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Corriere della Sera 27 Luglio 2010 Carla Fracci: «Non aiutai Valpreda dopo il suo arresto. Provo ancora rimorso» di Alessandro Cannavò

26 Mag 2011

«Era il pomeriggio dell’11 dicembre 1969. Mi trovavo negli studi della Rai in via Teulada a Roma. In quei giorni registravamo lo show tv di Natale, “La notte della speranza”. Per me era il primo impegno di lavoro dopo il parto di mio figlio Francesco che era avvenuto il 6 ottobre. Il vero ritorno sulle scene sarebbe stato qualche mese dopo alla Scala con i balletti Pelleas et Melisande e Paquita, dove tutti mi aspettavamo per vedere se ero nuovamente in grado di sostenere la prova dei 32 fouettés… Quel pomeriggio negli studi comparve Pietro Valpreda. “Avete lavoro per me?”».

Carla Fracci non può certo non ricordare fin nei dettagli l’incontro che ebbe con l’uomo che qualche giorno dopo sarebbe stato accusato della strage di piazza Fontana, la bomba alla Banca Nazionale dell’Agricoltura che provocò 17 morti e 50 feriti. L’anarchico Valpreda, appartenente al gruppo Ponte della Ghisolfa, testa calda che aveva avuto già problemi con la giustizia, era un ballerino che sin dagli anni 50 rimediava impieghi nei corpi di ballo di riviste (aveva lavorato con Carlo Dapporto, Wanda Osiris e Walter Chiari), teatri lirici e programmi televisivi. In quel ’69 era apparso anche nella trasmissione, «Stasera con…» di Antonello Falqui, in una puntata dedicata a Patty Pravo e Gina Lollobrigida.« “Pietro, che peccato che ti presenti solo ora: ormai siamo alle fasi conclusive”, gli rispondemmo io, Carla e il coreografo dello spettacolo Loris Gai».

A proseguire il racconto è il regista Beppe Menegatti, compagno inseparabile della Fracci nella vita e nel lavoro. «Valpreda lo conoscevamo, eccome. Anche se era più familiare alla sorella di Carla, Marisa, che danzava proprio negli spettacoli tv». Il giorno dopo, Menegatti seppe di quanto era successo alla banca dell’Agricoltura di Milano appena dopo essere stato testimone di uno dei tre attentati (quello avvenuto all’Altare della Patria) che contemporaneamente si verificarono a Roma. Finita la registrazione e tornati a Milano, la Fracci, Menegatti e Loris Gai si imbatterono il 17 mattina nei titoloni dei giornali esposti alla libreria Feltrinelli di via Manzoni che annunciavano l’arresto di Valpreda per concorso nella strage.

Erano giornate drammatiche: ventiquattro ore prima le prime pagine riportavano il tragico volo di Pinelli alla Questura di Milano. «Accanto alla foto di Valpreda c’erano definizioni come mostro, bestia umana o, cosa che ci colpì particolarmente, ballerino disadattato – riprende la Fracci -. Ma com’era possibile? Un uomo che nemmeno 24 ore prima stava quasi per entrare a far parte in uno show televisivo a Roma, veniva accusato di essere stato l’esecutore di quell’orrendo fatto a Milano. Avevamo voglia di dire a qualcuno del nostro incontro, capire cosa fare». «Ci pensammo per alcune ore – è ancora Menegatti -. Poi decidemmo di telefonare a Giorgio Zicari, il cronista del Corriere che seguiva il caso. Era stato lui che bruciando tutti i colleghi aveva rivelato già sul Corriere di Informazione del 16 dicembre che Valpreda era imputato. Lo chiamai verso le 10 della sera. Lui ascoltò il racconto con molta calma e mi disse: “Risentiamoci più tardi”. Di colloqui ce ne furono quattro. All’ultimo, si era intorno alle 2 e mezzo della notte, Zicari mi disse: “Senta Menegatti, dica a Carla che per la sua reputazione una dichiarazione del genere può essere rischiosa. E poi avete un bambino piccolo… dovete stare attenti. Meglio non entrare in questa vicenda”. Quell’ultima frase ci impietrì».

Che cosa voleva dire Zicari, che qualche anno più tardi sarebbe stato sospeso per un periodo dall’Ordine dei giornalisti dopo che si seppe che aveva collaborato con i servizi segreti? Un avvertimento benevolo? O un’ambigua minaccia? «Noi abbiamo pensato al rischio di un rapimento da parte di gruppi neofascisti protetti da forze occulte – spiega la Fracci -. Oggi sembrerebbero pure ossessioni ma bisogna ricordarsi il clima di violenza di quel ’69. Gli attentati erano cominciati già in primavera. Insomma, a quel punto decidemmo di non parlare con nessun altro di quell’incontro. Una scelta che si tramutò ben presto in grande rimorso. Non rivelammo la storia neppure alla nostra amica Camilla Cederna o a Giorgio Bocca che presto cominciarono una campagna a difesa di Valpreda».

Un po’ di anni dopo, Menegatti ricevette un avviso di comparizione per testimoniare al processo di Catanzaro. Il suo nome era stato trovato in un quaderno di appunti di Zicari che riportava la sintesi delle loro telefonate. «A Catanzaro ci andai tre volte: l’ultima, al ritorno, feci il viaggio in treno con l’avvocato di Valpreda, Guido Calvi. Un uomo splendido, che mi disse: “Se questa vostra testimonianza fosse arrivata prima, chissà, forse avrebbe aiutato a evitare la costruzione di Valpreda come mostro”. Un rimprovero espresso con mestizia e gentilezza, senza toni polemici, che ci mise di fronte alla vigliaccheria del nostro atto. Quel giorno avremmo dovuto rivelare un semplice incontro, spendere una parola a favore di un accusato, insomma fare il nostro dovere di cittadini. E invece prevalse la paura, la voglia di quieto vivere».

