questo risultato politico che avrebbe condotto la ricusazione di tutta l’istruttoria sulla strage.

Al Viminale si è scelta la strada che può permettere, in qualche modo, di portare a termine senza eccessivi batticuori la presente campagna elettorale.

Ai compagni accusati si è lasciato il diritto di godere dei vantaggi che le patrie galere offrono ai loro ospiti. Restano invece a piede libero Amati, Occorsio, Cudillo, Calabresi, Guida, Restivo, Saragat.

 di E. M.

***

 Processo popolare

I riformisti considerano il “caso Valpreda” un caso individuale, o tuttalpiù un caso della sinistra rivoluzionaria, spina fastidiosa nel fianco della sinistra parlamentare. Nulla pertanto essi faranno per rovesciare sulla borghesia la responsabilità della strage di Stato.

Per la sinistra rivoluzionaria, invece, il caso Valpreda è il caso della classe operaia e del movimento popolare, perché è anche attraverso di esso che la borghesia si è proposta di bloccare la ribellione degli sfruttati.

Spetta pertanto alle forze rivoluzionarie promuovere una forte mobilitazione per mettere sotto accusa lo stato e le sue istituzioni, la classe degli oppressori e i loro servi e per portare sul banco degli imputati dinnanzi alla classe operaia, al movimento popolare, i veri e unici responsabili della strage e del clima di terrore che l’ha preceduta e seguita.

Per questo si sta organizzando un processo popolare che costituisca un primo passo verso l’acquisizione del diritto al giudizio da parte dei proletari.

Il raggiungimento dell’autonomia proletaria passa anche attraverso l’autonomia del giudizio, premessa indispensabile per l’acquisizione della coscienza rivoluzionaria.

Gli obiettivi fondamentali del processo popolare sono:

a) difendere Valpreda trasformando il “caso” individuale o di gruppo nel “caso politico” della classe operaia;

b) dimostrare che Valpreda è innocente e che la borghesia italiana porta la responsabilità politica della strage di Stato;

c) stabilire il grado delle responsabilità complessive più che determinare con esattezza gli esecutori materiali della strage;

d) denunciare la pesante responsabilità dei vertici della sinistra ufficiale che ha chiuso gli occhi davanti al “caso” e lo ha barattato come ha barattato lo spirito di rivolta della classe operaia con un disegno di potere in alleanza con la grande borghesia italiana;

e) chiarire sino in fondo che a Roma non si decide solo la sorte di Pietro Valpreda. Con la sua condanna la classe dominante si propone di porre un suggello alla gestione politica che essa ha fatto della strage e intensificare la stretta repressiva contro il movimento popolare;

f) denunciare il legame esistente con le altre provocazioni che le classi dominanti hanno sviluppato a livello internazionale.

DUNQUE, IL PROCESSO POPOLARE NON SARÀ UN PROCESSO ALTERNATIVO A QUELLO FORMALE: ESSO SARÀ TUTTO QUELLO CHE IL PROCESSO FORMALE NON POTRÀ ESSERE.

Del tribunale popolare faranno parte due giurie: una, internazionale, formata da persone note per il loro impegno di rivoluzionari e militanti democratici, l’altra, popolare, della quale faranno parte operai, abitanti di quartieri, ecc.

Esse avranno a disposizione gli atti del processo “formale” Valpreda e dei processi ad esso connessi (25 aprile, fascisti di Treviso, M.A.R., processo Pinelli, ecc.) per unificare in un quadro omogeneo tutti quei procedimenti che la magistratura ha tentato, non a caso, di dividere.

In più il processo popolare avrà a disposizione il materiale che i gruppi di contro-informazione hanno raccolto in questi anni.

In stretto collegamento con il processo formale, il processo popolare si articolerà in numerose udienze, tenute in diverse città e in luoghi adatti ad accogliere la più larga partecipazione popolare.

Ogni militante che partecipa al processo popolare è parte attiva, e in causa, in quanto il quadro politico che emerge dal processo offrirà gli elementi per collocare la sua esperienza specifica di fabbrica, di scuola, di quartiere nella generale azione repressiva che lo stato ha scatenato, con la strage, contro i proletari.

Di conseguenza, affinché questa iniziativa si realizzi in forma incisiva sulla realtà, è necessario un impegno militante di tutti i compagni rivoluzionari di partecipazione e di intervento nel processo popolare.

 La strage di stato: uno scandalo internazionale

a cura della Redazione

I fumetti del noto cartoonist Wolinski che riproduciamo in questa pagina sono tratti da “Charlie Hebdo“, supplemento settimanale di “HARA-KIRI”, con una tiratura di centomila copie. La “strage di stato” è dunque oggetto di satira politica anche all’estero. Lo scandalo ha passato le frontiere. La stampa internazionale, in effetti, ha dato molto spazio alle prime (ed ultime) battute del processo Valpreda, attribuendogli un’importanza che supera ampiamente quella generalmente attribuita alle vicende locali.

Dunque, benchè le porcherie poliziesco-giudiziarie non siano certamente una specialità esclusiva italiana, tutta la faccenda delle bombe del ’69, dell’istruttoria di Occorsio, dell’assassinio di Pinelli, della strage dei testimoni, ecc., è di tale brutalità, grossolanità, stupidità da suscitare l’indignazione a livello internazionale.

Indignazione e fumetti a parte, il movimento anarchico, per quanto è nelle sue possibilità, si sta dimostrando all’altezza del suo tradizionale internazionalismo, intensificando il suo impegno in vista della scadenza processuale.

In Svezia, accanto ai gruppi anarchici s’è mossa la S.A.C., il sindacato di tendenza libertaria, che ha inviato a tutti i lavoratori italiani il documento “La strage di stato voluta dai padroni“. Il 23 febbraio, per l’inizio del processo Valpreda, s’è svolta a Stoccolma una manifestazione che si è conclusa con un sit-in davanti all’ambasciata italiana.

In Francia le organizzazione anarchiche hanno promosso dibattiti e volantinaggi in tutti i principali centri. è stato doppiato il filmato Pinelli, che è già stato proiettato in decine di località.

In Inghilterra è stato stampato e diffuso in migliaia di copie un opuscolo sulle bombe del 12 dicembre. A Londra, alle due manifestazione sinora organizzate hanno partecipato migliaia di giovani.

In Germania, oltre a contro-informare l’opinione pubblica tedesca, si sta organizzando una campagna di controinformazione tra gli emigranti italiani.

Con la sospensione del processo lo scandalo continua…

A Rivista Anarchica N10 febbraio 1972 Fra un mese il processo A più di due anni dalla strage di stato a cura di E. M.

3 settembre 2011

A rivista anarchica n10 febbraio 1972   Valpreda in clinica

  L’11 gennaio 1972 il presidente della corte d’assise Rolando Falco dopo aver esaminato la relazione inviatagli dall’ispettore sanitario di Regina Coeli Giovanni Armaleo, ha disposto il  trasferimento di Pietro Valpreda nella clinica medica dell’Università di Roma.

 Stupisce tanta premura, la realtà è che la decisione è tardiva e strumentale. Quando fu arrestato, Valpreda fu descritto come un relitto umano a tal punto corroso dal morbo di Burger, da  essere costretto a prendere il taxi per  un percorso di 135 metri. Fu descritto come un uomo disperato, dilaniato dal male, privo delle dita dei piedi (da una a cinque, secondo le versioni).  Così insiste Cudillo nella S.I., per giustificare la incredibile storia del taxi di  Rolandi. Inspiegabilmente però, quando Valpreda a Regina Coeli comincia a soffrire di reali disturbi e chiede di  essere ricoverato e curato, gli si risponde che non ve ne è bisogno, che sta benissimo in cella. A nulla valgono le richieste della difesa, documentate da relazioni cliniche che non lasciano  dubbi sull’aggravarsi continuo delle sue condizioni. Secondo i medici di Regina Coeli il “relitto umano” è in piena salute, e solo dopo 16 mesi nell’aprile del ’71, viene trasferito nella fetida e  sotterranea infermeria del carcere, dove le sue condizioni non accennano a migliorare e le “cure” sono del tutto inadeguate. Il morbo di Burger è una malattia a decorso progressivo,  quando Valpreda entrò in carcere il “morbo” era in forma latente e non comportava nessuna limitazione fisica, dopo 2 anni di “cure” in carcere, la malattia si è fatta molto grave, tanto da  rappresentare un pericolo mortale. Questa è la verità che i rapporti clinici documentano, ed è esattamente il contrario di quanto si cerca di far credere. Volevano un relitto umano  colpevole di strage, hanno preso un innocente in buona salute e lo hanno ridotto in due anni di “trattamento” psico fisico. È una storia che evoca sinistri ricordi degli interrogatori e dei  processi della Russia di Stalin.

L’aula inagibile

Ora siamo vicini al 23 febbraio, e il giudice Falco non vuole lasciarsi sfuggire il più bel processo della sua carriera, quello dove dimostrerà ai “sovversivi” di tutti i colori e alla Nazione affamata di ordine che i sacerdoti in ermellino comandano ancora in Italia. Il processo si svolgerà (forse) nell’aula Magna del palazzo di Giustizia in piazzale Clodio cioè nell’aula che per la sua ristrettezza era stata scartata per prima. L’aula è stata definita, da chi l’ha vista, un bunker (sbarre alle finestre e porte murate), pericolosa per l’incolumità pubblica e contraria a tutte le regole vigenti per i pubblici locali. L’aula è una vera trappola, al minimo incidente si trasformerà in un serraglio, è un’aula che sembra fabbricata apposta per la provocazione. Il sistema si premunisce in anticipo. Al processo, in queste precarie condizioni, parteciperanno i giudici, gli imputati, parte degli avvocati della difesa (se vengono tutti non ci stanno), 18 giornalisti (anziché i 150 prevedibili) che si scriveranno reciprocamente sulla schiena in quanto hanno a disposizione 18 sedie e nemmeno un tavolo. Il pubblico (la costituzione stabilisce che ai processi partecipa il popolo) sarà composto da 50 poliziotti in borghese (di più non ci staranno) e i compagni staranno fuori, probabilmente fuori dal quartiere dove è situato il palazzo di Giustizia, che sarà trasformato in un accampamento di poliziotti e relativi mezzi gommati e cingolati sul tipo del “castro romano”. In queste condizioni la Giustizia si accinge ad eseguire il suo mandato. A meno che alla prima udienza l’aula non venga considerata inagibile (ed in effetti lo è) e tutto venga rimandato nella speranzosa attesa che la “terapia di Corelli” a cui Valpreda sarà sottoposto non funzioni. Rimandare non è una buona politica e sappiamo che i nodi verranno al pettine, ma quello che ci preoccupa sono le condizioni di Valpreda. Un uomo non può resistere chiuso in una cella, con il terrore dell’ergastolo con lo stillicidio dei rinvii, nella confusione politica dove l’omertà, le menzogne, la strumentalizzazione e il baratto trova tutti disponibili e compromessi, dove il sospetto e la provocazione serpeggia anche nelle espressioni della solidarietà più sincera filtrate attraverso la censura del carcere. Chi vuole che Valpreda e i suoi compagni siano degli eroi deve stare molto attento. Sacco e Vanzetti, fuori dalle mura della prigione sentivano l’appoggio e la solidarietà reale di milioni di persone, di tutta la sinistra politica e di un movimento realmente di massa. Valpreda, Gargamelli e Borghese, contano su pochi compagni e la sinistra ufficiale li ha già venduti.

Facciamo pure il processo sotterrati in un bunker. Se la pressione dell’opinione pubblica, del popolo e degli sfruttati ci sarà, quello non basterà a salvarli, se non ci sarà, sarà stata una precauzione inutile.

Di Cola sfida Occorsio

Il compagno Enrico Di Cola, rifugiatosi in Svezia dove ha chiesto l’asilo politico, ha indirizzato una particolareggiata lettera-denuncia, in data 10 gennaio c.a., all’ambasciata italiana di Stoccolma. Copia di tale lettera è stata anche inviata al consolato italiano di Stoccolma e alle procure di Roma e di Milano.

In tale lettera, il compagno Di Cola dopo aver ricordato che i carabinieri di Roma il 12-13 dicembre 1969 già erano a conoscenza dell’accusa che poi sarebbe stata elevata a carico di Pietro Valpreda (cfr. “A 9” “Parla l’ultimo latitante“), ricordato inoltre che il commissario di P.S. Umberto Improta si vantò che i poliziotti italiani in certe situazioni possono avere il grilletto facile, sfida la magistratura italiana a chiedere la sua estradizione. Infatti, perché l’estradizione possa venir concessa, la magistratura italiana si vedrebbe costretta a far giungere alla magistratura svedese competente gli atti del processo istruttorio per la strage di stato.

Il compagno Di Cola nella sua lettera-denuncia fa rilevare che purtroppo la magistratura italiana si trova nella disgraziata situazione di non poter richiedere la sua estradizione. La magistratura italiana non può permettersi il lusso di far conoscere alle magistrature di altri paesi i falsi che sono alla base dell’accusa elevata contro gli anarchici.

La lettera-denuncia del compagno di Cola è stata integralmente pubblicata nel nr.2 del settimanale anarchico “Umanità Nova”.

Compagni svedesi hanno provveduto a tradurre integralmente in svedese tale lettera che è stata poi inviata a tutti i quotidiani periodici svedesi politicamente impegnati.

Il compagno Di Cola si è poi recato personalmente al palazzo del governo di Stoccolma, per consegnare tale lettera al primo ministro svedese Olof Palme.

Dov’è Udo Lemke

Udo Lemke sembra essere scomparso. Il suo avvocato ha dichiarato di avere avuto solo rapporti scritti con lui e che un anno fa, essendo la sentenza diventata definitiva, ha troncato anche questi. Arrestato a Roma nel marzo 1970 sembra sia stato rinchiuso nelle Carceri giudiziarie di Perugia dove però attualmente non risulta detenuto.

La stessa ambasciata tedesca, interpellata, non ha saputo o voluto fornire spiegazioni. Nel marzo prossimo dovrebbe essere scarcerato avendo ottenuto un anno di condono.

