Archive for the ‘Cucchiarelli’ Category

Libertaria anno 11 n 3 2009 – La strage e il suo doppio di Enrico Maltini

30 aprile 2011

Due attentatori in Piazza Fontana: l’anarchico Pietro Valpreda e il neonazista Claudio Orsi. Su due taxi diversi. Due le bombe alla Banca nazionale dell’Agricoltura. Due  ferrovieri anarchici: Giuseppe Pinelli e l’infiltrato Mauro Meli, infiltrato così bene che al Ponte della Ghisolfa nessuno l’ha mai visto. Ecco un nuovo libro su Piazza Fontana.

Nel libro Il segreto di piazza Fontana (Ponte alle Grazie 2009), Paolo Cucchiarelli ripercorre la trama criminale ormai passata alla storia come “strategia della tensione, che ebbe il suo culmine nella strage di piazza Fontana il 12 Dicembre del 1969. Vi si narra, con ampia documentazione, di servizi segreti ufficiali e “deviati” (?), nazionali e  stranieri, di settori dei Carabinieri e della Polizia, di fascisti di Ordine Nuovo, di Avanguardia Nazionale, della Rosa dei venti, di Nuova Repubblica, l’Anello, la Gladio, l’Aginter press di Guerin Serac, Stay behind, il Ministero dell’Interno e il famigerato Ufficio Affari Riservati, pezzi di magistratura, generali e colonnelli veri e presunti, agenti greci, la CIA, il Mossad, la NATO…più una pletora di faccendieri e spioni di ogni risma. Vi si narra delle macchinazioni per provocare tensione e paura con attentati e stragi da attribuire alla sinistra e vi si narra poi della frenetica attività di depistaggio, disinformazione, corruzione di testimoni, occultamento di prove vere e fabbricazione di prove false, seguite al sostanziale fallimento dell’operazione, che nella ridda di inchieste e procedimenti giudiziari innescati dalla madre di tutte le stragi doveva concludersi con la sostanziale impunità di tutti i responsabili.

La documentazione, che proviene da  atti processuali, interviste, notizie dalla stampa di allora, inchieste già pubblicate, nonché da altre “fonti” identificate e non, appare molto ricca e trova ampio spazio nelle 700 pagine del volume.

All’interno di questa estesa ricostruzione l’autore inserisce la sua versione sulla dinamica materiale degli attentati, sia di quelli ai treni dell’agosto ’69 che di quelli del 12 Dicembre a Milano e Roma, ed è qui che si perde.

Il rigore dell’interpretazione lascia sempre più spazio a supposizioni e congetture, situazioni e perfino caratteri di personaggi vengono largamente immaginati. Gli indizi divengono prove e vengono fatti convergere nel giustificare l’ipotesi. La dimostrazione diventa un teorema e come spesso accade, il ricercatore si fa prendere la mano dalla tesi che vuole dimostrare e ne rimane intrappolato. Purtroppo la versione di Cucchiarelli non viene proposta come ipotesi ma come affermazione, il sottotitolo del libro enuncia infatti: “ Finalmente la verità sulla strage: le doppie bombe e le bombe nascoste….”.

La nuova versione consiste nell’immaginare che gli anarchici, veri o plagiati che fossero, organizzavano attentati ma, mentre deponevano i loro ordigni dimostrativi, venivano affiancati a loro insaputa da provocatori e sicari che piazzavano la bomba mortale. Così troviamo le doppie borse, le doppie bombe, i doppi attentatori, i doppi taxi con relativi doppi Valpreda, doppi sosia e così via. Secondo l’autore il nuovo sosia di Valpreda sarebbe Claudio Orsi. Per inciso: Pietro Valpreda era un uomo di età media, statura media, corporatura media, capelli mediamente arruffati, un po’ stempiato, nessun segno particolare, accento tipico da milanese medio: su cento milanesi di età analoga, quanti potevano essere suoi sosia? Una buona percentuale.

Nel libro gli anarchici sono quasi tutti inquinati da infiltrati e provocatori, mentre i pochi buoni e ingenui,  rappresentati ovviamente da Giuseppe Pinelli, cercano di impedire gli attentati orditi dai compagni cattivi e però cadono in trappole a base di traffici di esplosivo. Ad essere preda di giochi occulti non sono solo gli anarchici, ma ben più ampi settori della sinistra ribelle: in effetti veniamo a sapere che già gli scontri di Valle Giulia a Roma nel marzo 1968 furono in realtà guidati dai neonazisti, che Giangiacomo Feltrinelli (come anche i coniugi Corradini) era teleguidato da Giovanni Ventura, che lo stesso Ventura è stato il vero ispiratore del libro “La Strage di Stato”  del 1970 e così via.

Cucchiarelli, non si capisce su quali basi, è convinto che gli ambienti anarchici e di sinistra fossero allora un coacervo di infiltrati, provocatori, fascisti travestiti e soprattutto “nazimaoisti”. La categoria dei nazimaoisti pervade li testo in modo quasi ossessivo, basti una frase per tutte a pag. 318: “…E poi a Milano c’era la commistione con i maoisti e nazimaoisti che inquinava i gruppi anarchici e marxisti-leninisti”. Chissà dove ha visto tutto questo?

E’ evidente che il 22 Marzo di Valpreda e di Mario Merlino costituisce per l’autore un modello più o meno generalizzabile a tutta l’allora sinistra extraparlamentare. Il 22 Marzo non era certo un esempio di rigore politico, era un gruppo appena nato, senza alcun ruolo nel movimento, raffazzonato da Valpreda con un ex fascista (per altro dichiarato) un poliziotto in incognito, un gruppetto di ragazzi di poco più o nemmeno venti anni. Un gruppo così sgangherato da essere inaffidabile anche come oggetto di provocazione, come dimostrerà il fallimento storico di tutta l’operazione Piazza Fontana.

Nella ricerca dei colpevoli materiali Cucchiarelli parte così con il piede sbagliato e nel suo percorso verso una improbabile verità, inciampa più volte. Innumerevoli sono le frasi, le affermazioni e le illazioni gratuite in varie parti del testo, tanto che per ribatterle tutte ci vorrebbe un altro libro.

Solo su alcuni di questi inciampi vorremmo qui fare chiarezza, per amore di verità storica ma anche perché riguardano direttamente l’ambito libertario di allora.

I così detti “nazimaoisti” non hanno mai fatto parte della storia reale di quel periodo, e tanto meno dei circoli anarchici. Sono  comparsi in rari casi, anni prima, con qualche affissione di manifesti. In quei pochi casi tutti sapevano di che si trattava e non avevano alcuna credibilità. Nazimaoisti, finti cinesi e analoghi erano allora un po’ più diffusi in veneto e in parte in toscana  ma anche stando a quanto scrive Cucchiarelli, agivano per lo più in proprio e con scarsi risultati quanto ad infiltrazioni riuscite. C’è, è vero, il caso di Gianfranco Bertoli, che nel 1973 compirà la strage alla Questura milanese, che frequentò anarchici e fascisti, mise una bomba forse fascista ma si comportò poi come un ottocentesco e folle anarchico individualista, si fece l’ ergastolo, non parlò mai e finì nella droga. Fu un personaggio per certi versi tragico, rimasto in realtà un mistero, come anche riconosce lo stesso Cucchiarelli.

All’albergo Commercio di Milano, occupato, i nazimaoisti non c’erano e se c’erano nessuno gli dava retta. A Milano l’unica mela marcia di rilievo che frequentò il Ponte della Ghisolfa è stato Enrico Rovelli, non un infiltrato ma un anarchico poi passato per interesse al soldo della polizia e dell’Ufficio Affari Riservati.

A Milano tanti sapevano che Nino Sottosanti, (non si è mai dichiarato nazimaoista),  era un ex fascista che dormiva nella sede di Nuova Repubblica e che era un tipo da cui stare alla larga. Frequentava saltuariamente il Ponte in pubbliche occasioni, era amico di Pulsinelli a cui fornì un alibi. Quanto al suo ruolo come sosia, pare per lo meno incauto prendere come sosia una persona conosciuta da tutti nell’ambiente in cui deve operare e conosciuto benissimo da colui che deve “sostituire”.

A pag. 47– la conferenza stampa del 17 Dicembre, dopo la strage, fu organizzata dal Ponte della Ghisolfa, il circolo principale, come era ovvio (chi scrive era presente). Non ci fu alcuna latitanza degli amici di Pinelli nè ci furono “stridori” o “abissi sui modi di fare politica con i compagni di Scaldatole” anche perché il Circolo Scaldatole era gestito dagli anarchici del Ponte della Ghisolfa, che lo lasceranno nel 1972 alla gestione di altri gruppi anarchici. Gli amici di Pinelli erano tutti presenti alla conferenza (chi scrive, Amedeo Bertolo, Luciano Lanza, Ivan Guarneri, Vincenzo Nardella, Umberto del Grande, Gianni Bertolo e altri ancora). Joe Fallisi, il testimone pure presente cui fa riferimento Cucchiarelli, è evidentemente stato tradito dalla memoria. Peraltro la “vecchia dirigenza” di cui parla Cucchiarelli aveva in media 25 anni! Solo Pinelli ne aveva 41. Di quella conferenza stampa non si dice invece che fu fatta, in quel difficile momento, una scelta coraggiosa e politicamente ineccepibile: con grande sorpresa dei giornalisti, gli anarchici non presero le distanze da Valpreda, nonostante i non buoni rapporti, e denunciarono come mandante della strage non i “fascisti”, come concordava la stampa di sinistra, ma lo Stato. Il giorno dopo il “Corriere della sera” titolava: “Farneticante conferenza stampa al Ponte della Ghisolfa”.

A pag. 138 Cucchiarelli ci illustra il “triangolo del depistaggio”:  “Il segreto della strage ha resistito per tanti anni godendo del silenzio di tutti i soggetti interessati: Stato, fascisti e anarchici. Questi ultimi dovevano scagionare Valpreda e rivendicare l’innocenza di Pino Pinelli. Si erano fatti tirare dentro e ora la situazione non lasciava alcuno scampo politico: difficilmente sarebbe stata dimostrabile nelle aule dei tribunali la loro buona fede di non voler causare morti. Da un punto di vista giuridico la partecipazione degli anarchici alla vicenda sarebbe stata quanto meno un concorso in strage”. Fuori i nomi Cucchiarelli, perché qui si fa l’accusa di concorso in strage. Ma di nomi Cucchiarelli non ne può fare e così lancia accuse tanto infamanti quanto generiche.

A pag. 183 leggiamo che, come “…rivela una fonte qualificata di destra che, naturalmente, non vuole essere citata…”, Valpreda prese l’inspiegabile taxi perché: “Qualcuno gli aveva semplicemente detto che doveva prendere il taxi. Gli diedero 50.000 lire e il ballerino non si pose di certo il perché” (nella versione dell’autore Valpreda doveva prendere un taxi per essere notato dal taxista). Qui la questione si fa grave: primo non si può citare fonti qualificate che però restano anonime; secondo, questo è uno degli innumerevoli passaggi nei quali Valpreda  (solitamente chiamato “il ballerino”) viene descritto come un poveretto, un esaltato zimbello di chiunque, un ignorante pronto a tutto per 50.000 lire. Come molti altri, conoscevo bene Valpreda, in quel periodo era certamente fuori dalle righe ed il suo carattere era certamente un po’ sbruffone (e per questo fu scelto come vittima sacrificale), ma non era nè ignorante nè stupido, era certamente acuto e sveglio, aveva una biblioteca ben fornita e una discreta cultura, come sappiamo pubblicò poi diversi libri. Non dimentichiamo che il “ballerino”, con tutto quello che di lui si può criticare, si è trovato da un giorno all’altro imprigionato sotto una accusa atroce, trattato come un animale dalla stampa  (…”il volto della belva umana”, su La Notte), tenuto quaranta giorni in isolamento e interrogato centinaia di volte, sottoposto a una pressione fisica e psicologica che possiamo solo immaginare, minacciato di infamia e di ergastolo.  Ma il “ballerino” ha retto, si è fatto tre anni di carcere, non si è piegato a ricatti, non ha accusato nessuno nè rinnegato le sue idee, non risulta dagli atti che mai sia sceso a compromessi.

