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2014 12 14 Il Garantista – Il 12 dicembre 1969 Bombe su Roma. La testimonianza di Enrico Di Cola

8 gennaio 2015

(testo integrale, leggermente diverso da quello apparso sul giornale Il Garantista, per ragioni di spazio) 

2014 12 14 Il Garantista - Quel giorno fui torturato per incastrare Valpreda

Quella giornata del 12 dicembre 1969 era iniziata per me come una giornata qualsiasi. Avevo da poco compiuto i 18 anni (allora si era maggiorenni a 21 anni) ero studente di un istituto tecnico industriale ma più impegnato a partecipare a riunioni, manifestazioni o incontrare i miei compagni di fede piuttosto che frequentare la scuola. Quella mattina non andai a scuola ma rimasi in casa fino al primo pomeriggio e poi – come ero solito fare – mi recai alla sede del nostro circolo, il 22 marzo, in via del Governo Vecchio.

Il giorno precedente un compagno mi aveva telefonato per avvertirmi che ci sarebbe stata una conferenza sulla storia delle religioni che inizialmente doveva tenersi al circolo Bakunin di via Baccina. Anche se la tematica non mi interessava andai comunque perché volevo incontrarmi con i miei compagni ed amici (diversi dei quali erano anche miei compagni di scuola).

Terminata la conferenza, assieme a Emilio Bagnoli e Amerigo Mattozzi, ci recammo alla sede della Lega dei diritti dell’Uomo, a Piazza SS. Apostoli, perchè volevamo fare una denuncia contro le persecuzioni a cui ci sottoponeva la polizia politica romana.

In molti di noi si erano accorti di essere seguiti, diverse volte eravamo stati fermati ed identificati mentre passeggiavamo per strada (a me era successo un paio di volte mentre mi trovavo assieme a Pietro Valpreda), il 19 novembre – giorno dello sciopero nazionale per la casa – in una decina di compagni venimmo fermati “preventivamente” e trattenuti in Questura per molte ore per impedirci di partecipare a quella manifestazione. Come noto la sera stessa, dopo essere stati rilasciati dalla Questura, fummo aggrediti a Trastevere e così io, Valpreda e Gargamelli finimmo la giornata dietro le sbarre di Regina Coeli. Qualche giorno dopo un altro giovanissimo compagno, Angelo Fascetti, viene fermato e interrogato dai carabinieri perché sospettato per un attentato ad una caserma dell’arma.

Già alla fine di ottobre, mentre io, Bagnoli, Muki e Valpreda ci stavamo recando a Reggio Calabria per portare la nostra solidarietà ad alcuni compagni che dovevano essere processati, venimmo fermati dai carabinieri e – grazie al famigerato art.41 del TULPS – fummo perquisiti in cerca di armi o esplosivi.

Mi fermo qui perché sarebbe troppo lungo elencare i tantissimi episodi che dimostravano che subimmo il quel breve periodo di vita del nostro circolo quanto forte fosse “interessamento” degli apparati repressivi verso di noi e come non vi fosse un solo minuto della nostra vita che non venisse controllato e registrato. Tutte queste “attenzioni” ci avevano indotto a pensare che fosse necessario da parte nostra fare una qualche “contromossa” – cioè di denunciare la polizia – per portare alla luce di tutti questa continua persecuzione. Era questo il motivo per cui ci recammo, come detto, alla Lega per i diritti Umani quella sera.

Appena arrivati nei locali della Lega ci dissero subito che erano scoppiate alcune bombe a Roma e Milano e che c’erano dei morti e quindi, ovviamente, non era il momento giusto per sporgere la nostra denuncia.

Con Emilio e Amerigo ci precipitammo a comprare un giornale per capire meglio cosa fosse accaduto e tornammo in sede per avvertire i compagni che erano rimasti dopo la conferenza. Assieme decidemmo che l’unica cosa che potessimo fare fosse di tornare a casa e seguire in televisione cosa stesse succedendo. Ci lasciammo dandoci appuntamento al giorno seguente dopo esserci accordati che prima di andare in sede avremmo dovuto fare un giro di telefonate a tutti i compagni per sentire se qualcuno avesse avuto problemi.

Dato le persecuzioni che avevamo subito in precedenza davamo quasi per scontato che alcuni di noi sarebbero stati nuovamente “attenzionati” ma certamente non pensavamo che fosse già troppo tardi per evitare che la trappola, la tagliola, ci si conficcasse nella pelle.

Arrivato a casa, dopo aver visto il telegiornale, andai a letto a dormire. Il mio sonno non durò molto perché verso le 22,30 – 23 mi risvegliai con un mitra puntato in faccia (anche mio fratello subì lo stesso trattamento sebbene non avesse mai svolto attività politica in vita sua) e dopo la perquisizione fui condotto nei locali della Legione Territoriale dei Carabinieri. Per prelevarmi era stato predisposto uno spiegamento di forze davvero imponente: almeno una decina di agenti armati di tutto punto, appostati persino sulle scale di casa.

Il primo interrogatorio, che si svolse in maniera “normale” – per quello di normale può esserci un interrogatorio di polizia -, avviene alle 23,55 finto il quale vengo rinchiuso in una stanzetta vuota a parte alcune sedie.

Qui passo – senza ovviamente poter dormire – la notte. Ero convinto di dover essere rilasciato al più presto in quanto per l’ora delle bombe, quelle esplose a Roma avevo un alibi (la conferenza) . Ma mi sbagliavo.

La mattina seguente verso le 11, senza aver potuto bere un bicchiere d’acqua o mangiare qualcosa, mi vengono a prelevare e mi portano al secondo o terzo piano dove si trovava la porta che conduceva nei locali della squadra omicidi. Non ci sono i carabinieri che mi avevano interrogato la sera precedente e subito mi accorgo che ben diversa è l’aria che si respira.

Nel secondo verbale delle 11,10 compare per la prima volta il nome di Pietro Valpreda e mi si chiedono ragguagli su di lui. Anche nel terzo ed ultimo verbale che sarebbe iniziato alle 17,30 si parla di Valpreda, cioè mi viene chiesto di confermare l’indirizzo in cui abita a Roma.

Prima di procedere con queste mie memorie penso sia utile dire, ricordare, alcune cose soprattutto per i più giovani. Prima di tutto, come avrete notato, io ho citato solamente gli orari di inizio interrogatorio ma non quelli della loro fine. Infatti questi non venivano mai riportati. Per cui non è possibile sapere quanto un interrogatorio durava veramente. Altra cosa da non trascurare è che la verbalizzazione avveniva sotto la dettatura del funzionario che interrogava e quindi non erano le tue parole che poi comparivano ma l’interpretazione che questi faceva di quello che tu dicevi. Tu potevi solo rettificare il verbale che ti facevano vedere a fine interrogatorio o rifiutarti di firmarlo, nel qual caso ricominciava tutto da capo.

In realtà il mio fu un unico lunghissimo, ininterrotto, interrogatorio iniziato alle 11 del mattino e terminato verso le 19,30- 20, ora in cui venni rilasciato.

Durante questo interrogatorio-fiume dovevo stare seduto immobile mentre mi schiaffeggiavano, mi vennero tirati capelli e barba, mi puntarono un tagliacarte alla gola minacciandomi di morte… Il tutto avveniva al buio quasi completo tranne la lampada che mi veniva puntata in faccia per impedirmi di vedere quando partivano i colpi. Ogni tanto si davano il cambio entrava il carabiniere “buono” che cercavano di blandirmi con promesse di soldi e tranquillità per il resto della mia vita. Mi suggeriva di dargli qualcosa, qualcuno su cui buttarsi, se volevo evitare il peggio quando sarebbe rientrato il “cattivo”… e così via per molte ore.

Questo trattamento “speciale” aveva un unico scopo: quello di farmi firmare un verbale in bianco, oppure che mettessi a verbale di aver visto Valpreda partire per Milano con una scatola per scarpe piena di esplosivo. E badate bene che siano al 13 dicembre quando ancora, almeno ufficialmente, il nome di Valpreda non era ancora stato fatto da nessuno!

Quella sera stessa, improvvisamente e inaspettatamente, venni rilasciato ma prima di farlo si premunirono di farmi capire che qualsiasi cosa avrei raccontato nessuno mi avrebbe mai creduto (la tua parola contro la nostra) e che potevano in qualsiasi momento ammazzarmi e far passare la mia morte come un incidente, magari stradale.

Feci ritorno a casa facendo molta attenzione mentre traversavo la strada e guardandomi in continuazione dietro le spalle per vedere se ero seguito. La mattina seguente mi vennero a trovare 4 o 5 compagni a cui raccontai lo strano interrogatorio che avevo subito e il fatto che mi volevano far incastrare Valpreda.

Vi era un particolare che era sfuggito agli inquirenti durante l’interrogatorio che mi sembrava importante verificare. Mi diedero infatti dei particolari sulla partenza di Pietro da Roma che io non conoscevo. Parlarono dell’incontro avvenuto tra Valpreda e Emilio Borghese prima della sua partenza per Milano. Io non ero stato testimone e non sapevo nulla di questo incontro e quindi era evidente che qualcun altro lo aveva raccontato oppure che i carabinieri lo sapessero perché anche loro seguivano passo a passo i movimenti di Pietro.

I compagni mi dissero che avevano fatto un giro di telefonate e gli risultava che mentre alcuni erano stati rilasciati altri erano stati appena fermati per cui non era ancora possibile fare un bilancio di quanto stava avvenendo. Un aiuto per sapere queste cose ci venne dato dai quotidiani che pubblicarono, in quei giorni, gli elenchi con i nomi dei fermati. Decidiamo dunque di recarci al circolo perché eravamo sicuri che man mano che i compagni sarebbero stati rilasciati di li sarebbero passati.

La mattina del 16 dicembre, mentre mi trovo davanti scuola, vengo a sapere dell’assassinio di Pino Pinelli volato dalla finestra della Questura di Milano. La stessa sera, dopo essere stato al circolo, prendo l’autobus per tornare a casa. Appena seduto alzo lo sguardo di fronte a me e vedo un signore che sta leggendo un giornale della sera su cui troneggia un titolo a tutta pagina sull’arresto di Valpreda. Se già prima ero sconvolto, avevo avuto la fortuna ed il piacere di conoscere Pinelli in un paio di occasioni, la notizia dell’arresto di Pietro mi lascia completamente disorientato e terrorizzato. Le voci che giravano da un po’ di tempo sulla preparazione di un colpo di stato mi sembrava stessero prendendo forma.

Appena rientrato in casa ricevetti la telefonata di una compagna che mi invitava a recarmi subito nella redazione di Paese Sera per parlare con un giornalista suo amico, visto che le notizie che circolavano su di noi nelle redazioni erano davvero ignobili e false. Mi recai a Paese Sera e mi accordai con il giornalista: io avrei raccontato la storia del 22 marzo e lui mi avrebbe permesso di rimanere nei locali del giornale sino al mattino. Io rispettai il patto, ma dopo qualche ora il giornalista mi disse che continuavano ad arrivare foto di Valpreda con me (quelle dello sciopero della fame) e quindi era troppo pericoloso farmi restare li e mi invitò a lasciare immediatamente i locali. Io con la compagna che mi aveva chiamato ed un altro compagno che era andato al giornale con lei lasciammo i locali. La mattina dopo, quando telefonai a casa, venni a sapere che era passata la polizia a cercarmi. E’ in questo momento che inizia la mia latitanza.

Sono stati mesi difficilissimi. Non potevo appoggiarmi agli anarchici che erano i più controllati mentre era molto difficile relazionarsi ai compagni della sinistra che erano troppo spaventati e molti avevano già iniziato ad essere intossicati dalla disinformazione ufficiale. Ho potuto contare solo nell’appoggio di pochi compagni che mi conoscevano da anni per il mio impegno con il movimento studentesco degli studenti medi.

Ho girato in moltissimi appartamenti di compagni sotto falsi nomi e raccontando storie sempre diverse per evitare di essere individuato, solo dopo parecchi mesi quando la repressione si era estesa e molti altri compagni erano costretti a nascondersi per aver preso parte a manifestazioni, scontri con la polizia o altre azioni di contestazione, cominciarono a riaprirsi altre porte. La maggior parte di quei mesi li passai in solitudine totale e senza mai poter uscire di casa durante il giorno e solo raramente potevo concedermi qualche passeggiata di notte per non rischiare di compromettere le persone che mi aiutavano. Ci sono voluti due anni prima che trovassi il modo di procurarmi un passaporto, fuggire dall’Italia e raggiungere la Svezia dove chiesi ed ottenni l’asilo politico.