Udo Lemke comparve sulla scena della strage di stato, il 12 dicembre 1969 presentandosi volontariamente come teste alla legione dei carabinieri di Roma. Lemke aveva riconosciuto in un fascista uno degli attentatori al monumento al milite ignoto. La sua deposizione viene rapidamente archiviata dai carabinieri inquirenti, ma in compenso si provvede, in maniera veramente romanzesca a rinchiudere il Lemke in una sicura prigione di stato. Il 12 gennaio l’autista romano Walter Palazzi si presenta al commissariato di Castro Pretorio affermando che un capellone da lui intravisto in un bar di piazza Navona, deve essere arrestato per furto. Secondo le dichiarazioni di Walter Palazzi, il capellone in questione si chiama Udo Lemke e commercia in stupefacenti. Il Walter Palazzi è anche a conoscenza dell’albergo nel quale il Lemke alloggia, e di quante persone dormano nella stessa stanza del Lemke. Il Lemke viene arrestato il giorno dopo, durante la perquisizione effettuata nella stanza abitata dal Lemke. Durante la perquisizione difatti, vengono rinvenuti, a detta dei poliziotti, dieci chilogrammi di hashish. Nel processo che ne segue il Lemke viene assolto dall’accusa originaria di furto, e condannato a tre anni per possesso di materiale stupefacente. Di notevole, oltre al fatto che non venne mai dimostrato come il Lemke potesse entrare in possesso di merce del valore di dieci milioni di lire, il valore dei dieci chili di hashish, va notato che il pubblico ministero al processo Lemke si chiamava Vittorio Occorsio, e che agli atti del processo non è mai stata depositata una perizia che dichiarasse che quello che i poliziotti romani qualificarono per hashish, fosse veramente hashish e non cenere cristallina di nessun valore. In ogni caso, la persona che sul caso Lemke ne doveva sapere in anticipo tanto quanto il volenteroso Walter Palazzi, è un certo Wolfang, l’unico che ebbe la possibilità di introdurre nella stanza del Lemke il famoso pacco di hashish. Il Wolfang, alla presenza dei poliziotti che lo avevano fermato, scomparve senza che nessuno cercasse di fermarlo.

Epidemia di giudici popolari

Francesco Paparozzi, 56 anni funzionario e attivista di un sindacato apolitico (?) è fino ad ora, l’unico che ha accettato la nomina a giudice popolare per il processo Valpreda sebbene ciò lo lasci “un po’ disorientato”.

Luigi Albano, 41 anni, tarantino, si dichiara affetto da “una grave forma di esaurimento nervoso”, mentre Renzo Parma, “terrorizzato da questo scherzo della sorte”, si è tappato in casa, tattica seguita anche da Carlo Mauro, 48 anni di Pomezia. Quanto agli altri, quelli che non stanno preparando certificati medici e scuse varie, si sono praticamente resi latitanti e facendo orecchie da mercante evitano perfino di rispondere in qualche modo alla chiamata (obbligatoria).

Il popolo ha il naso fino, i prescelti giudici popolari probabilmente non hanno letto “La Strage di Stato” e non sanno chi è Delle Chiaie, ma la puzza di marcio si sente da lontano…

A questo punto sarà necessario cercare altri giudici, ma la cosa si presenta complessa: chi non si occupa di politica, preferisce darsi ammalato; tra chi se ne occupa, gli anarchici e quelli di sinistra difficilmente entrano negli elenchi dei cittadini tra i 30 e i 65 anni di provata onestà e integrità morale, con diploma di scuola media e senza precedenti penali, restano gli altri… Ma di che si preoccupano? Non è forse la Giustizia libera e imparziale?

Umanità Nova 3 luglio 1971 Omertà di Stato (articolo non firmato)

1 settembre 2011

Umanità Nova 3 luglio 1971   Non siamo riusciti a conoscere il testo integrale della motivazione del provvedimento, con il quale il Tribunale di Milano, presieduto dal suo capo dott. Usai, il 18 giugno ha deciso di rinviare ad ottobre l’esame dell’incidente di esecuzione sollevato dalla difesa del commissario Calabresi in seguito alla pronunzia della «maledetta» ordinanza, di nuova perizia e di esumazione della salma del compagno Pinelli, da parte del collegio presieduto dal «ricusato» dott. Biotti. Crediamo, però, di aver capito, attraverso la lettura di quanto pubblicato in proposito da alcuni quotidiani, che il Tribunale di Milano ha rinviato la decisione circa la revoca o la convalida o la modifica del «provvedimento incriminato» perché essendo ancora pendente il giudizio di ricusazione del dott. Biotti e non definitivo, per il ricorso da questi proposto in Cassazione avverso la decisione della corte d’appello di Milano che aveva dato ragione all’avv.Lener, non era opportuno riesaminare un atto formulato da un magistrato, che, ove la Corte suprema avesse ritenute valide le ragioni da lui opposte a quelle della difesa di Calabresi, avrebbe, almeno in teoria, potuto avere la possibilità di risalire nuovamente sullo scanno di presidente del processo «Lotta Continua – Calabresi».

Tralasciando di elencare ai nostri lettori, che presumiamo digiuni di «cose di legge», le numerose perplessità di ordine giuridico che una cosiffatta motivazione fa nascere, non possiamo fare a meno di affermare che questa ulteriore sospensione di giudizio, col conseguente rinvio della ripresa del processo (che ormai si dimostra in tutte le maniere di non volersi fare), non può interpretarsi che come la volontà di non prendere con le proprie mani una patata bollente, in considerazione anche di ciò che sta succedendo nell’opinione pubblica in questa incipiente stagione estiva, e come il desiderio di rinviarne un possibile contatto ad altra epoca, quando cioè, aiutando le fresche brezze autunnali e il tanto proverbiale oblio degli italiani, sarà più facile evitare una scottatura.

Non c’è dubbio, quindi, che i disegni del commissario Calabresi e di coloro che stanno dietro e molto più in alto di lui e dei quali è strumento, continuano a procedere per il verso da loro desiderato e tracciato e che è quello, come tutti sanno, dell’affossamento di una verità, che a tutti i costi si vuole dal sistema negare, perché si tratta di una verità equivalente ad una denunzia del sistema stesso.

Senonché, come più sopra si diceva, qualcosa di nuovo sta succedendo nell’opinione pubblica, se è vero che stiamo assistendo ad una sollevazione morale da parte di molti, di moltissimi cittadini, i quali, nauseati per tutto quello che fino ad oggi si è improvvisamente mostrato dietro la ricusazione del presidente Biotti e convinti che l’espediente del «suicidio di Stato» è un volgare pretesto per nascondere un crimine del sistema, hanno a loro volta pronunziato la loro «ricusazione di coscienza» nei confronti di un gruppo di noti personaggi, ritenuti i soli (erroneamente diciamo noi) responsabili dell’affossamento della verità, oltre che dell’affossamento (e qui fuori di ogni metafora), del compagno Pinelli.

Le sottoscrizioni della dichiarazione di un gruppo di uomini di cultura, pubblicata sull’«Espresso», sono diverse centinaia e aumentano di ora in ora (particolare interessante: le firme delle donne superano quelle degli uomini); lettere di adesione di uomini politici che, con diverse motivazioni, affermano di aderire alla dichiarazione di ricusazione morale vengono pubblicate tutti i giorni e a queste si aggiungono dichiarazioni di gruppi e di collettivi. Si chiede un’inchiesta parlamentare, si evoca il caso Dreyfus. In conclusione: una vera e propria sollevazione morale.

Bene. Noi anarchici, che in tutto l’affare – (che, come dovrebbe essere noto, non comprende soltanto la defenestrazione di Pinelli e il processo «Lotta Continua» – Calabresi, ma tutta la strage di Stato) – siamo interessati in prima persona, non possiamo che prenderne atto e giudicarla un fatto positivo.

Però abbiamo il dovere di precisare che non abbiamo alcuna fiducia in alcuna inchiesta parlamentare, la quale, oltre che rimandare alle calende greche una risposta per noi urgente e improrogabile, non potrebbe che concludersi nel modo in cui si sono concluse tutte le inchieste parlamentari. Nel modo, cioè, rispecchiante gli interessi, i giuochi, gli appetiti, gli equilibri, i compromessi, le ipocrisie, la «bassa politica» dei partiti che costellano il parlamento e dei governi in carica. Il tutto a prescindere dai dubbi sulla buona fede, che non saremmo disposti a riconoscere a tutti i componenti la eventuale costituenda commissione; e a prescindere dagli ostacoli di varia natura che sarebbero frapposti tra il funzionamento e l’operato della stessa e la verità da scoprire, a cominciare dai famigerati «segreti di Stato», delle zone d’ombra da non tentare di illuminare, da territori per legge inesplorabili.

E’ da anni che andiamo affermando che siamo convinti che in seno ai governi e forse anche nei meandri di qualche segreteria di qualche partito di opposizione c’è chi sa e conosce tutta la verità e che luride ragioni di Stato o più luride mire di potere ne impongono il silenzio. Non potranno essere, quindi, le inchieste di commissioni parlamentari, espletate e composte da uomini legati ai governi e ai partiti, soggetti ai compromessi e ai ricatti, a rivelare ciò che dall’alto si vuole che rimanga nascosto.

Non resta allora che scegliere l’altra via, quella della protesta totale, della denunzia pubblica, del contrattacco consistente nello sforzo di fare comprendere a tutti che la verità sulla morte di Pinelli non riguarda soltanto i personaggi della vicenda giudiziaria, allo stesso modo che la verità sulla strage di Milano non può essere ricercata e trovata soltanto fra le pieghe di una montagna di carte processuali. Si tratta di fatti politici, che come tali debbono essere affrontati e da tutti. Gli «addetti ai lavori» non sono soltanto i giudici, gli avvocati, i pubblici ministeri, i cancellieri, gli ufficiali giudiziari, gli uscieri, ma tutti, tutti i cittadini. E soprattutto i lavoratori, i cosiddetti proletari, i quali – malgrado quello che inesattamente è stato scritto nella dichiarazione del collettivo politico di difesa di Roma, pubblicata nel numero scorso di questo giornale e che non può essere condivisa nella sua integrità – sono i grandi assenti (così presi come sono dalle rivendicazioni settoriali e così cloroformizzati dai sindacati e dai cosiddetti partiti di sinistra), nel coro di protesta per le sopraffazioni politiche e giudiziarie nei confronti degli anarchici e degli altri gruppi extraparlamentari, definiti dai loro mandarini come «lupi mannari» affetti da infantilismo politico.

 

Umanità Nova 19 giugno 1971 Uno sporco affare Placido La Torre

31 agosto 2011

Non è possibile capire Il significato e la portata della ricusazione del presidente Biotti (questo ennesimo «affare» che sconfina dai limiti del piccolo mondo giudiziario per straripare in quello più vasto e più esposto di tutta la vita politica italiana), se si dimentica a quale «momento processuale» era arrivata la causa per diffamazione, sconsideratamente intentata dal commissario Calabresi contro il responsabile di «Lotta Continua», che lo aveva ripetutamente indicato come l’assassino del compagno Pinelli.

Il Tribunale di Milano, nel corso di un dibattimento che aveva visto — e fatto vedere — come i vari pezzi di un fatiscente edificio costruito da un giudice istruttore per dimostrare un «suicidio», al quale già nessuno era disposto a credere, andavano mano a mano scollandosi, aveva accolto un’istanza della difesa del prof. Baldelli, diretta alla esumazione della salma del compagno Pinelli per nuovi esami di natura medico-legale sui suoi poveri resti e per taluni accertamenti sui suoi vestiti indossati al momento della precipitazione dal quarto piano dei locali della questura.

L’ordinanza di nuova perizia, se è vero che da questo momento scatta il meccanismo della ricusazione, aveva turbato i sonni del dott. Calabresi e aveva spinto il di lui legale ad adoperare gli strumenti processuali per ottenere l’insabbiamento di una causa che minacciava di concludersi in maniera disastrosa per il querelante, il quale agli occhi di tutti appariva ormai come il vero imputato del processo.

Occorreva non soltanto sbarazzarsi del presidente Biotti, ma soprattutto ottenere la revoca della ordinanza di perizia, di quella perizia, cioè, che, indipendentemente dal risultato, e per il solo fatto di essere stata disposta, non poteva che assumere, inequivocabilmente, il clamoroso significato, sanzionato da un atto processuale, (l’ordinanza di perizia, per l’appunto), che tutto quello che si era detto e propalato dalle fonti ufficiali, dalla «voce del sistema», a proposito del meccanismo della morte dell’anarchico, non appariva convincente. In altri termini, la tesi del «suicidio», tesi non soltanto del giudice istruttore dott. Amati, che sbrigativamente aveva ritenuto di dovere «archiviare» il caso; ma tesi utile e, ovviamente, necessaria allo Stato, veniva ad essere posta in dubbio e, guarda caso, (e sta tutta qui la pietra dello scandalo), proprio da un tribunale, cioè da un organo del sistema e dello Stato.

Il fatto, dunque, agli occhi dei cultori della ragion di Stato assumeva le proporzioni di un vero e proprio tradimento.

Cosicché il dott. Calabresi, tramite il suo legale, non ha fatto altro che cogliere il momento propizio per l’istanza di ricusazione, adducendo tutti quei motivi che da diversi mesi teneva accumulati e nascosti nel cassetto e che si era ben guardato da allegare nel giudizio «prima che fossero compiute le formalità di apertura del dibattimento », come vorrebbe il codice di procedura penale, o, almeno, nel momento in cui ne era venuto a conoscenza.

La manovra del commissario, tendente all’unico scopo di arrestare una istruttoria dibattimentale giunta a un punto che a lui appariva dissacrante, e a ricucire la verginità, ahimè per sempre perduta, alla cosiddetta tesi ufficiale del suicidio, si è mossa in triplice direzione e con tre atti diversi, di cui due di natura strettamente processuale e uno di natura amministrativa.

Si è, con un incidente di esecuzione, impugnata la «diabolica» ordinanza di perizia, chiedendosene la revoca. Si è presentata una istanza di ricusazione del presidente Biotti. Si è inviata una lettera-esposto al Consiglio superiore della magistratura per l’instaurazione di un procedimento disciplinare nei confronti dello stesso giudice.