A pag. 228 L’autore avrebbe potuto precisare che la campagna di stampa di Lotta Continua contro Calabresi, intrapresa con il consenso degli anarchici, non fu un fatto gratuito. La campagna aveva lo scopo di indurre il commissario ad una querela contro il giornale. Il giudice Caizzi aveva fatto sapere che l’indagine sulla morte di Pinelli era in via di archiviazione e solo una querela da parte di un pubblico ufficiale, querela che prevedeva facoltà di prova, avrebbe permesso di riaprire il processo. Gli attacchi del giornale divennero così feroci perché Calabresi tardava a querelare (come anche riportato nel libro, secondo la moglie Gemma la procura si rifiutò di denunciare d’ufficio il giornale e il Ministero a costrinse Calabresi ad una denuncia in proprio.

A pag. 245– Cucchiarelli insiste a lungo con ardite congetture sul misterioso caso di Paolo Erda, citato da Pinelli nel suo interrogatorio ma mai rintracciato nè sentito da nessuno e nemmeno dallo stesso autore, che ne ha cercato a lungo notizie, fino a segnalare che in “Ivan e Paolo Erda è contenuto anagrammato il nome di Valpreda…”.  Erda era solo il soprannome di un certo Paolo che aveva tutt’altro cognome, tutto qui, lo conosciamo benissimo.

Ma qui c’è un’altra considerazione importante: nel testo si fa a lungo riferimento alle false dichiarazioni e/o alle ritrattazioni di Valpreda, della zia Rachele Torri, della madre Ele Lovati e dello stesso Pinelli a proposito del suo alibi, per sottintendere che vi erano verità scomode da nascondere (ovvero le bombe dimostrative messe dagli anarchici).   L’autore dovrebbe però sapere che il vecchio detto “…non c’ero e se c’ero dormivo…” non è solo una battuta ma è il comportamento di chiunque non ami particolarmente polizia, carabinieri e altri inquisitori e si trovi di fronte a un interrogatorio. Si dice il meno possibile, non si fanno nomi di amici e compagni e si resta nel vago. Se poi le cose si complicano si può sempre ricordare…e questo vale anche per una vecchia zia, che non vede per quale ragione dovrebbe dire che il nipote è dai nonni invece che dire semplicemente “non lo so”. A quei tempi circolava il “Manuale di autodifesa del militante” a cura degli avvocati contro la repressione che dava dettagliate indicazioni in questo senso. Per questa stessa ragione Pinelli non cita Sottosanti, non cita Ester Bartoli (che con il misterioso Erda sarebbe testimone  del suo passaggio al Ponte), cita il famoso “Erda” sapendo che è un soprannome e fa solo il nome di Ivan Guarneri, compagno già ben noto alla questura. Ma è proprio sulla base del “buco” dell’alibi di Pinelli che Cucchiarelli fonda in gran parte l’ipotesi fantasiosa, secondo cui Pinelli “.. poteva avere a che fare con le altre bombe…”. Per inciso, Pino Pinelli non avrebbe mai preso iniziative di un qualche peso senza consultare alcuni dei compagni che godevano della sua massima fiducia.

p.274. Si descrive una cena a casa di Pinelli “presenti Nino Sottosanti, la Zublema, Armando Buzzola, e l’arabo Miloud,“ quest’ultimo definito sbrigativamente “uomo di collegamento con i palestinesi”. Questo Miloud, berbero e non arabo, militante nella lotta di liberazione algerina, non ha mai avuto a che fare con i Palestinesi, da dove viene questa notizia? A questa e a un’altra cena, sempre a casa di Pinelli, avrebbe partecipato anche  “un anarchico sconosciuto” che in base a chissà quale congettura Cucchiarelli identifica nel Gianfranco Bertoli che sarà l’ambiguo autore della strage del ’73 alla questura di Milano. Peccato che quando la Zublema frequentava gli anarchici, di Gianfranco Bertoli nessuno aveva ancora sentito parlare.

a pag. 290 incontriamo Mauro Meli, altro presunto anarchico, ferroviere, sedicente provocatore infiltrato a suo dire nel circolo Ponte della Ghisolfa. Costui non è mai stato visto (c’è la fotografia nel libro), ne conosciuto da alcuno. Se è stato al Ponte la sua attività provocatoria si è fatta notare ben poco. Viene da chiedersi perché, su queste ed altre notizie, Cucchiarelli non ha chiesto conferme a testimoni che pur conosce bene? Forse perché degli anarchici c’è poco da fidarsi, come confessa in un altro passaggio del libro.?

a p. 345 la nota 11 ci informa sugli “….editori librai apparentemente di sinistra: oltre a Ventura  troveremo Nino Massari a Roma e Umberto del Grande a Milano. Quest’ultimo conosceva molto bene Pinelli ma era anche in contatto con uomini di Ordine Nuovo e con Carlo Fumagalli, capo del MAR”

Umberto del Grande (è morto  pochi anni fa) non era un editore nè un libraio, apparteneva al  Ponte della Ghisolfa da anni ed era un componente della Crocenera anarchica. L’unica sua veste di editore è stata di assumersi, nel 1971, la titolarità dell’editrice che pubblicava A rivista anarchica in attesa che venisse formalizzata una società cooperativa. Non ha mai avuto a che fare con uomini di Ordine Nuovo. Era anche appassionato di viaggi nel Sahara, per questo aveva acquistato una vecchia Land Rover da un meccanico di Segrate che trattava fuoristrada. Quando il Prefetto Libero Mazza rese pubblico il censimento dei gruppi “sovversivi” di Milano, citò del Grande come responsabile della crocenera. Il rapporto Mazza fu letto anche dal meccanico, che era Fumagalli, e che si rivelò come tale a del Grande. E il rapporto cliente–meccanico si chiuse.

a pag. 347 si afferma che la stesura del libro “La strage di Stato” fu pilotata da Ventura. Nella relativa nota 12 a p. 667 si precisa che “si ha motivo di credere” questo perché  Mario Quaranta, (socio editoriale di Giovanni Ventura, e personaggio squalificato quanto il suo sodale Franzin) lo avrebbe raccontato al giudice Gerardo D’Ambrosio in un non meglio identificato interrogatorio. La testimonianza di uno come Quaranta non dovrebbe essere presa in considerazione con tanta leggerezza.

a p. 365 si afferma per certo che Valpreda sarebbe andato al congresso anarchico di Carrara nel 1968 insieme a un codazzo di fascisti del “XII Marzo” (in numeri romani, un gruppo fascista di Roma), di cui elenca i nomi: Pietro “Gregorio” Maulorico, Lucio Paulon, Augusto De Amicis, Aldo Pennisi, Alfredo Sestili e “il già convertito” anarchico Mario Merlino. Il gruppo sarebbe andato al congresso su ordine di Stefano Delle Chiaie. Cucchiarelli trae questa notizia da una deposizione di Alfredo Sestili, il quale però non cita Valpreda, ed equivoca poi sul nome del gruppo, insinuando che si trattasse del 22 Marzo. A Carrara c’erano centinaia di persone e dunque poteva esserci chiunque. L’affermazione dell’autore non sta in piedi, ma è coerente con la sua idea di gruppi anarco-fascisti-nazisti-maoisti-marxisti-leninisti cui tanto spesso ricorre per spiegare improbabili certezze.

a p. 399 c’è un’altra affermazione grave, grave perché diffamatoria: vi si dice che Enrico Di Cola, un giovane componente del 22 Marzo romano, sarebbe colui che avrebbe indirizzato le indagini contro Valpreda e che per questo sarebbe stato compensato dalla polizia con un salvacondotto per espatriare in Svezia. Di Cola, espatriò effettivamente in Svezia dove chiese ed ottenne asilo politico, ma lo fece clandestinamente, con non poche difficoltà, aiutato dai compagni e con un documento falso.

Poche righe più in basso Roberto Mander ed Emilio Borghese vengono classificati, con Merlino, … “ i più compromessi con la provocazione”. Come e su quali basi Cucchiarelli si permette di dare del provocatore a questo e a quello (Erda, Del Grande, Di Cola, Mander, Borghese…) senza alcuna prova non è dato sapere. E’ sempre l’ossessione degli anarco-fascisti-nazisti eccetera, di cui è permeato l’intero romanzo.

A pag. 621 “Sulla tomba di Pino Pinelli c’è proprio una poesia di quell’antologia che, un Natale, il commissario Calabresi regalò all’anarchico”, il libro è Antologia di Spoon River di Edgar Lee Master, ma le cose non andarono così: Calabresi regalò a Pinelli  “Mille milioni di Uomini” di Enrico Emanuelli, e Pinelli per sdebitarsi ricambiò con l’antologia di Lee Master. E’ solo una svista, ma ci piace ricordare che la poesia che i cavatori di Carrara incisero sulla tomba di Pinelli non era tratta dal libro che il gli regalò il commissario, ma da quello che lui regalò a Calabresi.

Infine, in diversi passaggi del libro si ha l’impressione che l’autore riporti racconti ascoltati a voce da qualcuno, solo così si spiegano i ripetuti errori sui nomi: Otello Manghi invece di Otello Menchi, Octavio Alberala invece di Octavio Alberola…

Queste sono solo alcune delle imprecisioni e delle “fantasie” del libro di Cucchiarelli.

Enrico Maltini

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Cucchiarelli: Anche le foto parlano …di tarocco! a cura degli ex del 22 marzo

13 aprile 2011

Osservate questa foto tratta dal libro della controinformazione La Strage di Stato (pag 153 edizione  del  1970) e leggetene attentamente la didascalia.

da Strage di Stato pag 153

Roma, 28 novembre 1968: Pio D'Auria (il primo a sinistra) e Mario Merlino (in basso) alla manifestazione dei metalmeccanici

Ora guardiamo la seguente foto pubblicata a pag. 205 del libro di Paolo Cucchiarelli, “Il segreto di Piazza Fontana”.

Cucchiarelli pag 205

Foto 33. Pio D'Auria (a sinistra) con Mario Merlino (in basso con gli occhiali scuri), Nestore Crocesi (in alto a destra, con gli occhiali scuri) e altri camerati

Notato nulla? Si tratta della stessa foto, ma quella pubblicata da Cucchiarelli è stata leggermente ritagliata, e fin qui nulla di strano, ma, cosa ben più importante e grave, è stato cambiato il testo della didascalia.

Quindi la manifestazione dei metalmeccanici – vedi il testo sotto la foto originale – diviene (altrimenti come si potrebbe giustificare la presenza di tanti fasci?) un raduno di destra con una sfilza di amici di Merlino presenti.  E vi è pure uno scoop di mister Sherlock Cucchiarelli: l’identificazione di un terzo fascista, Nestore Crocesi, assieme a Merlino. Complimenti allora.

Peccato però per il nostro “Sherlocco l’investigatore sciocco”, che seduto a terra accanto a Merlino vi sia l’anarchico Emilio Bagnoli che – con la sua presenza -,  ci conferma l’occasione in cui è stata fatta la foto – quella della manifestazione dei metalmeccanici – seppure l’anno in cui fu scattata la foto sia sbagliato: si tratta del 1969 e non il 1968 come erroneamente riportato da Strage di Stato.  Anche noi nel nostro piccolo possiamo fare uno scoop: la foto fu scattata da un compagno del 22 marzo, Mino, che si trovava lì assieme ad altri compagni del circolo (non c’era stata una adesione del gruppo, ma solo individuale) .

Ma vi è qualcosa d’altro, nella disinvoltura di Cucchiarelli di manipolare i fatti o cambiare a proprio piacimento la realtà, che vogliamo porre alla vostra attenzione.