In realtà la mia fuga dall’Italia non fu una scelta individuale. Avevo parlato in diverse occasioni con compagni anarchici, soprattutto della Crocenera, con il mio avvocato Eduardo Di Giovanni e con alcuni compagni impegnati nella controinformazione ed assieme a loro avevo valutato diverse opzioni.

Va ricordato che in quel momento la situazione era molto buia sia a livello generale – nell’arco di due anni si era creato un lungo elenco di testimoni scomodi morti in circostanze misteriose, di inizio di un processo contro di noi non se ne vedeva traccia, – sia a livello personale, inizialmente ero ricercato per associazione a delinquere, ma nell’aprile del 1970 dopo una perquisizione nella mia casa venne aggiunto un nuovo reato: quello di detenzione e possesso di materiale di cui è vietata la divulgazione (spionaggio) per aver scritto in un quaderno i nomi di alcune basi Nato in Italia tratti da un opuscolo diffuso …della FGCI! E come non bastasse a tutto questo si era aggiunta anche la renitenza alla leva.

E’ in questo contesto che decisi che la cosa migliore da fare era qualcosa che da un lato mi permettesse di alleggerire la mia situazione psicologica per qualche tempo, e cioè poter girare tranquillo per strada anche di giorno, poter fare le cose normali che tutti fanno, come poter andare in un ristorante o entrare in un negozio e dall’altra di poter fare qualcosa per aiutare i compagni in galera. Chiedendo asilo politico e inviando una lettera in cui sfidavo le autorità italiane a chiedere la mia estradizione, volevo stanarli di fronte ad un Tribunale svedese per far conoscere all’estero qual era la vera situazione della “democrazia” in italia. In realtà questa nostra ipotesi non si concretizzò per un beffardo scherzo del destino. Quando inviai alle diverse autorità italiane la lettera per comunicare che mi trovavo in Svezia e che le sfidavo a chiedere la mia estradizione, il primo processo Valpreda a Roma era iniziato e dopo poco terminato per essere rinviato alla sua sede naturale, cioè Milano. Ma come sapete Milano si rifiutò di tenerlo per timore di chissà quali presunti scontri di piazza e – con un colpo di genio – la Corte suprema di Cassazione decise di far tenere il processo nel luogo più lontano possibile dalla sua sede naturale spedendo tutto a Catanzaro.

Qui potevano essere sicuri che il lievitare a livelli astronomici dei costi economici gli avvocati della sinistra extraparlamentare non avrebbero potuto garantire una loro presenza costante e quindi una nostra adeguata difesa. E questo avvenne.

Comunque, come dicevo, il giudice istruttore di Roma che si trovò tra le mani la nota sulla mia presenza in Svezia non poteva più chiedere la mia estradizione perché la cosa non era più di sua pertinenza e si limitò a scrivere una nota per i giudici di Milano…che nel frattempo erano anche loro stati esautorati della pertinenza e tutto finì negli scatoloni inviati a Catanzaro. Per quanto ne so non arrivò mai nessuna richiesta di estradizione contro di me e io restai in quel paese per poter aiutare altri compagni che avessero avuto bisogno di trovare un rifugio tranquillo e per impegnarmi a far conoscere la nostra storia.

nota

Leggendo recentemente gli atti istruttori e quelli dei processi di Catanzaro posso azzardare un’ipotesi sul perchè i carabinieri furono costretti a rilasciarmi.

Il gioco dei fermi e arresti che era gestito dall’Ufficio Affari Riservati tramite la squadra politica romana, era in funzione di dare una parvenza di legalità agli atti processuali. Per cui il fermo di uno di noi, di un compagno del gruppo, non poteva essere fatto prima che qualcuno di noi facesse quel nome, magari per dire cosa aveva detto o fatto in qualche occasione e chi era presente in tale occasione. Solo a quel punto si poteva giustificare il fermo di un altro compagno.

Come sappiamo in realtà non avevano bisogno di fare questa sceneggiata perché avevano infiltrato un poliziotto tra di noi (anche se ci vorranno dei mesi perché il suo nome salti fuori ufficialmente) e quindi già sapevano i nostri nomi e tutto quello che gli serviva per incastrarci.

Comunque gli uomini dell’Ufficio politico della questura seguirono questo schema che probabilmente doveva servire per dimostrare che stavano svolgendo indagini a tutto campo ma che queste portavano sempre a noi.

All’interno di questo meccanismo avviene un errore. Vengo fermato troppo presto e non dalla polizia ma dai carabinieri e in quel momento il mio nome ancora non appare in nessun verbale.

Sarà il dirigente della Squadra politica romana Luigi Falvella, a confermarlo involontariamente durante l’udienza del processo di Catanzaro del 6 aprile 1974 dove chiamato a deporre affermò che “Non mi risulta se il capitano Valentini (dei carabinieri, mia nota) ci comunicò che avevano fermato il Di Cola perché in quei giorni nulla quasi risultava nei suoi confronti. È probabile che non gli abbia detto che ci interessava il suo fermo. Nei giorni successivi essendosi aggravata la posizione del Di Cola facemmo invano ricerche.”

Il 6 giugno viene chiamato a deporre il colonnello dei carabinieri Pio Alferano che arrampicandosi sugli specchi dice: “Non fermammo il Di Cola ed altri ma l’interrogammo solamente ciò in quanto a carico degli stessi avevamo dei sospetti che potessero avere delle armi. Ciò avvenne, se mal non ricordo, la stessa sera del 12/12”

Risposta n. 1 a Giacomo Pacini sulla figura di Valpreda ed il fatto che egli non avrebbe mai preso apertamente le distanze da Merlino – Dal blog dei fans del libro di Cucchiarelli un piccolo botta e risposta tra Pacini e Di Cola 22 novembre 2009

17 febbraio 2011

Risposta a Giacomo Pacini Lettera di Pietro Valpreda dal carcere del 14 Aprile 1970

Giacomo Pacini http://www.facebook.com/profile.php?id=1507934871

Ricercatore Storia Contemporanea. Ha scritto:

http://www.facebook.com/group.php?gid=111480141059

Di Cola, se posso permettermi una domanda; ma perché Valpreda, anche a Catanzaro, ha sempre continuato a difendere Merlino?
La mia risposta:

da Strage di Stato, APPENDICE I

1) lettera di Pietro Valpreda dal carcere
Testo della lettera inviata da Pietro Valpreda alla Redazione di “Umanità Nova” (85)

Carcere di Regina Coeli

14 Aprile 1970

Cari compagni,

vi accludo queste note che credo vi potranno servire, anche perché‚ vedo da “Umanità Nuova” che dovete spulciare notizie da altri giornali … Fatene l’uso che credete meglio. In carcere per ora, malgrado la grande repressione, vedo solo anarchici.

Saluti e anarchia.


Pietro

A più di cinque mesi dall’inchiesta precostituita dagli organi del sistema nei nostri riguardi, vorrei puntualizzare alcuni punti e renderne noti altri alla parte più sensibile e cosciente dell’opinione pubblica, anche se credo doveroso aggiungere che diversi organi di stampa, che ci hanno affiancati e che potrei chiamare innocentisti, hanno abbracciato tale tesi più ai fini di una certa strumentalizzazione politica che per amore di verità o di giustizia. Ed è un certo settore della stampa, che il buon senso ed il pudore mi impediscono di chiamare organi di informazione, servi obbedienti dei vari gruppi di potere più reazionari del sistema, che hanno gettato il fango, il livore, la menzogna, l’odio, la diffamazione, con articoli da trivio, diretti contro i morti, contro di noi ed i nostri familiari, amici e compagni, onde screditare, con noi, il movimento anarchico in modo specifico e di riflesso tutta la sinistra in generale; vista fallita la loro manovra di manipolazione e di discredito, con l’infantilismo politico che li ha sempre contraddistinti, da bravi servi striscianti e obbedienti, tacciono.

Dove la strumentalizzazione politica è stata subito palese, fu nel cercare di provare nell’insinuazione che il nostro “gruppo anarchico 22 Marzo” era un gruppo ibrido, con elementi di destra. Si avanzò addirittura l’ipotesi di una… simbiosi fra anarchici e fascisti (si scrisse che gli estremi si toccano) come se si potessero fondere e conciliare la libertà e la dittatura. Tutta questa strumentalizzazione, solo ed esclusivamente per la premessa che un componente del gruppo, di provenienza fascista, frequentava ancora, a nostra insaputa, i suoi ex camerati: pertanto la tanto decantata simbiosi si risolve ad un contatto che era a noi tutti sconosciuto.

Dove la strumentalizzazione politica è ancora più evidente, è nei termini in cui si attaccano gli organi inquirenti che conducono (inteso nel senso di… manovrare) l’istruttoria nei nostri riguardi: attacchi portati non nel senso che l’accusa cercherebbe ogni mezzo legale e illegale per incriminare degli innocenti, ma che agirebbe in questa maniera per tendere a colpire i mandanti; è una disquisizione sottile, ma di importanza fondamentale; si passa perciò sulle nostre teste (con una chiara manovra politica) ipotizzando che potremmo anche essere colpevoli, ma, che saremmo solo dei semplici… pazzi esecutori.

Questa istruttoria, precostituita ad arte, copre non solo i mandanti, ma gli esecutori, i finanziatori, gli artificieri ed altri palesi interessati e… interessi. Perché se si sostiene e si scrive che su tutta l’inchiesta vi sono dubbi, ombre che fu quantomeno affrettata, unidirezionale, precostituita dall’inizio, condotta avanti stancamente con il riconoscimento falso, la delegazione di spie, l’intimidazione di testi, e pure con un buon margine di illegalità; ora essendo gli organi inquirenti autori di tutto questo, essendo pertanto i medesimi perfettamente al corrente di aver potuto incriminare degli innocenti, ricorrendo all’artifizio, non vedo come possano risalire ai mandanti partendo da noi. Mi sembra perciò abbastanza palese e logico che stiamo facendo solo da capro espiatorio: non si è voluto arrestare questi… per non risalire a quelli; tranne che non sia un nuovo metodo di indagine arrestare degli innocenti per risalire ai colpevoli.

Tutti sono unanimi nel sostenere la necessità di fare luce completa… sulla oscura morte del compagno Pinelli: tutti concordi che il nocciolo, che il marcio della questione sta là, che non si saprà mai la verità sugli attentati dinamitardi di Milano e Roma se prima non si saprà la verità sulla caduta di Pino. Ma i responsabili… della caduta, sono ancora ai loro posti, nessuna misura è stata presa nei loro confronti, l’omertà è stata tale da dare dei punti alla stessa mafia; si è praticamente permesso che i sospettati svolgessero una specie di indagine su loro stessi. Non solo, si è pure permesso, e si permette tutt’oggi, che i medesimi partecipassero all’indagine nei nostri confronti (ora si sa come) proprio a loro, che allontanare da sé i pesanti dubbi e indizi che li devono dimostrare a qualsiasi costo e con ogni mezzo che sia Pinelli sia noi siamo colpevoli; solo provando questo troverebbe un certo credito la tesi del suicidio di Pinelli. Se Pino è innocente, loro sono colpevoli, non esiste alternativa, e in tal senso hanno agito, hanno diffamato e accusato un morto, con dichiarazioni e comunicati che si sono dimostrati, alla prova dei fatti, completamente falsi; hanno costruito la falsa deposizione e il falso riconoscimento di Rolandi nei loro uffici, ed in seguito caduti e scoperti i loro falsi, hanno gettato, levandoselo di tasca, un vetrino il quale avrebbe dovuto apporre la mia firma sugli attentati; ma anche il sunnominato vetrino, come è stato ampiamente dimostrato era in loro possesso da molti mesi prima degli attentati, anzi avevano chili di vetrini colorati, con ampie libertà di scelta. Si vede che di fronte alla legge democratica, uguale per tutti, i nostri integerrimi poliziotti sono più uguali degli altri cittadini italiani: perché se nella loro identica situazione con le prove, gli indizi, le contraddizioni e le assurdità che vi sono state nel loro operato e nelle loro dichiarazioni si fossero invece trovati quattro impiegati o quattro metalmeccanici sarebbero stati immediatamente incriminati e incarcerati.

