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L’Espresso 28 dicembre 1969 Dire anarchici non basta, a cura di Giuseppe Catalano, Paolo Mieli e Mario Scialoja

6 aprile 2013

Espresso 28 dicembre 1969 COMP      ROMA. La riunione era stata indetta per le tre ma era cominciata solo un’ora più tardi. C’erano stati molti ritardi; a qualcuno, come Roberto Mander, si era dovuto telefonare perche si sbrigasse. I ragazzi affluivano nella piccola stanza di via del Governo Vecchio alla spicciolata: Emilio Bagnoli, Roberto Gargamelli, Angelo Fascetti, Umberto Macoraratti, Emilio Borghese, “Giacometto “… Quando era cominciata la discussione, riunite intorno al tavolo rettangolare della sede del gruppo “22 marzo” c’erano una ventina di persone. C’èra anche Antonio Serventi, detto il “Cobra”, l’unica faccia anziana in mezzo a tante facce quasi adolescenti, e prima dì aprire i lavori qualcuno l’aveva presentato ai compagni. Era la prima volta che il “Cobra”   partecipava alle riunioni del gruppo; una conversione improvvisa, fulminea: fino ad allora aveva preferito tenere comizi improvvisati di filosofia zen o di estetica d’avanguardia tra le fontane di piazza Navona, cercando dì far dimenticare i tempi in cui dava l’assalto alle Botteghe Oscure con un pugno di ferro e manganello in compagnia di Stefano delle Chiaie e Franco Paladino detto, il “Bombardiere”. E’ anche con questi reclutamenti generosi che il gruppo cercava d’ingrossare le sue file e di darsi una struttura più robusta.

Quel pomeriggio di venerdì 12 dicembre non si erano affrontati temi di grande impegno. Si era parlato più che altro di riforme organizzative, della necessità di trovare un po’ di soldi per le spese più urgenti. La riunione era andata avanti stancamente fin verso le sette.  La maggior parte dei ragazzi si era avviata verso S.Maria in Trastevere dove, in un bar della piazza, il “22 marzo” da tempo aveva stabilito la sua base serale; tre o quattro si erano diretti invece verso lo studio dell’avvocato Nicola Lombardi. Roberto Gargamelli e “Giacometto” volevano stendere una denuncia, per una serie di fatti avvenuti il mese precedente. Il pomeriggio del 19 novembre, il giorno dello sciopero generale, mentre con Pietro Valpreda camminavano lungo una strada di Trastevere si erano imbattuti in un gruppo di giovani che sembrava li aspettassero al varco.

La radio ha appena annunciato la morte di Antonio Annarumma. I tre anarchici vengono prima insultati poi appoggiati contro un muro e picchiati scientificamente a sangue. Quando i picchiatori scompaiono, arrivano i poliziotti. Valpreda, Gargamelli, “Giacometto” finiscono in questura con una denuncia per rissa aggravata. Passeranno una settimana in carcere prima di ottenere la libertà provvisoria. E’ per questo che hanno preso contatto con un avvocato, perche dicono di essere stanchi di queste continue persecuzioni e ora si sono decisi: vogliono denunciare la polizia. La notizia della strage di Milano e delle bombe di Roma, Gargamelli e “Giacometto” la vengono a sapere proprio nello studio dell’avvocato Lombardi, mentre discutono con lui sull’opportunità o meno di questa iniziativa. Qualche ora più tardi, casa per casa, quella stessa polizia che cercano di mettere sotto accusa comincerà le retate e gli arresti.

Ma nella storta del “22 marzo”, così come l’abbiamo ricostruita in questi drammatici giorni attraverso le testimonianze di alcuni suoi appartenenti, questo attacco legale degli anarchici contro la questura, il giorno stesso in cui tutto il gruppo veniva collegato agli attentati di Milano e di Roma e tradotto in carcere, non rappresenta l’episodio più strano ne quello più paradossale. Lungo tutto il cammino del gruppo affiorano molti altri episodi del genere, vengono continuamente in luce strani contrasti, stranissimi equivoci, confusioni grossolane.