Se confrontiamo la foto (pag 195 foto a sinistra) di Nestore Crocesi, riportata da Cucchiarelli,

Nestore Crocesi

Nestore Crocesi

con quella del ragazzo (in alto a destra, con gli occhiali scuri) nelle foto più sopra riportate

giovane studente

appare evidente non solo la poca somiglianza  – ovale del viso, capelli, pettinatura, collo, naso… –  ma anche la differenza di età tra le due persone (le due foto sono state scattate nello stesso anno).  Si trattava infatti di un gruppo di studenti medi che aveva aderito alla manifestazione.

Rimane solo da capire se Cucchiarelli abbia voluto manipolare la foto per suo estro, o su suggerimento di qualche suo amico fascista e… “fonte sicura” .

Comunque bisogna ammettere che con Cucchiarelli non mancano mai i colpi di scena, è come partecipare ad  un gigantesco  “trova l’errore” della settimana enigmistica. Alla prossima allora.

Persino l’intervista a Ciao 2001 era parte della trappola… secondo Cucchiarelli

10 marzo 2011

Come abbiamo già visto in altre parti di questo blog, analizzando e smantellando le manipolazioni e falsità del giornalista e novello inquisitore Cucchiarelli, tutta la costruzione del suo libro revisionista è  imperniata  sui racconti fantasiosi di vari squallidi personaggi di estrema destra e dei servizi segreti. Cioè le stesse persone, gli stessi ambienti, che stanno dietro la strage o che l’hanno coperta.

Se Cucchiarelli avesse scritto questo libro in buona fede, magari manipolato nelle sue convinzioni ma senza rendersene conto, allora ci saremmo aspettati che – come anche i giornalisti principianti sanno – almeno il principio base, deontologico di ogni giornalista, e cioè che una fonte, per essere valida, deve essere controllata e verificata, venisse applicato. Ma questo nel libro di Cucchiarelli non avviene mai, neppure quando una verifica sarebbe molto semplice da fare.

Il tentativo di riscrittura della storia messa in atto dal Cucchiarelli si basa essenzialmente sulla quantità di “documentazione” che butta alla rinfusa nel libro, per creare confusione e allo stesso tempo per dare l’impressione di aver svolto un grande lavoro di ricerca. D’altronde – avrà pensato il nostro – chi si prenderà mai  la briga di controllare la veridicità delle 700 pagine del libro? Purtroppo per lui, alcuni di noi sono ancora in vita e non disponibili a far passare le sue menzogne per verità storica.

Vediamo ad esempio il capitolo riguardante l’intervista che il circolo 22 marzo fece alla rivista Ciao 2001 e l’attendibilità dell’ “allora esponente dell’estrema destra” che viene da Cucchiarelli definito “fonte qualificata”.

 

Dal libro Il segreto di Piazza Fontana, pagg. 392-393 di Paolo Cucchiarelli:

“Durante i primi interrogatori dopo la strage, Merlino disse che il circolo era nato «quasi contestualmente» all’intervista.63 Ciao 2001 chiese al gruppo di stendere il suo programma, cosa che – dopo lunghe discussioni – avvenne. «La redazione pubblicò integralmente il testo, premise solo un’introduzione e una domanda, a scopo scandalistico: se avevamo dell`esplosivo».

Con i soldi ricevuti, si decise di prendere una cantina, in via del Governo Vecchio, che divenne la sede del circolo 22 marzo. La sede – come poteva essere diversamente! – era al numero 22. Ora tutto era pronto: il gruppo «anarchico» a cui sarebbe stata addossata la strage esisteva, aveva un suo programma nero su bianco, una sede, un nome, un’identità.

«Fino a quel momento non esisteva un nostro gruppo politico vero e proprio. Fu in questa occasione, visto che i pareri erano discordi sul nome con cui qualificarci nell’intervista, che decidemmo di chiamarci ‘22 marzo’: conoscevamo tutti il Maggio francese e l’antefatto di Nanterre del 22 marzo 1968» scrisse Valpreda, che anche dopo anni continuerà a sostenere che quella scelta fu del tutto libera, senza rotaie. Invece, persino l’intervista era parte della trappola.

L’articolo su Ciao 2001 – ricorda una nostra fonte qualificata, allora esponente dell’estrema destra – era stato scritto da Tonino Scaroni, caporedattore alla sezione Spettacolo del Tempo, il giornale dove lavorava il capo di ON, Pino Rauti. Non solo: Scaroni era anche il capo ufficio stampa di un cabaret di destra molto importante all’epoca, il Giardino dei supplizi. Al riguardo, la nostra fonte segnala: «Cera un triangolo ideativo della trappola, con tre punti di riferimento: la sede del settimanale Il Borghese in piazza Rondanini, il Giardino dei supplizi in via del Pozzo delle Cornacchie, e la sede del settimanale Lo Specchio, in via XX Settembre. Il giornale pubblicava i rapporti di Giannettini che questi girava al gruppo veneto per convincere la sinistra che si era prossimi al golpe. Tutto per spingere i gruppi ad agire».

«E chi era la mente?» oso chiedere.

«Molte, tutte molto fini» e qui cita un senatore, uno scrittore, una giornalista, un ex repubblichino «e probabilmente Umberto Federico D’Amato, grande archivista degli Affari riservati del Viminale, insieme a una parte rilevante dei carabinieri. Ma la guida di tutto, quella che lei chiama “la mente” era una semplice idea. Solo la Grande Provocazione avrebbe potuto far scattare la Grande Reazione».”

 

L’articolo-intervista a Ciao 2001 che abbiamo già pubblicato integralmente sul blog (Ciao 2001 n.43 del 19 novembre 1969 – Intervista/Documento collettivo prodotto dal circolo 22 marzo) in effetti non porta firma. Essendo un articolo non firmato la “fonte qualificata” dell’estrema destra usata da Cucchiarelli ha cercato di inserirsi nel gioco disinformativo. Infatti questo (ennesimo) misterioso e fantomatico personaggio ci rivela il nome del giornalista che avrebbe scritto il pezzo, cioè il giornalista del Tempo Tonino Scaroni. Grazie a questa “rivelazione”, attraverso Scaroni si può arrivare a Pino Rauti e così via “triangolando” e delirando.

Se credete che lo “studioso”, il “giornalista”, lo “storico” Cucchiarelli abbia fatto una sia pur minima ricerca per verificare le notizie che gli ha passato la sua “fonte” sbagliate di grosso.  Come possiamo affermare questo? Possiamo farlo perché abbiamo eseguito noi la verifica sulla veridicità della fonte. Abbiamo consultato i verbali di interrogatorio eseguiti dalla Questura e dai magistrati inquirenti dell’epoca, Cudillo e Occorsio, e trovato il nome di chi realmente scrisse l’articolo su Ciao 2001, verbale che qui sotto pubblichiamo integralmente.

Noi, ora, qualcosa sappiamo con certezza,:

Primo che non è Scaroni l’autore del pezzo, e quindi le teorie malevole della “fonte informata” si rivelano per quel che sono: opera di provocazione e disinformazione.

Secondo, siamo in grado di fare anche noi uno “scoop”, seppur vecchio di 42 anni, Siamo infatti in grado di fare il nome del vero (stavolta!) autore dell’articolo: si tratta di Daniele DEL GIUDICE.

Terzo che il libro di Cucchiarelli è un’accozzaglia di teorie basate sul nulla.

Verbale direttore responsabile Ciao 2001

 

Verbale n.1

Questura di Roma

L’anno millenovecentosessantanove addì 29 del mese di dicembre alle ore 18.50, nei locali dell’Ufficio Politico della Questura, in Roma.

Innanzi a noi sottoscritti ufficiali di P.G. Commissario di P.S. dott. Umberto IMPROTA e Brigadiere di P.S. Tomaso PUDDU, è presente il dott. Sergio MARCHETTI [seguono generalità]…..il quale interrogato risponde:

Sono giornalista-pubblicista e dal 1962 sono iscritto nell’albo di Roma; dal gennaio del 1969 sono direttore responsabile della redazione romana del settimanale “Ciao 2001”.

Nella mia qualità di responsabile di detto settimanale, in merito al servizio giornalistico apparso nei numeri 39, 40 e 43 rispettivamente del 22 ottobre, 29 ottobre e 19 novembre del corrente anno,posso precisare quanto appresso:

“Nella inchiesta condotta dal nostro giornale sui gruppi del dissenso, è stato trattato anche il movimento politico “22 marzo”. Come può rilevarsi dal numero 39 del citato settimanale, il “22 marzo” venne inserito tra i movimenti politici su posizioni politiche di estrema destra. Il servizio giornalistico in proposito fu redatto dal collaboratore Daniele DEL GIUDICE, il quale si avvalse delle notizie pubblicate dal settimanale “L’Espresso” del 22/12/1968. Infatti, egli, secondo quanto mi risulta, non era in possesso di altro materiale e notizie, all’infuori di quelle pubblicate dall’Espresso, per espletare il servizio in argomento. Come detto quindi sulle indicazioni dell’Espresso il gruppo “22 marzo” venne inquadrato tra quelli appartenenti all’estrema destra; ciò, pertanto, suscitò il risentimento degli iscritti al gruppo i quali venuti in redazione, si definirono anarchici e pretesero che il nostro giornali smentisse, nel numero successivo quanto pubblicato. Alla richiesta noi aderimmo e nel numero 40 del settimanale “Ciao 2001” pubblicammo la smentita precisando che il gruppo “22 marzo” raccoglieva elementi anarchici. Successivamente alcuni appartenenti al ripetuto “gruppo”, presero contatti con la redazione del giornale che io rappresento per realizzare un servizio fotografico e giornalistico sul loro movimento. Alla proposta dei predetti noi aderimmo stabilendo che avremmo compensato il gruppo mediante la somma di lire quarantamila. Il 23 ottobre, infatti, una diecina di appartenenti al “22 marzo”  vennero nella nostra sede redazionale ed ivi venne messo a punto il servizio giornalistico e fotografico già in precedenza concordato con alcuni di essi. Quanto detto e fotografato nella circostanza di cui sopra, è stato interamente pubblicato nel numero 43 del “Ciao 2001” del 19 novembre corrente anno.

A.D.R. Effettivamente l’articolo del numero 43 del nostro settimanale e riguardante il “22 marzo”, inizia con la domanda: “E’ vero che voi avete nei vostri magazzini armi ed esplosivo per portare a termine atti terroristici contro le istituzioni?”. La domanda fu posta in tali termini per una esigenza giornalistica e non perchè il nostro giornale aveva avuto notizie in merito all’attività terroristica del gruppo. Il tono della stessa lascia effettivamente supporre che il giornale fosse in possesso di notizie a riguardo, ma io posso assicurare che nulla sapevamo e sappiamo e che la domanda fu posta nei termini sopra detto esclusivamente per dare all’articolo pubblicato un maggiore rilievo ed una maggiore incisività. Tengo, inoltre, a precisare che alla nostra domanda i giovani risposero esattamente quanto abbiamo pubblicato nel surripetuto numero, ossia negativamente.

A.D.R. L’idea di fare una domanda così precisa in merito ad un eventuale detenzione di armi ed esplosivi, venne a me e fu da me personalmente posta ai giovani, in quanto sulla scorta di notizie giornalistiche pubblicate nel corrente anno su settimanali e quotidiani di ogni tipo di estrazione politica, si era pensato che i vari gruppi del dissenso potessero effettivamente essere detentori di materiale esplosivo e di armi e, pertanto, responsabili dei vari attentati consumati nelle numerose città italiane. Mi permetto, però, di far rilevare, a conferma del fatto che la prima domanda fu fatta esclusivamente per esigenze giornalistiche, che la stessa domanda è quanto mai ingenua, poiché anche se i giovani avessero avuto materiale del genere e programmi terroristici, essi non  avrebbero mai pubblicamente confessato e fatto pubblicare notizie a riguardo.

A.D.R.  Non ricordo se durante l’intervista fatta ai giovani del gruppo “22 marzo” da parte di alcuno di essi venne detto o fatto cenno a qualche punto programmatico del loro movimento che potesse far capire il modo in cui essi intendevano condurre la loro azione politica, specie per quanto riguarda eventuali azioni od atti di violenza. Ricordo, comunque, che furono fatti discorsi quanto mai teorici ed in sintesi essi sono stati integralmente riportati nel nostro articolo pubblicato sul numero 43 del settimanale in questione datato il 19.11.1969.