Tutte e tre le azioni hanno raggiunto, o stanno per raggiungere il loro scopo.

Si sa – al momento in cui scrivo – che il presidente Biotti è stato ricusato (e, come al solito e con la solita scorrettezza, la stampa ha avuto la notizia prima dello stesso interessato, dott. Biotti, al quale per legge il provvedimento deve essere notificato); che il procedimento disciplinare contro di lui, con una tempestività inconsueta negli uffici del consiglio superiore della magistratura, è stato iniziato e si parla già, come misura precauzionale, in attesa di una decisione definitiva, di un trasferimento in altra sede.

Per quanto riguarda la revoca dell’ordinanza di perizia, ancora nessuna decisione è stata presa e bisogna attendere il 18 giugno per conoscere ciò che penserà in proposito il nuovo tribunale che dovrà riesaminare ex novo il processo Calabresi-Lotta Continua.

In proposito c’è, però, da osservare e subito -per conferma di quanto abbiamo detto più sopra circa la vera ragione di tutto l’affare, consistente in una volontà statale di non compromettere la «verità ufficiale del suicidio» – che la motivazione del provvedimento di ricusazione della Corte d’Appello di Milano, mentre ritiene validi tutti gli atti processuali assunti nel corso del dibattimento dal tribunale presieduto dal dott. Biotti, sospende il suo giudizio per quanto riguarda la validità dell’ordinanza di perizia, demandandolo al nuovo collegio giudicante, cadendo in tal modo, a nostro avviso, in un palese vizio di contraddizione, giacché non è dato comprendere come possano essere giudicati validi sotto il profilo dell’obiettività, della serenità e della correttezza morale del giudice, (l’unico profilo che poteva esaminare la corte d’appello), tutti gli atti, tranne uno, proprio quello che più interessa al commissario Calabresi.

Coerentemente la corte avrebbe dovuto considerare valida anche l’ordinanza di perizia, e ciò facendo non avrebbe pregiudicato «la serenità e l’obbiettività» del nuovo tribunale che sarà chiamato a rifare il processo, il quale, è bene sottolineare, anche se la corte che ha giudicato sulla ricusazione avesse, come era logico e naturale, ritenuto formalmente valida l’ordinanza di perizia, avrebbe potuto ugualmente riesaminarla, modificarla o anche cancellarla, potendo, come sta scritto nei codici, tutte le ordinanze essere in qualsiasi momento revocate.

Perchè, allora, la Corte non ha ritenuto di dichiarare valida anche la ordinanza di perizia, come ha fatto per tutti gli altri atti del dibattimento, e ha affermato che per tale dichiarazione era incompetente?

La risposta potrà essere ricavata dall’attento esame della motivazione del provvedimento di ricusazione, la quale contiene non una pura e semplice dichiarazione di incompetenza, come era giusto attendersi; ma tutto un preciso discorso, sia pure esposto in una prosa dal contenuto apparentemente oscuro, confuso e ambiguo, rivolto a coloro che hanno orecchi per intendere e intelletto per capire.

Così sta testualmente scritto nella motivazione del provvedimento di ricusazione adottato dalla corte d’appello di Milano: «Sarà invece di esclusiva competenza del Tribunale – chiamato a pronunciarsi in sede di incidente di esecuzione, anche questo proposto dall’avv. Lener in seguito al rinvio a nuovo ruolo del processo per compiere la nuova perizia – decidere se l’ordinanza debba essere mantenuta ferma nella sua interezza perché rispondente alla esatta ed obiettiva valutazione degli elementi già acquisiti o debba essere modificata nella sua sostanza o nelle modalità relative alla sua esecuzione. Risulta manifesto che ad esprimere tale decisione non possa essere chiamato quel magistrato che ha concorso ad emettere il provvedimento contro il quale si muovono le lagnanze dell’avv. Lener e che con il suo comportamento ha dato motivo quanto meno di sospettare che il giudizio espresso sulla necessità e sull’opportunità dell’indagine istruttoria disposta non sia stato effetto di un convincimento obbiettivo maturato a seguito della valutazione dei dati probatori già raccolti nel processo, bensì sia stato la risultante di un proposito predeterminato inteso ad acquisire elementi. che, almeno nelle intenzioni del ricusato, a tale finalità avrebbero offerto motivo per pervenire».

Dunque – e chi deve intendere, intenda! – la Corte di Milano ha sentito il bisogno, dopo di essersi dichiarata incompetente a decidere circa la validità dell’ordinanza di perizia, di precisare che sussistono fondati motivi per sospettare della necessità di nuove indagini istruttorie disposte dal collegio presieduto dal dott. Biotti e che, afferma, potettero essere «effetto non di un convincimento obbiettivo», ma piuttosto «risultante di un proposito predeterminato inteso ad acquisire elementi che, almeno nelle intenzioni del ricusato, a tale finalità avrebbero offerto motivo per pervenire»!

A parte l’ovvia considerazione che l’ordinanza di perizia «per stabilire in modo incontrovertibile e definitivo come è morto l’anarchico Pinelli», era stata disposta da un tribunale, che, come ognuno sa, è composto da tre membri e che, invece, il «ricusato» era uno solo di loro, e ciò bastava per doverla ritenere valida, a meno che non si voglia sostenere che gli altri due giudici erano succubi e « plagiati» dal dott. Biotti, a nessuno può sfuggire come il giudizio della corte d’appello di Milano, (che è sempre un organo superiore rispetto al tribunale che dovrà esaminare la validità della ordinanza), circa il sospetto della nuova perizia, non possa non essere inteso come un suggerimento, o, per lo meno, obbiettivamente rivelarsi tale, e rivolto ai giudici che dovranno decidere se revocare la ordinanza di perizia, se modificarla o confermarla nella sua integrità.

Tale parte di motivazione, sopratrascritta (la cui gravità, per il suo obbiettivo significato di preventiva ingerenza sul giudizio di altri giudici, è sfuggita a tutta la stampa, anche a quella parte di essa che si è sentita scandalizzata e allarmata per la ricusazione di Biotti e che ha aspramente criticato l’intenzione di volere impedire lo accertamento di una verità, «di cui tutti hanno ansia e sete»), è, riteniamo, quella che più è piaciuta a Calabresi e al di lui legale, perché con essa, appunto, dichiarandosi in sospetto la necessità della esumazione della salma di Pinelli, si opera il recupero, o il tentativo del recupero, della tesi ufficiale del «suicidio».

Tutto il resto – (la ritardata carriera del dott. Biotti, i conclamati patteggiamenti con l’avv. Lener, le minacce, le pressioni, i pensamenti e i ripensamenti di un vecchio giudice, le di lui frustrazioni, le epistole più o meno raccomandate o più o meno custodite in casseforti notarili, i desideri o le pressioni di alti personaggi di altissimi consessi) – costituisce, a parte la scarsa verosimiglianza di molti particolari raccontati dal ricusante e la contraddittorietà di essi, un insieme di piccole e grandi miserie che giovano solo a rendere più sporco tutto l’affare, un affare di Stato, che, cominciato nell’autunno del ’69, continua a gravare pesantemente e tenebrosamente sulla vita della società italiana. anche se di tanto in tanto e grazie alla tenacia di uomini e gruppi collocatisi fuori del sistema, squarci di verità appaiono all’orizzonte.

 

Umanità Nova 19 giugno 1971 La salma di Pinelli terrorizza i complici degli attentati di Il Comitato politico-giuridico di difesa

31 agosto 2011

«Se uno ride in un tribunale il giudice togato lo caccia via, ma ridere di fronte a questa giustizia, piuttosto che dar di stomaco, è oggi segno di compostezza»

 Umanità Nova 19 giugno 1971

 Siamo alla nausea

 Dobbiamo attenderci ancora altri clamorosi e spudorati tentativi per salvare la «verità di Stato» sull’assassinio del compagno Pinelli, ma ne abbiamo ormai abbastanza, siamo stufi e nauseati  di questa sporca faccenda.

 Ieri 12 giugno a Milano, nel corso della manifestazione extraparlamentare per la casa, erano più di ventimila, forse trentamila a gridare: «Calabresi assassino». In diciotto mesi questo grido è  risuonato inconfondibile in tutte le piazze, in ogni assemblea, perfino nelle aule dei tribunali. Eppure nella «patria del diritto» non si è trovato un magistrato capace di far aprire quella  tomba, di condurre una indagine pulita che troncasse la sfacciata mobilitazione contro l’evidenza, contro la verità, di tutti gli organi dello Stato.

 «Si può immaginare una cosa più schifosa? No, una cosa più schifosa della “giustizia” borghese in generale e della “giustizia” sull’assassinio di Pinelli in particolare, non si può immaginare».  Così Luigi Pintor apre un articolo su Il Manifesto dell’11 giugno (del quale abbiamo ripreso anche l’occhiello che è in testa a queste note) e francamente potremmo troncare qui,  disinteressarci definitivamente delle vergognose capriole giuridiche che seguiranno se non fossimo convinti che i motivi che determinarono la morte dell’anarchico sono strettamente legati  agli attentati, compresi quelli del 12 dicembre 1969.

 Pinelli – non lo si dimentichi – ha pagato con la vita il rifiuto di collaborare per incastrare Valpreda e l’imprudente urlare, sul muso dei suoi aguzzini, di aver capito quale criminale macchinazione si stava ordendo contro gli anarchici.

Questa è la verità che si vuole a tutti i costi nascondere. Altrimenti non si spiegherebbero le reiterate violazioni di ogni diritto e della legge da parte di chi è preposto a fare rispettare e ad applicare la legge stessa.

 Dove si vuole arrivare?

 Il commissario Calabresi, è ormai chiaro, non intende mollare, non intende cioè fare la testa di turco, pagare per errori ed orrori non da lui o non da lui solo commessi.

Indubbiamente ci troviamo di fronte ad una unica colossale montatura poliziesca e Calabresi non è che una rotella dell’ingranaggio che si è messo in moto per abbattere sul Movimento anarchico i più pesanti magli della reazione.

La morte di Pinelli non era certamente in programma, è stato un «provvedimento» imprevisto e maldestro che si è dimostrato subito pericoloso; minaccia infatti sempre più seriamente di far crollare tutta la impalcatura.

Nel corso del processo a Braschi, Pulsinelli e compagni, accusati degli attentati fascisti del 25 aprile, 1969, si è rivelata, giorno per giorno sempre più chiara, la inattendibilità di falsi macroscopici, in aperta violazione dei diritti della difesa e calpestando ogni una istruttoria costruita su forma procedurale. Ebbene il magistrato responsabile di questo enorme cumulo di arbitri è Antonio Amati, lo stesso che il 12 dicembre indirizzò le ricerche della polizia sugli anarchici, che archiviò l’istruttoria sulla morte di Pinelli, che decise di non dar corso alla denuncia per diffamazione contro il questore Guida, e che fece arrestare Valpreda sulla porta del suo ufficio.

Perchè non sono state scaricate sulle spalle di un solo consigliere tutte queste pesanti incombenze, tutte palesemente collegate a avvenimenti che da circa due anni stanno suscitando seri e fondati dubbi sul comportamento di una certa polizia e di una certa magistratura? Perchè, dal momento che questi dubbi ingigantivano nella opinione pubblica fino a suscitare scalpore e gravissime e non certo larvate denunce di collusioni e complicità, gli organi superiori della magistratura, non sono intervenuti a porre fine allo scandalo? Ed infine, perchè si è affidata al consigliere Biotti la causa Baldelli-Calabresi quando era notorio che tra Biotti e lo avvocato Lener intercorrevano stretti rapporti di varia natura, oltre che di amicizia, tali da esporlo ad essere ricusato dalla difesa Baldelli?

Ma c’è di più e di peggio. Ora un gruppo di parlamentari comunisti chiede l’intervento del Consiglio superiore della Magistratura al quale vengono segnalati anche i «comportamenti arbitrari o addirittura oggettivamente delittuosi di funzionari e agenti di P.S.». Sennonché questo supremo organo di autogoverno della magistratura è chiamato esso stesso in causa nella persona di un suo ancora anonimo membro esplicitamente compromesso, stando alla versione di Lener, per avere tentato di corrompere il presidente del tribunale Biotti.

 Ma chi ci crede?

 Non si può dare alcun credito però alla versione di Lener perchè nella magistratura della repubblica italiana non si fa carriera in quel modo, perchè un magistrato qualificato e con tanti anni di esperienza’ giudiziaria sulle spalle non va a confidare certe cose proprio alla «parte lesa». Accettando quella versione dovremmo chiedere alla Corte di Appello, che l’ha convalidata, perchè non sono stati disposti accertamenti sul presunto tentativo di corruzione.

E se invece tutto il losco intrico fosse stato concordato per evitare ad ogni costo di aprire la tomba di Pivelli e Biotti «facesse carriera» (magari in sordina come Guida) proprio per avere fornito a Calabresi la possibilità di mandare a monte il processo?

A questo punto ogni supposizione è legittima, visto che la bestia, ferita e braccata, sferra feroci colpi di coda persino contro membri della sua stessa specie pur di salvarsi. Non trascuriamo il fatto che Biotti era ritenuto un «moderato» e che tutto l’andamento del processo era stato caratterizzato da continue acquiescenze verso i poliziotti testimoni che mentivano sfacciatamente, erano reticenti o si contraddicevano, senza che fossero diffidati o almeno richiamati.

Ora Biotti si difende attaccando e quando rivela che la polizia lo pedinava e gli controllava il telefono (le stesse attenzioni erano riservate anche agli altri due giudici della corte), la polizia si ribella e lo accusa di falso. Ma noi sappiamo che centinaia di intercettazioni telefoniche sono state operate dalla polizia in questa losca faccenda, senza che appaiano depositate agli atti dei relativi procedimenti le debite autorizzazioni della magistratura. Valgano per tutte le intercettazioni telefoniche effettuate sull’apparecchio del Pinelli, delle quali è fatto cenno in un verbale del 13 gennaio ’70 di Allegra, ma che non risultano autorizzate da nessun magistrato.