Gli equivoci cominciano addirittura ancor prima del maggio dello scorso anno, che è la data ufficiale di nascita del gruppo. E si accentrano subito intorno la figura di Mario Merlino detto “il mago”, il suo fondatore. Nel maggio del 1968 infatti Mario Merlino si scopre una vocazione anarchica dopo un passato politico di colore ben diverso, divenuto ormai di dominio pubblico. Ma ci sono ancora dei particolari che vale la pena di mettere in rilievo. Politicamente i primi passi Merlino li muove nella “giovane Italia”, l’organizzazione neofascista per le scuole medie; ha sedici anni ma una carica di ambizione già ben precisa. Un anno dopo è emigrato nelle file dell'”avanguardia nazionale giovanile”, feudo di Stefano delle Chiaie e rifugio dell’ala irriducibile e più dura dello schieramento di estrema destra. Merlino è un ragazzo magrissimo, sottile, emaciato e quella banda di professionisti dello squadrismo non sembra il posto più adatto per lui. Ma ha letto qualche libro, ha un grado d’istruzione superiore alla media della gente che lo circonda e ne approfitta per far carriera. Quando l’ “avanguardia nazionale giovanile” si scioglie, nel 1965, ha già un manipolo di fedelissimi pronti a seguirlo dappertutto. Per il momento devono solo seguirlo alla “giovane Italia” dove Merlino torna per un breve interregno con compiti direttivi, sempre al fianco di delle Chiaie. Altri elementi del gruppo emigrano invece a sinistra, come Mario Paluzzi che sarà sospettato quest’anno per l’attentato ai benzinai o come Serafino di Luja che passerà al movimento studentesco. E’ il primo sintomo di una strana malattia che affliggerà da questo momento in poi certi settori dell’estrema destra: una sottile, inarrestabile emorragia che tenta di infiltrarsi tra le maglie della sinistra extraparlamentare. C’è però da sottolineare un fatto curioso: anche se prendono strade diverse, gli ex componenti di “avanguardia giovanile rivoluzionaria” continuano a vedersi tra di loro e a concertare insieme piani di battaglia in una pizzeria di piazza Tuscolo. E’ un fatto di cui spiegheremo tra poco l’importanza.

La disfunzione che affligge l’estrema destra diventa cronica con l’esplosione del movimento studentesco. Le vecchie strutture saltano letteralmente per aria, e quando i pezzi sparsi tornano a terra e si tirano le somme c’è tempo di accorgersi di molti cambiamenti. Mario Merlino, per esempio, ha fiutato l’occasione favorevole e ha deciso di giocare grosso: prende a prestito lo stendardo degli studenti di Nanterre, raccoglie i suoi dieci seguaci e fonda il “22 marzo”. Con una tradizione squadrista così fresca il camuffamento è talmente scoperto da sfiorare il ridicolo. L’unico affetto che il “mago” ottiene è quello di rischiare un completo fallimento. Per uscirne batte due strade: viaggia molto all’estero, tentando in questo modo di aumentare il suo prestigio e di raccogliere nuovi seguaci. Stranamente, però, per un anarchico, i suoi viaggi hanno come meta paesi quali la Grecia dei colonnelli e la Spagna franchista. Molti che lo conoscono bene dicono che Merlino batte anche una terza via. Ed è proprio qui che la ragnatela di contatti che il “mago” conserva con l’ambiente neofascista diventa significativa. Un paio di volte infatti Merlino viene sorpreso in furtivi colloqui con agenti in borghese, e certe sue convocazioni in questura appaiono troppo ingiustificate per non dare nell’occhio. Che la polizia recluti tra le file dell’estrema destra buona parte dei suoi informatori, non è una cosa nuova. Quando, agli inizi dello scorso aprile, Franco Papitto ed alcuni altri giovani del movimento nazi-maoista (nato anche questo dall’impatto della destra col movimento studentesco, e scioltosi di recente) escono dal carcere dopo essere stati sospettati a lungo per gli attentati contro i benzinai e per quelli al Palazzaccio, al ministero della pubblica istruzione e al senato, Mario Merlino sparisce prudentemente dalla circolazione. Almeno una ventina di persone lo accusano della “soffiata” all’ufficio politico di Buonaventura Provenza, e lo cercano per dargli una lezione.