Carla Fracci e Beppe Menegatti incontrarono più volte Valpreda a Milano dopo l’assoluzione definitiva, quando l’ex ballerino anarchico vendeva libri e aveva aperto un bar. «Ma furono sempre incontri generici, lui non tirò mai in ballo quell’episodio, né noi ci sentimmo di fare ammenda del nostro comportamento. Da quando è arrivato il secondo nipotino, Ariele, che ha due anni, pensiamo spesso a quegli ipotetici rischi che avrebbe potuto correre, se avessimo parlato, nostro figlio Francesco nel clima di tensione del ’69. Ma quel dubbio non alleggerisce il macigno che abbiamo sulla coscienza».

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Quando la memoria tradisce – Risposta all’articolo di Paolo Finzi scritto per la morte di Pietro Valpreda (29/12/2010)

29 dicembre 2010

Quando la memoria tradisce

In questo Blog stiamo cercando di riportare alla luce la nostra storia, la nostra verità. Gran parte del nostro lavoro è rivolto a smantellare falsità o manipolazioni di giornalisti e autori  di destra o presunti “democratici” che vorrebbero riscrivere la storia in maniera revisionistica per addossarci colpe che non abbiamo e che addirittura sentenze definitive della magistratura hanno ufficialmente escluso.

Purtroppo – anche se in buona fede e senza volerlo – alcuni anarchici hanno contribuito con i loro scritti o le loro dichiarazioni a dare respiro politico a questa opera di disinformazione che cerca di accreditarsi come “storiografica”.

Poichè siamo nell’epoca dell’internet e tali articoli o dichiarazioni circolano in rete e possono essere ripresi e rilanciati in ogni parte del mondo, è evidente che non possiamo lasciare queste dichiarazioni e affermazioni senza una nostra risposta. Anche se questa viene a distanza di anni.

Nel caso che andremo qui ad esaminare vi è un aggravio di responsabilità da parte di chi ha fatto tali affermazioni in quanto, data la notorietà ed il prestigio di cui gode nel movimento anarchico, le sue parole hanno assunto valore di verità e sono tuttora riportate nelle pagine web di anarchopedia e riprese da siti anarchici di tutto il mondo. Con questo nostro intervento pubblico speriamo di fare chiarezza una volta per tutte ed auspichiamo che chi ha commesso tali errori provveda a correggerli.

L’articolo a cui ci riferiamo è quello intitolato Ciao Peder! scritto per la morte di Pietro Valpreda da Paolo Finzi, pubblicato su A rivista anarchica n 284 dell’ottobre 2002 (che pubblicheremo in modo integrale contemporaneamente a queste nostre note).

In esso fra l’altro si legge:

[Valpreda] …Intorno al ’68 dà vita, con altri più giovani compagni, ad un gruppo anarchico, scegliendo come nome la data dell’inizio del movimento di lotta francese: il 22 marzo. Il gruppo è caratterizzato da posizioni spacca-tutto e da un linguaggio incendiario: me li ricordo bene quando in piazza Duomo, durante un corteo nel ’69, gridano a squarciagola “Bombe, sangue, anarchia” e noi – militanti e simpatizzanti del circolo anarchico “Ponte della Ghisolfa” (con sede, allora, in piazzale Lugano, nel quartiere periferico della Bovisa) – sovrapponiamo con la stessa cadenza e con voce ancora più forte “Malatesta, Cafiero, Bakunin”. Cercando di evitare che la gente senta simili bestialità.”

Il Circolo 22 Marzo nasce a Roma nel novembre del 1969 e quindi retrodatare di un anno tale nascita non può che creare confusione. Confusione che diviene  totale quando Finzi tira fuori addirittura un suo “ricordo” personale, una sua testimonianza, in cui avrebbe visto i militanti del 22 marzo… sfilare ad una manifestazione a Milano gridando a squarciagola “Bombe, sangue, anarchia”!!!

E’ certo che nessuno di noi del 22 Marzo partecipò a cortei a Milano nel 1969, a meno che per  “cortei” non si voglia intendere la contemporanea presenza di tre compagni del circolo – Valpreda, Gargamelli e Di Cola – che andarono a Milano intorno al 7/8 ottobre ’69 assieme al compagno milanese Leonardo Claps al termine dello sciopero della fame di Roma. La visita aveva lo scopo di portare la loro solidarietà al compagno Michele Camiolo che stava continuando il suo digiuno di protesta davanti alla Camera del Lavoro di Milano. In quella occasione vi furono solamente incontri individuali tra compagni, ed una partecipazione ad una assemblea alla Statale, assieme a compagni anarchici milanesi, per sostenere i compagni a cui i leaderini della Statale volevano impedire di prendere la parola.

Finzi poteva evitare questo svarione non affidandosi esclusivamente alla sua memoria  (in questo caso sicuramente difettosa) ma chiedendo la testimonianza se non altro di Gargamelli che era ed è ancora facilmente reperibile.

Vale la pena di aggiungere un altro episodio: l’incontro tra Pinelli e Valpreda davanti alla Camera del Lavoro.  Da qualche tempo circolavano voci su Valpreda, e quindi quando Pino arrivò col termos del caffè per tutti, Pietro ne approfittò per chiarire la sua posizione messa in dubbio da queste voci incontrollate, fatte circolare ad arte da polizia e infiltrati come in seguito sapemmo.

Pinelli e Valpreda parlarono anche delle posizioni politiche del 22 marzo che sembravano a Pino troppo radicali. Pietro spiegò l’indirizzo politico che si era dato il circolo, cioè entrare nel vivo delle lotte, portare nei contesti le nostre idee per farle meglio conoscere e capire attraverso  l’intervento diretto. Parlarono anche della denuncia per il volantino anticlericale e del processo che Pietro avrebbe dovuto subire a breve.