In tutto questo bordello c’è un puzzo d’intrico che sta ammorbando il paese e dal quale nessun organo dello Stato può uscirne pulito. Si potrà sopportare, senza eccessivo clamore o danno, che un quotato magistrato come Biotti venga fatto fuori da un giorno all’altro e presentato all’opinione pubblica come uno stupido e un corrotto, ma non sarà possibile che 50 milioni di italiani accettino la patente di imbecilli.

Dovranno metterci le mani tutti in questo infido marasma, anche il parlamento. Potranno anche riuscire a non scoperchiare quella tomba o potranno lasciarla aprire quando ormai ogni accertamento sarà impossibile e potrebbero persino trovarla vuota, come già si sussurra su diversi giornali, ma «il nome di Giuseppe Pinelli sembra destinato a rimanere legato ad uno di quegli “affari di Stato” che segnano una data nella storia dei Paesi».

E’ quello che andiamo dicendo dal dicembre del 1969: un «delitto di Stato» per coprire i responsabili della «Strage di Stato». Soltanto che adesso a sostenerlo, sia pure, con circospezione, con le parole della frase precedente riportata tra virgolette, c’è anche Il Messaggero quotidiano notoriamente filogovernativo.

Cavilli ed astuzie per ingannare la giustizia.

La ricusazione del giudice Biotti, ha sollevato nel paese indignazione e scalpore. L’opinione pubblica è sconcertata e scandalizzata. La stampa ha stigmatizzato l’accaduto con irate e sdegnate invettive.

Tutto ciò servirà però a ben poco se una massiccia azione politica non interverrà per imporre lo scavalcamento di tutti i cavilli e le astuzie giuridiche messe in atto con il preciso intento di insabbiare la verità ed ingannare la giustizia.

Si è avuta una ondata di proteste, oltre ai comunisti anche deputati socialisti hanno presentato interrogazioni ed annunciato richieste per la istituzione di una Commissione parlamentare d’inchiesta sull’atteggiamento di tutti gli organi dello Stato sulla Strage di Milano, ma noi siamo assolutamente scettici sulla efficacia di simili iniziative che, allo stato dei fatti e dopo numerose esperienze del genere, tutte negative, ci appaiono come espedienti demagogici destinati piuttosto a sopire lo scandalo che ad ottenere una «giustizia» diversa da quella che lo Stato ci somministra ed impone.

Del resto richieste ed interrogazioni parlamentari del genere sono già state avanzate, sempre sullo stesso « affare di Stato» circa un anno fa, anche allora alla vigilia di elezioni, ma sono rimaste senza esito, senza risposta.

Pinelli è stato assassinato e non solo non si vuole colpire i suoi carnefici ma si tenta di ostacolare in ogni modo l’accertamento della verità sulla strage di Milano perchè quella verità è strettamente connessa con i motivi che decretarono la morte di Pino. Si sono così accumulate altre vittime al già pesante bilancio della strage.

Mentre si professa fiducia nella legalità repubblicana e nella fallimentare democrazia parlamentare e ci si affida a strumenti tradizionalmente inutili come le inchieste parlamentari, il corpo del compagno Pinelli avrà tutto il tempo di decomporsi e Gargamelli, Valpreda, Borghese, Mander, tutto il tempo di marcire in galera.

Tutto ciò è mostruoso e se non si troverà al più presto una soluzione che tronchi di netto gli ignobili disegni degli assassini, l’accusa di complicità investirà anche quegli uomini e quei partiti la cui inettitudine politica ha lasciato e seguita a lasciare al fascismo ed ai suoi alleati ogni libertà di manovre eversive e liberticide negli organi dello Stato, nel governo, nel parlamento, nel paese.

Questo non è più un caso giudiziario. Siamo in pieno clima di sovversione fascista. Si è sorpassata ogni misura, persa ogni dignità, calpestato ogni elementare sentimento umano, vilipeso il senso della giustizia.

L’ombra del Pinelli e le vittime della «strage di Stato» e di tutti gli orrori polizieschi e giudiziari di questi tempi hanno tramutato la «patria del diritto» in «patria del delitto».

Il Comitato politico-giuridico di difesa

Valpreda è innocente La strage è di Stato Giustizia proletaria contro la strage dei padroni Guida al processo a cura del Soccorso Rosso 1972

24 giugno 2011

 

Il 23 febbraio è fissato al Tribunale di Roma l’inizio del «Processo Valpreda». Finalmente la classe dominante è costretta a riportare in «pubblico» – attraverso la sua magistratura – tutta la questione delle bombe di Milano e Roma del 12 dicembre 1969. Diventati ad un tempo «capro espiatorio» giudiziario e pretesto politico per la strage di Stato, Valpreda e gli altri compagni anarchici si trovano da più di 2 anni in carcere senza alcuna prova attendibile a loro carico, mentre ormai sono schiaccianti le prove della responsabilità materiale dei fascisti e del loro diretto collegamento politico e finanziario non solo con certi settori del padronato italiano e degli organi dello Stato, ma anche, a livello internazionale, con le centrali di spionaggio e di provocazione dei colonnelli greci (KYP) e dell’imperialismo (USA).

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Le lotte…

Nelle lotte del 1969 – prima con l’esplosione spontanea del maggio-giugno alla FIAT e alla Pirelli e poi con la generalizzazione dell’autunno caldo – l’autonomia operaia aveva attaccato direttamente i padroni nei momenti fondamentali della struttura di potere, mettendo in crisi la produttività e l’intensificazione dello sfruttamento, ponendo in questione le radici stesse del modo di produzione capitalistico.

In questa situazione – con un’escalation che dagli attentati «greci» del 25 aprile (alla Fiera di Milano e alla Stazione), attraverso la scissione «americana» del P.S.U. nel luglio e gli attentati dell’agosto ai treni, arrivò alle bombe di Milano e Roma del 12 dicembre, precedute da una catena di circa 200 attentati terroristici – si sviluppò quella strategia della tensione che ebbe come momento culminante proprio la strage di  Stato.

L’uso politico…

Le bombe del 12 dicembre le fecero mettere i padroni, ma non tutti i padroni. Tutti i padroni però le utilizzarono e ne gestirono le conseguenze politiche e sociali.

Tutto uno schieramento della classe dominante – borghesia della piccola e media industria e della rendita fondiaria, alti gradi delle burocrazie statali, amplissimi settori della destra politica – considerava la «strage» come il punto di partenza di un disegno strategico che – partendo dai rancori della cosiddetta opinione pubblica contro il movimento operaio – determinasse un preciso spostamento a destra, con progetti che andavano dalla «Repubblica presidenziale» dei socialdemocratici e dei democristiani fino al golpe fascista di Junio Valerio Borghese.

D’altra parte, tutto l’altro schieramento della classe dominante – il capitale monopolistico-finanziario, i grandi padroni «tradizionali» (Agnelli e Pirelli) e i managers dell’industria di Stato, le forze «democratiche» dell’area governativa, i settori «moderati» dell’apparato statale – utilizzò immediatamente le bombe, anche se non le aveva ordinate, come strumento di ricatto anti-operaio e come occasione di un violento attacco repressivo contro le avanguardie di lotta.

Proprio sui morti di Piazza Fontana, la borghesia italiana ritrovò la convergenza dei propri interessi e avviò il tentativo di ricomporre la sua unità di classe: fece chiudere i contratti e ricostituì il governo di centro-sinistra, scatenando la più dura e violenta repressione.

Per parte loro, i partiti della sinistra istituzionale non solo permisero quest’offensiva, ma attaccarono essi stessi in modo diretto le lotte operaie nelle fabbriche, rilasciando la parola d’ordine della produttività (cioè dell’intensificazione dello sfruttamento) e delle riforme (cioè della razionalizzazione dello sviluppo capitalistico).

La strage…

Se i rapporti di forza, sul piano politico generale saranno completamente favorevoli alla classe dominante essa cercherà di arrivare direttamente alla condanna di Valpreda per «ragion di Stato». Ciò equivarrebbe a un tentativo apertamente reazionario di radicalizzare l’attacco repressivo già in atto contro il proletariato e le organizzazioni della sinistra rivoluzionaria, nei confronti delle quali oggi viene fatto sempre più pesantemente ricorso alla minaccia e all’intimidazione della legge borghese e dei suoi tribunali – vedi il processo a Potere Operaio e a Proletari in Divisa – Ciò equivarrebbe a una sorta di «reinnesco politico» delle bombe di Milano e Roma.

Non è da escludere, tuttavia, la possibilità che, durante il processo, prevalga quella tendenza della classe dominante che, per evitare i pericoli di una radicalizzazione dello scontro politico sulla strage di Stato, già da molti mesi sta cercando di spoliticizzare tutta la vicenda trasformando il processo in una specie di grosso caso giudiziario su cui si dovrebbero confrontare «colpevolisti» e «innocentisti».

Da questa seconda ipotesi la borghesia potrebbe ricavare un recupero del prestigio democratico delle sue istituzioni, soprattutto della sua Magistratura.

Da parte loro le organizzazioni del movimento operaio ufficiale, che si presentano al processo con la parola d’ordine «sia fatta luce», giocheranno un ruolo completamente subalterno alla classe dominante, perché chiedere agli organi dello Stato di far luce sulla strage di Stato, vuol dire cercare di ridare una patina di democraticità proprio a quella magistratura che è stata uno dei principali strumenti di copertura della strage stessa.

D’altra parte essi arriveranno al massimo ad ottenere una assoluzione di Valpreda per insufficienza di prove chiudendo tutto con il compromesso più squallido e mistificante.

Far ricadere…

Al Processo Valpreda il vero imputato dovrà essere lo Stato borghese. Ciò sarà possibile solo nella misura in cui al diritto della borghesia – che si «celebra» nei tribunali, ma si fonda realmente sulla violenza strutturale e sistematica dello sfruttamento capitalistico – si contrapporrà radicalmente il diritto del proletariato, che non si esprime nell’accettazione delle «regole del gioco» imposte dalla classe dominante nelle sue istituzioni, ma si realizza invece col rovesciamento dei rapporti di forza nello scontro politico e di classe.

Sarà dunque lo sviluppo della lotta di massa a tutti i livelli (dentro e fuori Ie aule del tribunale) che potrà effettivamente imporre la giustizia proletaria contro la strage dei padroni.

Quest’opuscolo vuol essere un semplice strumento di documentazione su persone e fatti connessi alla «strage di Stato», un contributo per la campagna che dovrà svilupparsi in tutto il paese non solo per imporre la verità rivoluzionaria sugli avvenimenti del 12 dicembre ’69, ma soprattutto per far comprendere a settori sempre più vasti della classe operaia e degli altri strati sociali sfruttati, come la «strage di Stato» (e così pure l’assassinio di Pinelli, l’eliminazione degli altri testimoni, ecc.) sia stata soltanto il risvolto più appariscente della violenza quotidiana che la logica borghese del profitto e dello sfruttamento esercita su milioni di proletari e come anche le bombe di Milano e Roma abbiano costituito un’anticipazione degli strumenti che sempre più sistematicamente la criminalità capitalistica porrà in atto quanto più si radicalizzerà lo scontro di classe.

 

 

 

 

 

 

 

 

Valpreda

Come la polizia e la magistratura italiana hanno costruito un dinamitardo

La polizia italiana sceglie Valpreda come l’imputato n. 1 della strage di Stato che si sta preparando già dagli attentati ai treni dell’agosto ’69, dopo che si è rifiutato di collaborare (nel loro linguaggio si dice così fare l’infiltrato e la spia), ed ha rifiutato anche la 500 nuova fiammante che la polizia vuole regalargli a tutti i costi. É da allora infatti che incomincia la persecuzione. Ardau e Di Cola, due compagni anarchici, testimoniano che Valpreda è continuamente pedinato dalla polizia e che riceve intimidazioni continue ed assurde. A ottobre gli ritirano il passaporto. A novembre viene provocata a bella posta una rissa a Trastevere, dove Valpreda viene picchiato da un gruppo di giovinastri, e dove la polizia inventa che Valpreda avrebbe difeso una bomba scoppiata in Spagna – nessuna bomba è scoppiata in quel periodo – e di qui la reazione e le botte dei presenti.

Si comincia a costruire il dinamitardo.

Da questo momento in poi Valpreda diventa l’anarchico più fotografato del mondo: gli schedari di polizia si riempiono di sue foto, qualcuna addirittura a colori, già bella e pronta per essere stampata (v. la foto pubblicata su Epoca, subito dopo gli attentati, presa durante una manifestazione.

La macchinazione continua

Sempre in funzione di Valpreda viene creato il circolo 22 marzo, composto da un po’ di anarchici, dal fascista Merlino, che per l’occasione fa I’anarchico, e da un poliziotto travestito anche lui da anarchico, Salvatore Ippolito, di cui parleremo più avanti.

Il 12 dicembre, due ore dopo lo scoppio della bomba di Piazza Fontana, senza. avere avuto ancora nessuna informazione da Roma, il futuro assassino di Pinelli, il commissario Calabresi, cerca a Milano il pazzo e dinamitardo Valpreda.

Poi quello che tutti sanno: Valpreda viene incarcerato e imputato, insieme ad altri, della strage.

Tutti gli alibi che servono a dimostrare la sua innocenza vengono sistematicamente rifiutati. La zia dice che quel giorno era a letto ammalato; e la zia sarà imputata di falsa testimonianza. E’ chiaro che per la magistratura italiana non tutte le zie sono uguali. Per esempio, c’è la zia di un fascista, un certo Pecoriello, che il 12 dicembre era a Roma, e che i compagni della controinchiesta ritengono che sappia parecchie cose sulle bombe – il giudice Cudillo è costretto a interrogarlo. Che cosa faceva a Roma il 12 dicembre? Era a letto ammalato: lo testimonia la zia. Questa zia alla magistratura italiana sta bene, e Pecoriello può restare tranquillo.

La costruzione del mostro

E la magistratura italiana, nelle persone di Cudillo e Occorsio, con la piena complicità di partiti politici e organi di stampa – tutti, nessuno escluso – può continuare indisturbata la costruzione del mostro. Dopo averlo definito “ballerino non classico” (in quel “non” c’è quasi un rimprovero) Cudillo dice di lui che il suo motto è «Lucifero, Satana, Belzebù» e Occorsio scrive: «Pietro Valpreda appaga la sua esistenza solo nelle “bombe”, la “dinamite”, il “sangue”». Dichiarazioni cretine, ma che si inseriscono perfettamente in tutta la gestione teatrale con cui lo Stato borghese ha condotto la messa in scena della strage. Il principale imputato deve apparire come la «belva umana», l’uomo per cui nessuno può provare pietà, un anarchico che deve appagare la sua sete di sangue. E si è scelto l’uomo giusto: non solo infatti Valpreda è anarchico ma è anche un ballerino non classico, e, quel che è peggio per lui, è anche un «ballerino zoppo», cioè il fallimento completo.