E’ a questa terza strada che Merlino dovrebbe, secondo altre testimonianze, il fatto di restare a galla sulla scena politica giovanile romana. Le cose cambiano verso la fine dello scorso anno. E’ la metà di novembre e i quadri del “22 marzo” subiscono un inatteso rinfoltimento con l’arrivo di una decina di nuovi elementi provenienti da altri movimenti anarcoidi.

Poi ai primi dello scorso ottobre il terzo e ultimo battesimo. Lo prepara la crisi del circolo “Bakunin”, il gruppo anarchico nato nel maggio del ’68. Fino ad allora il “Bakunin” aveva pressochè monopolizzato a Roma il panorama anarchico, era l’unico ufficialmente riconosciuto dalla FAI, la federazione anarchica italiana. I gruppi anarchici sono organizzati come ordini monastici, la disciplina è rigida, la separazione fra i “simpatizzanti” ai primi approcci, con la vita di gruppo e i “militanti”, gli iscritti anziani e di provata fede è netta. Questi ultimi lasciano poco spazio ai più giovani: alcuni di loro soffocati da questa situazione decidono allora di uscire dal “Bakunin” e di emigrare nel “22 marzo”.

Malgrado questo inserimento il “22 marzo” dà ancora l’impressione di essere una banda eterogenea e improvvisata che per affittare lo scantinato di Via del Governo Vecchio ha bisogno delle 40 mila lire ricevute dal settimanale giovanile “Ciao 2001” in cambio di un’intervista. Il 22 novembre Angelo Fascetti viene fermato e si accorge che la polizia sa perfino ciò che si erano detti lui ed Emilio Bagnoli la sera prima al tavolo di una pizzeria. D’altra parte, non è che i componenti del “22 marzo” si sforzino di rendere le cose più segrete: ad accompagnare l’intervista rilasciata a “Ciao 2001” ci sono almeno quattro fotografie dove sono riconoscibili tutti loro.

«Un attentato come quello di Milano e di Roma? Ci vogliono almeno tre mesi per prepararlo» mi dice un altro ex fascista che conosce bene l’attività del gruppo. Un mese per il materiale e l’organizzazione del piano, almeno due per scegliere le persone giuste. Come hanno fatto a sfuggire per tutto questo periodo dalla sorveglianza a cui erano sottoposti? Ecco, nella storia del “22 marzo”, il paradosso maggiore di tutti.

A cura di Giuseppe Catalano, Paolo Mieli e Mario Scialoja

 

 

 

 

 

Umanità Nova 20 dicembre 1969 Dichiarazione di Gruppi FAI – FAGI di Roma

6 dicembre 2011

Dichiarazione

Umanità Nova 27 dic 1969 FAI - FAGI Lazio  Gli anarchici di Roma aderenti alla F.A.I. ed alla F.A.G.I. si associano incondizionatamente alla presa di posizione della Commissione di Corrispondenza della F.A.I. e nel respingere ogni vile tentativo reazionario e fascista di attribuire agli anarchici una qualsivoglia responsabilità diretta o indiretta negli esecrabili attentati:

 PRECISANO: che i funzionari inquirenti ed in particolare quelli delle squadre politiche di Roma e Milano, che da vari mesi seguivano costantemente le attività del cosidetto “Gruppo 22 marzo” e di ognuno dei suoi membri, erano a conoscenza dell’assoluta mancanza di ogni possibile collusione tra costoro ed ambienti ed elementi specificatamente anarchici, così come era a loro noto che il Gruppo 22 marzo ed ognuno dei pochi individui che lo componevano e quanti altri avessero avessero contatti più o meno occasionali con loro erano stati da noi estromessi dalle nostre sedi (a Roma come a Milano) e diffidati ad intervenire persino a riunioni aperte ai simpatizzanti ed al pubblico, in quanto tra di loro erano stati ravvisati, senza alcun dubbio, elementi di chiara provenienza e tendenza fascista.

 DENUNCIANO pertanto all’opinione pubblica ed a chi di dovere (perchè un’inchiesta in tal senso sia aperta) quei funzionari della questura e delle squadre politiche che in varie occasioni, alla stampa, alla radio ed alla televisione hanno rilasciato provocatorie e diffamatorie dichiarazioni definendo “anarchici” i sospettati e giungendo persino ad attribuire, come unico e solo movente delle infami stragi, “l’ideologia anarchica degli esecutori”, tacendo volutamente quanto era a loro conoscenza.