Ma forse il passato di sbirro al servizio della dittatura fascista, in quel di Ventotene, dei camerata Guida e e le specializzazioni, acquisite nelle scuole dei gorilla della C.I.A del socialdemocratico Calabresi, sono una garanzia sufficiente, tale da sollevare loro ed i loro accoliti da ogni ulteriore sospetto. Forse la nostra situazione può anche dipendere in parte dal fatto che nè dietro, nè sopra di noi, abbiamo o notabili, o gruppi o altro che ci appoggino.

Nell’incriminare tutti i familiari miei, hanno veramente toccato il fondo, incriminazione effettuata in spregio ad ogni obiettiva valutazione, valutazione mai applicata nei nostri confronti, ma tale prassi nazista non è stata usata neppure nei processi imbastiti dai colonnelli fascisti greci, nemmeno loro erano arrivati ad un tale grado di efferata infamia. Prima di incriminare, avrebbero dovuto appurare l’unica prova reale, la mia macchina, prima di dare credito a delle chiacchiere da caffè, ed assurgerle a dogma, avrebbero dovuto effettuare la perizia sulla macchina ed avrebbero avuto la dimostrazione tecnica che il mezzo meccanico non avrebbe potuto effettuare un tragitto così lungo e nel tempo addebitatomi (due periti della FIAT si sono rifiutati di partecipare alla loro commedia). Il mio meccanico di Roma, ha dichiarato che la mia 500 si trovava in pessimo stato, che la coppa dell’olio perdeva, che non aveva il motore truccato. Se a loro non bastavano le circostanziate e precise deposizioni dei miei familiari, per onestà professionale avrebbero dovuto, prima di prendere una decisione, effettuare tale perizia e possiamo essere certi che se avessero avuto solo una probabilità che tale perizia potesse risultare a loro favorevole, l’avrebbero richiesta subito e non avrebbero atteso cinque mesi. Non hanno tenuto in alcuna considerazione le dichiarazioni a loro contrarie, e cioè testimonianze di diversi miei colleghi del Jovinelli, i quali deposero o di non avermi visto, il giorno in cui l’accusa mi contesterebbe il viaggio a Roma, o di avermi notato in epoca poco precedente, come io sostenevo e sostengo. Angelo Fascetti si recò due volte per testimoniare a mio favore, davanti al giudice Cudillo, ma non riuscì a farsi ricevere.(86) Il Fascetti sarebbe il giovane moro, notato con me al bar Jovinelli, il 13 o il 14 dicembre ‘69. Egli perciò voleva testimoniare quanto io sostenevo, che tale incontro avvenne diversi giorni prima di tale data, che i testimoni dell’accusa si erano sbagliati di data. A titolo di cronaca, debbo anche dire che uno dei tre testi dell’accusa, aveva alcuni contatti con la polizia, contatti che derivavano dal fatto che egli si interessava a procurare a terze persone, con una certa facilitazione e celerità, passaporti ed altri documenti.(87) Ermanna Ughetto, altro loro super teste (chissà poi perché tutti i testi dell’accusa sono super, quelli a difesa, o non sono credibili, o mentono, o vengono incriminati), colei che io avrei accompagnato a cena, in macchina, sempre la sera del 13 o del 14: dunque il loro ennesimo super teste, dopo gli attentati ai treni dell’agosto 1969. essendo una mia conoscente, fu interrogata diverse volte dalla polizia di Roma, subì diverse pressioni, fu minacciata che se non avesse collaborato e detto tutto ciò che sapeva su di me, le avrebbero reso la vita difficile tramite la squadra del buon costume.

Tale circostanza, l’affermò l’Ughetto medesima, in presenza di alcuni nostri comuni colleghi di teatro, i quali sicuramente potranno testimoniare in tal senso.(88)

Tralascerò di accennare alle pressioni che dovetti subire io. E’ però abbastanza sintomatico che tale teste abbia deposto quello che faceva comodo all’accusa ed in più ad oltre due mesi di distanza. Chiamai altri testimoni che potevano confermare le mie affermazioni, ma non mi risulta che siano stati citati. Accantonando le loro valutazioni sempre pregiudiziali, un fatto è positivo, io a Roma sarei stato visto prima in un bar e poi a un ristorante, questo è tutto, niente altro mi è stato contestato: pertanto il 13 e 14 dicembre scorso, io ero completamente libero di andare dove e con chi avessi voluto, non avrei commesso nessun reato a ritornare a Roma, con relativa cenetta a due, non sarei stato incriminato per questo; per quale assurda ragione avrei dovuto negare? (sono pure scapolo), che motivo avrei. avuto di crearmi un alibi a Milano in tal senso? Se mi fossi comportato come sostiene l’accusa. l’avrei dichiarato dall’inizio, era tutto nel mio interesse non dare adito a dubbio o altro. Invece tutto questo è solo un’altra prova che dimostra che ai miei moderni inquisitori non interessa per nulla la verità e la giustizia, ma solo riuscire a puntellare ad ogni costo con macroscopici indizi, le loro tesi da fantascienza. La loro manovra è servita solo ed esclusivamente ad incriminare un teste a mia difesa che diceva la verità, e cioè mia zia Torri Rachele.
Non potendo assassinare la verità di fronte, l’hanno colpita alle spalle, come è loro abitudine, questo e il loro contorto e viscido disegno cercano di dimostrare che i familiari di Valpreda possono aver mentito nei giorni 13 o 14 e di conseguenza potremmo sostenere che possono aver mentito anche il 12. Perché bisogna tener presente che mia zia conferma il mio alibi per il giorno 12, il quale non è per nulla in contrasto con le dichiarazioni dei testimoni del Jovinelli che riguardano invece il 13 o il 14… Anche qui l’accusa si è mostrata perfettamente coerente con i suoi metodi.

Passiamo ora al fantomatico deposito sulla via Tiburtina.(89) Deposito che consisterebbe in un buco. lo non sono responsabile di un sentito dire, o di una semplice dichiarazione fattami a voce che potrebbe risolversi solo in una chiacchiera, come in effetti avvenne. Sulla scorta di tale aleatoria affermazione, la polizia effettuò in mia presenza, un sopralluogo all’ottavo chilometro della via Tiburtina, nella notte dei 15 dicembre 1969. Tale sopralluogo dette esito negativo, ed in tale senso firmai un verbale negli uffici della questura politica: a tale riguardo vorrei precisare che la polizia affermò, abbastanza seccamente, che li avevo presi per i fondelli, che li avevo fatti girare a vuoto di notte, che li avevo condotti in un luogo dove io sapevo a priori che non vi era nulla, che loro non erano dei cretini e le solite frasi di circostanza che dicono tutti i poliziotti in tali situazioni. Poi invece diramarono ed allegarono agli atti un verbale di un commissario che aveva partecipato al sopralluogo notturno, in cui dichiarava di aver trovato un buco (allegata relativa foto del buco). Ora si cade nel ridicolo: sulla Tiburtina vi erano diversi buchi, me ne ricordo un paio, di cui uno quasi colmo di bottiglie vuote e di cocci di vetro. Sic.

La perizia balistica effettuata sui resti delle bombe, ha dimostrato che i congegni erano a tempo, con una specie di accensione a molla e per nulla a miccia: ma l’accusa strombazza su un pezzo di miccia reperito nell’abitazione di un compagno indiziato, e richiesta di perizia sulla medesima; (90) come dire che trovando un uomo colpito da una pallottola sparata da una rivoltella… effettuerebbe una perizia su di un coltello.

Ha fatto pure capolino lo spionaggio finché anche questo ennesimo bluff si è risolto con l’acclusione agli atti di… alcune poesie ed alcuni indirizzi di caserme, senz’altro reperibili su ogni guida telefonica.(91) Come sempre. l’insinuazione falsa è stata pubblicata a caratteri cubitali in prima pagina, e chiamiamola la smentita… due righe nelle pagine interne.

E vediamo per ultima la loro ulteriore scaltrissima mossa, che avrebbe dovuto, in parte, riuscire a puntellare e colmare in parte i loro vuoti e le loro ipotesi scaturite su premesse assurde: la cosiddetta perizia psico fisica nei miei, riguardi, onde appurare in primo luogo le mie capacità deambulatorie ed eventualmente giustificare l’assurdo… con la pazzia. Detta perizia è stata a me favorevole ed ha confermato la mia integrità psico-fisica: per cui eventualmente di tarate rimangono le sopraddette ipotesi e le loro origini. Ed è nuovamente sintomatico conoscere chi sia l’individuo che anche in questa circostanza avrebbe dichiarato che io soffrivo di crampi alle gambe.(92) Io frequentavo il sindacato ballerini e le regolari lezioni giornaliere di danza classica: decine di miei colleghi studiavano con me; il mio maestro da oltre un anno era Sabino Riva. Ebbene, tale dichiarazione l’accusa non l’ottenne da nessuno di loro, ma da un certo Andres, che aveva sostituito temporaneamente, negli ultimi tempi, il mio maestro. effettivo. Ora il sunnominato Andres è un profugo dell’Est, un rumeno il quale si trovava in Italia in una situazione precaria sia finanziariamente che legalmente, ed attendeva, fra l’altro, il visto d’ingresso negli Stati Uniti; ed è abbastanza strano che una parvenza di dichiarazione a loro favorevole sia stata rilasciata da un individuo che per la situazione sopraddetta, era idoneo ad essere maneggiato, a subire pressioni senza poter dire no, ed eventualmente ad altro. Un fatto è certo, che se il killer che effettuò la strage di P.zza Fontana usufruì veramente del taxi del super teste Rolandi, lo fece sapendo a priori che sarebbe stato ben coperto da alcuni organi, che non aveva nulla da temere a farsi riconoscere, perché un altro sarebbe stato riconosciuto e identificato al suo posto. Infatti si è dimostrato, con il suo comportamento, cinico, freddo, spietato, fors’anche paranoico… ma non un mongoloide mentale come a loro farebbe comodo.

Al rimanente dei compagni incriminati ingiustamente, non hanno potuto nemmeno contestare uno dei loro indizi fasulli; li hanno incriminati con delle supposizioni costruite su ipotesi: i compagni hanno alibi che li scagionano, non un solo indizio è emerso a loro carico: ma sono stati incarcerati perché così era stato deciso dall’alto, perché erano e sono anarchici. E gli organi inquirenti si sono affannati a indagare su chi pagava la pizza, su chi aveva contatti sessuali con una certa donna, su chi partecipava alle manifestazioni, come facevamo a pagare l’affitto della sede, in quale trattoria ci si recava a bere a Trastevere, chi scriveva sui muri, perché il tale non si è recato a un dato appuntamento, quanti gettoni occorrevano per telefonare a Milano. Non esisteva più la proporzione nè dei fatti, nè degli oggetti. A me personalmente sono arrivati a contestare pure due nomi di organi sessuali che avevano trovato scritti sul taccuino magnetico della mia macchina (era palese lo scherzo, non era nemmeno la mia grafia), sostenendo convinti che erano nomi convenzionali con cui si denominava… l’esplosivo. Qui siamo addirittura nella neurosi da sogno. Ma su tutti i loro interrogatori, che ho subito (credo di aver passato le 100 ore) dominava un interrogativo, la domanda sempre presente, ciò a cui premevano, perché si è ammazzato Pinelli? Sempre Pinelli… gli ipocriti.

Che la polizia avesse una spia nel gruppo, l’avevo non solo detto ma pure scritto diversi giorni prima degli attentati, però nè i compagni nè io eravamo riusciti ad individuarla.(93) Almeno su questo fatto assodato, non dovrebbero esistere speculazioni politiche di sorta, anche se ne sono state ventilate alcune. La spia non poté riferire nulla ai suoi degni padroni perché nulla vi era da riferire. La spia non riferì nulla, non perché non ne era al corrente, ma perché non vi era nulla di cui essere al corrente. Agì in seno al gruppo senza venire scoperta, fino al nostro arresto (e pure dopo) la polizia fu sempre al corrente di tutto, non solo dei nostri gesti, ma pure dei nostri discorsi: era al corrente della ragione di tale viaggio; e questo mi fu confermato da Improta, braccio destro di Provenza, lunedì 15 dicembre, quando fui tradotto da Milano a Roma, mediante un sequestro di persona. Appena giunto in questura mi interpellò con queste parole “Sapevamo, Pietro, che stamattina a Milano saresti andato al palazzo di giustizia per farti interrogare dal giudice Amati”. Non vi era proprio niente che loro non sapessero sul nostro gruppo.