E proprio su questa invenzione assurda si basa la testimonianza definitiva: quella di Rolandi, che dice di averlo portato in taxi alla banca, con borsa, e di averlo poi ripreso senza borsa – e tutto questo per un percorso complessivo di 300 metri. E se ci si chiede perché per un percorso così breve il nostro avrebbe preso il taxi, con tutti i rischi che questo comportava, l’istruttoria ha già pronta la risposta: perché è malato, zoppica, ha il morbo di Burger, non può camminare.

Lo zoppo avrebbe dovuto ballare tre giorni dopo a Canzonissima, ma non importa.

Gli altri imputati

Ma Valpreda solo non bastava; belva sì, ma senza il dono dell’ubiquità. Ci volevano i complici: e i complici erano già belli e pronti in quel circolo 22 marzo creato apposta. Gli altri imputati sono 8, tutti messi dentro con accuse ancora più inconsistenti di quelle di Valpreda; basta a farli ritenere colpevoli l’amicizia con il ballerino e la frequenza al 22 marzo. Le imputazioni si reggono sul nulla, per lo più dichiarazioni del fascista Merlino e del poliziotto spia 007.

Per GARGAMELLI, imputato di aver messo la bomba alla Banca del Lavoro e quindi di corresponsabilità nella strage, basta a farlo incriminare il fatto che suo padre lavorasse proprio in quella banca e, perciò, si dice, la conosceva bene. La testimonianza che lo incrimina è quella di Ippolito, che interviene sempre a richiesta, per tappare i tanti buchi dell’istruttoria «la polizia non penserà mai che Robertino abbia messo una bomba dove poteva morire suo padre»; l’ha detto Borghese, un altro imputato, giura l’Ippolito.

E BORGHESE che avrebbe fatto? Sempre, secondo Ippolito, avrebbe detto, dopo le bombe «Così i capitalisti impareranno a non depositare i soldi in banca». Per Cudillo basta e avanza!

Poi c’è MANDER: avrebbe messo le bombe all’altare della patria perché «fanatico». Ma l’accusa non regge proprio; chi ha messo le bombe all’altare è il fascista Cartocci, e c’è anche chi l’ha visto e Cudillo lo sa. Mander è un imputato troppo scomodo. Allora lo si scarcera, e siccome non si può dichiararlo innocente, lo si dichiara «immaturo» (poco importa se l’immaturo ha preso la maturità in carcere) e quindi non responsabile.

«I frequentatori del 22 marzo sono individui privi di una comune fede politica, disadattati, asociali, esaltati, che si ritrovano uniti nell’odio per il sistema». «I più giovani hanno interrotto ogni colloquio con i propri familiari (Gargamelli, Borghese, Mander) e rinnegano anche i vincoli di sangue».

Sono parole di Occorsio che sottolinea anche «Gli obiettivi prescelti indicano manifestamente che il gruppo operante ha voluto colpire alcune espressioni e simboli della società tradizionale: le banche, gli uomini d’affari, i possidenti agricoli, il simbolo della patria» (Almeno Occorsio parla chiaro: la patria è la patria dei padroni!).

Poi ci sono tutti gli altri, e per tutti lo stesso castello di montature e di menzogne.

Pinelli assassinato dalla polizia

Il «complice» che non si trova

Allora, ricapitolando, le bombe sarebbero state messe così: Valpreda alla banca dell’agricoltura, Mander all’altare della patria, Gargamelli alla banca del lavoro. Ma c’è una banca rimasta scoperta: la Banca Commerciale di Milano, in cui la bomba è stata messa, ma non è esplosa; di conseguenza ci deve essere ancora un complice di Valpreda da trovare. Nella sua requisitoria Occorsio accenna più volte a questo complice con cui Valpreda si sarebbe incontrato a Milano prima della strage, senza però mai nominarlo. Poi confessa l’incapacità di scoprirlo, e aggiunge che comunque… non sarebbe incriminato per strage, dato che la bomba non è scoppiata. Il complice non si trova perché non si è riusciti a incriminare Pinelli. Pinelli è portato in questura il 12 dicembre, appena scoppiano le bombe; bisogna a tutti i costi farlo rientrare nella versione già bella e pronta che magistratura e polizia intendono dare degli attentati, risalendo fino a quelli del 25 aprile e dell’8 agosto ai treni; Pinelli avrebbe preso parte a tutti, sarebbe lui l’elemento coordinatore. Si tratta solo di farlo «confessare». Pinelli rimane in questura 4 giorni, e solo al terzo c’è un verbale di fermo, perché «esistono gravi indizi a suo carico». Infatti, secondo la polizia, dato che era l’unico ferroviere anarchico della stazione di Milano, è l’unico che può aver messo le bombe. Ma non trovano proprio il modo di incriminarlo, Pinelli si rifiuta di firmare qualsiasi verbale e cosi lo buttano dalla finestra. Gli assassini sono: il commissario Calabresi, il tenente Lo Grano, i brigadieri Mucilli, Panessa e Caracuta. Immediatamente sono fissate le prove «evidenti» della colpevolezza: Pinelli si è «suicidato» e, secondo il questore Guida, «il suicidio è un evidente atto di autoaccusa»; infatti «era fortemente indiziato di concorso in strage. Il suo alibi era caduto… Si è visto perduto». In un rapporto del 22/1/70 il capo della polizia Allegra dichiara che Pinelli era implicato in tutte le bombe dall’aprile al 12 dicembre 1969.

Ma la verità comincia a farsi strada e la sinistra rivoluzionaria conduce sui suoi giornali una campagna per spiegare il significato delle bombe e denuncia l’assassinio di Pinelli, e ne porta le prove. Magistratura e polizia si attestano allora su una linea difensiva. Pinelli non solo viene dichiarato innocente, ma addirittura Calabresi, dirà senza nessun pudore che Pinelli è stato fermato solo per dei chiarimenti, ma che era al di sopra di ogni sospetto. Ma i suoi assassini restano indisturbati, protetti da tutto l’apparato dello Stato, e Occorsio liquida così tutta la faccenda nella sua requisitoria sulle bombe: «Il nominato (Pinelli) mentre era in stato di fermo nei locali della questura, in un momento di sconforto, raggiungeva una finestra e si lanciava nel vuoto sfracellandosi al suolo… Non sono stati raccolti né elementi di prova, né indizi che lo leghino all’attività di Valpreda il 12 dicembre».

Il complice non si è trovato, e la strage ha fatto una vittima in più.

Un imputato non previsto: Merlino

Il gioco è stato più grosso di lui

Ma tra gli imputati ce ne è uno che non era previsto, il fascista Merlino. Chi è Merlino? Per anni, si è infiltrato tra i compagni, facendo l’informatore di professione per conto del fascista Delle Chiaie, che poi passava le informazioni al Sid ex Sifar. Nel 22 marzo il suo ruolo è stato quello di agente provocatore, e durante l’istruttoria le sue dichiarazioni sono servite a Cudillo per aggravare la posizione dei compagni, un vero e proprio teste a carico, più che un imputato.

E’ Merlino che dichiara: «Il 28 novembre Roberto Mander mi chiese di procurargli dell’esplosivo… Il 10 dicembre Mander mi confermò l’esistenza di un deposito di armi e di munizioni sulla via Casilina (mai trovato, naturalmente!). Ed è sempre lui che informa che il motto di Valpreda era: Bombe, sangue, anarchia! (Quanti motti ha questo povero Valpreda!). E così via con i suggerimenti e le supposizioni più varie, naturalmente sempre bene accolti.

Sono dichiarazioni che il vigliacco in parte fa per scagionarsi: infatti il gioco è stato più grosso di lui; Merlino faceva il provocatore, ma era una pedina a sua volta, e non era certo a conoscenza del programma completo della strage. Infatti non si procura un alibi inconfutabile per quel giorno, e la magistratura è costretta a incriminarlo; in quanto tra i più in vista del 22 marzo.

Ma per Occorsio tutti i fascisti sono brave persone, ed è inconcepibile per lui l’idea di un fascista che possa fare l’infiltrato e la spia. Ma qui c’è la scappatoia già bella e pronta: Occorsio è un sottile psicologo (tutta l’istruttoria è piena di sue annotazioni psicologiche pseudoscientifiche sulla personalità dei vari imputati – la borghesia preferisce sempre parlare di «caratteri» anziché di politica -) e cosi il fascista spia e infiltrato diventa una specie di esteta, per cui «la sperimentazione di ogni forma di ribellione dall’estremismo di destra a quello di sinistra, costituisce in realtà la ricerca di emozioni sempre più violente»; (bravo: in così poche righe è riuscito anche a farci entrare il discorso degli opposti estremismi).

Le testimonianze inventate

007

Questi dunque gli imputati e le imputazioni. Ma la macchinazione per avere almeno una parvenza di credibilità, deve basarsi anche su delle «testimonianze». E, come si sono trovati degli imputati, adesso si trovano anche dei testimoni. Uno è già lì, bello e pronto. E’ Salvatore Ippolito, detto anche Andrea 007, messo apposta nel circolo 22 marzo, travestito da anarchico, per poterlo poi usare come testimone a carico.

Le motivazioni ufficiali della Questura sono altre che la magistratura naturalmente avvalla: «Sin dall’estate del 1969 l’ufficio politico della questura di Roma aveva ritenuto opportuno disporre che la guardia di PS. Salvatore Ippolito, prendesse contatto, sottacendo la propria qualità e fingendo interesse per le idee anarchiche, …con Valpreda, Merlino e i loro compagni».

«L’Ippolito, che nel suo lavoro di informatore si faceva chiamare Andrea, comincia quindi a riferire e riferisce al Commissario Capo, dott. Spinella, quanto apprende nell’ambiente da lui controllato. Grazie alle informazioni fornite da “Andrea” vengono prevenute ed impedite alcune azioni terroristiche del gruppo 22 marzo» (dalla requisitoria di Occorsio).

A questo punto ci si chiede perché, a parte le rivelazioni sulle inesistenti azioni terroristiche cui si riferisce Spinella, l’informatore non avesse detto niente al suo ufficio politico sulla strage che si stava preparando, visto che il suo mestiere era appunto quello. Qui vengono fuori le contraddizioni più grosse, e anche se polizia e magistratura fanno e gara per farne un testimone credibile, la montatura è troppo grossolana per reggere.

Fa addirittura ridere.

La dichiarazione di Provenza, vicequestore di Roma: «L’Ippolito non si poteva scoprire»; (per questo non avrebbe potuto muovere un dito per le bombe). Ed è in aperta contraddizione con quanto afferma invece la requisitoria, che sostiene più volte, anche se con date diverse, che l’Ippolito all’interno del 22 marzo si era già scoperto da un pezzo, e perciò non sarebbe stato più messo a parte dei piani dinamitardi che si stavano preparando, e costretto quindi all’impossibilità di agire. Su questo punto la stessa magistratura si contraddice per parecchie volte: la fiducia degli anarchici il nostro 007 l’avrebbe persa già da novembre; poi inspiegabilmente, siccome c’è bisogno di tappare un buco dell’istruttoria, di colpo la fiducia gli è restituita tutta intera, e proprio il 14 dicembre, subito dopo la strage, Borghese non solo si sarebbe mostrato molto preoccupato per le sorti della poliziotto spia, che per due giorni non aveva più visto, ma arriverebbe al punto di confidargli: «La polizia non penserà mai che Robertino abbia messo una bomba dove poteva morire suo padre».

Allora, qui non ci sono altre alternative: o l’Ippolito era coperto agli occhi degli anarchici, e, allora, anche se non troppo intelligente, avrebbe dovuto sapere tutto e di conseguenza riferire; o era scoperto, come si afferma ripetute volte nell’istruttoria, e allora Borghese, ammesso che fosse colpevole, non gli avrebbe certo dichiarato certe cose. Conclusione: o la polizia è complice delle bombe perché pur sapendo non le ha impedite, o la magistratura è connivente con i mandanti della strage, perché accetta per buone tutte le panzane di Ippolito, pur sapendo che sono invenzioni, perché non si capisce come se prima era sospetto non lo fosse anche dopo le bombe, quando la sua pericolosità si è ancora accresciuta.

In realtà nell’istruttoria il poliziotto Ippolito ha un ruolo ben preciso e prezioso, analogo a quello del fascista Merlino: confutare gli alibi degli accusati, e su questo punto polizia e magistratura si trovano perfettamente d’accordo.

Il supertestimone

La triste fine di «una persona onesta»

Ma la regia della strage è stata molto più accurata; oltre al testimone che confuta gli alibi degli accusati (Ippolito), ci vuole anche un supertestimone, qualcuno che appaia del tutto insospettabile, persona onesta, completamente al di fuori degli avvenimenti, di cui è appunto «testimone» disinteressato e casuale, qualcuno che la provvidenza stessa ha messo sul cammino della giustizia, CORNELIO ROLANDI, milanese, di professione tassista e attendibile.

Tanto onesto in realtà il Rolandi non è; dicono di lui i giornali che si sono occupati del caso che è un probabile confidente della polizia, semialcolizzato, particolarmente attaccato al denaro. L’Avanti poi ha scritto, mai smentito, che ha subito una condanna per violenza carnale.

Per farlo apparire più credibile e insospettabile, hanno cercato di farlo passare come un iscritto al PCI. Peccato che di tessere Rolandi ne avesse due, quella del PCI e quella del MSI.

Ce n’è abbastanza per una «persona onesta!».