Al termine dell’incontro – a una parte del quale era presente anche Gargamelli – alla domanda di Valpreda se tutto fosse stato chiarito, Pino rispose che “tutto è chiarito, non ci sono più problemi”. Un abbraccio finale sigillò la ritrovata armonia tra i due.

Prosegue Finzi:

“…Per questo loro modo di presentarsi e per l’estrema “apertura” del loro gruppo (predestinato ad ogni tipo di infiltrazione e provocazione), Valpreda ed i suoi compagni sono guardati male dal movimento anarchico (variamente) organizzato.”

Sulla questione del nostro “modo di presentarci” e della nostra “estrema apertura” che ci avrebbe reso permeabili ad infiltrazioni e  provocazioni, torneremo in maniera più dettagliata in un prossimo futuro. Per il momento vorremmo ricordare che gli anarchici di Milano non furono meno immuni da tali rischi  di quanto lo fummo noi. Basta pensare alla presenza nei loro circoli in quegli anni di personaggi come il “sosia” di Valpreda Nino Sottosanti, noto anche come ‘’Nino il fascista’’ o di Enrico Rovelli (nome d’arte Anna Bolena), confidente dell’ufficio affari riservati e del commissario Calabresi, scoperto solo nel 1975 quando lui stesso ammise questo suo ruolo  in un verbale di interrogatorio. Sarebbe bene dunque che anche  questa leggenda metropolitana su di noi terminasse una volta per tutte.

Che il movimento anarchico ‘’variamene organizzato’’ ci guardasse male è un’altra affermazione non vera e che andrebbe eventualmente contestualizzata. La presenza del Circolo 22 marzo, nelle persone di Pietro Valpreda, Emilio Bagnoli ed Enrico Di Cola, al congresso della FAGI a Carrara e poi al Convegno GIA ad Empoli il 2 novembre del 1969 ci sembra che dimostri ben altra verità. A Carrara non solo eravamo presenti ma prendemmo anche la parola!

La realtà dei fatti è che qualche tempo prima da Milano erano arrivate voci su Valpreda, a causa di un verbale in cui si mettevano in bocca a Pietro cose che non aveva mai detto. Il verbale era stato estorto con minacce e percosse dai soliti noti questurini di Milano ad un giovanissimo compagno. Incontrammo questo compagno a Carrara e ci raccontò, quasi in lacrime e chiedendo scusa a Pietro, cosa avevano scritto i poliziotti sul verbale che gli avevano fatto firmare e come da questo i compagni della Crocenera di Milano avessero dedotto che Valpreda andava in giro a raccontare frottole che potevano diventare provocazioni verso il movimento.

Andammo poi ad Empoli, non solo perchè alcuni compagni del nostro circolo erano vicini alle posizioni dei GIA, ma soprattutto per chiarire questa vicenda con Pino Pinelli. Qui, dopo il famoso episodio del cucchiaino lanciato durante il pranzo da Valpreda per attirare l’attenzione di Pinelli, vi fu un lungo incontro tra i due in cui Pietro spiegò a Pino la sua totale estraneità a quello che era riportato nel verbale di polizia e gli raccontò della confessione che avevamo ricevuto dal giovane compagno che con il suo verbale aveva causato tali voci e sospetti.

Anche questo incontro – di cui Di Cola è stato testimone – terminò con un abbraccio tra i due.

Secondo Finzi

“… A Roma commettono in quei mesi una grave scorrettezza, mettendo su di un loro volantino antimilitarista, infarcito di espressioni… da denuncia, non il proprio indirizzo, ma quello della sede anarchica di via dei Taurini, punto di riferimento del movimento anarchico organizzato e sede della redazione del settimanale Umanità Nova. “

Anche questa ricostruzione è in parte falsa ed in parte inaccurata.

L’episodio a cui si riferisce Finzi risale all’autunno del 1969, quindi prima della nascita del 22 Marzo, quando ancora svolgevamo la nostra militanza all’interno del circolo Bakunin. Scrivemmo un volantino antimilitarista, firmato “Gruppo Durruti”,  in cui mettemmo come indirizzo in cui era stato ciclostilato quello dell’allora nostro circolo, appunto il Bakunin di via Baccina (e non certo via dei Taurini!!). Il contenuto del volantino non piacque ad alcuni compagni “storici” del Bakunin e quindi noi per evitare polemiche strappammo la riga con l’indirizzo e lo distribuimmo tagliato. Non commettemmo dunque alcuna scorrettezza.

Scorrettezza è scrivere di cose che non si conoscono.

Scrive ancora Finzi:

“…A Milano, nel marzo 1969, Valpreda con altri due giovani compagni pubblica il ciclostilato Terra e libertà in cui tesse l’elogio di Ravachol, discussa figura di anarchico dinamitardo di fine Ottocento. Ce n’è abbastanza perché i militanti li tengano a distanza. A Milano Valpreda viene allontanato dal “Ponte della Ghisolfa”. Idem a Roma, dove i compagni della FAI – quelli di via dei Taurini – fanno capire alle “teste calde” del 22 marzo che “non è aria”.

Questo passaggio dell’articolo di Finzi, scritto per altro molti anni dopo i fatti, è decisamente fuorviante in quanto sembra attribuire quell’iniziativa al circolo 22 Marzo. Ma nel marzo del ’69 Valpreda viveva ancora a Milano, nessuno di noi a Roma lo aveva ancora incontrato ed il ciclostilato in questione lo fece con dei compagni di Milano.  

Purtroppo Valpreda è morto per cui non ci è possibile dire se venne o meno “allontanato”  dal “Ponte della Ghisolfa” come Finzi sostiene, ma i compagni Di Cola e Gargamelli possono testimoniare come ancora a novembre del ’69 Valpreda fosse accolto con calore dai compagni di questo circolo.