Da quanto mi risulta, la polizia ebbe informazioni ben precise su quali erano le forze politiche da sorvegliare. La sinistra extraparlamentare era al corrente che vi era stata una riunione ad alto livello di estremisti di destra per azioni ben programmate, io ne accennai in una lettera all’avvocato Boneschi per cui un fatto del genere non potevano assolutamente ignorarlo.

Credo inutile ripetere a chi servivano le bombe, chi aveva interesse a gettare il discredito sulla sinistra, chi voleva spezzare le contestazioni, le rivendicazioni salariali, ecc., sono ormai argomenti detti, scritti e riscritti.

Come l’opinione pubblica ha potuto intravedere attraverso la cortina fumogena di falsità creata deliberatamente all’inizio dell’inchiesta, almeno una parte della verità, ne ha tratte subito le debite e logiche conclusioni: gli organi inquirenti di tali verità (e di molte altre) ne erano in possesso subito dopo i fatti di Roma e Milano, e poco tempo dopo. Hanno proseguito e proseguono in una direzione che sanno sbagliata. Perché?

NOTE:

(85) Chi è Pietro Valpreda? Per il “Secolo d’Italia” (19 dicembre) “una belva oscena e ripugnante, penetrata fino al midollo dalla lue comunista”; per “il Messaggero” (17 dicembre) “una belva umana mascherata da comparsa da quattro soldi”; per “La Nazione” (18 dicembre) “un mostro disumano”; per l’organo del PSU, L’”Umanità” (18 dicembre) “uno che odiava la borghesia al punto da gettare rettili nei teatri per terrorizzare gli spettatori”; per “Il Tempo” (18 dicembre) ” un pazzo sanguinario senza nessuno alle spalle”; ecc. Questo per la stampa di destra.

Per l’”Avanti!” (18 dicembre) è invece “un individuo morso dall’odio viscerale e fascistico per ogni forma di democrazia”; per “l’Unità” (19 dicembre) “un personaggio ambiguo e sconcertante dal passato oscuro, forse manovrato da qualcuno a proprio piacimento”.

Va detto, a parziale giustificazione dei due quotidiani di sinistra, che, subito dopo il suo arresto, da ambienti anarchici qualificati fu diffusa la notizia che da tempo si dubitava di lui: sul finire dell’estate al circolo Bakunin era giunta da Milano la segnalazione di tenerlo d’occhio. A quell’epoca alcuni anarchici milanesi del “Ponte della Ghisolfa” erano venuti a conoscenza del verbale d’interrogatorio di un loro compagno accusato degli attentati del 25 Aprile. Tra le varie domande rivoltegli dagli inquirenti una suonava presso a poco così: “E’ vero, come ci ha detto Valpreda, che una volta gli hai chiesto degli esplosivi?”. La cosa – con l’aggravante di una sospetta provocazione dovuta all’assoluta estraneità dell’anarchico ai fatti addebitatigli – venne segnalata a Roma. Solo a molti mesi di distanza, nel gennaio del ‘70, gli anarchici milanesi – venuti a conoscenza di un secondo verbale – scopriranno che si era trattato di un equivoco. Il verbale si riferiva all’interrogatorio di A.D.E., svoltosi subito dopo gli attentati del 25 Aprile. Vi compariva la frase: “Valpreda una volta mi disse che x gli aveva chiesto se conosceva il modo di procurarsi degli esplosivi”. La dichiarazione di A.D.E., personaggio ambiguo che già gli anarchici consideravano con sospetto, venne attribuita dagli inquirenti, nel corso delle contestazioni mosse da x, a Pietro Valpreda, ed iscritta a verbale. Un vecchio trucco della polizia, che comunque, in questo caso, fece nascere sul conto di Valpreda una “voce” che, mai efficacemente smentita, ha ingenerato equivoci anche tra i militanti di sinistra. Alcuni dei quali sono tuttora convinti che egli, opportunamente “manovrato” dall’apparato, sia davvero l’esecutore materiale della strage di Piazza Fontana.

Chi è Pietro Valpreda non sta a noi giudicare. In una vicenda che coinvolge profondamente la classe operaia e i militanti rivoluzionari del nostro paese di lui c’interessa il ruolo che occupa nel disegno reazionario complessivo: e, più in particolare – come già per Giuseppe Pinelli nel contesto dell’inchiesta e dell’istruttoria, che di esso sono parti organiche e inalienabili. Per questo, dal momento che si tenta – con un’ultima grottesca scappatoia – di farlo passare per pazzo, ci sembra opportuno allegare a questa contro-indagine un documento da cui – se non altro si può evincere che le facoltà mentali di Pietro Valpreda – come del resto le sue capacità deambulatorie – sono in perfette condizioni.

Questa lettera è uscita da Regina Coeli clandestinamente, scavalcando la censura carceraria.

(86) Angelo Fascetti, nell’Aprile del ‘70, è stato arrestato e incarcerato al termine di una manifestazione di solidarietà con Valpreda. I poliziotti lo hanno “selezionato” tra una ventina di altri anarchici presenti.

(87) Allude probabilmente a Armando Gageggi, un vecchio attore d’avanspettacolo che svolge questa attività per arrotondare la pensione.

(88) Esistono quattro testimonianze al proposito.

(89) L’esistenza del deposito di esplosivi fu segnalata alla polizia da Mario Merlino, il quale affermò di averne sentito parlare da Roberto Mander ed Emilio Borghese.

(90) La “miccia”, rinvenuta in casa di Roberto Mander durante una requisizione, è in realtà una di quelle cordicelle cerate che si usano per i “botti” di Capodanno.

(91) Allude al “quaderno musicale” sequestrato in casa di Enrico Di Cola, l’anarchico del 22 Marzo che, imputato di “associazione a delinquere”, ha preferito rendersi latitante. Su una pagina del quaderno erano stati segnati i nomi di alcune notissime basi NATO in Italia.

Quando la notizia fu comunicata alla stampa il quotidiano di sinistra “Paese-Sera” pubblicò un titolo a quattro colonne in prima pagina in cui si preannunciava, come probabile, un’inchiesta del S.I.D. in merito alla scoperta. Il 4 Gennaio 1970, dopo l’annuncio da parte del magistrato inquirente dott. Occorsio dell’incriminazione del Di Cola, il quotidiano dei M.S.I “Il Secolo d’Italia” scrisse: “Il passato criminale di Enrico Di Cola può essere sintetizzato nei seguenti punti:

1) andava spesso con Valpreda in pizzeria;

2) partecipò ad uno sciopero della fame davanti al Palazzo di Giustizia per protestare contro l’arresto di alcuni anarchici;

3) il pomeriggio dei 12 Dicembre ascoltò una conferenza nel circolo 22 Marzo.

Con simili prove il Di Cola può essere incriminato senza ombra di dubbio di concorso in strage o almeno di associazione a delinquere”.

(92) Com’è noto, subito dopo l’arresto di Valpreda e l’”uscita” del taxista Rolandi che dichiarò di averlo accompagnato davanti alla Banca dell’Agricoltura con la valigetta dell’esplosivo, fu diffusa immediatamente la voce dagli ambienti polizieschi che il ballerino era afflitto dal “morbo di Burger”. La malattia. che comporta la necrosi progressiva degli arti inferiori, lo avrebbe costretto a percorrere in taxi i 147 metri che separano l’edificio della banca dal punto dove Cornelio Rolandi afferma di averlo preso a bordo. I giornali scrissero che le malattia era “all’ultimo stadio”, che egli aveva già subito. “l’amputazione di varie dita dei piedi”, che di notte, in cella, “si rotolava gridando per il dolore agli arti inferiori”. Il 17 Dicembre “Il Messaggero” scrisse: “… minato dal morbo di Burger, che aveva stroncato le sue ambizioni di ballerino, Valpreda era un disperato che ha finito per trascinare e travolgere nel mostruoso disegno i compagni più giovani e inesperti”. Due persone – un anarchico che aveva partecipato con lui ad una marcia della pace di 70 km ed una, sua amica che aveva avuto occasione di osservarne poco tempo prima le dieci dita dei piedi – si recarono in questura per testimoniare ma gli dissero di ripassare. Un commissario della squadra politica, in vena di confidenze, disse ad un suo conoscente: “E’ una storia ridicola! Gli agenti che lo pedinavano tornavano in questura sfiancati”.

(93) Quando Valpreda ha scritto la lettera, il nome dei poliziotto Salvatore Ippolito “in arte” anarchica Andrea Politi non era ancora stato reso noto. In varie occasioni, parlandone con il proprio avvocato o nelle lettere spedite dal carcere ai compagni, egli aveva espresso il dubbio che all’interno dei “22 Marzo” si fosse infiltrata una spia anche se non era in grado d’identificarla. L’”anarchico di Stato” dirà invece di non esser stato in grado di segnalare i preparativi della strage perché Valpreda e C., sospettando di lui, lo avevano emarginato e tenuto all’oscuro. In realtà egli continuerà a frequentare il circolo fino alla vigilia degli attentati ed anche in seguito. Quanto alle sue dichiarazioni relative all’incontro del 14 dicembre con Emilio Borghese, durante il quale questi gli avrebbe “confessato” la propria responsabilità, va messo in rilievo il comportamento improvviso dei giovane che, dopo aver tramato stragi alle sue spalle, una volta placata la sete di sangue si sarebbe affrettato a restituirgli piena fiducia. In realtà l’Ippolito era riuscito a mimetizzarsi egregiamente, e, semmai l’unica cosa che i suoi superiori potrebbero imputargli è l’eccesso di zelo. Infatti – a parte le proposte di attentati che, spesso e volentieri, rivolgeva ai “compagni” del 22 Marzo – il 15 novembre, nel corso della manifestazione antimperialista che si svolse a Roma, due militanti del Movimento Studentesco lo disarmarono mentre. impugnando una sbarra di ferro, si accingeva a sfasciare la vetrina di un negozio di abbigliamento.

 

 

L’Europeo 13 aprile 1972 La mia fuga dall’Italia Enrico Di Cola Il primo cittadino italiano che ha ottenuto «asilo politico» in Svezia – di Sandro Ottolenghi

15 dicembre 2010

L’Europeo 13 aprile 1972

Il primo  cittadino italiano che ha ottenuto «asilo politico» in Svezia

La mia fuga dall’Italia

l'Europeo 13 aprile 1972 Enrico Di Cola La mia fuga dall'Italia

Enrico Di Cola, imputato al processo per la strage di piazza Fontana e amico di Valpreda, ci spiega come ha potuto ottenere ospitalità in Svezia e sfuggire ai misteriosi emissari che lo pedinavano e lo minacciavano di morte.

Sandro Ottolenghi

STOCCOLMA, aprile

Un ragazzo di vent’anni è il primo italiano a cui la Svezia abbia concesso «asilo politico».  Si chiama Enrico Di Cola. E’ uno degli imputati del processo Valpreda per la strage di piazza  Fontana e per le altre bombe del dicembre ’69. Sfuggito alla cattura, irreperibile per due anni, ufficialmente latitante all’inizio del processo di Roma, Enrico Di Cola ha trovato asilo in Svezia «per motivi umanitari». Amici svedesi mi dicono che non soltanto è il primo italiano a godere di un simile trattamento, ma è anche l’unico che non provenga dall’Est o da paesi a regimi totalitario. E non è neppure uno dei mille giovani che hanno disertato dall’esercito degli Stati Uniti e che la Svezia ha accolto fin dall’inizio del conflitto nel Vietnam.

Arrivare a Enrico Di Cola per avere questa intervista, non è stato facile. Con Gianfranco Moroldo ho dovuto superare il muro di sospettosa diffidenza che lo protegge da contatti con italiani «sconosciuti». Chi ce l’ha fatto, alla fine e dopo una lunga trattativa, incontrare, afferma che già due volte dei falsi giornalisti venuti dall’Italia hanno cercato un contatto e sono stati smascherati da questo volontario «servizio di sicurezza» costituito da un gruppo di italiani che, oltre ad avere dato ospitalità a Di Cola e ad aver appoggiato in ogni modo la sua richiesta di asilo politico, ha anche creato un centro di contro-informazione che opera a livello di giornali e di radio-televisione.

Dimostrando di non essere carabinieri, agenti della squadra politica, uomini del SID o della CIA, abbiamo potuto incontrare Enrico Di Cola recandoci ad un appuntamento che è rimasto incerto fino all’ultimo. Un simile apparato di precauzioni, lodevolissime, non poteva che provocare, una volta di fronte al ragazzo in camicia kaki e aspetto da Bakunin giovane, una domanda prioritaria. Questa.