Cominciamo a vedere la casualità della sua testimonianza: tanto casuale non sembra: infatti la sera del 12 il nostro Rolandi, dopo le bombe, si è messo in contatto con la polizia milanese, attraverso un agente. Tutto questo naturalmente non compare agli atti; ma c’è un compagno che intercetta sulla sua radio-ricevente l’ordine della polizia di portare Rolandi in questura, nello stesso pomeriggio del 12 dicembre. Due fonti «insospettabili» confermano questa circostanza (anche i giornali dei padroni talvolta sono un po’ distratti): Il Corriere della Sera e la Domenica del Corriere. Invece agli atti risulta tutt’altro; una crisi di coscienza avrebbe preso il nostro taxista quando si è reso conto di essere stato proprio lui a trasportare la «belva umana» alla banca, con borsa e relativa bomba.

Qualche giorno di macerazione interiore era necessario, e andava meglio nella regia complessiva della strage.

La polizia milanese, nella persona del questore Guida, aveva dichiarato infatti alla televisione che si stavano seguendo tutte le piste possibili, a destra e a sinistra; bisognava perciò lasciar passare un po’ di tempo prima di arrivare a Valpreda, per dare l’impressione di una inchiesta accurata e condotta in modo imparziale. La mattina del 15 improvvisamente Rolandi decide di togliersi questo peso dalla coscienza (così risulta agli atti) e dichiara a uno stupefatto cliente (colpo maestro di regia!) che è stato lui a trasportare l’autore della strage sul posto del delitto. Incomincia la girandola degli interrogatori, delle dichiarazioni alla stampa: tutti gli occhi sono puntati sul supertestimone. In perfetta sintonia, la stessa mattina del 15 Valpreda è arrestato nei corridoi del Palazzo di Giustizia, mentre esce dall’ufficio di Amati dove era stato convocato per una testimonianza.

A parte le contraddizioni che vi sono tra la dichiarazione che Rolandi fa al passeggero (il prof. Paolucci) e la deposizione resa ai carabinieri, la montatura complessiva appare chiara dall’esame del ruolino di marcia del taxista, che è obbligatorio compilare alla fine di ogni corsa: la corsa n. 8, quella che avrebbe trasportato Valpreda alla banca di piazza Fontana, è scritta con una scrittura diversa dalle altre, e l’indicazione del prezzo di questa corsa, lire 600, non corrisponde a nessuna tariffa in uso.

Il supertestimone ha ecceduto anche nello zelo: la borsa del passeggero? Certo, se la ricorda benissimo: non solo manico, cerniera, proprio come quella fotografata sul Corriere della Sera. Invece la borsa usata per gli attentati risulterà diversa da quella pubblicata per errore dal Corriere della Sera. Il nostro evidentemente si è fidato troppo dei giornali.

La criminale messinscena ha il suo punto culminante in quella che dovrebbe essere la fase determinante della testimonianza di Rolandi: il riconoscimento di Valpreda. Lasciamo parlare lui stesso:

– In un primo tempo dichiara che non gli era mai stata mostrata nessuna fotografia di Valpreda, e aggiunge che quando si trattò di fare l’identikit, lui parlava e un carabiniere disegnava.

– Poi un’altra volta dice: «Riconobbi il passeggero nella fotografia mostratami per la prima volta in questura. Erano presenti sia i Carabinieri che i funzionari di polizia». E ancora, durante il confronto con Valpreda dichiara al magistrato: «Mi è stata mostrata dai carabinieri di Milano una fotografia che mi si è detto doveva essere della persona che dovevo riconoscere».

– Durante il confronto – un Valpreda esausto, accanto a degli inconfondibili poliziotti, più vecchi di lui, ben vestiti e pettinati – Rolandi esclama: «Sì, è lui» e poi aggiunge sottovoce: «Mah! Se non è lui qui non c’è…».

Questa, in sostanza, più mille altre contraddizioni che abbiamo tralasciato, che la difesa rivoluzionaria farà saltar fuori nel corso del processo, è la testimonianza su cui si regge tutta l’accusa. Ma un testimone così poteva garantire di reggere al processo? Che credibilità poteva avere? Rischiava di trasformarsi in una prova non della colpevolezza di Valpreda, ma della macchinazione complessiva della strage di stato. L’infelice esito della superteste Zublena era stato istruttivo. Ma anche a questo si è posto rimedio: il 23 giugno ’70 Rolandi viene ricoverato in ospedale per insufficienza epatica. I medici dichiarano che le sue condizioni di salute sono buone, ma Cudillo, si fa rilasciare ugualmente una testimonianza firmata «a futura memoria», valida in tribunale anche in caso di morte del teste (l’avvocato difensore di Valpreda non è nemmeno presente, come dovrebbe, alla stesura di questa testimonianza).

Ha fatto bene Cudillo ad essere tanto previdente, perché il 16 luglio 1971 il superteste, diventato ormai una presenza scomoda, muore nella sua abitazione. Uno in più nella lunga lista dei testimoni morti!

Le testimonianze ignorate

Fascetti

Come già si è fatto per i parenti di Valpreda, incriminati per falso, così tutte le altre testimonianze a suo favore vengono sistematicamente annullate, con tutti i mezzi possibili, nessuno escluso.

Il compagno Fascetti quando sa che una delle prove della colpevolezza di Valpreda consisterebbe nel fatto che il giorno 13 se ne è venuto di corsa a Roma, per accordarsi con gli altri presunti complici, dopo la strage, passando al ristorante Ancora, si rende conto che tutte le testimonianze costruite sulle chiacchiere che Valpreda avrebbe fatto ai ristorante in quella data sono false, perché si riferiscono a episodi di due settimane prima a cui Fascetti era presente.

Allora va da Cudillo per testimoniare. Per parecchie volte il giudice istruttore non lo riceve neppure; poi lo riceve, ma per due volte di seguito non mette a verbale le sue dichiarazioni; la terza volta, costretto da un compagno avvocato lì presente, verbalizza. Ma la legge dei padroni è fatta in modo da non lasciarti spazio, tutte le volte che loro lo vogliono. Infatti c’è un modo molto comodo per eliminare un testimone scomodo: trasformarlo da testimone in imputato. E così fa Cudillo con Fascetti, incolpandolo subito di complicità nella strage. Una accusa pesante, che non può reggere, perché basata sul nulla (gli imprevisti ci sono per tutti, e questo caso non era previsto), tanto che Fascetti viene subito prosciolto senza che a suo carico venga neppure fatta una inchiesta. Il Cudillo conosce bene le regole del gioco, e sa che anche le macchinazioni vanno ben costruite.

Ma resta il fatto che, per quella imputazione, la sua testimonianza ha perso ogni valore.

Il 30 ottobre 1971 il compagno Fascetti è investito da una automobile, e si sveglia all’ospedale in stato di choc non ricordando più nulla dello incidente.

Di Cola e Ardau

L’eliminazione dei testimoni scomodi continua. Enrico Di Cola e Sergio Ardau, i due anarchici romani in grado di testimoniare sul controllo esasperante che la polizia romana esercitava su Valpreda prima della strage come «reo» predestinato, sono anche concordi nell’affermare che i carabinieri romani e la polizia milanese «sapevano» già che Valpreda era colpevole circa un’ora dopo lo scoppio delle bombe, mentre il questore Guida dichiarava alla stampa e alla TV che «si stavano svolgendo indagini in tutte le direzioni». Il 12 dicembre, a Roma, Di Cola, dopo una perquisizione in casa, viene portato alla sezione criminale. Qui viene picchiato e ricattato: vogliono che firmi un falso verbale in cui dichiari che ha visto partire Valpreda da Roma con una «scatola da scarpe» piena di esplosivo (evidentemente i cervelli della polizia hanno avuto delle difficoltà per mettersi d’accordo sul contenitore dell’esplosivo «per andare a fare la strage». E per persuaderlo insistono: «Insomma, lo vuoi capire che non ce l’abbiamo con te, ma ci serve qualcuno per la strage». Quando il compagno rifiuta, si passa alle minacce di morte: «…Ricordati che ti possiamo uccidere come e quando vogliamo, tanto poi nessuno saprà mai cosa veramente è successo… Possiamo sempre dire che è stato un incidente… chi vuoi che non ci creda?». La polizia dei padroni, quando può parla chiaro e giustamente non teme la legge perché sa che è sempre dalla sua parte. «Adesso ti lasciamo, ma possiamo sempre riprenderti e dopo che avrai assaporato un po’ di libertà sarà ancora più duro andare dentro».

Nel gennaio 1970 infatti è spiccato mandato di cattura contro Di Cola; il compagno riesce a scappare, ma ora è costretto a vivere sotto falso nome all’estero: un altro testimone eliminato.

Contemporaneamente a Milano, sempre la sera del 12 dicembre, Ardau è portato in questura, con un pretesto, e arrestato poi per aver trasgredito al foglio di via obbligatorio firmato da Guida. Le bombe sono scoppiate da appena un’ora e quarantacinque minuti e già Calabresi, Zagari e Panessa, gli assassini di Pinelli, sostengono ehe Valpreda è l’autore della strage. Sulla scrivania di Zagari ci sono i frammenti della bomba di piazza Fontana, che veramente dovrebbero già trovarsi nella cassaforte del magistrato, e vorrebbero che Ardau li toccasse; la polizia sta cercando ovviamente un «complice» o un «responsabile della strage» di ricambio e gli andrebbe proprio bene se Ardau lasciasse le sue impronte digitali sulla bomba.

Anche ad Ardau tocca la stessa sorte di Di Cola: dopo essere stato scarcerato riceve continue minacce di morte ed è costretto a fuggire in Svezia.

I veri esecutori della strage

Il silenzio di Stato

La collaborazione tra magistratura e polizia non si esaurisce nella delittuosa macchinazione che usando gli anarchici come capro espiatorio giudiziario, mira a colpire tutta la sinistra rivoluzionaria, ma tende logicamente a coprire i veri esecutori della strage, e quindi i padroni e lo Stato dei padroni che ne è il mandante. Infatti, con sistematicità programmata, tutte le prove a carico dei fascisti vengono ignorate o soppresse. Lo stesso silenzio, la stessa complicità nel coprire i veri esecutori della strage e i loro mandanti la ritroviamo anche più in alto, fino alle cariche supreme dello Stato.

Le testimonianze contro i fascisti

Ambrosini

Il 15 gennaio l970 l’onorevole Stuani, ex deputato del PCI, consegna al ministro degli Interni Restivo una lettera dell’avvocato Vittorio Ambrosini (il ministro ne aveva già ricevuta una in data 13 dicembre). La lettera contiene delle rivelazioni gravissime sulla responsabilità dei fascisti nella strage, rivelazioni che lo stesso Stuani ha portato contemporaneamente anche a conoscenza del PCI. Ma il ministro degli Interni e il partito comunista hanno entrambi preferito tacere, e il contenuto della lettera sarà reso noto al pubblico soltanto nel luglio ’70, quando i compagni avvocati costringono Cudillo ad interrogare Stuani.

Stuani dichiara allora a Cudillo che Ambrosini ha partecipato, la sera di mercoledì 10 dicembre, ad una riunione nella sede romana di Ordine Nuovo, dove, presente un deputato del MSI, era stata presa la decisione di «andare a Milano a buttare per aria tutto». Alla persona che doveva recarsi a Milano venne affidato del denaro, tre pacchi di biglietti di grosso taglio, più un assegno. Questa persona era partita la sera stessa con il direttissimo delle 23,40. L’avvocato Ambrosini si rese conto del significato della riunione solo due giorni dopo, quando seppe della strage.

E questo fatto lo sconvolse al punto che fu colto da choc e ricoverato in clinica. A Stuani disse inoltre che gli organizzatori degli attentati erano le 18 persone di Ordine Nuovo, che avevano compiuto un viaggio in Grecia. Questo, in sostanza, il contenuto delle lettere mandate a Restivo. In seguito (22 luglio) Cudillo interrogherà Ambrosini, che smentisce confusamente. Naturalmente Cudillo accetta la smentita, senza fare nessuna indagine, nonostante la testimonianza inequivocabile delle due lettere.

Ma anche Ambrosini a questo punto è diventato un testimone troppo scottante, forse il più pericoloso per i mandanti della strage di Stato, quei mandanti che bisogna coprire ad ogni costo.

Il pomeriggio di mercoledì 20 ottobre 1971, l’avvocato Ambrosini viene trovato morto nel fossato che gira intorno al Policlinico Gemelli, dove era ricoverato da settembre. Inspiegabilmente i giornali riportano la notizia del «suicidio» soltanto tre giorni dopo, sabato. Inoltre ci sono contraddizioni tra l’ora in cui secondo la stampa sarebbe avvenuto il fatto (le tre del pomeriggio) e le dichiarazioni del personale della clinica, che sostengono che Ambrosini sarebbe morto alle 12,30 circa, appena finito l’orario di visita, cioè quando delle persone estranee potevano ancora trovarsi all’interno senza farsi notare. Ma soprattutto è inspiegabile il fatto che Ambrosini si sia suicidato proprio quando stava per essere dimesso dalla clinica e a detta di tutti appariva contento e sereno.

Un altro «suicidio» si è aggiunto alla lista.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Evelino Loi

Sono molte le testimonianze che confermano e rafforzano le dichiarazioni di Ambrosini e tutti i metodi sono buoni per renderle inefficaci, come nel caso di Evelino Loi. Questo sottoproletario sardo, costretto per vivere in una città come Roma, ad arrangiarsi giorno per giorno, arrivando perfino a fare l’informatore della polizia in cambio di quattro soldi a notizia, non è certo una figura di teste inattaccabile, e può prestare il fianco a molte contestazioni. Quello che qui è interessante sottolineare è il comportamento della questura romana, e precisamente dei funzionari Provenza, vicequestore, e Improta, a cui Evelino Loi va immediatamente a riferire, prima e dopo le bombe notizie che ritiene molto importanti.

Le notizie non vengono prese in nessuna considerazione, e preferiscono addirittura dimenticarsene, fin tanto che non sono costretti a intervenire per le dichiarazioni che Loi rilascia pubblicamente. Non possono smentirlo, e incriminarlo per falso come vorrebbero e riescono a liberarsene solo ficcandolo in galera per contravvenzione al foglio di via obbligatorio (gran risorsa delle nostre questure quando non sanno che pesci pigliare).

Che cosa ha raccontato il Loi?