A.D.R. Confermo tutto quanto sopra dichiarato e ribadisco che nessuna altra notizia, all’infuori di quelle pubblicate e riguardante il gruppo “22 marzo”, è pervenuta al nostro giornale ed, in particolare, al collaboratore Daniele Del Giudice.

A.D.R. Non ho altro da aggiungere.

Letto, confermato e sottoscritto

 

Verbale n.2

 

2 maggio 1970

Avanti il dott. : Ernesto Cudillo -.G.I. – con l’intervento del P.M. Dr. Occorsio

E’ comparso Sergio Marchetti

Quindi, opportunamente interrogato, risponde: Sono direttore responsabile della rivista “Ciao 2001” confermo integralmente le dichiarazioni da me rese alla Questura di Roma ed il contenuto dell’intervista pubblicata sul n.43 del predetto settimanale.

Produco inoltre, a richiesta della S.V., n.25 fotografie scattate il 23 ottobre 1969 in occasione della venuta in redazione del gruppo “XXII marzo; preciso che le persone indicate con le lettere A, B e C nella fotografia n.7 sono appartenenti alla nostra redazione; ugualmente le persone raffigurate nella foto n.17 sotto le lettere A e B sono rispettivamente il sottoscritto ed il giornalista Daniele Del Giudice che ha partecipato all’intervista.

A.D.R.: Il testo, che figura come una intervista fu in realtà predisposto su un foglio dattiloscritto dagli aderenti al gruppo e dagli stessi a noi consegnato.

Esibisco in visione la quietanza datata 23 ottobre 1969 relativa alla consegna della somma di £. 40.000 “quale compenso e autorizzazione a pubblicare le relative foto” a firma di Mario Michele Merlino.

Preciso inoltre che, in un primo tempo, i partecipanti alla intervista ebbero a fornire i loro nominativi, ma subito dopo vollero strappare il relativo fog1io.

 

Pietro Valpreda, anarchico a Milano – Ancora su Valpreda e presunti rapporti con i fascisti, prima della nascita del circolo 22 marzo a Roma – Tratto dal libro Valpreda, processo al processo, di Marco Fini e Andrea Barbieri, Ed. Feltrinelli febbraio 1972

21 febbraio 2011

A coloro che ritengono che le tesi del libro Il segreto di piazza Fontana di Paolo Cucchiarelli, o le dichiarazioni di terroristi fascisti e assassini come Vincenzo Vinciguerra, “interessanti e lecite”  invece che opera di una dilettantesca operazione di disinformazione e di revisionismo storico, offriamo la lettura del profilo e percorso politico di Pietro Valpreda, scritta nel lontano 1972, da due giornalisti di provata professionalità.

Gli “ex” del circolo 22 marzo

Tratto da: Valpreda, processo al processo, di Marco Fini e Andrea Barbieri, Feltrinelli febbraio 1972

Anarchico a Milano

A 21 anni Pietro Valpreda ha già scelto l’anarchia o, come lui la chiama, “l’ideale.” Nel 1953 gira negli ambienti anarchici e radicali milanesi. Lo conoscono come “il ballerino.” In quegli anni il movimento anarchico a Milano praticamente non esiste: un gruppo sparuto si riunisce in un locale periferico dell’ECA, gli animatori sono Giuseppe Pinelli, manovratore delle ferrovie, e Cesare Vurchio, straccivendolo. Valpreda è agli inizi della carriera sul palcoscenico, per la politica ha poco tempo. Ma girando l’Italia ha modo di conoscere gli anarchici attivi nei “covi” di Livorno, Carrara, Genova, Canosa di Puglia. Quando, sul finire degli anni ’50, si stabilisce a Milano e mette su casa in una mansarda al quinto piano di Porta Venezia, i suoi rapporti con l’anarchismo si consolidano. Frequenta la sede del partito repubblicano in piazza Castello e poi la vecchia osteria Al Torchietto di via Ascanio Sforza, dove la sera si discute davanti a un fiasco di vino. Il nonno Paolo gli ha fatto conoscere anche Mario Damonti, eroe del maquis in Francia: da lui passa tutta la vecchia guardia antifascista di Milano. Ma istintivamente Pietro sceglie i più giovani: segue con interesse Pinelli e il gruppo Gaetano Bresci che si dà da fare con manifestini e ciclostilati libertari. La polizia chiude un occhio: gli anarchici sono ancora guardati come degli individualisti anacronistici e innocui.

Nel 1963 un nuovo raggruppamento, la Gioventù Libertaria (Pinelli è tra i fondatori), ridà fiato al movimento milanese. Ci sono perfino dei “botti” davanti a Palazzo Marino e all’Assolombarda: bombe-carta dimostrative per cui viene denunciato Ivo Della Savia, udinese, 25 anni, obiettore di coscienza e anarchico delle nuove leve.

Intanto in tutta Europa corrono fermenti libertari: nelle università tedesche i giovani portano avanti la polemica contro l’autoritarismo e la società dei consumi, in Italia si organizzano le prime dissidenze dal Partito comunista. La sinistra minoritaria si coagula e si scinde a ripetizione, a sinistra del PCI c’è spazio anche per gli anarchici storicamente antimarxisti e anticomunisti. Nelle manifestazioni contro l’imperialismo americano dell’inverno 1964-65 a Milano, le bandiere nere dell’anarchia si incrociano sempre più spesso con quelle rosse della sinistra dissidente. E’ durante una di queste manifestazioni anti-Nixon che Valpreda incontra Ivo Della Savia. L’amicizia continua nelle pizzerie di Porta Garibaldi dopo l’avanspettacolo al Teatro Smeraldo che impegna Pietro tutto l’inverno.

Nel 1965, gli anarchici milanesi aprono finalmente una sede, il circolo Sacco e Vanzetti di via Murillo, angolo piazzale Brescia. I più giovani vi portano gli echi del movimento beatnik americano, del pacifismo di Onda Verde, della rivolta studentesca all’insegna di Adorno e Marcuse. Nel circolo anarchico di via Murillo trova ospitalità anche il gruppo Provo Numero Uno, filiale della fantasiosa “provo-cazione” olandese. Ivo Della Savia va a vedere di persona come vanno le cose in Olanda e in Francia: scrive a Valpreda dei petardi fumogeni e degli happening antiborghesi dei provos, gli manda qualche numero di “Noir et Rouge,” la rivista che persegue la polemica anarco-comunista di “Socialisme ou Barbarie” in cui si formano in quegli anni Daniel Cohn-Bendit e Jean Pierre Duteuil, animatori poi del maggio ’68.

Alla fine del 1967, un rumoroso convegno della gioventù provo e anarchica, organizzato al Sacco e Vanzetti (Valpreda fa da segretario), provoca lo sfratto degli anarchici da via Murillo. Pinelli e compagni si trasferiscono in piazzale Lugano. E’ il Ponte della Ghisolfa, uno scantinato buio e umido, con un piccolo ufficio in cartone e compensato, un tavolone per le riunioni addossato a una parete su cui corre un lungo fumetto di Anarkik, l’omino nero con la bomba che mette in scomposta fuga il prete, il colonnello, lo sfruttatore e il tecnocrate. Nel nuovo circolo il gruppo di Bandiera Nera, legato all’ortodossia bakunista e all’empirismo combattentistico degli uomini che hanno fatto la Resistenza o hanno militato nei movimenti clandestini stranieri (“anarchici con la farfallona al posto della cravatta, una spiccata vocazione al martirio e un notevole complesso di persecuzione,” come malignamente dicono le nuove leve) coesiste senza attrito con i più giovani, insofferenti delle regole e in cerca di un dialogo con le forze politiche marxiste. Giuseppe Pinelli fa da mediatore tra tradizionalisti e innovatori. Il circolo è una comunità spontanea dove spesso l’intellettuale gira il ciclostile e l’operaio scrive il volantino. S’incontrano là, tra i tanti, il professore di agronomia Amedeo Bertolo, il ferroviere Pinelli, il ballerino Valpreda, lo studente di filosofia Jo Fallisi, il poeta Giorgio Cesarano, e un gruppo di giovanissimi immigrati meridionali.

Entrano al circolo, nelle tumultuose sedute del venerdì, i comitati operai di base, gruppi di fabbrica nati fuori e spesso contro il sindacato negli scioperi alla Pirelli, alla Siemens, all’ATM. Sono comitati con una forte componente libertaria, abbastanza vicini quindi all’anarco-sindacalismo che piace ai giovani del Ponte della Ghisolfa e anche a Pinelli. Pietro Valpreda cerca di partecipare il più possibile, anche se, guarito dal grave attacco del morbo di Burger, ha ripreso a ballare con regolarità e a viaggiare per tutta Italia. A Licia Pinelli, che lo vede spesso a casa sua abbozzare passi di danza per far ridere le sue bambine, dice una volta: “Pensare che la sera stiamo su a leggere Marcus [Marcuse in milanese] o a parlare dello statuto dei lavoratori e alla mattina mi tocca sgambettare con tutte quelle checche in calzamaglia.”

La passione per la “democrazia diretta” e la polemica contro la burocrazia sono genuine, in Valpreda. Molti lo ricordano intervenire nelle discussioni del circolo, il corpo piegato in due, i pugni alle tempie nella foga di un’invettiva in dialetto contro “il mito dell’organizzazione” nei partiti tradizionali. La erre moscia alla lombarda, il linguaggio colorito, il gesto teatrale, l’abbigliamento ricercato ne fanno un personaggio simpatico ai giovani, ma che non ispira troppa fiducia agli anziani, Valpreda si iscrive alla FAGI, federazione dei giovani anarchici, anche se gli altri aderenti hanno dieci anni meno di lui. Partecipa spesso alle assemblee della Statale, dove gli anarchici hanno trovato un certo seguito dopo il loro anticonformistico documento Sui privilegi della classe studentesca e tentano di inserirsi come terza forza tra i cattolici progressisti e i marxisti-leninisti del Movimento Studentesco.

Del resto, tutta la contestazione di quegli anni ha una forte componente libertaria. Nella primavera del 1968 il “sequestro” all’università del professor Luigi Trimarchi è quasi un happening anarchico. Anche le manifestazioni di solidarietà con la rivolta dei carcerati di San Vittore, la battaglia degli studenti davanti all’Università Cattolica, sono episodi che escono subito dai binari tracciati da partiti e da gruppi per diventare moti spontanei. La notte del1’8 giugno 1968 la folla è radunata in piazza del Duomo a Milano per un processo pubblico alla stampa borghese, ma di colpo straripa e corre all’assalto del “Corriere della Sera” fortificato e protetto da coorti di polizia. La zona di Brera si trasforma in un campo di improvvisata guerriglia e ricorda a molti osservatori le scene della rivolta libertaria degli studenti francesi. Quella notte sulle barricate di Brera sono molti gli anarchici. La mattina dopo la polizia ne ferma più di duecento.

Il nuovo anarchismo italiano si rifà chiaramente all’esperienza del gruppo francese 22 Marzo di Cohn-Bendit (antimperialismo, democrazia diretta) e a quella più radicale degli Arrabbiati di Nanterre (marxisti non leninisti, antisovietici e anticinesi). In Italia, le posizioni vecchie e nuove si scontrano a Carrara, cittadella dell’anarchismo tradizionale, dove fra la fine di agosto e l’inizio di settembre del 1968 si tiene il quinto congresso mondiale delle federazioni anarchiche.