Di chi, di che cosa hai paura? E perché vivi in questo modo, se non proprio nascondendoti, certo cercando di farti vedere in meno possibile?

Sì, ho paura. Sono due anni che ho paura. Da quando, una notte, uno strano emissario mi ha minacciato di morte, mi ha detto che sarei rimasto vittima di un «incidente stradale» e ho capito che quello che lui diceva sarebbe potuto proprio avvenire. Ho paura di essere ucciso, o di morire «di malattia» come quella decina di persone più o meno implicate nella vicenda Valpreda. Tu non ci crederai, ma almeno fino a quando sono rimasto in Italia, fino a qualche mese fa, in ogni momento avevo la sensazione, la certezza di essere condannato a morte. E questa sensazione me la porto dietro ancora, qui in Svezia, dove pure dovrei sentirmi tranquillo, protetto, difeso. Ecco, la paura è questa. Nascondermi no, non mi nascondo; ma vivo in un certo ambiente e ho certi amici, devo anche studiare lo svedese. Ecco perché non mi vedono in giro.

Ma chi vorrebbe ucciderti?

Te l’ho già detto, qualcuno al quale la mia morte farebbe comodo. A parecchia gente, credo, farebbe piacere, prima, interrogarmi e poi farmi sparire. Vedi, io sono stato coinvolto nella faccenda delle bombe quando avevo diciassette anni, e a diciassette anni ho avuto le mie prime noie.  Non è un ricordo piacevole, e non è una bella esperienza. Ho sentito minacce e ricatti, e lo stesso trattamento è stato riservato ai miei familiari. Ma è un po’ tutta la mia storia che è interessante, indicativa, istruttiva.

Ascoltiamola

Cominciamo dal fatto che io sono uno di quelli del circolo «22 marzo». E che sono un amico, probabilmente il più intimo amico, di Pietro Valpreda. La partenza è questa. Le bombe, come sai, sono del 12 dicembre 1969, e la sera stessa di quel giorno la polizia mi prende e comincia a interrogarmi. Ero uscito dal carcere da venti giorni, avevo fatto un settimana per una rissa in Trastevere con dei fascisti .

Mi interrogano, dunque, perché sanno che sono amico di Valpreda. Vorrebbero sapere se è vero che Valpreda era partito da Roma per Milano con una scatola da scarpe contenente dell’esplosivo e che, per un certo tratto di strada, era accompagnato da Emilio Borghese. Io non ne sapevo niente e il giorno dopo, il 13 dicembre, mi lasciano andare. Il giorno 15 me ne vado io, mi rendo irreperibile. E faccio appena in  tempo. Difatti i carabinieri arrivano a casa mia con un  mandato di cattura per associazione a delinquere. Ero, secondo l’accusa, direttamente coinvolto nella faccenda delle bombe, con Valpreda, ma restavo un elemento secondario di contorno. Cioè: il fatto di appartenere al «22 marzo» mi procurava la qualifica di «associato» a delinquere, ma nello stesso tempo non c’erano le prove, o i sospetti, per addossarmi imputazioni più gravi. Per due anni sono vissuto spostandomi, in Italia, un po’ dovunque. Bene: da qualunque parte mi trovassi, c’era sempre qualcuno che mi teneva d’occhio, che mi seguiva, che sorvegliava il mio rifugio. Erano della polizia? Sarebbe stato assurdo: c’era per me un mandato di cattura, e invece di sorvegliarmi gli bastava arrestarmi. Quindi si trattava di qualcun altro: qualcuno che aveva interesse a sorvegliarmi ma non a rivelare alla polizia il mio nascondiglio. E’ così: mi stavano alle costole, cercavano di prendermi in castagna, di farmi passare guai grossi. Era un’ossessione. Ed ero terrorizzato, lo confesso. Immaginati la situazione di un ragazzo della mia età sottoposto a una prova del genere: c’è da uscirne con le ossa rotte.

Avevi paura, d’accordo. Ti stavano addosso. Ma non hai mai pensato di costituirti? Di presentarti, come gli altri, al processo?

Si, nel primo anno di fuga  ho pensato spesso di costituirmi. Anzi, aspettavo il momento opportuno per farlo, e per questo non mi allontanavo troppo da Roma. La sorveglianza di questi strani tipi, però continuava e io mi rendevo conto che quello di cui ero stato minacciato poteva veramente diventare realtà. Ma c’erano altre considerazioni: avevo la chiamata alle armi e, a parte ogni mia idea sul servizio militare, presentarmi significava finire immediatamente in carcere, e restarci chissà quanto, in attesa del processo. Avevo paura che, da un’incriminazione mia, si potesse passare all’incriminazione di altri che mi avevano aiutato nella fuga. E poi, nel settembre del 1970, mi hanno affibbiato un’altra accusa. Sono andati a casa mia e hanno trovato un quaderno sul quale avevo ricopiato i dati pubblicati su un opuscolo edito dalla federazione giovanile comunista di Livorno. Erano i dati sulle installazioni NATO in Italia, li avevo annotati perché stavo effettuando una ricerca sulla presenza americana nel nostro paese. Bene, non ci crederai ma, nonostante l’opuscolo di Livorno fosse stato pubblicato prima e fosse in libera vendita dappertutto a cento lire, mi hanno incriminato anche per questo. Allora ho deciso di andarmene.

Così sei venuto in Svezia. Come e quando puoi dirmelo? E perché proprio in Svezia?

Sono entrato in questo paese l’8 novembre dell’anno scorso, in aereo. Avevo dei documenti falsi, non posso dirti come me li ero procurati e che cosa ne ho fatto. Per un mese, o anche più, sono rimasto del tutto nascosto, senza fare nulla: volevo che si perdessero le mie tracce e che, almeno per il momento, soltanto pochi sapessero dove mi ero cacciato. Ho ottenuto questo scopo: sapevo che in Italia mi cercavano, che facevano pressioni su mia madre, poi ho capito che le acque si erano calmate. Allora ho chiesto asilo politico, allegando alla richiesta una gran massa di documenti. Ho spiegato come sono stato invischiato nel caso Valpreda; ho enunciato tutti i reati che avevo commesso durante la fuga in Italia e arrivando in Svezia: i mandati di cattura, l’espatrio clandestino, i documenti falsi, la falsificazione dei documenti stessi. C’era un solo pericolo: che dall’Italia chiedessero la mia estradizione. Ma ero quasi certo che non l’avrebbero fatto.

E perché?

Perché chiedere l’estradizione significava, in base alla prassi internazionale, fare sì che un tribunale svedese esaminasse la fondatezza delle accuse su cui la richiesta di estradizione era formulata. In altre parole voleva dire dover mandare a un tribunale svedese tutti gli atti istruttori contro di me, con la possibilità che i magistrati svedesi emettessero un giudizio su questa istruttoria, in base alla documentazione che ho presentato, mi hanno dato questo «permesso di soggiorno» per motivi umanitari, che corrisponde in pratica all’asilo politico, visto che quest’ultimo, come tale, in Svezia non esiste. Penso che mi daranno anche un permesso di lavoro, una casa e uno stipendio. Probabilmente riprenderò a studiare, non appena saprò bene lo svedese.

Vorrei tornare su un argomento di prima, il circolo «22 marzo», il perno di tutta l’inchiesta che ha portato all’incriminazione di Valpreda e di tutti voi. Tu che ci hai vissuto, puoi dirmi che cos’era in realtà questo circolo?

In realtà il «22 marzo», quando sono scoppiate le bombe, non era neppure nato, o quasi. Stavamo ancora pulendo la cantina che avevamo affittato, a Roma, quando è successo quel che è successo.  Comunque, lì ci riunivamo per discussioni. Sì, discutevamo di bombe: ma non sul fatto di metterle o no, ma soltanto in linea teorica sulla validità o meno di azioni di questo genere.

E Valpreda?

Era il mio migliore amico. Era molto attivo, ma non un leader, come tutti hanno scritto. No, solo aveva una grande esperienza, e questa esperienza gli dava influenza sugli altri. E di lui debbo dire una cosa: non ha mai compromesso nessuno, non ha fatto i nomi che si volevano da lui. Come candidato del Manifesto lo condanno, è chiaro. Ma capisco che la sua è una candidatura di disperazione, non una candidatura politica.

Si è sentito dire che Feltrinelli dava o aveva dato dei soldi al «22 marzo». Tu puoi saperne qualcosa.

Ti posso garantire che di soldi avevamo bisogno, ma che da Feltrinelli non abbiamo mai avuto una lira. No, non che ci abbia negato un aiuto. Non ci sono mai stati contatti tra il «22 marzo» e Feltrinelli, non li abbiamo cercati noi e non si è fatto avanti lui. E poi, senti, nei nostri ambienti circolava la voce che Feltrinelli fosse molto tirchio e non quel «benefattore» che qualcuno ha voluto descrivere.

A proposito di soldi, come tiri avanti qui?

Te l’ho detto. C’è il sussidio del governo, ci sono gli amici, e presto avrò un permesso di lavoro che mi permetterà di fare qualcosa. Ma di soldi ce ne vorrebbero molti, per il lavoro che stiamo facendo per stampare opuscoli e manifestini, per fare gli abbonamenti o acquistare i giornali italiani. E poi mantengo i contatti con mia madre, con i miei giù a Roma.

E tua madre, questa storia dell’esilio come l’ha presa?

Sai, le madri sono sempre madri. Comunque mi ha sempre aiutato: prima lo faceva solo per un figlio che pensava si fosse messo nei guai per via dei suoi diciassette anni. Adesso no, adesso anche mia madre si è convinta della mia innocenza.

***

Queste sono le dichiarazioni di Enrico Di Cola, il primo italiano che ha ottenuto asilo politico in Svezia. Non so quali siano le sue colpe, se ha colpe, e quali siano le sue vere responsabilità nella brutta storia di Valpreda e del processo. Posso però dire che ancora oggi Di Cola è veramente terrorizzato. Uno dei suoi amici, al momento di andarsene, mi ha detto: «Sono sicuro che, se non fosse riuscito ad arrivare fin qui, si sarebbe ucciso, piuttosto che continuare la vita che stava facendo.» Ma chi sono gli oscuri emissari che l’hanno sorvegliato per tanto tempo e per mano dei quali, ancora oggi, egli teme di dover morire?

Sandro Ottolenghi

Fotografie di Gianfranco Moroldo

Commento n. 4 – La nostra risposta alle diffamatorie affermazioni del libro “Il segreto di Piazza Fontana” di Paolo Cucchiarelli sul compagno Enrico Di Cola

5 marzo 2010

La nostra risposta alle diffamatorie affermazioni di Paolo Cucchiarelli su Enrico Di Cola.

Il nome Enrico Di Cola compare in sei delle 700 pagine del libro ‘’Il segreto di Piazza Fontana’’di Paolo Cucchiarelli.

A pag. 45 si riferisce che, come gli anarchici Nardella e Ardau, anche Di Cola andò  in Svezia.

A pag. 393 compare nell’elenco dei membri del circolo 22 marzo fornito dall’infiltrato di p.s., Salvatore Ippolito, ai suoi superiori.

A pag. 396 si segnala la presenza del Di Cola alla riunione durante la quale – secondo quanto scrive Cucchiarelli – si sarebbe consumata la “rottura definitiva fra Valpreda ed il circolo di Rossi”.

A pag .423 il nome compare nell’elenco degli imputati al processo di Catanzaro.

La citazione più lunga ed articolata avviene nelle pagine 399-400 (+ nota 78 a pag. 671) che – data la loro importanza – riportiamo integralmente qui sotto:

“Gli anelli della catena

L’11 dicembre, quando Valpreda lasciò la capitale, ci fu una telefonata – il ballerino lo sosterrà in uno scritto filtrato dalla censura carceraria – che avvertì qualcuno a Milano di agire per il giorno dopo. Chi fu a passare la voce? Merlino, Mander, Borghese, o anche Ivo Della Savia, Angelo Spanò, i già citati Claps ed Enrico Di Cola: che cosa sapeva ciascuno di loro del piano del 12 dicembre? Fino a che punto erano collegati i vari anelli?”

[….]

“Enrico Di Cola, rilasciato dopo ventiquattr’ore, fu al centro di uno scontro tra la polizia, che lo riteneva solo un testimone, e Occorsio, che lo riteneva un imputato. Sarebbe stato lui – si sostenne all’inizio del gennaio del ’70 – a indirizzare le indagini della polizia su Valpreda, con affermazioni fatte fuori verbale. La riprova del salvacondotto offertogli in cambio dalla polizia starebbe nel suo definitivo trasferimento in Svezia. (78) In effetti, Di Cola uscirà stabilmente dall’Italia e dall’inchiesta.”