Sulla situazione di Roma possiamo invece essere più precisi. Ad essere allontanato dal circolo Bakunin non fu Valpreda o noi del 22 marzo bensì solamente Merlino per il suo passato fascista. Della sua  conversione – a buona ragione – i compagni del Bakunin non si fidavano. Anche dopo la scissione dal Bakunin e la creazione del nostro circolo,  molti di noi seguitarono a passare per il Bakunin a salutare e parlare con i compagni.

A riprova di quanto asseriamo vogliamo ricordare che ancora  il 6 dicembre (episodio agli atti del processo) alcuni di noi parteciparono ad un incontro dei gruppi libertari romani – che si svolse all’interno dei locali del Bakunin – e che in tale occasione un nostro compagno, Emilio Bagnoli, rappresentò le posizioni del nostro circolo.

Finzi prosegue:

Quel che mi preme sottolineare è che con il suo comportamento Pietro Valpreda – che di quell’ambiente un po’ folkloristico è il più “anziano”, l’unico non ragazzino – attira su di sé l’attenzione interessata delle forze repressive, che in quei mesi si attivano per inserire un loro uomo (il poliziotto Salvatore Ippolito) in quel gruppetto, un cui altro membro (Mario Merlino) è stato per anni un attivista neo-nazista e, pur avendo abbandonato i camerati per “abbracciare la causa anarchica”, mantiene rapporti con boss del livello di un Pino Rauti.

Anche a noi preme sottolineare qualcosa. Valpreda non attira l’attenzione su di se per i discorsi che avrebbe fatto con noi a Roma. Da mesi, lui – come Pinelli – era nel mirino del commissario Calabresi che aveva cercato di coinvolgerlo negli attentati del 25 aprile alla Fiera di Milano ed ai treni.

E qui vogliamo toglierci un altro sassolino dalla scarpa.

Il poliziotto Salvatore Ippolito era stato  infiltrato nel circolo Bakunin almeno dall’inizio del luglio ’69 (ma forse addirittura dal maggio-giugno). Ciò è emerso dai suoi verbali di interrogatorio e da quelli del suo diretto superiore il commissario Domenico Spinella, oltre che dagli atti del processo di Catanzaro. Lo scopo era  seguire i movimenti  del compagno Ivo Della Savia (fratello di Angelo incarcerato ingiustamente per gli attentati del 25 aprile) quando questi da Milano si era trasferito a Roma.

Possiamo quindi affermare senza tema di smentita (tutto si trova agli atti) che molti di noi  conobbero il poliziotto alle riunioni del Bakunin e quindi abbassammo “le difese” proprio per questo. Se lo accoglieva il Bakunin perchè avremmo dovuto diffidare noi? Quindi si tratta di “un’eredità” più che di un nuovo acquisto.

Anche sul ruolo del fascista e infiltrato Mario Merlino, per il momento ci preme sottolineare come fosse stato impossibile per noi – e per tutti gli altri d’altronde – sapere che manteneva contatti con i suoi ‘’ex’’ camerati. Detto questo vorremmo anche ricordare che prima di noi si era già infiltrato in alcune organizzazioni marxiste leniniste dalle quali era stato poi allontanato come provocatore, ma senza che tali organizzazioni provvedessero (per vergogna?) a denunciarlo pubblicamente.

Diversi di noi sono stati testimoni di interventi di Merlino in varie assemblee del movimento studentesco romano, senza che alcuno intervenisse per cacciarlo a pedate. Anche qui: se poteva parlare in assemblee pubbliche del movimento,  perchè noi avremmo dovuto dubitare della genuinità della sua “conversione” ?

Dopo il 12 dicembre tutto cambia e molte cose vengono alla luce. A quel punto fu facile per la sinistra, anarchici compresi, seppellirci nella merda.

15 dicembre 1969 / 15 dicembre 2010 Valpreda innocente Pinelli assassinato – Serata contro la revisione della storia e la cancellazionedella memoria

12 dicembre 2010

15 dicembre 1969 / 15 dicembre 2010.

Piazza Fontana strage di stato

Valpreda innocente Pinelli assassinato.

La criminalità del potere noi ricordiamo le vittime, non dimentichiamo chi sono i carnefici.

Serata contro la revisione della storia e la cancellazionedella memoria.

Interventi di:

Mauro Decortes (Circolo Anarchico Ponte della Ghisolfa )

Piero Scaramucci (giornalista, ex direttore di Radio Popolare)

Saverio Ferrari (Osservatorio Democratico sulle Nuove Destre)

Claudia Pinelli leggerà una testimonianza sua, di Licia Pinelli e Silvia Pinelli

Francesco Barilli (Reti Invisibili)

Roberto Gargamelli (Amico e compagno di Valpreda )

Renato Sarti (Regista ed attore teatrale)

Intervista inedita di Enrico Di Cola (Amico e compagno di Valpreda)

Proiezione del film “EL SICARIO” di G. Rosi

MERCOLEDÌ 15 DICEMBRE ORE 21

AL LEONCAVALLO

SPAZIO PUBBLICO AUTOGESTITO

VIA WATTEAU, 7

ORGANIZZA IL CIRCOLO ANARCHICO PONTE DELLA GHISOLFA

VIALE MONZA 255

per info Mauro Decortes animatore campagna Valpreda/Pinelli 3496378210

5 anarchici del sud – Un viaggio durato 40 anni – Il 26 settembre 2010 a Frosinone cercheremo di raccontare la storia di Angelo, Annelise, Franco, Gianni e Luigi e di un viaggio mai terminato in cui avevano riposto aspettative e speranze.