 RAVVISANO in questo irresponsabile e denigratorio comportamento dei funzionari inquirenti una palese ed ingiustificabile (anche se, forse, non premeditata) collusione con le forze reazionarie.

 DICHIARANO che quanto sopra non comporta alcun giudizio di accusa contro gli arrestati, tenuto soprattutto conto delle inverosimili congetture fin qui rese pubbliche come indizi di responsabilità, ma è soltanto una necessaria messa a punto delle nostre chiare posizioni.

Gruppi FAI – FAGI di Roma

Umanità Nova 20 dicembre 1969 Gli anarchici di Milano condannano il terrorismo di Gli anarchici di Milano riuniti in assemblea straordinaria al circolo Ponte della Ghisolfa il 14 dicembre 1969

6 dicembre 2011


1) Gli attentati sono palesemente opera criminale e provocatoria della teppa fascista.

2) Anche stavolta si cerca di gettare addosso agli anarchici – troppo facile bersaglio – se non la colpa, almeno il sospetto. Ma il solo sospettare gli anarchici è offensivo, non solo del Movimento anarchico e del movimento operaio di cui esso è parte, ma anche dell’intelligenza.

3) I giornali inglesi “The Observer” e “ Guardian” e gli italiani “L’Unità” e “L’Espresso” hanno pubblicato un document del servizio segreto Greco da cui risulta che i fascisti italiani compiono attentati provocatorii su ordinazione dei colonelli greci (fra gli altri hanno compiuto gli attentati alla Fiera ed alla Centrale del 25 aprile).

4) Chi oggi si presta ancora al gioco infame dei fascisti italiani e greci, perseguitando e calunniando gli anarchici, è complice degli attentatori.

5) I giornali che ignoreranno questo comunicato stampa, come hanno ignorato i nostri precedenti comunicati stampa dal 25 aprile ad oggi, si metteranno dalla parte dei fascisti assassini.

Gli anarchici di Milano riuniti in assemblea straordinaria al circolo Ponte della Ghisolfa il 14 dicembre 1969 

Ciao 2001 n.43 del 19 novembre 1969 – Intervista/Documento collettivo prodotto dal circolo 22 marzo

22 febbraio 2010

Ciao 2001 n 43 del 19 novembre 1969

Intervista al circolo 22 marzo

“Né dio, né stato, né servi, né padroni” questo il programma degli anarchici aderenti al gruppo “22 Marzo”. Sono giovani che di solito sfuggono l’obiettivo dei fotografi e che non si lasciano mai intervistare per non correre il rischio di essere male interpretati. A “Ciao 2001” sono venuti volentieri perché hanno capito che siamo un giornale indipendente, pronto ad ospitare qualsiasi idea, basta che venga dai giovani.

foto circolo 22 marzo (interno locale via Governo Vecchi 22)

foto membri del futuro circolo "22 marzo" (scattata nei locali del circolo "Bakunin", di via Baccina 35)

Continuando la serie di servizi sui gruppi giovanili del dissenso italiano, vi proponiamo questa settimana gli Anarchici aderenti al “22 Marzo”. Partendo dalle istanze di Proudon e Bakunin, confortate dalle esperienze delle odierne lotte, questi giovani propongono una rivoluzione sociale che determini nell’uomo la formazione di una coscienza individuale e collettiva regolata dalla più assoluta libertà. In queste ultime settimane degli anarchici si è parlato molto, sia per lo sciopero della fame attuato a Roma, davanti al Palazzo di Giustizia, sia per alcuni attentati che sono stati a loro attribuiti. Per questo motivo, nell’intento di fare un po’ di luce sull’argomento, abiamo radunato in redazione alcuni di loro.

*****

Roma, novembre

E’ vero che voi avete nei vostri magazzini armi ed esplosivo per portare a termine atti terroristici contro le istituzioni?

No. Il nostro gruppo non ha mai avuto né sedi né depositi. La nostra azione si è svolta e si svolge solo ed esclusivamente in piazza e tra il popolo.

Quali sono le vostre idee?