Nota 78 : Fu Di Cola ad orientare le indagini della polizia?, Paese Sera, 9 gennaio 1970

*****

Oltre alla sciatteria editoriale di collocare il rinvio alla nota in una posizione tale da indurre il lettore a pensare che nell’articolo di Paese Sera si facesse anche riferimento al ‘trasferimento’ di Di Cola in Svezia, in queste otto righe di testo Cucchiarelli ci offre un saggio del suo metodo di lavoro: prende una fonte (se un articolo non firmato pubblicato da un giornale a meno di un mese dalla strage si può definire una fonte), evita qualsiasi verifica, ci aggiunge una falsità o una speculazione frutto della sua fantasia e tira fuori la sua verità.

L’articolo di Paese Sera (che riportiamo integralmente in altra parte di questo blog), sia pure fra molti condizionali e cautele, di fatto raccoglie ‘’indiscrezioni’’ di polizia presumibilmente fatte circolare all’epoca per proteggere l’infiltrato della Ps nel circolo 22 Marzo, Salvatore Ippolito, la cui identità verrà svelata ufficialmente solo il 9 maggio 1970.

Talvolta capita ai giornalisti di cadere in queste trappole, soprattutto ‘a caldo’. Ma 40 anni dopo è imperdonabile, soprattutto se oltre ad ispirarsi ad un articolo del genere, lo si manomette per renderlo funzionale alle proprie teorie come ha fatto Cucchiarelli.

Mettendo a confronto il testo di Paese Sera con quello di Cucchiarelli, l’operazione diventa lampante.

Paese Sera scriveva: “Lo studente, arrestato il giorno successivo alla strage di Milano e agli attentati di Roma, fu rilasciato dalla polizia dopo 24 ore. Secondo alcune voci – che ovviamente riferiamo a puro titolo di cronaca – nei confronti del Di Cola la polizia avrebbe usato, per cosi dire, un trattamento di favore. Ma perche? Anche lui faceva parte dei componenti del circolo «XXII marzo» e il suo rilascio, in una simile prospettiva, apparve piuttosto singolare. Qualcuno, addirittura, sostiene che proprio dopo l’interrogatorio di Enrico Di Cola, la questura romana fu in grado di trasmettere a Milano l’ordine di arrestare Pietro Valpreda. Un particolare (che, se vero, dovrebbe quantomeno ritenersi «strano») spiegherebbe perché il P.M., Vittorio Occorsio, in contrasto con la polizia, ritenne che lo studente non poteva essere considerato un testimone (sia pure «importante») ma un imputato. Nei verbali contenuti nel rapporto che la questura inviò al magistrato dell’interrogatorio di Enrico Di Cola ci sarebbero soltanto degli «stralci», e questo costituirebbe, in certo qual modo, la dimostrazione che lo studente potrebbe avere avuto nella vicenda un ruolo diverso da quello di un teste qualsiasi. Tanto più la sua provata appartenenza al circolo «22 marzo» legittimava, secondo il PM, l’estensione a suo carico dell’accusa di associazione per delinquere contestata a tutti gli altri arrestati. Il giudice istruttore condivise il parere del dott. Occorsio e il 2 gennaio ordinò l’arresto del Di Cola, che però si era già reso irreperibile”

Cucchiarelli scrive: “Enrico Di Cola, rilasciato dopo ventiquattr’ore, fu al centro di uno scontro tra la polizia, che lo riteneva solo un testimone, e Occorsio, che lo riteneva un imputato. Sarebbe stato lui – si sostenne all’inizio del gennaio del ’70 – a indirizzare le indagini della polizia su Valpreda, con affermazioni fatte fuori verbale”

Gli ‘stralcidi verbale di cui parla Paese Sera diventano per Cucchiarelli ben più gravi e pesanti “affermazioni fatte fuori verbale”. Complimenti all’autore….

L’uscita dall’Inchiesta

Quanto poi all’affermazione di Cucchiarelli secondo cui Di Cola uscì stabilmente dall’Italia e dall’inchiesta, vale la pena ricordare che effettivamente uscì dall’Italia, ma non certo dall’inchiesta.

Per evitare questo ulteriore errore, a Cucchiarelli sarebbe bastato leggere il dispositivo della sentenza del 23 febbraio 1979 (processo di Catanzaro) in cui si afferma: (pag. 1044) “Visti gli artt. 483-488-489 c.p.p. Dichiara Valpreda Pietro, Gargamelli Roberto e Di Cola Enrico colpevoli del delitto di associazione per delinquere come loro contestato al capo 1) della rubrica; …..condanna Gargamelli Roberto e Di Cola Enrico alla pena di anni uno e mesi sei di reclusione ciascuno …condanna, ancora, tutti i suddetti imputati al pagamento delle spese processuali cui hanno dato causa e di quelle della rispettiva custodia preventiva; …dichiara non doversi procedere…contro Di Cola Enrico, in ordine al reato previsto dallo art. 260 p.p. n.3 C.P. – così modificata l’originaria imputazione a lui ascritta al capo 8 dell’epigrafe – e con la diminuente di cui all’art. 311 C.P. – perché estinto per prescrizione;

Questa seconda parte della sentenza si riferisce ad un’ulteriore incriminazione di Di Cola.  Qualche mese dopo la strage, il 9 aprile 1970 (p.1000 capitolo XLV) venne eseguita  una nuova perquisizione in casa Di Cola dove venne trovato un quaderno con un elenco di alcune basi della NATO. Il Sid, interpellato, affermò che era stato preparato da uno specialista per cui i magistrati romani emisero un secondo mandato di cattura per “procacciamento e detenzione di notizie di cui è vietata la divulgazione”, come dire spionaggio.

Infine per smentire la fantasiosa e diffamante narrazione che vedrebbe il Di Cola suggeritore della pista Valpreda, basta leggere quello che scrive nello stesso libro una quarantina di pagine prima lo sbadato Cucchiarelli.

“Ippolito almeno da fine novembre sapeva che il ballerino stava per andare nel capoluogo lombardo…[…]  …L’11 dicembre, Ippolito era nella sede del circolo «22 marzo» quando Emilio Bagnoli riferì a Umberto Macoratti che Valpreda era appena partito per Milano con la sua Fiat 500. Ippolito telefonò immediatamente al suo capo, il commissario Domenico Spinella. Che fosse lui la fonte della prima segnalazione lo dirà il questore di Roma, Parlato, durante la conferenza stampa dopo il riconoscimento di Valpreda, il 16 dicembre. Naturalmente senza rivelare che si trattava di un poliziotto infiltrato nel gruppo anarchico. La polizia seppe quindi da subito che quella testa calda di Valpreda era a Milano: non dovette attendere soffiate o indicazioni esterne.”

IL RACCONTO DI DI COLA

Sulla vicenda giudiziaria che ha devastato la vita di quello che nel 1969 era un ragazzo di 18 anni e sulle spregiudicate teorie di Cucchiarelli abbiamo raccolto una dichiarazione dello stesso Di Cola che aggiunge alcuni particolari inediti a quello che già aveva raccontato in interviste rilasciate all’epoca.

‘’E così secondo Cucchiarelli, io sarei stato l’infame suggeritore della pista Valpreda? Un vero scoop….

Il fermo

‘’Intanto va rilevato che sia Paese Sera (giustificato perché ancora non erano noti gli atti giudiziari) che Cucchiarelli (senza giustificazione perché la cosa appare agli atti) riportano un dato errato: io, insieme al compagno Amerigo Mattozzi, venni fermato la sera stessa del 12 dicembre dai carabinieri e non dalla polizia.

‘’Fui rilasciato il 13 sera e, appena rilasciato, provvidi ad informare i compagni del circolo su cosa vertevano gli interrogatori e quello che i carabinieri volevano farmi dire, cioè che Valpreda era partito per Milano con una scatola di scarpe piena di esplosivi (vedi anche interviste di Di Cola a Umanità Nova e A rivista anarchica del 1972 pubblicate su questo blog,ndr).

‘’Chiarito questo punto ben difficilmente rimane credibile la tesi che potesse esserci stato un contrasto (o uno “scontro” come suggerisce Cucchiarelli)  tra la polizia ed Occorsio sul ruolo da attribuirmi,  di “testimone” o di “imputato”, visto che non era la polizia responsabile del mio fermo e tantomeno del mio rilascio. Vorrei anche sottolineare che ero già attivamente ricercato fin dalle prime ore del 17 dicembre, anche se il mandato di cattura ufficiale sarà emesso solamente il 2 di gennaio (cioè una settimana prima dell’articolo di Paese Sera), e quindi lo “scontro” diviene davvero una teoria demenziale.

‘’Del resto polizia e carabinieri non mi cercavano come testimone, ma perché – anche questo si può evincere dalle carte giudiziarie – i magistrati inquirenti stavano cercando di incastrarmi come uno dei responsabili delle bombe all’altare della patria! Fallito miseramente questo tentativo, il mio nome rimase in secondo piano, tanto è vero che fui – almeno inizialmente – l’unico membro del circolo incriminato per il solo reato di “associazione per delinquere”.

La latitanza

‘’Quanto alla mia latitanza, cominciò del tutto casualmente. Tornando a casa la sera del 16 dicembre, e avendo visto i titoli cubitali di un giornale serale di destra, ero davvero sconvolto e spaventato. L’arresto di Pietro e soprattutto la morte di Pinelli avevano risvegliato in me l’eco delle minacce fattemi solo alcuni giorni prima dai carabinieri che mi interrogavano  (‘possiamo ucciderti senza che nessuno mai lo possa scoprire’). Non riuscivo proprio a capire cosa stesse succedendo.

‘’Pochi minuti dopo il mio rientro a casa ricevetti la telefonata di C.V, una compagna del Pci, che mi chiese di raggiungerla nella redazione di Paese Sera a via dei Taurini dove lei si trovava insieme a N.V. Entrambi li conoscevo dal ’68 e lavoravo con loro nel coordinamento degli studenti medi e universitari e quindi accettai l’invito ad incontrare un giornalista di Paese Sera (del quale purtroppo non ricordo il nome) per  dare un’intervista su chi era Valpreda e su quel che sapevo del circolo.. Raccontai   la nostra storia chiedendo in cambio di poter passare la notte nella redazione. Il giornalista in un primo momento acconsentì, ma dopo qualche ora mi disse che stavano arrivando moltissime foto che mi ritraevano (ovvio, erano quelle dello sciopero della fame!) assieme a Valpreda e quindi mi chiese di lasciare immediatamente i loro locali.

‘’Data l’ora tarda e la pesante atmosfera che regnava in quelle ore, N.V. mi invitò ad andare a casa sua a dormire per quella notte, cosa che accettai con piacere anche perché sentivo la necessità di parlare ancora con qualcuno per cercare di capire cosa stesse succedendo. La mattina dopo, quando telefonai a casa per dire che stavo tornando, mi avvertirono che la polizia mi aveva cercato all’alba. Da quel momento, e per i successivi due anni, rimasi latitante in Italia, prima di decidere di andare all’estero’’.

(Sulla latitanza vedi racconto di Gaetano Luciano, riportato in altra parte del blog, ndr)

L’uscita dall’Italia

‘’Per quanto riguarda la mia uscita dall’Italia non fu certo grazie ad un “salvacondotto” della polizia che arrivai in Svezia. Dopo tanti anni credo di poter rivelare che furono alcuni compagni anarchici di Roma (Fai) e Milano (Crocenera) che mi aiutarono a lasciare l’Italia verso la fine del 1971. Avevo discusso – separatamente – con Aldo Rossi, con Eduardo Di Giovanni che era il mio avvocato, e con un compagno di crocenera anarchica di Milano, spiegandogli che dopo due anni di latitanza avevo bisogno di un breve periodo di “libertà” o, se non altro, di un breve periodo di “vita normale” per riprendermi dallo stress a cui ero sottoposto.

‘’All’epoca era mia intenzione costituirmi all’inizio del processo, ma di questo non se ne vedeva ancora neanche l’ombra. L’idea era quindi di andare in Svezia per sollevare pubblicamente il “caso Valpreda” agli occhi di tutto il mondo. Pensavamo che l’Italia avrebbe chiesto l’estradizione e che avremmo potuto in questo modo far sapere a tutti quello che accadeva in Italia in un pubblico dibattimento. Insomma era un tentativo di fare all’estero quello che si aveva paura di fare in Italia: un processo per dimostrare che era in atto una mostruosa trappola contro delle persone innocenti.