Di essere stato avvicinato, alcuni giorni prima dello sciopero generale del 19 novembre, dal comandante Bianchini, e dal vice comandante Santino Viaggio, ex appartenenti alla X MAS, membri dell’organizzazione fascista Fronte Nazionale e collaboratori diretti del suo capo, Valerio Borghese (quello del colpo di Stato). Il Viaggio e il Bianchini gli proposero di partecipare, a pagamento, ad azioni terroristiche che avrebbero dovuto svolgersi contemporaneamente a Roma e a Milano. In un successivo contatto, dopo la manifestazione dei metalmeccanici, furono più espliciti e dissero che «poteva scapparci anche il morto», e di conseguenza gli promisero molti soldi, se avesse accettato. Questo il racconto che il Loi fece in questura prima delle bombe, per ben tre volte di seguito.

Nessuna indagine fu fatta. Il Loi torna ancora in questura, questa volta dopo la strage, per rifare il suo racconto, e il funzionario Improta lo congeda raccomandandogli di non parlarne con nessuno: «E’ meglio per te… non passi guai». Non fu mai fatto naturalmente nessun verbale.

E solo quando Loi, dopo aver raccontato queste cose ai giornalisti mostra i lasciapassare che testimoniano che è effettivamente andato in questura proprio nei giorni prima della strage, CudiIIo è costretto ad interrogare il vice questore Provenza, che smentisce come può il Loi, ma è costretto ad ammettere che effettivamente questo gli ha raccontato di essere stato avvicinato prima degli attentati dal fascista Viaggio  «per fare qualcosa». Ma nessuno farà indagini in questa direzione. Anzi, quando il Loi sarà interrogato da Cudillo e Occorsio sarà consigliato a scegliersi al più presto un avvocato di fiducia perché ciò che sta dichiarando potrebbe costituire reato. Che correttezza esemplare! In questo modo Loi non continuò più il suo racconto, e venne in seguito incarcerato per contravvenzione al foglio di via.

Arbanasich

Un esempio di come abbia proceduto sempre il giudice Cudillo negli interrogatori dei testi a carico dei fascisti lo troviamo nell’episodio dell’Arbanasich, che va a testimoniare che il suo fidanzato, certo Paolo Zanetov, fascista di Ordine Nuovo sapeva già delle bombe prima della strage.

Infatti passeggiando con lei, a Roma il pomeriggio del 12 dicembre a un certo punto aveva guardato l’orologio dicendo che ormai quello che doveva succedere era già successo (erano appena scoppiate le bombe all’altare della patria).

Il racconto di come si è svolto il confronto tra lei e lo Zanetov alla presenza di Cudillo ce lo fa la stessa Arbanasich in una dichiarazione scritta di suo pugno che Cudillo è stato costretto ad allegare agli atti del processo: «Appena entrata il giudice mi ha detto – Allora signorina il ragazzo qui ha smentito tutto. Gli racconti come si sono svolti i fatti -. Io ho detto che eravamo usciti e stavamo camminando per il centro quando ad una certa ora lui mi ha detto che quello che doveva succedere a quell’ora era già successo. A questo punto Paolo è intervenuto dicendo che era tutto falso e il giudice rivolgendosi a me ha detto – Guardi signorina che lei rischia l’arresto per falsa testimonianza – … Il giudice poi rivolgendosi a me ha chiesto quanti anni avevo. Gli ho risposto 21 e Paolo ha aggiunto – E’ pure maggiorenne -, mentre il giudice mi faceva capire che alla mia età non è il caso di andare in giro a raccontare panzane… Il giudice mi ha chiesto se ero sicura che Paolo fosse appartenuto all’Ordine Nuovo; alla mia risposta affermativa, Paolo disse che non era vero e che in quel periodo era militante nel MSI come segretario giovanile della sezione Balduina… Poi ha chiesto a Paolo perché avessi detto quelle cose, Paolo disse che la riteneva tutta una macchinazione in quanto io lavoro alla CGIL, sono «comunista»… Il giudice gli ha chiesto se poteva cercare di ricordarsi cosa avesse fatto il giorno degli attentati, e se eventualmente poteva portare dei testimoni che potessero provare che stava con loro, e quindi rivolgendosi a me ha detto che se Paolo effettivamente avesse portato questi testimoni rischiavo di essere accusata di falsa testimonianza».

L’Arbanasich ritratterà tutte. le sue dichiarazioni sullo Zanetov in un interrogatorio successivo, dopo aver subito parecchie intimidazioni e minacce anonime, oltre al rischio di essere incriminata per falsa testimonianza. L’istruttoria chiude la vicenda escludendo che lo Zanetov sia in qualche modo legato agli attentati del 12.

Lorenzon

Il 18 dicembre 1969, sei giorni dopo la strage di Stato, il prof. Guido Lorenzon, di Treviso, dichiara al sostituto procuratore locale di avere ricevuto gravi confidenze dall’amico Ventura, noto fascista veneto, collegato ad Ordine Nuovo, di professione libraio.

Il Ventura gli ha raccontato di aver finanziato direttamente tutti gli attentati ai treni dell’agosto 1969 (quelli che la questura milanese ha attribuito agli anarchici e di cui voleva incolpare Pinelli) e di aver partecipato a delle riunioni fasciste in cui fu organizzata la strage di dicembre. E il Ventura è anche in grado di descrivergli perfettamente il sottopassaggio della banca nazionale del lavoro di Roma, dove poi avvenne uno degli attentati, quello attribuito all’anarchico Gargamelli.

A questo punto Cudillo è costretto a convocare Lorenzon e Ventura a Roma per interrogarli.

La conclusione, prevedibile, di Cudillo è che «le accuse di Lorenzon sono destituite da qualsiasi fondamento».

Occorsio fa ancora di più, e dichiara ai giornalisti «Ventura è una persona onesta, un galantuomo».

Le accuse di Lorenzon tanto destituite da qualsiasi fondamento non erano, se altri magistrati sono stati costretti a riprendere in mano la vicenda di Ventura, e ad incriminarlo per attività sovversiva fascista.

Sembra che finalmente la giustizia trionfi: ma in realtà questo provvedimento rimette tutto a posto: infatti in questo modo Cudillo e Occorsio sono stati liberati dallo scomodo caso Ventura, e le accuse contro Ventura saranno molto difficilmente provate. Se ci fosse bisogno di una altra dimostrazione che tra cani non si mordono, basta ricordare la dichiarazione del magistrato che ha incriminato Ventura, il quale per giustificare Cudillo che non ha preso in nessuna considerazione le dichiarazioni di Lorenzon, arriva al punto di dire che il giudice romano non conoscendo il veneto «non ha potuto valutare le sfumature dialettali» e per questo non ha proceduto contro il Ventura.

Ugo Lemke

Un nuovo modo per far fuori un testimone scomodo

Oltre alle dichiarazioni generali dei testimoni che indicano nei fascisti i veri esecutori della strage, c’è anche chi i fascisti li ha visti proprio all’opera. Il 13 dicembre 1969, a Roma, poche ore dopo lo scoppio delle bombe un giovane studente tedesco in viaggio per I’Europa, Ugo Lemke, si presenta spontaneamente alla caserma dei carabinieri di Píazza in Lucina, e qui racconta che poco tempo prima, a Palermo, aveva incontrato in un bar tre giovani: Salvatore, Nino Manchino e Stefano Galatà, che lo avevano portato a Catania su una Fiat 124 bianca da una persona che gli aveva proposto un «lavoretto»: depositare una borsa contenente esplosivo in un luogo affollato, che gli sarebbe stato comunicato all’ultimo momento. Il giovane aveva rifiutato ed era partito per Roma, dove aveva trovato da dormire nelle catacombe vicine all’altare della patria, un posto dove si rifugiano sovente i giovani stranieri in viaggio con pochi soldi. Qui il 12 dicembre sente l’esplosione delle bombe; si precipita fuori e vede allontanarsi «senza ombra di dubbio» verso una 124 bianca Stefano Galatà e altri. In caserma gli fanno vedere allora dei fermati e tra questi riconosce un altro degli attentatori. E’ il fascista Giancarlo Cartocci. (Questo riconoscimento è messo a verbale in modo completamente falsato, per cui perde ogni valore di prova).

Lemke, che il capitano dei carabinieri definisce un esaltato, viene dichiarato teste a disposizione, tanto a disposizione che lo tengono dieci giorni in carcere.

Qualche mese dopo scatta la trappola: nella stanza in cui dorme, dove ha ospitato uno sconosciuto, la polizia «scopre» dieci chili di hascish. Il trucco è vecchio, ma funziona sempre. Lemke è arrestato e internato nel manicomio criminale di Perugia. Il pubblico ministero che lo fa condannare a 3 anni è Occorsio

Ma i fascisti non si toccano

Cartocci

E’ un fascista romano, legato a Ordine Nuovo, uomo di fiducia di Mario Tedeschi, direttore del Borghese. Fermato la notte del 12 dicembre dai carabinieri e identificato appunto da Ugo Lemke come uno di quelli che subito dopo lo scoppio si allontanarono dall’altare della patria, Cartocci viene rilasciato, senza che gli venga chiesto nulla. Un giornalista romano nel marzo ’70 fa il nome di Cartocci, insieme,. a quello di Pino Tosca, fascista torinese di Europa e Civiltà: i due avrebbero partecipato ad una riunione «riservatissima» per preparare tutta una serie di attentati. (Gli attentati ci furono a Torino, Pavia, Nervi, Valtellina e a Roma). Intanto uno dei fermati della notte del 12 dicembre racconta nella sua deposizione l’episodio del riconoscimento. Cartocci allora viene interrogato.Ecco quanto riferisce Occorsio: «Nulla è stato in grado di riferire sugli attentati del 12 dicembre. Successivamente lo stesso Cartocci ha dapprima dichiarato ad elementi di P.S. di essere informato di cose relative agli attentati ed in un secondo tempo che nulla sapeva su quei fatti. Convocato dall’autorità giudiziaria è risultato irreperibile per alcuni mesi. Allo stato è acclarato soltanto che il Cartocci è uno studente militante in formazioni di estrema destra e che si è posto in luce come partecipante a varie manifestazioni, mentre non esistono prove o indizi di sorta che possano farlo ritenere complice negli attentati del 12/12/69».

Galatà

Il caso di Cartocci è forse esemplare per chiarire la complicità tra magistratura e fascisti, ma ce ne sono molti altri e tutti altrettanto gravi. Quando Cudillo deve fare indagini su Galatà, dopo la deposizione del Lemke, non chiama neppure Galatà a deporre, ma si accontenta di interrogare Riccio, della questura di Catania. Questo dice che Galatà è «una brava persona». Per Cudillo basta. Chi è questa brava persona? Stefano Galatà ha 25 anni, è responsabile del MSI di Catania e provincia, organizzatore di azioni squadristiche; nel 1968 ha accoltellato uno studente di sinistra. Ha ricevuto 50.000 lire dal Soccorso Tricolore.

Zanetov

Anche per lui tutto bene: «Le contrastanti dichiarazioni dell’Arbanasich …escludono che in realtà Zanetov sia in qualche modo legato agli attentati del 12 dicembre 1969» (dalla requisitoria di Occorsio).

Ventura

«Le accuse di Lorenzon sono destituite da qualsiasi fondamento» (sempre dalla requisitoria di Occorsio).

Sottosanti

Detto anche Nino il Fascista, assomiglia moltissimo a Valpreda: davanti a una sua foto, Rolandi dice: «E’ un Valpreda ritoccato». Ex legionario, esperto di esplosivi, gira per tutti i gruppi fascisti. Amico intimo di Delle Chiaie. Nel maggio 1969 si infiltra tra gli anarchici milanesi. Il 25/4/69 lavora alla Fiera quando ci sono gli attentati. Partecipa a Rimini a una riunione di fascisti alla vigilia degli attentati sui treni. Poi sparisce e torna in Sicilia. Il 28/11/69 è di nuovo a Milano, per deporre dal giudice Amati, sulla faccenda degli attentati alla Fiera (ha fatto una deposizione a favore dell’anarchico Pulsinelli – gli serve continuare a fare il buon amico degli anarchici). Il 12/12/69 mangia a casa di Pinelli, si fa rimborsare il viaggio fatto per venire a testimoniare; alle 15 va a ritirare l’assegno; alle 16 prende un pullman per Pero; per andare a trovare i genitori di Pulsinelli. Il giudice milanese Amati rileva che ci sono «molti gravi indizi… nei confronti di Sottosanti in quanto questi, servendosi di un mezzo qualunque… avrebbe potuto raggiungere il centro di Milano dopo le 15, depositare la bomba in Piazza Fontana, riportarsi in Piazza Cadorna e partire per Pero».

L’accusa rimane lettera morta. E i magistrati non prendono in considerazione altri gravi fatti che emergono dalla controinchiesta: 1) dopo il 12 dicembre, pur non lavorando, Sottosanti sembra disporre di notevoli mezzi; 2) Sottosanti aveva a Milano una amica tedesca frequentatrice di uno studio fotografico di via Cappuccio 21, dove un taxista affermò di avere caricato il 12 dicembre, mezz’ora prima dello scoppio delle bombe, per condurla in piazza Fontana, una giovane alta e bionda, dall’accento straniero, con una valigetta che pareva molto pesante.

Il Sottosanti viene convocato due volte a Roma da Cudillo e il giorno della sua seconda convocazione un giornale radio del pomeriggio annuncia il suo arresto per strage. Poi più nulla.

Nella requisitoria Occorsio lo dichiara «estraneo ai fatti».

Delle Chiaie

C’è però un fascista che tra gli imputati ci finisce: con una imputazione di poco conto, però, di aver reso una testimonianza incompleta sui suoi rapporti con Merlino (ha addirittura negato di conoscerlo) e poi gli si è dato tutto il tempo di scappare – tutt’ora è latitante – perché arrestarlo comportava un rischio troppo grosso: che qualcuno cominciasse a parlare e ci si avvicinasse troppo ai mandanti della strage. Delle Chiaie infatti è l’esponente di Ordine Nuovo che dal 1968 ha organizzato tutte le infiltrazioni fasciste nei gruppi della sinistra, in particolare tra gli anarchici del 22 marzo, dove ha collocato Merlino, suo uomo di fiducia. E’ sempre lui che, insieme a Pino Rauti, ha organizzato quel viaggio premio in Grecia nella primavera del ’68, dove la strategia della tensione è stata accuratamente programmata con i colonnelli greci e la Cia. Ed è lui che passa direttamente le informazioni al Sid. Sapeva molte cose, indubbiamente, ed era meglio non farlo parlare.