Noi vogliamo abolire la dominazione e lo sfruttamento dell’uomo sull’uomo, vogliamo che gli uomini, uniti da una solidarietà cosciente e voluta, cooperino tutti volontariamente al benessere comune; vogliamo che la società sia costituita allo scopo di fornire a tutti gli esseri umani il massimo benessere possibile, il massimo sviluppo morale e materiale; la massima felicità individuale e immaginativa.

Vogliamo per tutti pane, libertà, amore e scienza. Ci battiamo per una società veramente senza classi, che integri il lavoro manuale con quello intellettuale.

Per il raggiungimento di questi scopi, sentiamo l’esigenza di una rivoluzione sociale che miri alla formazione nell’uomo, d’una coscienza individuale e collettiva, cioè determini l’autogestione della società da parte del popolo, mediante il rovesciamento di ogni forma di potere e autorità. Né dio, né stato, né servi, né padroni. Per questo ci battiamo.

Quando è nato il gruppo 22 marzo?

Prima di costituirci in gruppo operavamo già individualmente come rivoluzionari militanti e come anarchici inseriti nei vari movimenti di contestazione giovanile. La nostra matrice ideologica si rifà all’anarchismo, da Proudon a Bakunin; è necessario però un aggiornamento per comprendere la società odierna e il nemico che bisogna combattere. Bisogna tenere presente le ultime lotte che hanno investito i paesi a capitalismo avanzato, per comprendere la realtà che ci circonda, e bisogna considerare i metodi che hanno contraddistinto queste lotte: metodi spesso, anzi sempre, spregiudicati, «sleali»; per tutti potrebbe essere valida la definizione di «azione esemplare», azione cioè che, anche partendo da un limitato gruppo di individui, riesce a coinvolgere il massimo numero di persone, e che, nello stesso momento in cui viene fatta, da se stessa è superata, perché indica a tutti quelli che vi hanno preso parte un altro obiettivo da colpire, un’altra azione esemplare da compiere che riesca a coinvolgere un numero sempre maggiore d’individui. In questo senso nasce e si sviluppa il «22 Marzo»; accettando la prassi degli «arrabbiati» di Nanterre.

Da dove derivate le vostre teorie?

La teoria nasce dall’azione e non viceversa; dalla dinamica quotidiana della lotta del popolo, che vive e si organizza da sé, giorno per giorno, nasce l’unica valida teoria rivoluzionaria, accettata da tutti perché elaborata da tutti.

E questa è una teoria che esclude il «teorico da tavolino», il dirigente con «la linea politica in tasca», il «sincero rivoluzionario» reso invincibile dal pensiero e dall’azione di altri; che esclude qualsiasi autorità, dottrina, dogma, che smaschera in continuazione tutte le tendenze borghesi, autoritarie e chiesastiche in chiunque (noi compresi).

Come agite?

Il nostro gruppo si è mosso come base e mai autodefinendosi «avanguardia rivoluzionaria» sia nelle fabbriche, stimolando la libera discussione tra gli operai (solo in questo modo possono sorgere strutture capaci di contrapporsi efficacemente  ai padroni), sia tra gli studenti, portando il discorso dei comitati di lotta, capaci di superare nelle loro azioni e discussioni la divisione tra studenti ed operai; sia nei comitati di quartiere sia nei comitati-inquilini per estendere la lotta, gestita dal popolo stesso, nell’ambito cittadino.

Tutto questo, tenendo presente la reale volontà d’autogestirsi delle masse, in una visione dinamica del socialismo libertario, volontà che ha avuto le sue valide esperienze storiche, boicottate o distrutte dalla reazione autoritaria di destra o di sedicente sinistra: dalla Comune di Parigi ai consigli operai del 1919-1920 in Italia, dai Soviet in Russia alla socializzazione della Catalogna nel 1936, dalla comune dei cittadini e dei marinai di Kronstad al movimento ucraino della macknovicina, alle libere comuni agricole dell’Andalusia, fino alla autogestione in Francia di alcune fabbriche e quartieri durante il periodo Maggio-Giugno 1968.

Qual è la vostra organizzazione?

Ogni gruppo deve avere la più ampia libertà d’azione e di pensiero in seno al movimento rivoluzionario, pur tenendo presente una comune tematica.