‘’In Svezia fui intervistato da molti quotidiani e settimanali svedesi, organizzai la prima manifestazione degli anarchici e del sindacato rivoluzionario SAC davanti all’ambasciata italiana di Stoccolma, riuscii a sensibilizzare anche Amnesty International al “caso Valpreda” (Amnesty inviò due osservatori a seguire il primo processo di Roma ed in seguito scrisse una lettera di sostegno alla mia richiesta di asilo politico in Svezia), feci molti interventi in assemblee pubbliche – tra cui ne ricordo una alla quale prese parte anche Dario Fò – per raccontare quello che stava avvenendo in Italia e della persecuzione contro gli anarchici. Ma, nonostante tutto ciò e le mie lettere pubbliche inviate alla stampa e alla magistratura – per sfidarla a chiedere la mia estradizione -, l’Italia non fece mai questa richiesta.

‘’Una piccola “rivincita” la ottenni qualche anno dopo quando – dopo aver ottenuto l’asilo umanitario della Svezia – mi venne riconosciuto lo status di rifugiato politico e mi venne consegnato il passaporto Nansen – quello delle Nazioni Unite – che decretava formalmente ed ufficialmente che ero un perseguitato e rifugiato politico’’: sono stato il primo – ed unico – cittadino europeo ad ottenere tale riconoscimento. Anche questo sarebbe stato ottenuto grazie i favori della polizia italiana? Come direbbe Totò…ma mi faccia il piacere!

Paese Sera venerdì 9 gennaio 1970 – Fu Di Cola a orientare le indagini della polizia? (della serie: giornalisti e veline della Questura)

5 marzo 2010

Paese Sera venerdì 9 gennaio 1970 (articolo non firmato)

Lo studente sarebbe un personaggio chiave nella vicenda degli attentati

Fu Di Cola a orientare le indagini della polizia?

Il giudice istruttore attribuisce al giovane latitante un ruolo di eccezionale importanza nell’istruttoria.

La zia di Valpreda insiste nell’innocenza del giovane. In un’intervista dichiara che il nipote non poteva vestire nel modo descritto da Rolandi.

Pietro Valpreda, il giorno 12 dicembre, era a letto con la febbre o in piazza con le bombe? Alcuni giornali ripropongono stamani l’interrogativo. Una persona, non appartenente al nucleo familiare dell’ex ballerino, sostiene di aver dato alla zia di Valpreda una bustina di chinino per curare il giovane. La signora Rachele Torri, zia del giovane, ha inoltre dichiarato che suo nipote era vestito in maniera completamente diversa da quella dichiarata dal tassista Rolandi, l’autista che avrebbe trasportato l’attentatore fino nei pressi di Piazza Fontana. Innanzitutto – ha detto la zia, senza diffondersi in troppi particolari, dato che il giudice istruttore gliel’ha vietato – il Valpreda il pomeriggio della strage era senz’altro a letto e quindi indossava un pigiama. Comunque, avendo sempre odiato cravatte e camicie, non poteva rispondere alla descrizione fatta dal tassista che aveva parlato di un uomo sui 35 anni, con soprabito, abito scuro, camicia bianca e cravatta. Il cappotto con cui il giovane venne arrestato (e che tuttora avrà in carcere) non appartiene all’ex ballerino, ma al padre. L’indomani Valpreda, come e’ noto, doveva recarsi dal giudice e la zia, a sera, dopo le 19, era andata dal vecchio Valpreda a farsi prestare il cappotto per il figlio: non certo un indumento grigio come ha dichiarato il Rolandi, ma sportivo, marrone, con cintura e fodera scozzese. Di più la donna non ha voluto né potuto dire.

Lungo colloquio, ieri al palazzo di giustizia, fra il giudice istruttore, il dott. Cudillo, e il dirigente dell’ufficio politico della questura, dottor Provenza, che era accompagnato dal commissario, dott. Improta. Secondo attendibili indiscrezioni, i due funzionari avrebbero consegnato al magistrato un rapporto riguardante alcune indagini svolte per incarico dello stesso giudice. Ci sarebbe, quindi, da presumere che l’istruttoria abbia acquisito nuovi elementi.

Nel pomeriggio il dott. Cudillo si è recato a Regina Coeli, per interrogare alcuni dei sei arrestati. Avrebbe raccolto a verbale le dichiarazioni di Pietro Valpreda e di Roberto Gargamelli. Il magistrato comunque, tornerà al carcere oggi per terminare gli interrogatori, ultimo indispensabile atto che dovrebbe preludere all’atteso deposito dei verbali a disposizione dei difensori.

La conclusione di questa prima fase dell’istruttoria, sembra comunque «condizionata» dalla importanza (si direbbe addirittura decisiva) che il giudice istruttore attribuisce al settimo imputato, Enrico Di Cola, latitante, contro il quale è stato emesso mandato di cattura anche se limitatamente all’accusa di associazione per delinquere.

Lo studente, arrestato il giorno successivo alla strage di Milano e agli attentati di Roma, fu rilasciato dalla polizia dopo 24 ore. Secondo alcune voci – che ovviamente riferiamo a puro titolo di cronaca – nei confronti del Di Cola la polizia avrebbe usato, per così dire, un trattamento di favore. Ma perche? Anche lui faceva parte dei componenti del circolo «XXII marzo» e il suo rilascio, in una simile prospettiva, apparve piuttosto singolare. Qualcuno, addirittura, sostiene che proprio dopo l’interrogatorio di Enrico Di Cola, la questura romana fu in grado di trasmettere a Milano l’ordine di arrestare Pietro Valpreda. Un particolare (che, se vero, dovrebbe quantomeno ritenersi «strano») spiegherebbe perché il P.M., Vittorio Occorsio, in contrasto con la polizia, ritenne che lo studente non poteva essere considerato un testimone (sia pure «importante») ma un imputato. Nei verbali contenuti nel rapporto che la questura inviò al magistrato dell’interrogatorio di Enrico Di Cola ci sarebbero soltanto degli «stralci», e questo costituirebbe, in certo qual modo, la dimostrazione che lo studente potrebbe avere avuto nella vicenda un ruolo diverso da quello di un teste qualsiasi. Tantopiù la sua provata appartenenza al circolo «22 marzo» legittimava, secondo il PM, l’estensione a suo carico dell’accusa di associazione per delinquere contestata a tutti gli altri arrestati. Il giudice istruttore condivise il parere del dott. Occorsio e il 2 gennaio ordinò l’arresto del Di Cola, che però si era già reso irreperibile.

Ora, polizia e carabinieri lo stanno attivamente ricercando e anzi, stando a talune voci che circolavano ieri sera con una certa insistenza, sarebbero riusciti ad individuare il «rifugio» dello studente.

La necessità (per il giudice «inderogabile») di rintracciare Enrico Di Cola sarebbe strettamente legata, quindi, all’oggettiva esigenza di controllare le «basi» dell’accusa contri i sei arrestati.

E’ certo, comunque, che la istruttoria – forse anche per quanto è stato scritto in questi giorni da parecchi organi  di stampa – sta accelerando i tempi, e che al massimo entro la metà della settimana prossima, depositati gli interrogatori, il giudice concederà finalmente agli avvocati difensori la possibilità di prendere finalmente contatto con i propri assistiti.

Giornata di intenso lavoro, ieri, anche da parte della magistratura di Milano. Si è appreso, infatti, che nella città lombarda il sostituto procuratore della Repubblica, dott. Caizzi, ha interrogato lungamente, nel pomeriggio, Rosa Malacarne e Licia Rognini, cioè la madre e la vedova dell’anarchico «suicida» Giuseppe Pinelli, che tre giorni dopo la strage di piazza Fontana morì (in circostanze ancora tutt’altro che chiare) cadendo da una finestra della questura. Le due donne sono state ascoltate separatamente dal magistrato, e gli interrogatori si sono protratti per più di quattro ore. E’ noto che Rosa Malacarne e Licia Rognini hanno presentato una denunzia- querela contro il questore di Milano, dott. Guida, per diffamazione aggravata e per rivelazione di segreti d’ufficio, in relazione alle dichiarazioni che l’alto funzionario rilasciò alla stampa dopo la tragica fine di Giuseppe Pinelli.

Sempre nella giornata di ieri il magistrato milanese ha anche interrogato Cornelio Rolandi, il tassista che riconobbe in Pietro Valpreda l’uomo che nel pomeriggio del 12 dicembre si fece condurre in taxi da piazza Beccaria a via Santa Tecla, presso la sede della banca nazionale dell’agricoltura dove poi si verificò l’esplosione che causò 16 morti e 80 feriti. Il tassista, comunque, è stato sentito solo in relazione ad alcune lettere minatorie che gli sarebbero state inviate nei giorni scorsi.

A Milano è atteso, intanto, nella prossima settimana, il giudice istruttore, dott. Cudillo, per l’annunciato sopralluogo (con relativo controllo dei «tempi» riguardanti la testimonianza-Rolandi) al quale parteciperanno anche il P.M. dott. Occorsio e alcuni degli avvocati difensori.

Le vie del vento o le rivoluzioni sognate Cronache dalla Calabria 1968-1973 di Gaetano Luciano (sulla latitanza in Calabria di Enrico Di Cola)

5 marzo 2010

(stralcio, per il testo testo integrale vai a: http://www.sbvibonese.vv.it/sezionec/pag361_c.aspx )

Le vie del vento o le rivoluzioni sognate

Cronache dalla Calabria 1968-1973

di Gaetano Luciano

Con la collaborazione di Gilberto Floriani

Il 19 giugno 1970, la sera della leggendaria partita Italia Germania, finita con la vittoria dell’Italia per 4 a 3, centinaia di militanti rivoluzionari erano rintanati presso abitazioni e giardini della Garbatella.

Nel pomeriggio di quel giorno si era svolta a Roma una grande manifestazione della sinistra extraparlamentare contro la guerra nel Vietnam e contro la conferenza internazionale promossa dal Presidente degli USA Richard Nixon.

Migliaia di poliziotti attaccarono il corteo e la maggior parte dei manifestanti trovò rifugio tra le vie e le piazze del quartiere ‘amico’ della Garbatella. Agli inseguiti dalla Celere i cittadini del quartiere aprivano i loro appartamenti e i minuscoli giardini per accoglierli.

In quei giorni alcuni compagni vibonesi erano a Roma, ospiti di un nucleo di compagni che lavoravano per il collettivo della ‘controinformazione’ e il Soccorso Rosso. A quell’ora le vie della capitale, ancora segnata dall’ennesima manifestazione antimperialista, erano vuote e dalle finestre aperte dei palazzi di Trastevere di tanto in tanto si levavano urla di gioia o di disperazione a seconda del gol segnato o subito dalla nazionale di calcio impegnata nei campionati mondiali.

Nell’ottobre dello stesso anno alcuni di quei compagni della ‘Controinformazione’ spediscono a Vibo Valentia un giovane anarchico latitante, Enrico Di Cola. Si tratta di uno studente di 19 anni, iscritto all’ultimo anno di un Istituto Professionale romano, coinvolto nelle indagini sulla strage di Piazza Fontana per le sue frequentazioni del Circolo 22 Marzo di Roma, un circolo frequentato da Pietro Valpreda e dall’infiltrato Mario Merlino, un personaggio, quest’ultimo, che già nel 1968 aveva tentato di costituire a Nicastro, assieme al giornalista di Maida Franco Papitto, una filiale del Circolo 22 Marzo.

Enrico Di Cola è ricercato per associazione a delinquere e procacciamento di notizie segrete e militari. E’ ricercato affannosamente dalla Digos e dai Servizi Segreti che vogliono impedirgli di entrare in contatto con i suoi legali. In seguito darà un contributo importante per ricostruire i pezzi del mosaico della strage di stato del 12 dicembre 1969, ricostruita nel libro Valpreda è innocente: la strage è di stato. Rimarrà nascosto in case di compagni ospitali di Vibo e dintorni per quasi un anno. Della presenza del giovane anarchico erano soltanto quattro persone e ai vari ospiti erano fornite sempre generalità false. Fu sempre presentato come un compagno, figlio di un operaio di Sesto San Giovanni, licenziato a causa di problemi con la Direzione della fabbrica in cui lavorava.