Le loro organizzazioni

Questi fascisti, come si è visto, non hanno agito da soli. Dietro di loro ci sono grosse organizzazioni, e grossi finanziamenti. ORDINE NUOVO, in primo luogo, che tutte le testimonianze indicano come direttamente coinvolto nella strage. Il suo presidente è Pino Rauti, giornalista del quotidiano fascista «Il Tempo» di Roma, legato direttamente ai colonnelli greci che parlano di lui in un rapporto riservato, su cui dei giornalisti inglesi sono riusciti a mettere le mani.

Poi EUROPA E CIVILTA’, di ispirazione nazista, presieduta da Loris Facchinetti, molto legato a Mario Merlino. L’organizzazione riceve finanziamenti massicci, ed è specializzata nell’organizzazione di campeggi paramilitari in cui istruttori ex nazisti tengono corsi di controguerriglia e corsi di paracadutismo con l’aiuto dell’Associazione nazionale paracadutisti.

Il capo dell’ufficio politico della questura della capitale li ha definiti però «pacifici escursionisti»!

Ed ancora il FRONTE NAZIONALE di Junio Valerio Borghese, il «principe nero» del fallito colpo di Stato del dicembre ’69. I suoi luogotenenti sono quel Viaggio e quel Bianchini che avevano proposto al Loi di partecipare ad una azione in cui poteva anche «scapparci il morto».

Chi li ha pagati. Chi li ha mandati

I mazzieri del capitale

La CIA, che ha speso mezzo miliardo di dollari per organizzare in Grecia la sua centrale europea di spionaggio e controllo anticomunista, e i padroni, tutti i padroni.

Ci sono quelli che questi gruppi li finanziano direttamente: i tanti Pesenti, Borghi, Matacena, Agusta, Monti, Bertone; e ci sono quelli che appaiono più «democratici» e moderni e i fascisti li usano e li foraggiano di nascosto: Agnelli che incontra Almirante – gli fa da tramite l’industriale dell’Asti Spumante, Gancia di Canelli – e Almirante non è altro che la facciata parlamentare dei gruppi «eversivi» di estrema destra.

Tutti i padroni infatti si servono dei fascisti: come gli è servita la strage, gli servono i picchiatori davanti ai cancelli e i provocatori dentro la fabbrica, per sabotare le lotte è organizzare i crumiraggi. E tutti i padroni li pagano.

Perciò tutti i padroni sono colpevoli. Può anche darsi che la borghesia decida al processo, per salvarsi la faccia, di sacrificare qualche suo squallido mazziere. Ma questo non deve bastare. La giustizia proletaria saprà colpire i veri mandanti della strage.

Il bilancio della strage

Morti

– 16 assassinati alla Banca dell’agricoltura il 12/12/69.

– Pinelli assassinato dalla polizia il 15/12/69.

– Rolandi viene «sopraffatto dalla superresponsabilità».

– L’avv. Vittorio Ambrosini «esce» dalla finestra.

– I testimoni Casile e Aricò muoiono in un… «incidente stradale» (stavano indagando, in collegamento con i compagni della controinformazione, sulle attività dei fascisti a Reggio, nel quadro della strategia della tensione. Il Casile in particolare, aveva dichiarato che dopo il viaggio in Grecia, i fascisti volevano organizzare a Reggio un altro circolo 22 marzo. Il padre di Aricò aveva ricevuto il giorno prima che il figlio partisse una telefonata da un amico agente di PS che lo consigliava di non lasciar partire il figlio). Sono investiti da un camion proprio davanti a una tenuta di Borghese.

– Armando Calzolari, scomparso da casa il 25/12/69 e trovato morto in un pozzo alla periferia di Roma, il 28/1/70. Amministrava i fondi del Fronte Nazionale di Borghese, e a casa sua si riunivano uomini come il card. Tisserand e il carrozziere Bertone. Aveva saputo troppe cose sulla strage e sui mandanti e aveva detto che questo passava il segno!

Detenuti

– Valpreda, Gargamelli e Borghese, in carcere dal dicembre ’69.

– U. Lemke. internato in manicomio criminale.

Promossi

– Il tenente dei carabinieri Lo Grano, uno degli assassini di Pinelli, diventa capitano.

– I brigadieri dei carabinieri Mucilli e Panessa, anch’essi complici nell’assassinio di Pinelli, diventano marescialli.

– Calabresi è promosso commissario di P.S.

– Cudillo è promosso Consigliere di Corte d’Appello.

«La magistratura ha il dovere di punire i cittadini che non si inchinano davanti al potere» – Cudillo.

«La magistratura non solo è indipendente, non solo segue una sua logica astrusa, che non va né spiegata, né tanto meno capita, ma è anche al di sopra di ogni sospetto».

Ma chi sono Cudillo e Occorsio?

Perché sono stati scelti proprio questi due magistrati per condurre questa istruttoria – che infatti doveva essere condotta a Milano, luogo della strage -, ma che è stata subito trasferita a Roma, con i soliti cavilli giuridici.

Perché questi erano gli uomini più adatti e fornivano maggiori garanzie per le prove di fedeltà alla legge dei padroni che avevano già dato nel passato.

Infatti Cudillo, coadiutore di Occorsio nell’istruttoria, è il magistrato che ha archiviato, sostenendo la tesi del suicidio, il caso della morte del col. Rocca, del Sifar, che evidentemente sapeva troppo sul tentato colpo di stato dell’estate ’64, durante la presidenza Segni, e coprendo in questo modo tutte le responsabilità governative. Un uomo sicuro per il Sid, dunque!

E Occorsio è stato Pubblico Ministero al processo contro Tolin, il direttore responsabile di Potere Operaio – il primo grosso processo politico per reati di stampa contro la sinistra rivoluzionaria. Ma soprattutto si era già mostrato disposto a collaborare con la polizia romana nella preparazione della trappola contro Valpreda: è stato giudice istruttore in quel processo per rissa in cui si comincia a far passare Valpreda per un «bombarolo» almeno a parole.

E quando poi per non sputtanarsi completamente è stato costretto dalla mobilitazione della sinistra rivoluzionaria a prendere in considerazione l’attività dei fascisti nel corso degli ultimi due anni, lo fa in modo da scagionare definitivamente i fascisti da ogni responsabilità nella strage: incrimina Ordine Nuovo per ricostituzione del disciolto partito fascista, ma a partire dal 21/12/69, nove giorni dopo la strage. Come dire che prima Ordine Nuovo non esisteva, e quindi non poteva certo aver messo le bombe. Ma Ordine Nuovo è stato fondato nel 1960!

Questa sarebbe la magistratura indipendente! Occorsio, chiude la sua criminale requisitoria, dove per apparire al di sopra delle parti evita sempre di proposito di parlare in termini politici, trasformando tutto in questioni tecniche, in questo modo:

«Queste dunque le conclusioni che il P.M. trae al termine di una istruttoria condotta… con assoluta imparzialità, attraverso un ambiente difficile, disposto solo ad ostacolare la ricerca della verità, mai a collaborare con la giustizia.»

«I morti di Piazze Fontana sono stati poi occasione da più parti per gratuiti attacchi contro la magistratura (accusata di operare su direttive politiche e non di giustizia), attacchi che hanno largamente superato ogni diritto di critica. Il rispetto che lo scrivente pensa che debba essere tributato a delle vittime innocenti… non consente in questa sede una adeguata risposta alle insinuazioni mosse contro gli inquirenti. Ma una cosa va detta per tranquillità dei cittadini: La magistratura italiana non è serva né di altri poteri, né di idee guida ed è invece garanzia per il popolo di obiettività di indagine e indipendenza di giudizio.»

Presiede il Falco

La Corte d’Assise che giudica gli accusati della strage è presieduta da Orlando Falco. Un altro uomo giusto al posto giusto, perfettamente inquadrato nella strategia complessiva del processo.

L’ha reso celebre la sentenza contro Braibanti, una sentenza che ricorda i tribunali dell’Inquisizione, in cui è stato tirato fuori un reato nuovo, «il plagio». Nove anni al professor Braibanti, per reato di plagio, cioè per avere in sostanza avvicinato e convinto due giovani allievi alle proprie idee.

Ecco dunque un altro di quelli che sanno ben rappresentare e applicare la violenza silenziosa e legalitaria dello Stato borghese.

Le due linee della difesa

La difesa revisionista e la difesa rivoluzionaria

La difesa degli imputati al processo si orienta su due linee di condotta completamente diverse dal punto di vista politico.

La difesa che potremo chiamare «revisionista» portata avanti soprattutto dall’avvocato Calvi, affiancato dagli avvocati Sotgiu e Lombardi, riporta all’interno del processo la linea dei partiti della sinistra «ufficiale» – soprattutto il PCI – di connivenza sostanziale con lo Stato borghese e le sue istituzioni, da correggere, appunto, ma non da abbattere.

– Chiedere infatti agli stessi organi dello Stato di «far luce» sulla strage di Stato, vuol dire cercare di ridare prestigio e credibilità e rafforzare istituzioni ormai completamente sputtanate agli occhi delle masse-.

Calvi, diventato per caso avvocato difensore di Valpreda, si muove nel pieno ossequio delle istituzioni, cercando di dare il minor fastidio possibile a Cudillo ed Occorsio, anzi, in sostanza, in piena connivenza con questi:

– Ha definito l’istruttoria di Cudillo «una istruttoria onesta», avallando così tutta la macchinazione della strage, che nella sentenza trova il suo punto conclusivo.

– Non ha fatto opposizione al verbale di riconoscimento di Rolandi: sapeva che a Rolandi era stata mostrata prima la foto di Valpreda e non l’ha mai detto. Allo stesso modo, non ha mai impugnato il giuramento a «futura memoria» di Rolandi, come poteva invece fare, dato che non era presente.

– Sostiene apertamente che la difesa deve essere condotta secondo le regole del gioco dei padroni. Non si tratta di dimostrare e provare la colpevolezza dei fascisti, ma solo l’innocenza di Valpreda.

– A questo atteggiamento passivo, e addirittura connivente – non ha mai fatto nessuna richiesta – si accompagna la degradazione del lavoro svolto in senso contrario dai compagni della controinchiesta. Sarebbero solo, come li definisce anche Occorsio, dei «mestatori nel torbido» che, per prevenzione ideologica, tendono a dirottare il corso della giustizia.

La difesa rivoluzionaria, invece, composta non da «avvocati» ma da compagni che fanno anche gli avvocati, ha saputo portare tutte le contraddizioni politiche dentro al processo, facendo mettere agli atti anche il libro «Strage di Stato» – mentre gli avvocati revisionisti erano contrari e volevano addirittura che il libro non fosse pubblicato, perché «pericoloso per gli imputati» (in quanto «politicizzava troppo la vicenda delle bombe»).

La difesa rivoluzionaria considera il processo un momento di lotta politica, di scontro diretto con lo Stato, da cui deve partire una indicazione per tutti i compagni che si organizzano e lottano nei vari settori. La difesa revisionista tende invece ad isolare questo processo dal contesto politico, facendone un «caso giudiziario».

Non esiste possibilità di mediazione tra queste due linee: da una parte infatti si vuole fare solo un processo di complicità e di connivenza, da usare come merce di scambio, dall’altra si vuole accusare direttamente la borghesia, con tutti i suoi alleati, compresi i revisionisti, e i fascisti come suoi mazzieri.

Gli obiettivi della campagna di massa

Assemblee popolari, agitazione e propaganda a livello di massa, controinformazione sistematica, manifestazioni, azioni militanti, «contro-processi popolari», interventi diretti nelle scuole, nelle fabbriche e nei quartieri, dovranno essere articolazioni di questa campagna politica unitaria di tutta la sinistra rivoluzionaria.

I principali obiettivi della campagna politica di massa sulla «strage di Stato» dovranno dunque essere:

a) Liberare Valpreda e gli altri compagni anarchici, che hanno rappresentato il capro espiatorio giudiziario per l’attacco violento e diretto della borghesia italiana e dell’imperialismo americano contro le masse proletarie e tutta la sinistra rivoluzionaria;

b) lottare contro le leggi e le istituzioni dello Stato borghese, non per un loro illusorio ricupero in senso «democratico» e «costituzionale», ma per chiarirne, di fronte alla classe operaia ed a tutti gli strati sociali sfruttati la vera natura di classe ed il loro diretto uso anti-proletario;

c) Predisporre tutte le iniziative militanti e di massa, che possano essere richieste dalla durezza dello scontro politico complessivo e dalla logica di provocazione che la classe dominante instaurerà anche durante il processo;

d) ribaltare politicamente il processo rendendo protagonista la giustizia proletaria contro i veri colpevoli della «strage» (non solo i fascisti, che le bombe le hanno materialmente messe, ma soprattutto i padroni che ne sono stati i diretti mandanti, e gli organi repressivi dello Stato, che sono stati i «garanti» della montatura anti-anarchica e della successiva repressione anti-proletaria;

e) demistificare il ruolo dei partiti della sinistra istituzionale, chiarendo la loro oggettiva compromissione con il disegno di «restaurazione autoritaria» della classe dominante e denunciando la loro linea subalterna («sia fatta luce») nei confronti dello Stato stesso, mandante politico e copritore istituzionale della «strage», linea subalterna che si è già manifestata nella gestione tecnica e di connivenza della loro difesa processuale;

f) chiarire l’uso padronale dei fascisti, non per una generica mobilitazione antifascista, ma per individuarne, colpirne e stroncarne l’uso direttamente antiproletario fattone dai padroni, ed il ruolo di copertura assegnatogli dallo Stato nella «strategia degli opposti estremismi» per attaccare le avanguardie di classe e la sinistra rivoluzionaria.

 

 

 

NUMERO UNICO

Edito dal Comitato nazionale di lotta sulla strage di Stato – Soccorso Rosso – Presso LIDU

piazza Santi Apostoli, 49 – Roma