I gruppi di affinità, di intervento, di studio e di lavoro, si uniscono alla base tra di loro, per poi formare, in uno stadio più avanzato, le federazioni locali o provinciali ecc. Questo, beninteso, avviene per un semplice scambio di informazioni e con la massima «deburocratizzazione»  possibile. Per quanto riguarda la vera organizzazione rivoluzionaria, potremmo descrivere il modello e il funzionamento nei minimi dettagli solo nel momento in cui le masse l’avranno realizzata.  Purché non leda la libertà e il lavoro degli altri, il gruppo può svolgere la sua attività nella più completa autonomia.

Nessun ordine o direttiva può venire dall’alto mistificandosi dietro la volontà del popolo: niente strutture verticali; è solo la base e i singoli individui che sulle proprie esperienze, decidono il campo di intervento.

Nessuno subisce il volere ed il potere della maggioranza; le minoranze o i singoli gruppi possono esprimersi in piena autonomia e libertà scegliendosi la propria linea di condotta.

Solo così ogni individuo e gruppo esprime autenticamente se stesso in una dinamica che va dal tema economico al tema sessuale, senza paura da parte di sedicenti funzionari partitici che intendono sempre interpretare, parlare ed agire in nome degli altri.

Pensate che una società libertaria possa portare al conseguimento della felicità da parte dell’uomo?

In senso libertario, il concetto di felicità presuppone la fine dell’alienazione e dell’angoscia esistenziale, ciò che in termini di struttura socio-economica equivale alla fine del potere dell’uomo sull’uomo.

Non bisogna d’altra parte pensare che la felicità possa essere un’acquisizione di tipo meramente biologico e naturistico, poiché in tal caso non di felicità si tratterebbe, bensì di evasione nella sfera degli istinti e della natura semplicemente animale dell’uomo. In altri termini, un concetto moderno di felicità, non può eludere l’altro concetto, quello di coscienza, di coscienza della felicità. Si tratta cioè di rimanere, per modificarlo profondamente e strutturalmente, nell’ambito della civiltà e della cultura scientifica della specie umana.

La felicità è soprattutto la conquista dell’autonomia di tale coscienza: autonomia critica, etica, esistenziale. Eliminando gli ostacoli che si frappongono alla conquista dell’autocoscienza, l’individuo ritrova nel proprio simile, non più il despota o l’oggetto di sfruttamento, bensì un partner con cui istituire un’area di colloquio e di comunicazione umana, non più distorta e mistificata dalla persuasione occulta delle convenzioni e dei mass media, ma congeniale e libera per gli individui e la comunità.

La felicità non può essere un dono elargito alle masse, come certuni pretendono; non può essere una conquista cieca e mitica, dietro i simboli del nuovo autoritarismo o di un diverso ma sostanzialmente antico fideismo. Non basta infatti sostituire i simboli della «felicità» della società dei consumi, con i simboli della «felicità» futura promessa dal Maotsetungpensiero, non basta una bandiera o un credo assoluto per realizzare in terra quella felicità, quel paradiso, che altre religioni trasferiscono nelle sfere celesti.

Tuttavia, la felicità non è nemmeno l’affermazione egoistica della biologia, istintuale tensione verso il piacere. La felicità nasce da una gestazione e da una presa di coscienza e può essere una felicità dolorosa, e cioè profondamente umana. Noi non respingiamo il dolore che proviene dall’accertamento della verità; non respingiamo la dialettica, per limitarci ai dogmi e alle inutili «certezze» di coloro che sanno già tutto e ritengono di essere felici, di poter così elargire tale felicità dottrinaria al popolo diseredato.

La felicità è riconquista della natura umana, sottratta all’ambiguità e all’astuzia intellettuale, alla corruzione etica e colta; è libertà dei rapporti umani e sociali, al di là non solo delle convenzioni ma anche come responsabilità nei confronti della specie. Non è l’accettazione supina del costume delle classi in decadenza, ma la costruzione di un modo di essere diverso, che non sia compiacimento cerebrale verso il piacere, ma senso nuovo che si rivela all’uomo e di cui prende coscienza assieme agli altri problemi.