La polizia segue con molto interesse la vicenda. Agli atti dell’istruttoria Valpreda, c’è un rapporto particolareggiato sull’andamento del congresso firmato dal commissario di PS Domenico Spinella. E’ fatto evidentemente sulle note di un osservatore oculare. Spinella dà molto spazio a Daniel Cohn-Bendit che partecipa al congresso alla testa di un gruppo di reduci dalle barricate del maggio parigino. Il dialogo fra tradizionalisti e innovatori è subito difficile. Umberto Marzocchi e Alfonso Failla, libertari con i capelli bianchi, sono per “la condanna di ogni dittatura, del capitale come del proletariato.” Da un palchetto di velluto e oro del vecchio Teatro degli Animosi Cohn-Bendit invece grida: “Basta con il vecchio dilemma anarchismo-marxismo. La scelta oggi è tra rivoluzione e non rivoluzione.” I giovani anarchici italiani sono con lui. Il congresso di Carrara, che pure non esige, come normali congressi, maggioranze o conclusioni che valgano per tutti, va in crisi. Le delegazioni giovanili francesi, inglesi, svizzere e italiane abbandonano il teatro e tengono un loro contro-congresso sulla spiaggia di Marina di Carrara, nei bungalow di un villaggio turistico. Là, l’incontro con gruppi di cattolici ed extraparlamentari di sinistra è un fatto spontaneo. Sotto le tende improvvisate c’è anche Pinelli, sempre curioso dei giovani, insieme ad altri anarchici del Ponte della Ghisolfa.

La polizia ha registrato accuratamente i nomi dei partecipanti. “Di certo c’era anche Valpreda,” mette in evidenza il commissario Spinella nel suo rapporto. Valpreda infatti appare in molte fotografie pubblicate dai giornali borghesi accorsi in massa a registrare il nuovo folclore anarchico. In una di queste, lo si vede in un palchetto del Teatro degli Animosi, insieme a Amedeo Bertolo e Umberto del Grande. Ha anche lui al collo la sciarpa alla lavallière della vecchia guardia ma sta applaudendo con foga l’intervento di Cohn-Bendit. Valpreda oscillerà sempre tra l’anarchismo umanitario dei tempi eroici, e il libertarismo radicale della protesta giovanile.

Molti degli anarchici milanesi reduci da Carrara finiscono per uscire dal Ponte della Ghisolfa e per riunirsi in un nuovo circolo – La Comune – in via Scaldasole: un’ampia cantina a volte, con due finestroni a livello stradale, un grande tavolo in mezzo a qualche scaffale di libri. (E’ là che il commissario Calabresi, a neppure due ore di distanza dallo scoppio di piazza Fontana, trova Sergio Ardau e Giuseppe Pinelli, e li invita ad un colloquio amichevole in questura. E’ già durante il tragitto tra via Scaldasole e via Fatebenefratelli che Calabresi comincia a chiedere di “quel pazzo di Valpreda.”) La Comune ha caratteristiche diverse dal Ponte della Ghisolfa: vi si riuniscono soprattutto gli studenti e gli intellettuali del gruppo (da Cesarano, animatore dell’occupazione e dell’autogestione del Saggiatore a Fallisi del Movimento Studentesco, dal provo Gallieri detto Pinki ai fratelli Edoardo e Roberto Ginosa). Ma non si tratta di una rottura: Pinelli col suo motorino fa la spola tra i due circoli, mantiene i legami tra quello più organizzato ed efficiente di piazzale Lugano e quello più giovane e modernista di via Scaldasole. Alla Comune va spesso anche Pietro Valpreda, interessato ai comitati operai e ai gruppi studenteschi.

In via Scaldasole nascono in quel periodo i documenti più rappresentativi della nuova cultura anarchica come il manifesto dei Ludd-consigli proletari, assai vicino all’internazionale situazionista. A questo punto Pinelli e gli altri compagni del Ponte della Ghisolfa non li considerano già più anarchici, senza però che i contatti vengano mai interrotti. La Comune resta anarchica soprattutto nel costume, nell’apertura verso l’estero, nel rifiuto di etichette e patenti di ortodossia.

Commento n. 3 alle “verità” di Paolo Cucchiarelli. Sulla presunta stupidità degli anarchici e la ancor più presunta presenza di fascisti assieme a Valpreda al Congresso di Carrara del 1968 di Fabio Cuzzola (31 marzo 2010)

31 marzo 2010

Abbiamo pubblicato – qui sotto – una testimonianza sul passato anarchico (fin dai primi anni ’60) di Valpreda che smentisce categoricamente le diffamatorie teorie di Cucchiarelli. Qui riteniamo utile riproporre la parte della lettera di Fabio Cuzzola (già pubblicata da noi integralmente su questo blog) che riguarda la presunta stupidità degli anarchici e la ancor più presunta presenza di fascisti assieme a Valpreda al Congresso di Carrara del 1968.

Grazie alla collaborazione di Cuzzola siamo ora in grado di pubblicare gli estratti digitali della rivista Storia Ribelle che dimostrano la costruzione di castelli in aria dello “studioso” Cucchiarelli.

Tutto il libro di Cucchiarelli segue una linea ben definita: quella di instillare il dubbio che il circolo 22 marzo fosse un gruppo ibrido, formato da anarchici e fascisti Abbiamo già provveduto nelle nostre precedenti note a sgombrare il campo da tali false affermazioni. Qui ci limitiamo a smentire in maniera documentata le affermazioni che si trovano a pag 368. Su questo argomento avremo ancora occasione di tornare in maniera più articolata.

Gli ex del circolo 22 marzo

Estratti da “Il segreto di Piazza Fontana” di Paolo Cucchiarelli (pag. 368)

I primi rapporti tra i fascisti e Valpreda

Pietro [Valpreda, nostra nota] era davvero così convinto della nuova genuità anarchica di Merlino? Davvero non sapeva che tenesse contatti con i fascisti?

C’è un fatto importante che lega i due giovani già dal settembre del 1968, quando a Carrara, nel terzo Conngresso internazionale delle Federazioni anarchiche si manifestò la frattura tra la FAI e le nuove spinte che venivano dai gruppi di Roma. Valpreda giunse a Carrara con Pietro «Gregorio» Maulorico, Lucio Paulon, Augusto De Amicis, Aldo Pennisi, Alfredo Sestili e il già «convertito» anarchico Mario Merlino. Erano tutti fascisti del «XXII marzo».

Estratti da “Il segreto di Piazza Fontana” e il dibattito sul doppio stato: un intervento di Fabio Cuzzola, insegnante di italiano e latino nei licei

Ma andiamo ora alla parte secondo me più incerta, quella che riguarda il movimento anarchico.

Inizialmente il tutto muove, interpellando vari testimoni presenti all’epoca, della conferenza stampa tenuta dai giovani anarchici, spesso appellati erroneamente “neoanarchici”, per distinguerli dai “vecchi”, subito dopo la strage. Viene virgolettata la frase che parla di altre bombe, ma non si riesce ad attribuire con certezza a nessuno dei presenti tale affermazione. Il tentativo di attribuire agli anarchici la scia degli attentati del 1969 non è nuovo nella storiografia, è certo però che il movimento anarchico non aveva la struttura per architettare l’ondata di attentati dell’epoca. In tal senso invece una tra le poche certezze processuali a nostra disposizione è che per gli attentati del 25 aprile del ’69 a Milano è stato condannato nel processo di Catanzaro del 1981 il neofascista Giovanni Ventura!

Non è chiara poi all’autore la distanza politica tra Feltrinelli e gli anarchici, forse accomunati solo in quanto responsabili di attentati, ma Feltrinelli era marxista e fliocastrista, anni luce dall’anarchia.

Come ancora meno plausibile il ruolo di Roberto Mander descritto trait d’union fra Pinelli e Valpreda, Mander all’epoca aveva solo diciassette anni!

Il nome di Mander riporta al circolo del “22 marzo”, al quale viene dedicato ampio spazio, perché nel libro protagonista degli attentati romani del 12 dicembre. Se è vero che il gruppo, nel quale era stato accolto il milanese Valpreda, venne costituito nel giorno della famosa intervista a Ciao 2001, il 19 novembre del ’69, meno di un mese prima degli attentati, risulta improbabile l’organizzazione di attentati di tale portata. Il “22 marzo” nasce già con il “virus” di Merlino e Ippoliti al suo interno, ed è falso che Valpreda abbia intrattenuto rapporti politici precedenti a quella data con neofascisti o agenti infiltrati.

A supporto della sua tesi, Cucchiarelli cita il convegno internazionale degli anarchici tenutosi a Carrara nel settembre del ’68, sostenendo di una nutrita presenza di neofascisti infiltrati all’evento. Aggiunge inoltre che fra questi molti avevano partecipato al famoso “viaggio–premio” organizzato dall’estrema destra in Grecia nell’aprile del ’68.3 Sarebbe bastato paragonare l’elenco degli anarchici presenti a Carrara, con quello dei giovani neofascisti in Grecia per verificare l’infondatezza della prova. Presente era Valpreda con il gruppo di Milano; Merlino aveva già avuto mandato di infiltrarsi fra i maoisti dopo la spaccatura dovuta agli di Valle Giulia. Valpreda sbandato e hippie venditore di collanine viene paragonato da Cucchiarelli a Lee Oswald, ma non sono sicuro che gli Stati Uniti abbiano fatto i conti fino in fondo con il caso Kennedy

Marco Pacifici Dice: Risposta a “Commento n 2 alla “verità” di Paolo Cucchiarelli di Enrico Di Cola”

9 marzo 2010

8 marzo 2010 alle 16:24

Come ho già scritto a Enrico e i Roberti, comprendo bene quanto loro non abbiano nessuna voglia di incontrare personalmente quel signor cucchiarelli che senza vergogna ma sopratutto senza neppure avere la,diciamo cortesia di interpellare chi ha scritto e indagato sulla prima strage di stato,scrive un papellone intrigato intricato e ,per chi non c’era in quegli anni, intrigante; perchè? miscelando in maniera infame verità scoperte da noi (intendo Marco,Edoardo, Edgardo, Daniele, Sarina, il soprascritto e tanti altri) e supposizioni infamanti prova a rivelare, finalmente ciò che accadde dall’inizio dalla strategia stragista gestita da nazifascisti, servizi segreti, politici di governo e non dalla metà degli anni 60, culminata il 12 dicembre 1969 e tutt’altro che terminata. A quanto pare, visto che alla presentazione vi erano da Fini al responsabile della commissione sulle stragi. Peccato che non ci fossero gli autori del libro”La srage di stato”, il giudice Salvini, il giornalista Giannuli, gli avvocati che in questi anni ci hanno difeso nei tribunali e fuori: peccato ma inaspettata (o voluta?) fortuna per il Cucchiarelli. Allora scrivevo a Enrico che io non ho alcun problema ad incontrare pubblicamente il signore, di certo ci saranno la compagna di Edoardo e altri che mi hanno dato la disponibilità. Vorrei però che ciò fosse condiviso dai miei compagni anarchisti: quindi cerchiamo di dialogare su questo e sopratutto continuiamo a fare controinformazione, abbiamo materiale per scrivere migliaia di pagine; il grosso problema non è più NON C’E’ FUTURA SENZA MEMORIA, ma NON C’E’ FUTURO CON LA LORO FALSA VERITA’; esempio: parlando con universitari di sinistra, mi raccontavano del loro dolore per il furto della scritta all’ingresso del campo di concentramento, che avevano messo i liberatori alleati!!!!!! Cioè manco sanno che “il lavoro rende liberi” è un dogma nazifascista!!!! Che cavolo di fine abbiamo fatto se non siamo stati in grado di evidenziare verità così scontate? Visto che oggi è questo giorno in cui decine di lavoratrici furono assassinate nel loro posto di lavoro occupato, chiuse dentro dai bastardi, mi viene un pensiero leggero: sono nato il25 aprile, una delle migliaia di cose per cui adoro i miei genitori, ma festeggio la sconfitta del nazifascismo ogni giorno dell’anno; così sono certo che dobbiamo rendere onore alle nostre compagne, amiche, sorelle, madri coraggiose ogni giorno dell’anno, sopratutto perchè la vita è dura ma meravigliosa, e lo sarebbe un bel pò meno senza di loro, anzi non ci sarebbe proprio, al di là che siamo bi-etero-omo-trans-o come ci piace. Saluti anarchisti.

Marco.