9 settembre 2010

Il 26 settembre 1970 cinque anarchici calabresi morivano in un  incidente stradale sull’autostrada del sole, tra Napoli e Roma, all’altezza di Ferentino. Andavano a Roma per consegnare un dossier di controinformazione alla redazione del settimanale anarchico Umanità Nova.
L’incidente destò molti interrogativi già all’epoca data la stranezza della dinamica, la sparizione dei  documenti trasportati dai compagni e tantissime altre incongruenze e coincidenze. Nel corso degli anni i dubbi si sono rafforzati: periodicamente qualche pentito e qualche dossier trovato negli archivi dei servizi segreti confermano i sospetti sul fatto che si sia trattato di una strage mascherata da incidente stradale.
40 anni e ancora torniamo a ricordare questa storia che si è sempre tentato di far dimenticare.
E’ nostra intenzione denunciare pubblicamente l’omicidio dei compagni e ricostruire la loro vicenda, indissolubilmente legata agli avvenimenti dei quali furono testimoni e protagonisti: dal 1969 con gli attentati culminati con Piazza Fontana, inizio della stagione delle stragi, alla rivolta di Reggio Calabria.
Il 26 settembre 2010 a Frosinone cercheremo di raccontare la storia di Angelo, Annelise, Franco, Gianni e Luigi e di un viaggio mai terminato in cui avevano riposto aspettative e speranze.

Alle 17:00 Proiezione di un documentario sull’attentato alla Freccia del Sud a Gioia Tauro che causò 6 morti e 139 feriti e sull’omicidio dei compagni.

Alle 18:00 Dibattito.
Presiede:
Marco Tranquilli (del Gruppo Cafiero – FAI Roma)
Interverranno:
Tonino Perna e Antonella Scordo (parenti dei compagni assassinati)
Roberto Gargamelli (uno degli accusati della Strage di Stato)
Franco Schirone (Autore del libro “La gioventù anarchica”)
Fabio Cuzzola (Autore del libro “5 anarchici del sud”)
Daniele Di Giovanni (figlio di Eduardo: una “colonna portante” della Controinformazione)
Conclude:

Francesco Fricche (del Gruppo Cafiero – FAI Roma)

Alle 19:30 Contaminazioni teatrali
“Evviva Maria” di Ulderico Pesce, recita Lara Chiellino
“70 volte Sud” di Massimo Barilla, recita Salvatore Arena

Alle 21:00 Concerto dei Tetes de Bois

Appuntamento il 26 settembre a partire dalle ore 17:00 alla Cantina Mediterraneo, Via A. Fabi 341 Frosinone


Gruppo Anarchico “C. Cafiero“ – Fai Roma
Via Vettor Fausto 3 – Roma
fairoma@federazioneanarchica.org

Anarchiche e anarchici del Lazio

I cinque anarchici della Baracca: la memoria a quarant’anni dall’autotreno che li uccise

8 settembre 2010

Di Antonella Beccaria

8 SEP 2010

La storia degli anarchici della Baracca – morti non lontano da Roma il 26 settembre 1970 in uno scontro stradale con un camion su cui viaggiavano i fratelli Aniello, in rapporti di lavoro con Junio Valerio Borghese – era stata raccontata qui, recensendo il libro Cinque anarchici del Sud. Una storia negata, scritto da Fabio Cuzzola e pubblicato nel 2001 da Città del Sole Edizioni. E il prossimo 26 settembre, a quarant’anni da quell’impatto, ci sarà a Frosinone (Cantina Mediterraneo, via A. Fabi), una manifestazione per ricordare: Il 26 settembre 1970 cinque anarchici calabresi morivano in un incidente stradale sull’autostrada del sole, tra Napoli e Roma, all’altezza di Ferentino. Andavano a Roma per consegnare un dossier di controinformazione alla redazione del settimanale anarchico Umanità Nova. L’incidente destò molti interrogativi già all’epoca data la stranezza della dinamica, la sparizione dei documenti trasportati dai compagni e tantissime altre incongruenze e coincidenze. Nel corso degli anni i dubbi si sono rafforzati: periodicamente qualche pentito e qualche dossier trovato negli archivi dei servizi segreti confermano i sospetti sul fatto che si sia trattato di una strage mascherata da incidente stradale. Quarant’anni e ancora torniamo a ricordare questa storia che si è sempre tentato di far dimenticare. È nostra intenzione denunciare pubblicamente l’omicidio dei compagni e ricostruire la loro vicenda, indissolubilmente legata agli avvenimenti dei quali furono testimoni e protagonisti: dal 1969 con gli attentati culminati con Piazza Fontana, inizio della stagione delle stragi, alla rivolta di Reggio Calabria.

Il 26 settembre 2010 a Frosinone cercheremo di raccontare la storia di Angelo, Annelise, Franco, Gianni e Luigi e di un viaggio mai terminato in cui avevano riposto aspettative e speranze.

Si inizierà alle 17 con la proiezione di un documentario sulla strage di Gioia Tauro e nel dibattito a seguire interverranno, tra gli altri, Tonino Perna e Antonella Scordo (familiari dei ragazzi assassinati),Roberto Gargamelli (uno degli anarchici accusati ingiustamente della strage di piazza Fontana) insieme agli autori Franco Schirone (La gioventù anarchica) e Fabio Cuzzola. Per maggiori informazioni: fairoma@federazioneanarchica.org

Le vie del vento o le rivoluzioni sognate Cronache dalla Calabria 1968-1973 di Gaetano Luciano (sulla latitanza in Calabria di Enrico Di Cola)

5 marzo 2010

(stralcio, per il testo testo integrale vai a: http://www.sbvibonese.vv.it/sezionec/pag361_c.aspx )

Le vie del vento o le rivoluzioni sognate

Cronache dalla Calabria 1968-1973

di Gaetano Luciano

Con la collaborazione di Gilberto Floriani

Il 19 giugno 1970, la sera della leggendaria partita Italia Germania, finita con la vittoria dell’Italia per 4 a 3, centinaia di militanti rivoluzionari erano rintanati presso abitazioni e giardini della Garbatella.