La morale borghese collega il problema della felicità al problema del potere e del successo: si è felici se si può esserlo; l’anarchismo capovolge i termini del problema: la questione della felicità umana non è più qualcosa che presupponga necessariamente vinti e vincitori, vittime e carnefici, oppressi e despoti, non è più qualcosa che riguardi il potere e la ricchezza, bensì la libertà diventa autocoscienza, per la quale i rapporti individuali (tra uomo e donna, per esempio) divengono realmente nuovi, basati su ciò che è di reciproco interesse, e non sono più basati sulla disuguaglianza, sulla forza, sul denaro.

Per concludere, il concetto libertario di felicità è un concetto aperto, disponibile cioè all’evoluzione dei rapporti umani, sulla base delle reali esigenze dell’uomo storico che non è il cavernicolo dell’età della pietra o il felice autoctono dell’Amazzonia ma l’essere che conosciamo e che si è formato nel corso della storia della civiltà e della cultura: un tipo di felicità, dunque, che è a un tempo biologica, culturale e scientifica.

Umanità Nova 27 novembre 1971 L’imputato Enrico Di Cola spiega i motivi della sua latitanza e accusa per la strage l’apparato statale

17 febbraio 2010

Umanità Nova 27 novembre 1971

L’imputato Enrico Di Cola spiega i motivi della sua latitanza e accusa per la strage l’apparato statale

Umanità Nova 27 novembre 1971

Umanità Nova 27 novembre 1971

Riceviamo dal compagno Enrico Di Cola, con la richiesta di renderla pubblica, la seguente lettera.

Il compagno Di Cola è coimputato con Valpreda, Gargamelli, Emilio Borghese nel processo per la strage di Stato.

Egli è tuttora latitante e ci fa sapere che non intende assolutamente mettersi a disposizione del meccanismo poliziesco e giudiziario che ha ucciso Pinelli e che tenta di strangolare la vita dei compagni in carcere.

Enrico Di Cola, come tutti i compagni imputati, è completamente estraneo ai criminali attentati del 12 dicembre 1969.

Nessun indizio contro di lui risulta agli atti del processo. Ciò non impedisce al sistema di perseguitarlo con un mandato di cattura che, se eseguito lo costringerebbe ad una detenzione preventiva a tempo indeterminato, aggravata ora dalla renitenza militare.

Fotocopia di questa sua lettera è stata da noi inviata ad agenzie di stampa ed a redazioni di diversi giornali.

Il Comitato Politico-Giuridico di difesa

Cari compagni,

chi siano i veri responsabili ed i complici della strage di Stato non è molto difficile capirlo: basta leggere i verbali dell’istruttoria per vedere che, ogni volta che si arriva a qualche fascista (Delle Chiaie, Sottosanti, Zanetov, Karanastassis, ecc.) l’esimio G.I. – come prima di lui la P.S. e il P.M. – volta pagina e dimentica tutto!

Il sistema ci vuole colpevoli e interpreta quindi a nostro carico tutti gli atti istruttori. I partiti di «sinistra» hanno immediatamente avallato la tesi della nostra colpevolezza, compiacendosi del fatto che, secondo loro, noi eravamo fascisti. Noi non siamo fascisti, siamo anarchici (anche se per i comunisti che ci massacrarono in Russia, Spagna, Cuba etc. è la stessa cosa). Però Merlino era fascista e Andrea era un poliziotto. Ma noi, lo ripeto, siamo anarchici, anche se all’epoca dei fatti molti di noi erano giovanissimi e certe nostre immaturità ed ingenuità hanno consentito di costruire su di noi la montatura della strage attraverso le informazioni fornite dalle spie di fascisti, servizi segreti e polizia che si erano infiltrate tra di noi.

Mi associo quindi ai compagni coimputati detenuti: Valpreda, Gargamelli, Emilio Borghese, nello scindere nettamente la futura impostazione del processo rispetto alla posizione che dovrà assumere il fascista-spia Merlino da quella nostra di anarchici. E mi associo con loro nel chiedere che venga istruito al più presto questo processo-farsa affinché i compagni tutti possano efficacemente smascherare la strage di Stato ed il suo effettivo scopo, affinché dopo due anni di galera degli innocenti, colpevoli solo di essere anarchici, possano ritornare a quella libertà vigilata che è la vita all’interno di un certo tipo di istituzioni chiaramente fasciste.