Della serie… il Cucchiarelli furioso – Dal blog dei fans del libro di Cucchiarelli un piccolo botta e risposta tra l’autore del libro e Enrico Di Cola 26 febbraio 2010

26 febbraio 2010

Della serie… il Cucchiarelli furioso

Dal blog dei fans del libro di Cucchiarelli un piccolo botta e risposta

http://www.facebook.com/group.php?gid=111480141059

22 febbraio alle ore 8.20 ·  Paolo Cucchiarelli

Caro Di Cola, ho solo spiegato quello che la signora Pinelli ha scritto anni fa nel libro “Una storia soltanto mia”. Sono disponibile per un pubblico dibattito dove, come e quando vuoi. Voglio fatti e non ricordi: personalmente o gia’ pronte un centinaio di domande da rivolgerti. Fammi sapere oppure smettila.
paolo cucchiarelli

22 febbraio alle ore 17.02 ·  Paolo Cucchiarelli
Naturalemnte Di Cola puo’ anche non smetterla ma allora diventera’ chiaro a tutti che si tratta di una difesa di bandiera. Quindi: a quando il confronto caro Di Cola?

22 febbraio alle ore 17.34 ·  Enrico Di Cola
Fatti e non ricordi? Bene. Ecco qui un fatto, magari piccolo, ma rivelatorio dell’accuratezza con la quale Cucchiarelli ha costruito il suo libro.
Nelle pagine 399-400 (+ nota 78 a pagina 671) scrive: “Enrico Di Cola, rilasciato dopo ventiquattr’ore, fu al centro di uno scontro tra la polizia, che lo riteneva solo un testimone, e Occorsio, che lo riteneva un imputato. Sarebbe stato lui – si sostenne all’inizio del gennaio del ’70 – a indirizzare le indagini della polizia su Valpreda, con affermazioni fatte fuori verbale. La riprova del salvacondotto offertogli in cambio dalla polizia starebbe nel suo definitivo trasferimento in Svezia. (78) In effetti, Di Cola uscirà stabilmente dall’Italia e dall’inchiesta.”
Peccato però che soltanto un’ottantina di pagine prima (pag. 321) si legge tutta un’altra storia: “Ippolito almeno da fine novembre sapeva che il ballerino stava per andare nel capoluogo lombardo…[…] …L’11 dicembre, Ippolito era nella sede del circolo «22 marzo» quando Emilio Bagnoli riferì a Umberto Macoratti che Valpreda era appena partito per Milano con la sua Fiat 500. Ippolito telefonò immediatamente al suo capo, il commissario Domenico Spinella. Che fosse lui la fonte della prima segnalazione lo dirà il questore di Roma, Parlato, durante la conferenza stampa dopo il riconoscimento di Valpreda, il 16 dicembre. Naturalmente senza rivelare che si trattava di un poliziotto infiltrato nel gruppo anarchico. La polizia seppe quindi da subito che quella testa calda di Valpreda era a Milano: non dovette attendere soffiate o indicazioni esterne.”
Questa è solo una prima notazione sul metodo Cucchiarelli, la risposta completa e circostanziata sulle sue diffamatorie affermazioni e speculazioni sul mio conto, la pubblicherò quanto prima nel blog “Strage di Stato”

Ieri alle 10.41 ·

Osservatorio democratico 10 febbraio 2010 – Cucchiarelli replica attraverso Facebook alla nostra nota – Gli rispondiamo punto per punto Saverio Ferrari

11 febbraio 2010

Osservatorio democratico 10 febbraio 2010

http://www.osservatoriodemocratico.org/page.asp?ID=3021&Class_ID=1003

Cucchiarelli replica attraverso Facebook alla nostra nota che smentisce l’esistenza di “un altro ferroviere anarchico” sostenuta nel suo libro “Il segreto di piazza Fontana”

Gli rispondiamo punto per punto

Saverio Ferrari – Osservatorio democratico

LA REPLICA DI PAOLO CUCCHIARELLI

Saverio Ferrari è perentorio: non intende tornare su un testo “liquidato” a suo tempo senza affrontare nemmeno una delle tante novità e tacendo sul suo sito, come già fatto su “Liberazione” a suo tempo, su aspetti documentali incontestabili che hanno portato alla riapertura delle indagini a Milano sulla strage e al forte interessamento al libro della Procura di Brescia.

A lui basta il giudizio politico. I fatti sono un accidente con sui il nostro non vuole sporcarsi. Tace anche, come tanti a sinistra, sul capitolo riguardante le ragioni, le modalità e le responsabilità della morte di Pino Pinelli.

Ora Farrari affronta molto limitatamente e in maniera ipocrita questo tema sul suo sito e mi costringe ad una replica che non essendomi stata permessa a suo tempo su “Liberazione” non avrei voluto più fare.

Insieme a Barilli (ancora arrabbiato questo perché stava lavorando ad un importante libro e la mia inchiesta gli scompaginava il “disegno” del suo lavoro di ricostruzione storica) Ferrari mi ha solo insultato senza confrontarsi mai con le 560 note del libro. Eppure nel pomeriggio del 28 maggio 2009, dopo la presentazione alla stampa, ho incontrato a casa sua a Milano, Licia Pinelli, che non ha avuto nulla da ridire sulla ricostruzione che gli ho dettagliatamente illustrato visto che anche lei -per chi voglia avere la compiacenza di leggere almeno questo capitolo-ha più volte parlato di infiltrati tra gli anarchici, come ha fatto l’avvocato Spazzali intervenendo alla presentazione del volume a Milano. Se c’erano infiltrati avevano un obiettivo, la manipolazione, ed uno scopo :”l’operazione”.

Il nostro Ferrari, con cui mi piacerebbe un pubblico confronto quando, dove e in qualunque luogo lui voglia, è abituato ad altro che a leggere le testimonianze dell’epoca e, rispettandole, dargli voce. Il nostro prima demolisce un libro che ha apportato tante novità , anche documentali, e poi corre dal magistrato a rivelargli che Cucchiarelli ha ragione perché lui, che faceva contro informazione a Milano nel 1969, era uno dei pochi a sapere che in vicolo Margherita, oggi passeggiata Malagodi, c’era all’ultimo piano una base dei fascisti greci, la stessa indicata nel libro come decisiva nella preparazione della bomba da affidare all’ignaro Valpreda. Ma questo non si può raccontare pubblicamente:meglio attaccare senza confrontarsi. Meglio i sentimenti che i riferimenti, le testimonianze e una vera e propria indagine che dimostra perché Pinelli è stato ucciso.

Un animo che vola solo alto, più incline alle certezze assolute quello di Ferrari che assomiglia, in questo, a quello di Susanna Tamaro.

Per entrare nei fatti:

1) ho anche io segnalato l’incongruenza su Meli ma anche il fatto che agli atti c’è un data di nascita sbagliata sulle foto della polizia, tanto da far pensare ad una “copertura” per sottrarlo ad ogni ipotesi di coinvolgimento visto che aveva agito con il compiacente aiuto dello Stato

2) Anche io pongo il tema in tono problematico (p.293) e scrivo: “Una inchiesta non approda a conclusioni comprovate ma scandaglia piste che non sono state seguite, suggerisce nuove ipotesi, verità diverse da quelle codificate. Verificarlo tocca a chi ha questo potere”. Quindi il tono di chi vuole dimostrare che ho scritto il falso è inutile perché si prende dal libro solo quello che è utile a discreditare l’inchiesta.

3)“Mauro-mi ha detto in diverse telefonate la signora Meli-l’ho conosciuto nel 1971, lavorava già in ferrovia. Rispetto alla domanda ulteriore se nel 1969 già ci lavorava scrivo, riportando la sua risposta: la signora “non credeva” che nel 1969 l’ex marito, che lei segue perché ammalato, lavorasse già alle ferrovie.”Si preparava a farlo”. Oppure – molto più credibilmente-si spacciava per un ferroviere visto che lo zio, come ha segnalato la signora, era il capo dipartimento di Milano. Meli, dice la signora, aveva casa vicino a Milano (p.291). “Ventura dormiva a casa sua tanto che aveva lì il suo pigiama. Aveva casa vicino a Milano. E’ stato anche ospite diverse volte di Giancarlo Rognoni”. Ci sono poi altri passaggi che danno la prova dell’importante ruolo giocato da Meli che la moglie, involontariamente, indica come compartecipe all’assassinio del portiere Muraro. Io stesso dico che dopo la prima indicazione a caldo, durante il primo colloquio, la signora è apparsa contraddittoria, titubante ma la prima affermazione (quando non aveva parlato della cosa con il marito) non lascia dubbi anche perché si deve collegare ai verbali che riporto: “Meli faceva il ferroviere e si era infiltrato nel Ponte della Ghisolfa come provocatore”. E’ ciò “intorno al periodo della strage di Piazza Fontana” (p.291). C’è’ una foto a comprovarlo.

Ferrari però si fida di più delle carte della polizia (la stessa che copriva l’azione dei provocatori fascisti ) ed è tutto contento di aver preso in castagna e “liquidato” una volta per tutte il perturbatore Cucchiarelli. Se “ Susanna Ferrari” piace così e si diverte con così poco, continui pure ma è bene che si sappia che quello che scrive Ferrari è solo una difesa politica ipocrita, parziale e fuorviante rispetto alla complessità del libro.

Paolo Cucchiarelli

LA NOSTRA RISPOSTA

Punto primo: la Procura della Repubblica di Milano non ha, al momento, deciso l’apertura di alcuna nuova indagine su piazza Fontana. È stata solo depositata una richiesta in tal senso da parte dell’avvocato di parte civile Federico Sinicato, basata su diversi elementi, che ho per altro riassunto in un articolo pubblicato su Il Manifesto l’11 dicembre 2009 (“L’armadio delle scope”), reperibile anche sul sito dell’Osservatorio.

Il fascicolo in cui stanno confluendo i nuovi indizi non è stato trasmesso, per decisione dei vertici della Procura di Milano, ad alcun giudice per le indagini preliminari. Riporto a tale proposito le amare conclusioni del giudice Guido Salvini espresse in un’intervista a Luciana Lanza, pubblicata in appendice alla riedizione di “Bombe e segreti” (eléuthera 2009). È una puntuale fotografia, tuttora valida della situazione: “E’ singolare poi che il fascicolo che contiene il racconto di Casalini, l’unico che ha avuto il coraggio di riconoscere le proprie responsabilità, sia stato aperto e subito chiuso a modello 45. Per i profani del diritto spiego cosa vuol dire modello 45. In quei fascicoli si mettono gli atti che si ritiene non costituiscano notizia di reato, compresi gli esposti dei matti, con la comodità per il pubblico ministero di chiudere il fascicolo (come difatti è avvenuto) con una archiviazione interna. In questo modo non bisogna trasmettere il fascicolo a un gip, cioè a un giudice terzo che potrebbe anche ritenere necessario qualche approfondimento o qualche indagine”.

Punto secondo: la signora Pinelli non ha mai letto “Il segreto di piazza Fontana”. Lo ha da tempo precisato la figlia Claudia Pinelli in una e mail inviata diversi mesi fa a Francesco Barilli, in cui, per altro, la stessa ha colto l’occasione per esprimere un suo giudizio, tutt’altro che lusinghiero, sul libro in questione. Ci vediamo costretti a pubblicarla (1) per mettere fine a quanto falsamente propalato da Paolo Cucchiarelli. Mi permetto di aggiungere che coinvolgere Licia Pinelli per far credere che abbia manifestato accordo su quanto scritto (e che cioè suo marito era a conoscenza che gli anarchici milanesi erano coinvolti nelle bombe del 12 dicembre), è semplicemente un atto ancor prima grottesco che inqualificabile.

Punto terzo: il sottoscritto nel 1969 aveva diciott’anni, non faceva politica e non militava in alcun partito o gruppo organizzato. Al tempo non aveva ancora partecipato a una sola manifestazione o corteo. Tanto meno poteva impegnarsi in qualsivoglia attività di controinformazione. Né poteva sapere, come non ha mai saputo (nemmeno sa ora), se in vicolo Margherita a Milano esisteva o meno “una base dei fascisti greci”. Anche per questo non ha mai potuto “correre” da alcun magistrato e “rivelargli che Cucchiarelli ha ragione”. Trattasi di cialtronata allo stato puro.