Nel pomeriggio di quel giorno si era svolta a Roma una grande manifestazione della sinistra extraparlamentare contro la guerra nel Vietnam e contro la conferenza internazionale promossa dal Presidente degli USA Richard Nixon.

Migliaia di poliziotti attaccarono il corteo e la maggior parte dei manifestanti trovò rifugio tra le vie e le piazze del quartiere ‘amico’ della Garbatella. Agli inseguiti dalla Celere i cittadini del quartiere aprivano i loro appartamenti e i minuscoli giardini per accoglierli.

In quei giorni alcuni compagni vibonesi erano a Roma, ospiti di un nucleo di compagni che lavoravano per il collettivo della ‘controinformazione’ e il Soccorso Rosso. A quell’ora le vie della capitale, ancora segnata dall’ennesima manifestazione antimperialista, erano vuote e dalle finestre aperte dei palazzi di Trastevere di tanto in tanto si levavano urla di gioia o di disperazione a seconda del gol segnato o subito dalla nazionale di calcio impegnata nei campionati mondiali.

Nell’ottobre dello stesso anno alcuni di quei compagni della ‘Controinformazione’ spediscono a Vibo Valentia un giovane anarchico latitante, Enrico Di Cola. Si tratta di uno studente di 19 anni, iscritto all’ultimo anno di un Istituto Professionale romano, coinvolto nelle indagini sulla strage di Piazza Fontana per le sue frequentazioni del Circolo 22 Marzo di Roma, un circolo frequentato da Pietro Valpreda e dall’infiltrato Mario Merlino, un personaggio, quest’ultimo, che già nel 1968 aveva tentato di costituire a Nicastro, assieme al giornalista di Maida Franco Papitto, una filiale del Circolo 22 Marzo.

Enrico Di Cola è ricercato per associazione a delinquere e procacciamento di notizie segrete e militari. E’ ricercato affannosamente dalla Digos e dai Servizi Segreti che vogliono impedirgli di entrare in contatto con i suoi legali. In seguito darà un contributo importante per ricostruire i pezzi del mosaico della strage di stato del 12 dicembre 1969, ricostruita nel libro Valpreda è innocente: la strage è di stato. Rimarrà nascosto in case di compagni ospitali di Vibo e dintorni per quasi un anno. Della presenza del giovane anarchico erano soltanto quattro persone e ai vari ospiti erano fornite sempre generalità false. Fu sempre presentato come un compagno, figlio di un operaio di Sesto San Giovanni, licenziato a causa di problemi con la Direzione della fabbrica in cui lavorava.

Nel mese di luglio del 1970 scoppia la rivolta di Reggio Calabria.

Della serie… il Cucchiarelli furioso – Dal blog dei fans del libro di Cucchiarelli un piccolo botta e risposta tra l’autore del libro e Enrico Di Cola 26 febbraio 2010

26 febbraio 2010

Della serie… il Cucchiarelli furioso

Dal blog dei fans del libro di Cucchiarelli un piccolo botta e risposta

http://www.facebook.com/group.php?gid=111480141059

22 febbraio alle ore 8.20 ·  Paolo Cucchiarelli

Caro Di Cola, ho solo spiegato quello che la signora Pinelli ha scritto anni fa nel libro “Una storia soltanto mia”. Sono disponibile per un pubblico dibattito dove, come e quando vuoi. Voglio fatti e non ricordi: personalmente o gia’ pronte un centinaio di domande da rivolgerti. Fammi sapere oppure smettila.
paolo cucchiarelli

22 febbraio alle ore 17.02 ·  Paolo Cucchiarelli
Naturalemnte Di Cola puo’ anche non smetterla ma allora diventera’ chiaro a tutti che si tratta di una difesa di bandiera. Quindi: a quando il confronto caro Di Cola?

22 febbraio alle ore 17.34 ·  Enrico Di Cola
Fatti e non ricordi? Bene. Ecco qui un fatto, magari piccolo, ma rivelatorio dell’accuratezza con la quale Cucchiarelli ha costruito il suo libro.
Nelle pagine 399-400 (+ nota 78 a pagina 671) scrive: “Enrico Di Cola, rilasciato dopo ventiquattr’ore, fu al centro di uno scontro tra la polizia, che lo riteneva solo un testimone, e Occorsio, che lo riteneva un imputato. Sarebbe stato lui – si sostenne all’inizio del gennaio del ’70 – a indirizzare le indagini della polizia su Valpreda, con affermazioni fatte fuori verbale. La riprova del salvacondotto offertogli in cambio dalla polizia starebbe nel suo definitivo trasferimento in Svezia. (78) In effetti, Di Cola uscirà stabilmente dall’Italia e dall’inchiesta.”
Peccato però che soltanto un’ottantina di pagine prima (pag. 321) si legge tutta un’altra storia: “Ippolito almeno da fine novembre sapeva che il ballerino stava per andare nel capoluogo lombardo…[…] …L’11 dicembre, Ippolito era nella sede del circolo «22 marzo» quando Emilio Bagnoli riferì a Umberto Macoratti che Valpreda era appena partito per Milano con la sua Fiat 500. Ippolito telefonò immediatamente al suo capo, il commissario Domenico Spinella. Che fosse lui la fonte della prima segnalazione lo dirà il questore di Roma, Parlato, durante la conferenza stampa dopo il riconoscimento di Valpreda, il 16 dicembre. Naturalmente senza rivelare che si trattava di un poliziotto infiltrato nel gruppo anarchico. La polizia seppe quindi da subito che quella testa calda di Valpreda era a Milano: non dovette attendere soffiate o indicazioni esterne.”
Questa è solo una prima notazione sul metodo Cucchiarelli, la risposta completa e circostanziata sulle sue diffamatorie affermazioni e speculazioni sul mio conto, la pubblicherò quanto prima nel blog “Strage di Stato”