In questa situazione l’inerzia processuale e l’ambiguità politica di certi atteggiamenti devono essere denunciate come gravi colpe. Definire quella del giudice Cudillo «una sentenza onesta» significa non valutare tutta la criminalità che il potere ha esplicato proprio attraverso le sue strutture: governo, polizia, magistratura che hanno, ciascuna per la sua parte, non solo consentito ma favorito e coperto i mandanti e gli esecutori della strage del 12 dicembre.

Il processo quindi non potrà e non dovrà essere fatto dalla difesa solo per dimostrare la nostra innocenza ma anche e soprattutto per smascherare, dentro e fuori dell’aula, le evidenti responsabilità – e non solo politiche – dell’apparato attraverso i suoi strumenti: fascisti, agenti dei colonnelli greci, CIA, SID, polizia, magistratura e forze politiche con essi complici direttamente o per passività.

Per quanta mi riguarda. ritengo di dover spiegare le ragioni della mia latitanza.

Fui fermato la sera del 12 dicembre 1969 e interrogato dai carabinieri di via Mentana e precisamente dai marescialli FABRI QUIRINO, ULIANO CATELLO e VASCO VINCENZO i quali volevano a tutti i costi farmi dichiarare che Valpreda (e si badi bene che eravamo al 13 dicembre 1969) era partito per Milano con una bomba.

Al mio rifiuto «a collaborare» mi furono fatte delle precise minacce di morte. Fui rilasciato dopo uno snervante interrogatorio la sera del 13 dicembre.

Il 16 dicembre appresi che nella questura di Milano era stato ucciso il compagno Pinelli. Mi resi allora conto della concretezza delle minacce fattemi.

Più tardi fui incriminato anche per «procacciamento di notizie di cui è vietata la divulgazione» per aver copiato in un quaderno da un opuscolo in libera circolazione all’inizio del ’69, edito dal comitato anti NATO della Federazione Giovanile Comunista Italiana di Livorno, l’elenco di alcune notissime basi NATO in Italia.

Oggi a queste accuse si aggiunge anche la renitenza alla leva. In questa situazione se prima non volevo fare la fine di Pinelli adesso non voglio neanche fare quella di Valpreda!

Su di me sono state dette molte cose false. Fra queste, che avrei rilasciato un’intervista al giornalista Cesare Tocci del foglio fascista Il Giornale d’Italia. Smentisco decisamente di aver mai rilasciato interviste e di aver mai incontrato questo Tocci.

Concludo questa mia , con un appello ai compagni, detenuti e no, affinché facciano di questo processo un momento di lotta contro il fascismo e lo Stato, veri colpevoli della strage.

Ritengo che sia utile che pubblichiate questa lettera perché si conosca la mia posizione nei riguardi del processo, la mia solidarietà verso i compagni detenuti, ed i motivi della mia latitanza.

Saluti anarchici

ENRICO DI COLA

1969 Roma, sciopero della fame (25 sett. – 2 ott.) Amerigo Mattozzi, Pietro Valpreda, Leonardo Claps, “Mino” Cosimo Caramia e Sebastiano Messina

29 novembre 2009

1969 Roma, Sciopero della fame (25 sett. – 2 ott.)

1969 sciopero fame anarchici a Roma

1969 sciopero fame anarchici a Roma

Nella foto, da sinistra a destra: Amerigo Mattozzi (er mandrillo), Pietro Valpreda, Leonardo Claps (Stive), Cosimo Caramia (Mino), e Sebastiano Messina

Stiamo cercando di contattare (e dare un nome) ai compagni che giravano intorno ai circoli romani. Aiutateci se potete.

1969 Roma, sciopero della fame (25 sett. – 2 ott.) Giorgio Spanò, Enrico Di Cola, Pietro Valpreda, Leonardo Claps, Roberto Gargamelli, Francesco “Fefè” Montanari e Paolo De Medio

29 novembre 2009

1969 Roma, sciopero della fame (25 sett. – 2 ott.)

Se qualcuno ricorda i nomi mancanti ci contatti, grazie

1969 Roma sciopero fame anarchici

1969 Roma sciopero fame anarchici

in basso da sinistra a destra: Giorgio Spanò, Enrico Di Cola, Pietro Valpreda, Leonardo Claps, Roberto Gargamelli,
in alto a sinistra: “Fefè” Francesco Montanari, e Paolo De Medio