Punto quarto: su Meli basta quanto scritto. In questo fascicolo, recuperato più di dieci anni fa da Aldo Giannuli nell’archivio della questura milanese, la data di assunzione (23 agosto 1972) di Mauro Meli alle Ferrovie dello Stato, Compartimento di Milano, viene riportata in più di un appunto informativo. Probabilmente Cucchiarelli ci spiegherà nel prossimo libro che sono tutte carte artefatte, manipolate nella previsione del loro ritrovamento circa trent’anni dopo. Della serie: Dan Brown è un pirla!

Conclusione: il problema di Cucchiarelli è proprio l’opposto di quanto dichiara circa “i fatti”. Le sue tesi, infatti, non sono mai supportate da alcun fatto. Neanche nelle 560 note compare mai uno straccio di riscontro di quanto affermato, vedasi Giovanni Ventura che porta borse e bombe ai coniugi Corradini prima della strage di piazza Fontana, di Valpreda che si fa consegnare una bomba innescata nell’abbaino dei fascisti greci (!), e si potrebbe continuare. Ogni conclusione è arbitraria, esattamente come quella dell’”altro ferroviere anarchico”, al punto che si potrebbe tranquillamente sostenere per ciascun episodio ritenuto “centrale” per la ricostruzione di “un’altra verità”, almeno cinque finali diversi. Alla faccia dei “giudizi politici”! Il libro di Cucchiarelli non è, in definitiva, un libro complesso, ma solo basato sul nulla.

Un confronto pubblico con Paolo Cucchiarelli l’accetterei a una sola condizione: che vi partecipasse anche “Mister X”, la fonte anonima da cui provengono tutte le “soffiate” (sottolineo tutte), che sorreggono le tesi espresse nel libro. In sua assenza non capisco di che si dovrebbe discutere.

Saverio Ferrari

Milano, 10 febbraio 2010

(1) “Non ci crederai ma il libro l’ho letto in quanto Cucchiarelli l’ha portato a mia madre, che si è rifiutata di leggerlo e me lo ha passato. Sono completamente d’accordo con il vostro articolo, se fosse stato un libro di fantapolitica e non sbandierato come il libro sulla verità su piazza Fontana, forse non sarebbe stato così irritante, pieno di ricostruzioni e conclusioni azzardate e personali che nessuno gli ha chiesto. Sono contenta che siate riusciti, ancora una volta, a dare forma anche al mio pensiero e in una maniera così articolata come io non sarei stata capace. Un abbraccio. Claudia”.

A rivista anarchica anno 39 n. 346 estate 2009 – Pinelli “vittima due volte” ma Valpreda bombarolo di Luciano Lanza

2 dicembre 2009

A rivista anarchica anno 39 n. 346 estate 2009

strage di Stato.1 

Pinelli “vittima due volte” ma Valpreda bombarolo
di Luciano Lanza

Scontro di poteri su piazza Fontana. Il presidente della repubblica rende omaggio all’anarchico «volato» dal quarto piano della questura. Però subito parte una campagna-stampa per santificare nuovamente Calabresi e rinnovare le accuse contro Pietro Valpreda. Si distingue Paolo Cucchiarelli, un giornalista di sinistra, collaboratore dell’Unità, che scrive un librone per spiegare che Valpreda aveva effettivamente messo una bomba, che Pinelli era tutt’altro che innocente e che insomma gli anarchici… Le stesse tesi sostenute in Commissione Stragi da Alleanza Nazionale. E non solo da loro.

«Rispetto ed omaggio dunque per la figura di un innocente, Giuseppe Pinelli, che fu vittima due volte, prima di pesantissimi infondati sospetti e poi di un’improvvisa, assurda fine. Qui non si riapre o si rimette in questione un processo, la cui conclusione porta il nome di un magistrato di indiscutibile scrupolo e indipendenza: qui si compie un gesto politico e istituzionale, si rompe il silenzio su una ferita, non separabile da quella dei 17 che persero la vita a Piazza Fontana, e su un nome, su un uomo, di cui va riaffermata e onorata la linearità, sottraendolo alla rimozione e all’oblio. Grazie signora Pinelli, grazie per aver accettato, lei e le sue figlie, di essere oggi con noi», così ha detto Giorgio Napoletano, presidente della repubblica il 9 maggio. Dopo quarant’anni colui che rappresenta la massima istituzione dice che fu vittima due volte (qui scatterebbe subito la domanda: vittima di chi? di cosa?) e poi che si vuole rompere il silenzio su Pinelli con un gesto politico e istituzionale.
Infine c’è stata la stretta di mano fra Licia Pinelli e Gemma Capra, la vedova di Luigi Calabresi. E in questo molti, anche tra gli anarchici, hanno visto un modo per chiudere la partita su Pinelli e la strage di stato. Per arrivare a quella «memoria condivisa» che da alcuni anni esponenti della destra e della sinistra propongono come chiusura di una «pagina dolorosa».
Come da tempo vado ripetendo (scusate se lo ripeto) qui non c’è nessuna memoria da condividere, ma ci sono condanne (sul piano storico e politico, quello giudiziario lo lascio ad altri) da fare: chi sono i responsabili delle bombe a Milano e a Roma del 12 dicembre, come è realmente morto Giuseppe Pinelli? Chi nelle istituzioni dello stato e nei servizi segreti, nella polizia e nei carabinieri ha aiutato e coperto gli attentatori?
L’iter giudiziario (lo sappiamo tutti) si è concluso con un nulla di fatto: le bombe non le ha messe nessuno e Pinelli è morto per un «malore attivo», caso unico nella storia della medicina mondiale. Un nulla di fatto che comunque ha visto i neonazisti Giovanni Ventura e Franco Freda condannati a 15 anni per le bombe del 25 aprile e del 9 agosto 1969 e per associazione sovversiva. Mentre la Corte d’appello di Milano nel 2004 riconosce che i due sono anche responsabili delle bombe del 12 dicembre, ma non possono essere condannati perché già definitivamente assolti per quel reato.
Scrive la Corte d’appello: «L’assoluzione di Freda e Ventura è un errore frutto di una conoscenza dei fatti superata dagli elementi raccolti in questo processo». Sentenza poi confermata dalla Cassazione nel 2005. 

Quel dicembre 1973

Torniamo a Napolitano. Allora come valutare le parole del presidente? Mi torna alla mente quanto c’è scritto nell’editoriale apparso su questa rivista sul numero di gennaio del 1973. Si intitola «Una vittoria nostra». Ecco alcuni passaggi: «Valpreda, Gargamelli, Borghese sono liberi. (…) Il governo s’è mosso sotto la pressione di “autorevoli” settori di opinione pubblica “democratica”. Sarebbe stolido trionfalismo ritenere d’averlo smosso noi, gli anarchici, i rivoluzionari. Eppure siamo convinti, senza vanagloria, che si tratti di una vittoria nostra, non dei “democratici”. In primo luogo perché noi abbiamo smosso questa opinione pubblica democratica dal suo abituale torpore, noi l’abbiamo costretta a scandalizzarsi, a indignarsi. In secondo luogo perché, nonostante tutto, le strutture repressive dello stato “democratico” escono malconce dalla faccenda, nell’immagine pubblica, anziché ridipinte a nuovo.
Vittoria nostra, ripetiamo, e non accettiamo il disfattistico pessimismo di chi, nella scarcerazione, vede solo una manovra astuta del potere. C’è anche questa, certo (…) ma la scarcerazione di Valpreda, Gargamelli e Borghese resta sostanzialmente una sconfitta per lo stato e una vittoria per noi. Non vogliamo sopravvalutarne l’importanza né sottovalutare lo strapotere del sistema. (…) Però è un episodio che segna un risultato positivo per noi e negativo per il potere (e con i tempi che corrono non è cosa da poco). Se fossimo riusciti, cinquant’anni fa, a salvare la vita di Sacco e Vanzetti ci saremmo forse ipercriticamente lamentati che era tutta una manovra dello stato americano per riacquistare credibilità?».

Questo maggio 2009

Quell’editoriale vecchio di 36 anni è per molti versi attuale (anche se, è ovvio, la situazione è molto diversa) perché evidenzia molto bene come avvengono certe dinamiche sociali e politiche. E che tipo di lettura darne: senza ipercriticismi e senza entusiasmi. Ma mettendo gli avvenimenti in una prospettiva obbiettiva. E questa affermazione di Napolitano rappresenta un passo avanti che dovrebbe in parte spiazzare le montature create prima, subito dopo le bombe. E poi nel corso degli anni.
Ma va sottolineato anche che dopo il discorso del presidente della repubblica è partita una campagna televisiva e giornalista per far risaltare la «specchiata figura» del commissario Calabresi. E poiché le tre televisioni pubbliche e le tre maggiori tv private sono controllate dal presidente del consiglio e dalla maggioranza di centrodestra non sfugge a nessuno (se non a chi non vuole vedere) che su questo caso c’è un conflitto tra poteri dello stato. Senza dimenticare la carta stampata. C’è pure chi sostiene che sia tutto un gioco delle parti: il presidente fa un passo per dare il via a chi di passi ne farà almeno il doppio in direzione opposta. Ma francamente dopo quarant’anni mi sono persuaso, sulla base di tante storie venute a galla, che certe congetture stanno più nella testa degli ipercritici che non nelle intenzioni degli attori. Insomma, non fateli più furbi e strateghi di quanto effettivamente siano. Ne hanno combinate di orrende, ma erano sempre funzionari di questo stato… sempre un po’ borbonico…
Nonostante siano passati quarant’anni, quei fatti sono ancora elemento di contrasto e di scontro. Perché quelle bombe e quel volo dal quarto piano della questura di Milano hanno scritto un percorso della storia di questo paese. Quei morti, quei feriti, quel «malore attivo» sono, oltre che drammatici, un analizzatore sociale (come direbbe il mio indiretto maestro René Lourau). Vale a dire che la lettura disincantata, non faziosa, di quegli avvenimenti mette a nudo la criminalità di chi deteneva il potere. È una «verità scomoda», dà fastidio. Da qui la necessità di riscrivere quella «storia scomoda».

La “ricostruzione” di Cucchiarelli

L’ultimo autore di questa riscrittura? Sicuramente Paolo Cucchiarelli con il suo libro Il segreto di Piazza Fontana. Un libro che affianca indagini condotte con un discreto rigore a illazioni, invenzioni più consone a un romanzo noir che a una ricerca storica. In sintesi: la strage di piazza Fontana l’hanno orchestrata i neonazisti Franco Freda e Giovanni Ventura più altri, con il supporto dei servizi segreti deviati manovrando anarchici come Pietro Valpreda. Perché Valpreda è andato veramente, sostiene senza prove Cucchiarelli, alla Banca nazionale dell’agricoltura, per deporre una bomba munita di timer. Ha effettivamente preso il taxi di Cornelio Rolandi per risparmiarsi un tragitto di un centinaio di metri e doverne fare il doppio per andare da dove avrebbe fatto fermare il taxi per andare alla banca e ritornare al taxi. Ma c’è di più: dove lo mettiamo il sosia di Valpreda, Claudio Orsi? Lui ha l’altra bomba, ma con innesco a miccia, anche lui prende un taxi per andare alla banca e la depone vicino a quella di Valpreda. Da qui il doppio botto. Ma Cucchiarelli non è George Simenon e scrive cose che non stanno in piedi.
E Giuseppe Pinelli? Il suo alibi era falso perché quel pomeriggio aveva un grandissimo problema: evitare che scoppiassero altre due bombe a Milano. Qui siamo al paranormale: Cucchiarelli sa anche che cosa pensa Pinelli. E poi sa anche che quel pomeriggio non è andato al Circolo Ponte della Ghisolfa dove ha incontrato due compagni anarchici, Ivan Guarnieri e Paolo Erda, anche perché quest’ultimo, per Cucchiarelli, non esiste. È un’invenzione sciocca del povero Pinelli che si arrabatta cercando di costruire un alibi inconsistente. Ma Cucchiarelli scrive di cose che non conosce, quindi scrive sciocchezze.