Ieri alle 10.41 ·

Osservatorio democratico 10 febbraio 2010 – Cucchiarelli replica attraverso Facebook alla nostra nota – Gli rispondiamo punto per punto Saverio Ferrari

11 febbraio 2010

Osservatorio democratico 10 febbraio 2010

http://www.osservatoriodemocratico.org/page.asp?ID=3021&Class_ID=1003

Cucchiarelli replica attraverso Facebook alla nostra nota che smentisce l’esistenza di “un altro ferroviere anarchico” sostenuta nel suo libro “Il segreto di piazza Fontana”

Gli rispondiamo punto per punto

Saverio Ferrari – Osservatorio democratico

LA REPLICA DI PAOLO CUCCHIARELLI

Saverio Ferrari è perentorio: non intende tornare su un testo “liquidato” a suo tempo senza affrontare nemmeno una delle tante novità e tacendo sul suo sito, come già fatto su “Liberazione” a suo tempo, su aspetti documentali incontestabili che hanno portato alla riapertura delle indagini a Milano sulla strage e al forte interessamento al libro della Procura di Brescia.

A lui basta il giudizio politico. I fatti sono un accidente con sui il nostro non vuole sporcarsi. Tace anche, come tanti a sinistra, sul capitolo riguardante le ragioni, le modalità e le responsabilità della morte di Pino Pinelli.

Ora Farrari affronta molto limitatamente e in maniera ipocrita questo tema sul suo sito e mi costringe ad una replica che non essendomi stata permessa a suo tempo su “Liberazione” non avrei voluto più fare.

Insieme a Barilli (ancora arrabbiato questo perché stava lavorando ad un importante libro e la mia inchiesta gli scompaginava il “disegno” del suo lavoro di ricostruzione storica) Ferrari mi ha solo insultato senza confrontarsi mai con le 560 note del libro. Eppure nel pomeriggio del 28 maggio 2009, dopo la presentazione alla stampa, ho incontrato a casa sua a Milano, Licia Pinelli, che non ha avuto nulla da ridire sulla ricostruzione che gli ho dettagliatamente illustrato visto che anche lei -per chi voglia avere la compiacenza di leggere almeno questo capitolo-ha più volte parlato di infiltrati tra gli anarchici, come ha fatto l’avvocato Spazzali intervenendo alla presentazione del volume a Milano. Se c’erano infiltrati avevano un obiettivo, la manipolazione, ed uno scopo :”l’operazione”.

Il nostro Ferrari, con cui mi piacerebbe un pubblico confronto quando, dove e in qualunque luogo lui voglia, è abituato ad altro che a leggere le testimonianze dell’epoca e, rispettandole, dargli voce. Il nostro prima demolisce un libro che ha apportato tante novità , anche documentali, e poi corre dal magistrato a rivelargli che Cucchiarelli ha ragione perché lui, che faceva contro informazione a Milano nel 1969, era uno dei pochi a sapere che in vicolo Margherita, oggi passeggiata Malagodi, c’era all’ultimo piano una base dei fascisti greci, la stessa indicata nel libro come decisiva nella preparazione della bomba da affidare all’ignaro Valpreda. Ma questo non si può raccontare pubblicamente:meglio attaccare senza confrontarsi. Meglio i sentimenti che i riferimenti, le testimonianze e una vera e propria indagine che dimostra perché Pinelli è stato ucciso.

Un animo che vola solo alto, più incline alle certezze assolute quello di Ferrari che assomiglia, in questo, a quello di Susanna Tamaro.

Per entrare nei fatti:

1) ho anche io segnalato l’incongruenza su Meli ma anche il fatto che agli atti c’è un data di nascita sbagliata sulle foto della polizia, tanto da far pensare ad una “copertura” per sottrarlo ad ogni ipotesi di coinvolgimento visto che aveva agito con il compiacente aiuto dello Stato

2) Anche io pongo il tema in tono problematico (p.293) e scrivo: “Una inchiesta non approda a conclusioni comprovate ma scandaglia piste che non sono state seguite, suggerisce nuove ipotesi, verità diverse da quelle codificate. Verificarlo tocca a chi ha questo potere”. Quindi il tono di chi vuole dimostrare che ho scritto il falso è inutile perché si prende dal libro solo quello che è utile a discreditare l’inchiesta.

3)“Mauro-mi ha detto in diverse telefonate la signora Meli-l’ho conosciuto nel 1971, lavorava già in ferrovia. Rispetto alla domanda ulteriore se nel 1969 già ci lavorava scrivo, riportando la sua risposta: la signora “non credeva” che nel 1969 l’ex marito, che lei segue perché ammalato, lavorasse già alle ferrovie.”Si preparava a farlo”. Oppure – molto più credibilmente-si spacciava per un ferroviere visto che lo zio, come ha segnalato la signora, era il capo dipartimento di Milano. Meli, dice la signora, aveva casa vicino a Milano (p.291). “Ventura dormiva a casa sua tanto che aveva lì il suo pigiama. Aveva casa vicino a Milano. E’ stato anche ospite diverse volte di Giancarlo Rognoni”. Ci sono poi altri passaggi che danno la prova dell’importante ruolo giocato da Meli che la moglie, involontariamente, indica come compartecipe all’assassinio del portiere Muraro. Io stesso dico che dopo la prima indicazione a caldo, durante il primo colloquio, la signora è apparsa contraddittoria, titubante ma la prima affermazione (quando non aveva parlato della cosa con il marito) non lascia dubbi anche perché si deve collegare ai verbali che riporto: “Meli faceva il ferroviere e si era infiltrato nel Ponte della Ghisolfa come provocatore”. E’ ciò “intorno al periodo della strage di Piazza Fontana” (p.291). C’è’ una foto a comprovarlo.