Valpreda e Pinelli colpevoli? Già sentita

Non basta. Sotto sotto, ma poi neanche tanto, si sente riecheggiare nelle tesi di Cucchiarelli quanto hanno già scritto due ex deputati di Alleanza nazionale, membri della Commissione stragi, Alfredo Mantica e Vincenzo Fragalà, estensore delle loro tesi è Pier Angelo Maurizio oggi giornalista de Il Giornale e anche autore di Piazza Fontana. Tutto quello che non ci hanno detto.
La relazione si intitola La storia di Piazza Fontana, storia dei depistaggi: così si è nascosta la verità. E cosa c’è scritto in quella relazione del settembre 2000? «L’ombra del dubbio è rimasta sull’innocenza di Valpreda non per una decisione politica, per una sorta di difesa corporativa della magistratura, data la lunga carcerazione preventiva inflittagli, come si potrebbe insinuare. L’ombra del dubbio è rimasta sulla base di una valutazione squisitamente tecnica». E poi, dando per verità le dichiarazione di un pentito delle Brigate rosse, Michele Galati, scrivono: «Pinelli si era realmente suicidato perché si rese conto di essere rimasto involontariamente coinvolto nel traffico di esplosivo utilizzato per la strage e che lui riteneva fosse destinato a un’azione in Grecia. La bomba alla Banca nazionale dell’agricoltura era stata messa materialmente da Valpreda. L’esplosione avrebbe dovuto aver luogo quando gli sportelli fossero stati chiusi e la banca deserta. Negli attentati del 12 dicembre ’69 erano coinvolti buona parte degli anarchici del circolo Ponte della Ghisolfa. Gli attentati rientravano in un progetto di destabilizzazione in cui aveva un ruolo di primo piano Stefano Delle Chiaie che si serviva di Mario Merlino per orientare l’attività degli anarchici».
Bene, con la ricorrenza dei quarant’anni da quella strage si dovrebbe ripartire da capo? No, però c’è nuovamente un lavoro di controinformazione da fare. Perché dopo tanti anni parte una nuova riscrittura della storia. Ma non bisogna permetterlo.

Luciano Lanza

“Il segreto di Piazza Fontana” e il dibattito sul doppio stato: un intervento di Fabio Cuzzola, insegnante di italiano e latino nei licei

30 novembre 2009

http://www.aldogiannuli.it/?p=593#more-593

“Il segreto di Piazza Fontana” e il dibattito sul doppio stato: un intervento di Fabio Cuzzola, insegnante di italiano e latino nei licei

L’intervento di Fabio Cuzzola, insegnante di italiano e latino nei licei

Ho letto e studiato alacremente l’ultima fatica di Paolo Cucchiarelli; complice lo scarso coinvolgimento che vivo per l’ordinaria burocrazia degli esami di stato e l’interesse che nutro per le vicende in questione sin dai tempi della mia formazione universitaria. Ho utilizzato il verbo “studiare”, perché come tento di insegnare ai giovani, qualsiasi cosa vogliamo scoprire e criticare, è necessario prima esaminarla, conoscerla e poi giudicarla.

Premetto inoltre, che non avendo vissuto quella stagione politica, non porto gli “occhiali” deformanti dell’ideologia manichea, anzi nella mia quotidianità educo a liberarsi da ogni dogmatismo per ricercare da sè libertà e giustizia.

Alla chiusura del libro le prime considerazioni sono legate ad un vecchio adagio filosofico: “La creatura ha finito per divorare il creatore!”.

Come tutte le opere storiche, che hanno la pretesa di essere monumentali, il libro di Cucchiarelli finisce per snocciolare materiali su materiali, a dir vero molto interessanti nella prima parte del volume, senza però badare all’impianto delle fondamenta rappresentato dalle fonti.

L’autore stesso in fase introduttiva comunica al lettore le sue scelte in questo campo, sottolineando di aver preferito le fonti archivistiche, documentali-giornalistiche a quelle orali.

Tuttavia alla fine, l’impianto del “radoppio dell’attentato” è verificabile sulle dichiarazioni rese allo stesso autore dal dottor Russomanno e da un tale “Mister X”.

Il primo, mio conterraneo, nato a Reggio Calabria nel 1924, ha trascorso tutta la sua vita a depistare e creare, come lui stesso ha affermato in passato, elementi di deviazione come “il Grande Vecchio”; penso non sia credibile un agente dei servizi segreti che ancora oggi afferma, riferendosi agli storici che: “la strategia della tensione e’ una invenzione vostra”.1

La seconda fonte orale di peso è quella rappresentata da una persona della quale non si vuol far conoscere l’identità; questo può andare bene per il giornalismo, ove la deontologia professionale suggerisce la riservatezza delle fonti, non dovrebbe essere così per lo storico.

Per chi si cimenta con la storia le fonti più sono condivisibili, più gli studi hanno credibilità.

In tal senso mentre il giornalista deve fare lo “scoop”, lo storico deve suscitare interesse, stimolare altre ricerche, inaugurare altri filoni di studio. Il giornalista lavora sull’oggi, lo storico per il domani. A questo proposito anche la scelta del titolo sensazionalistico dell’opera: “Il segreto di Piazza Fontana. Finalmente la verità sulla strage……”, avrebbe la pretesa di mettere il punto esclamativo in materia, se Bloch avrebbe avuto la stessa pretesa di verità, nessuno di noi negli ultimi sessantenni avrebbe mai scritto nulla sulla società feudale. L’approccio alla ricerca da parte dell’autore e “milanocentrico” ovvero, non credendo alla strategia della tensione, e basandosi molto su quella degli opposti estremismi, sfronda molti elementi utili per ricostruire il contesto del prima e del dopo.

In particolare viene espunto tutto quello che è lo scenario meridionale.

Solo qualche esempio.

I timers di Freda, arrivano in quantità in Calabria; parte di essi vengono utilizzati per gli attentati ai treni dei sindacati del 22 ottobre del ’72; un’altra partita verrà scoperta dalla guardia di finanza in un deposito clandestino di Avanguardia Nazionale a Reggio ancora nel 1976.2

Lo stesso Freda che in pieno processo a Catanzaro verrà aiutato nella sua fuga-latitanza dalla ‘ndrangheta, a conferma che i rapporti nord-sud esistevano a cominciare dal ’68, passando per la rivolta di Reggio.

Per ritornare a Milano quei giorni, così come ricostruiti da Cucchiarelli, sembrano più la cronaca di una maratona.

Ventura gira con due borse da portare ai coniugi Corradini, Pinelli corre per bloccare la trappola tesa agli anarchici, l’agente segreto Fusco corre da Roma per bloccare la strage, insomma quanti sapevano e non hanno fermato quest’orrendo misfatto??!!

Il tutto poi per che cosa? Per incastrare Feltrinelli! Già sembra dalla ricostruzione del libro che la strage di Piazza Fontana sia stata ordita per incastrare Feltrinelli! E’ vero che rileggendo le carte delle mie ricerche per i libro: “Cinque anarchici del Sud”, tutti gli interrogatori dei fermati anche a Reggio partivano con la domanda: “Conosci Feltrinelli??”, ma pensare che il raddoppio sia stato effettuato per incastrare l’editore rivoluzionario mi sembra una reductio.

Ma andiamo ora alla parte secondo me più incerta, quella che riguarda il movimento anarchico.

Inizialmente il tutto muove, interpellando vari testimoni presenti all’epoca, della conferenza stampa tenuta dai giovani anarchici, spesso appellati erroneamente “neoanarchici”, per distinguerli dai “vecchi”, subito dopo la strage. Viene virgolettata la frase che parla di altre bombe, ma non si riesce ad attribuire con certezza a nessuno dei presenti tale affermazione. Il tentativo di attribuire agli anarchici la scia degli attentati del 1969 non è nuovo nella storiografia, è certo però che il movimento anarchico non aveva la struttura per architettare l’ondata di attentati dell’epoca. In tal senso invece una tra le poche certezze processuali a nostra disposizione è che per gli attentati del 25 aprile del ’69 a Milano è stato condannato nel processo di Catanzaro del 1981 il neofascista Giovanni Ventura!

Non è chiara poi all’autore la distanza politica tra Feltrinelli e gli anarchici, forse accomunati solo in quanto responsabili di attentati, ma Feltrinelli era marxista e fliocastrista, anni luce dall’anarchia.

Come ancora meno plausibile il ruolo di Roberto Mander descritto trait d’union fra Pinelli e Valpreda, Mander all’epoca aveva solo diciassette anni!

Il nome di Mander riporta al circolo del “22 marzo”, al quale viene dedicato ampio spazio, perché nel libro protagonista degli attentati romani del 12 dicembre. Se è vero che il gruppo, nel quale era stato accolto il milanese Valpreda, venne costituito nel giorno della famosa intervista a Ciao 2001, il 19 novembre del ’69, meno di un mese prima degli attentati, risulta improbabile l’organizzazione di attentati di tale portata. Il “22 marzo” nasce già con il “virus” di Merlino e Ippoliti al suo interno, ed è falso che Valpreda abbia intrattenuto rapporti politici precedenti a quella data con neofascisti o agenti infiltrati.

A supporto della sua tesi, Cucchiarelli cita il convegno internazionale degli anarchici tenutosi a Carrara nel settembre del ’68, sostenendo di una nutrita presenza di neofascisti infiltrati all’evento. Aggiunge inoltre che fra questi molti avevano partecipato al famoso “viaggio–premio” organizzato dall’estrema destra in Grecia nell’aprile del ’68.3 Sarebbe bastato paragonare l’elenco degli anarchici presenti a Carrara, con quello dei giovani neofascisti in Grecia per verificare l’infondatezza della prova. Presente era Valpreda con il gruppo di Milano; Merlino aveva già avuto mandato di infiltrarsi fra i maoisti dopo la spaccatura dovuta agli di Valle Giulia. Valpreda sbandato e hippie venditore di collanine viene paragonato da Cucchiarelli a Lee Oswald, ma non sono sicuro che gli Stati Uniti abbiano fatto i conti fino in fondo con il caso Kennedy.

Risibile è infine la storia di Pinelli che informa la polizia della strage; s’immagini la scena: “Pronto polizia!?? Sono Pinelli, abbiamo messo due bombe, correte a disinnescarle!!”, il virgolettato è mio, ma potrebbe essere una battuta degna del miglior Dario Fo se non si stesse trattando di una ricostruzione storica e non satirico-romanzesca!

Ed è così che a furia di una verità tra mille piste di ricerca e di confronti incrociati che nasce l’incertezza del libro; nei paragrafi concernenti la figura di Pinelli e il “doppio” ferroviere, ho contato, sarà per deformazione professionale, venticinque proposizioni interrogative ed altrettanti periodi ipotetici, il che mi fa pensare più ad una ricostruzione di Carlo Lucarelli, che onestamente pone dubbi nelle sue trasmissioni divulgative, piuttosto che ad un lavoro storico.

Se cadiamo e crediamo in queste sabbie mobili, la deriva è quella di cancellare il confine tra vittime e carnefici, preparandoci ad un quarantesimo anniversario della strage, più lontano dalla verità e dalle responsabilità.

Mi piace ricordare una frase di Vittorini che uno studente anonimo ha scritto in una classe della mia scuola: “Non ogni uomo è uomo, allora. Uno perseguita e uno è perseguitato; e genere umano non è tutto il genere umano, ma quello soltanto del perseguitato.”

Fabio Cuzzola, docente di Italiano e Latino nei licei, 8 luglio ‘09

P.S. La storia della vicenda di Piazza Fontana, vera cesura storica della nostra storia contemporanea, ha catturato l’attenzione di numerosi studiosi e credo continuerà a farlo per molto tempo, proprio perché credo che la storia sia una verità sempre aperta, e con il passare degli anni, l’apertura di nuovi archivi, e speriamo la fine del “segreto di stato”, molto ancora ci toccherà in dono da studiare.