Ferrari però si fida di più delle carte della polizia (la stessa che copriva l’azione dei provocatori fascisti ) ed è tutto contento di aver preso in castagna e “liquidato” una volta per tutte il perturbatore Cucchiarelli. Se “ Susanna Ferrari” piace così e si diverte con così poco, continui pure ma è bene che si sappia che quello che scrive Ferrari è solo una difesa politica ipocrita, parziale e fuorviante rispetto alla complessità del libro.

Paolo Cucchiarelli

LA NOSTRA RISPOSTA

Punto primo: la Procura della Repubblica di Milano non ha, al momento, deciso l’apertura di alcuna nuova indagine su piazza Fontana. È stata solo depositata una richiesta in tal senso da parte dell’avvocato di parte civile Federico Sinicato, basata su diversi elementi, che ho per altro riassunto in un articolo pubblicato su Il Manifesto l’11 dicembre 2009 (“L’armadio delle scope”), reperibile anche sul sito dell’Osservatorio.

Il fascicolo in cui stanno confluendo i nuovi indizi non è stato trasmesso, per decisione dei vertici della Procura di Milano, ad alcun giudice per le indagini preliminari. Riporto a tale proposito le amare conclusioni del giudice Guido Salvini espresse in un’intervista a Luciana Lanza, pubblicata in appendice alla riedizione di “Bombe e segreti” (eléuthera 2009). È una puntuale fotografia, tuttora valida della situazione: “E’ singolare poi che il fascicolo che contiene il racconto di Casalini, l’unico che ha avuto il coraggio di riconoscere le proprie responsabilità, sia stato aperto e subito chiuso a modello 45. Per i profani del diritto spiego cosa vuol dire modello 45. In quei fascicoli si mettono gli atti che si ritiene non costituiscano notizia di reato, compresi gli esposti dei matti, con la comodità per il pubblico ministero di chiudere il fascicolo (come difatti è avvenuto) con una archiviazione interna. In questo modo non bisogna trasmettere il fascicolo a un gip, cioè a un giudice terzo che potrebbe anche ritenere necessario qualche approfondimento o qualche indagine”.

Punto secondo: la signora Pinelli non ha mai letto “Il segreto di piazza Fontana”. Lo ha da tempo precisato la figlia Claudia Pinelli in una e mail inviata diversi mesi fa a Francesco Barilli, in cui, per altro, la stessa ha colto l’occasione per esprimere un suo giudizio, tutt’altro che lusinghiero, sul libro in questione. Ci vediamo costretti a pubblicarla (1) per mettere fine a quanto falsamente propalato da Paolo Cucchiarelli. Mi permetto di aggiungere che coinvolgere Licia Pinelli per far credere che abbia manifestato accordo su quanto scritto (e che cioè suo marito era a conoscenza che gli anarchici milanesi erano coinvolti nelle bombe del 12 dicembre), è semplicemente un atto ancor prima grottesco che inqualificabile.

Punto terzo: il sottoscritto nel 1969 aveva diciott’anni, non faceva politica e non militava in alcun partito o gruppo organizzato. Al tempo non aveva ancora partecipato a una sola manifestazione o corteo. Tanto meno poteva impegnarsi in qualsivoglia attività di controinformazione. Né poteva sapere, come non ha mai saputo (nemmeno sa ora), se in vicolo Margherita a Milano esisteva o meno “una base dei fascisti greci”. Anche per questo non ha mai potuto “correre” da alcun magistrato e “rivelargli che Cucchiarelli ha ragione”. Trattasi di cialtronata allo stato puro.

Punto quarto: su Meli basta quanto scritto. In questo fascicolo, recuperato più di dieci anni fa da Aldo Giannuli nell’archivio della questura milanese, la data di assunzione (23 agosto 1972) di Mauro Meli alle Ferrovie dello Stato, Compartimento di Milano, viene riportata in più di un appunto informativo. Probabilmente Cucchiarelli ci spiegherà nel prossimo libro che sono tutte carte artefatte, manipolate nella previsione del loro ritrovamento circa trent’anni dopo. Della serie: Dan Brown è un pirla!

Conclusione: il problema di Cucchiarelli è proprio l’opposto di quanto dichiara circa “i fatti”. Le sue tesi, infatti, non sono mai supportate da alcun fatto. Neanche nelle 560 note compare mai uno straccio di riscontro di quanto affermato, vedasi Giovanni Ventura che porta borse e bombe ai coniugi Corradini prima della strage di piazza Fontana, di Valpreda che si fa consegnare una bomba innescata nell’abbaino dei fascisti greci (!), e si potrebbe continuare. Ogni conclusione è arbitraria, esattamente come quella dell’”altro ferroviere anarchico”, al punto che si potrebbe tranquillamente sostenere per ciascun episodio ritenuto “centrale” per la ricostruzione di “un’altra verità”, almeno cinque finali diversi. Alla faccia dei “giudizi politici”! Il libro di Cucchiarelli non è, in definitiva, un libro complesso, ma solo basato sul nulla.

Un confronto pubblico con Paolo Cucchiarelli l’accetterei a una sola condizione: che vi partecipasse anche “Mister X”, la fonte anonima da cui provengono tutte le “soffiate” (sottolineo tutte), che sorreggono le tesi espresse nel libro. In sua assenza non capisco di che si dovrebbe discutere.

Saverio Ferrari

Milano, 10 febbraio 2010

(1) “Non ci crederai ma il libro l’ho letto in quanto Cucchiarelli l’ha portato a mia madre, che si è rifiutata di leggerlo e me lo ha passato. Sono completamente d’accordo con il vostro articolo, se fosse stato un libro di fantapolitica e non sbandierato come il libro sulla verità su piazza Fontana, forse non sarebbe stato così irritante, pieno di ricostruzioni e conclusioni azzardate e personali che nessuno gli ha chiesto. Sono contenta che siate riusciti, ancora una volta, a dare forma anche al mio pensiero e in una maniera così articolata come io non sarei stata capace. Un abbraccio. Claudia”.