Nel mese di luglio del 1970 scoppia la rivolta di Reggio Calabria.

Della serie… il Cucchiarelli furioso – Dal blog dei fans del libro di Cucchiarelli un piccolo botta e risposta tra l’autore del libro e Enrico Di Cola 26 febbraio 2010

26 febbraio 2010

Della serie… il Cucchiarelli furioso

Dal blog dei fans del libro di Cucchiarelli un piccolo botta e risposta

http://www.facebook.com/group.php?gid=111480141059

22 febbraio alle ore 8.20 ·  Paolo Cucchiarelli

Caro Di Cola, ho solo spiegato quello che la signora Pinelli ha scritto anni fa nel libro “Una storia soltanto mia”. Sono disponibile per un pubblico dibattito dove, come e quando vuoi. Voglio fatti e non ricordi: personalmente o gia’ pronte un centinaio di domande da rivolgerti. Fammi sapere oppure smettila.
paolo cucchiarelli

22 febbraio alle ore 17.02 ·  Paolo Cucchiarelli
Naturalemnte Di Cola puo’ anche non smetterla ma allora diventera’ chiaro a tutti che si tratta di una difesa di bandiera. Quindi: a quando il confronto caro Di Cola?

22 febbraio alle ore 17.34 ·  Enrico Di Cola
Fatti e non ricordi? Bene. Ecco qui un fatto, magari piccolo, ma rivelatorio dell’accuratezza con la quale Cucchiarelli ha costruito il suo libro.
Nelle pagine 399-400 (+ nota 78 a pagina 671) scrive: “Enrico Di Cola, rilasciato dopo ventiquattr’ore, fu al centro di uno scontro tra la polizia, che lo riteneva solo un testimone, e Occorsio, che lo riteneva un imputato. Sarebbe stato lui – si sostenne all’inizio del gennaio del ’70 – a indirizzare le indagini della polizia su Valpreda, con affermazioni fatte fuori verbale. La riprova del salvacondotto offertogli in cambio dalla polizia starebbe nel suo definitivo trasferimento in Svezia. (78) In effetti, Di Cola uscirà stabilmente dall’Italia e dall’inchiesta.”
Peccato però che soltanto un’ottantina di pagine prima (pag. 321) si legge tutta un’altra storia: “Ippolito almeno da fine novembre sapeva che il ballerino stava per andare nel capoluogo lombardo…[…] …L’11 dicembre, Ippolito era nella sede del circolo «22 marzo» quando Emilio Bagnoli riferì a Umberto Macoratti che Valpreda era appena partito per Milano con la sua Fiat 500. Ippolito telefonò immediatamente al suo capo, il commissario Domenico Spinella. Che fosse lui la fonte della prima segnalazione lo dirà il questore di Roma, Parlato, durante la conferenza stampa dopo il riconoscimento di Valpreda, il 16 dicembre. Naturalmente senza rivelare che si trattava di un poliziotto infiltrato nel gruppo anarchico. La polizia seppe quindi da subito che quella testa calda di Valpreda era a Milano: non dovette attendere soffiate o indicazioni esterne.”
Questa è solo una prima notazione sul metodo Cucchiarelli, la risposta completa e circostanziata sulle sue diffamatorie affermazioni e speculazioni sul mio conto, la pubblicherò quanto prima nel blog “Strage di Stato”

Ieri alle 10.41 ·

Umanità Nova 27 novembre 1971 L’imputato Enrico Di Cola spiega i motivi della sua latitanza e accusa per la strage l’apparato statale

17 febbraio 2010

Umanità Nova 27 novembre 1971

L’imputato Enrico Di Cola spiega i motivi della sua latitanza e accusa per la strage l’apparato statale

Umanità Nova 27 novembre 1971

Umanità Nova 27 novembre 1971

Riceviamo dal compagno Enrico Di Cola, con la richiesta di renderla pubblica, la seguente lettera.

Il compagno Di Cola è coimputato con Valpreda, Gargamelli, Emilio Borghese nel processo per la strage di Stato.

Egli è tuttora latitante e ci fa sapere che non intende assolutamente mettersi a disposizione del meccanismo poliziesco e giudiziario che ha ucciso Pinelli e che tenta di strangolare la vita dei compagni in carcere.

Enrico Di Cola, come tutti i compagni imputati, è completamente estraneo ai criminali attentati del 12 dicembre 1969.

Nessun indizio contro di lui risulta agli atti del processo. Ciò non impedisce al sistema di perseguitarlo con un mandato di cattura che, se eseguito lo costringerebbe ad una detenzione preventiva a tempo indeterminato, aggravata ora dalla renitenza militare.

Fotocopia di questa sua lettera è stata da noi inviata ad agenzie di stampa ed a redazioni di diversi giornali.

Il Comitato Politico-Giuridico di difesa

Cari compagni,

chi siano i veri responsabili ed i complici della strage di Stato non è molto difficile capirlo: basta leggere i verbali dell’istruttoria per vedere che, ogni volta che si arriva a qualche fascista (Delle Chiaie, Sottosanti, Zanetov, Karanastassis, ecc.) l’esimio G.I. – come prima di lui la P.S. e il P.M. – volta pagina e dimentica tutto!

Il sistema ci vuole colpevoli e interpreta quindi a nostro carico tutti gli atti istruttori. I partiti di «sinistra» hanno immediatamente avallato la tesi della nostra colpevolezza, compiacendosi del fatto che, secondo loro, noi eravamo fascisti. Noi non siamo fascisti, siamo anarchici (anche se per i comunisti che ci massacrarono in Russia, Spagna, Cuba etc. è la stessa cosa). Però Merlino era fascista e Andrea era un poliziotto. Ma noi, lo ripeto, siamo anarchici, anche se all’epoca dei fatti molti di noi erano giovanissimi e certe nostre immaturità ed ingenuità hanno consentito di costruire su di noi la montatura della strage attraverso le informazioni fornite dalle spie di fascisti, servizi segreti e polizia che si erano infiltrate tra di noi.

Mi associo quindi ai compagni coimputati detenuti: Valpreda, Gargamelli, Emilio Borghese, nello scindere nettamente la futura impostazione del processo rispetto alla posizione che dovrà assumere il fascista-spia Merlino da quella nostra di anarchici. E mi associo con loro nel chiedere che venga istruito al più presto questo processo-farsa affinché i compagni tutti possano efficacemente smascherare la strage di Stato ed il suo effettivo scopo, affinché dopo due anni di galera degli innocenti, colpevoli solo di essere anarchici, possano ritornare a quella libertà vigilata che è la vita all’interno di un certo tipo di istituzioni chiaramente fasciste.

In questa situazione l’inerzia processuale e l’ambiguità politica di certi atteggiamenti devono essere denunciate come gravi colpe. Definire quella del giudice Cudillo «una sentenza onesta» significa non valutare tutta la criminalità che il potere ha esplicato proprio attraverso le sue strutture: governo, polizia, magistratura che hanno, ciascuna per la sua parte, non solo consentito ma favorito e coperto i mandanti e gli esecutori della strage del 12 dicembre.

Il processo quindi non potrà e non dovrà essere fatto dalla difesa solo per dimostrare la nostra innocenza ma anche e soprattutto per smascherare, dentro e fuori dell’aula, le evidenti responsabilità – e non solo politiche – dell’apparato attraverso i suoi strumenti: fascisti, agenti dei colonnelli greci, CIA, SID, polizia, magistratura e forze politiche con essi complici direttamente o per passività.

Per quanta mi riguarda. ritengo di dover spiegare le ragioni della mia latitanza.

Fui fermato la sera del 12 dicembre 1969 e interrogato dai carabinieri di via Mentana e precisamente dai marescialli FABRI QUIRINO, ULIANO CATELLO e VASCO VINCENZO i quali volevano a tutti i costi farmi dichiarare che Valpreda (e si badi bene che eravamo al 13 dicembre 1969) era partito per Milano con una bomba.

Al mio rifiuto «a collaborare» mi furono fatte delle precise minacce di morte. Fui rilasciato dopo uno snervante interrogatorio la sera del 13 dicembre.

Il 16 dicembre appresi che nella questura di Milano era stato ucciso il compagno Pinelli. Mi resi allora conto della concretezza delle minacce fattemi.

Più tardi fui incriminato anche per «procacciamento di notizie di cui è vietata la divulgazione» per aver copiato in un quaderno da un opuscolo in libera circolazione all’inizio del ’69, edito dal comitato anti NATO della Federazione Giovanile Comunista Italiana di Livorno, l’elenco di alcune notissime basi NATO in Italia.

Oggi a queste accuse si aggiunge anche la renitenza alla leva. In questa situazione se prima non volevo fare la fine di Pinelli adesso non voglio neanche fare quella di Valpreda!

Su di me sono state dette molte cose false. Fra queste, che avrei rilasciato un’intervista al giornalista Cesare Tocci del foglio fascista Il Giornale d’Italia. Smentisco decisamente di aver mai rilasciato interviste e di aver mai incontrato questo Tocci.

Concludo questa mia , con un appello ai compagni, detenuti e no, affinché facciano di questo processo un momento di lotta contro il fascismo e lo Stato, veri colpevoli della strage.

Ritengo che sia utile che pubblichiate questa lettera perché si conosca la mia posizione nei riguardi del processo, la mia solidarietà verso i compagni detenuti, ed i motivi della mia latitanza.

Saluti anarchici

ENRICO DI COLA

Umanita Nova 22 gennaio 1972 Lo Stato italiano accusato di strage. Enrico Di Cola dalla Svezia sfida la magistratura a chiedere la sua estradizione

17 febbraio 2010

Umanita Nova 22 gennaio 1972

Lo Stato italiano accusato di strage.

Enrico Di Cola dalla Svezia sfida la magistratura a chiedere la sua estradizione

Umanità Nova 22 gennaio 1972

Il sottoscritto Enrico Di Cola espone quanto segue:

Il 12 dicembre 1969 a seguito degli attentati terroristici di chia­ro carattere fascista messi con­temporaneamente in atto a Milano e a Roma, durante i quali 16 persone perdevano la vita e 106 persone rimanevano ferite, venivo fermato nella mia qualità di militante anarchico dai cara­binieri della stazione di via Men­tana a Roma.

Nel corso dell’interrogatorio seguito al fermo, interrogatorio guidata tra gli altri dai marescialli Fabbri, Catello e Vasco, mi veniva chiesto di dichiarare che il gruppo anarchica romano «22 marzo» era il responsabile degli attentati. Si cercò fra l’altro di farmi dichiarare che ave­vo visto partire da Roma per Milano, l’anarchico Pietro Valpreda. Secondo i carabinieri che mi interrogavano, io avrei do­vuto affermare che nell’automo­bile di proprietà di Valpreda a­vevo visto una scatola di carto­ne, di quelle comunemente usa­te per contenere scarpe, ripiena dl esplosivo.

Al mio rifiuta di avallare tali falsi, venni sottoposto a pesanti minacce alternate ad allettanti promesse. Fra l’altro mi venne assicurato che se avessi dichiarato delle circostanze e dei fatti che permettessero di legare Valpreda alla strage di Milano, non avrei avuto alcuna preoccupazione economica per il resto della mia vita.

Mi si disse che avrebbero potuto uccidermi

Fra le tante minacce che mi vennero fatte, debbo precisare che  mi  si  disse  che  loro mi avrebbero potuto uccidere in qualsiasi istante senza che mai nessuno venisse a conoscere la verità  sui  motivi  che  avevano provocato la mia morte. Mi venne testualmente detto: «Noi possiamo ucciderti in questa stanza e contemporaneamente affermare che sei già stato rilasciato. Nessuno si sogna di mettere in dubbio la nostra parola. Il tuo cadavere verrà ritrovato in una strada e la tua morte verrà fatta risalire ad un incidente stradale».

In tale clima di minacce e di promesse, mi venne richiesto fra l’altro di firmare un verbale in bianco. I carabinieri, o chi per loro, avrebbero poi provveduto a debitamente riempirlo.

E’ importante precisare che nella notte dal 12 al 13 dicembre 1969 i carabinieri che mi interrogavano erano a conoscenza non solo della avvenuta partenza di Valpreda per Milano, ma bensì sapevano anche che tale partenza era avvenuta alla presenza dell’anarchico Emilio Borghese, particolare questo che poteva essere a conoscenza della polizia e dei carabinieri solamente nel caso che Valpreda fosse stato costantemente pedinato nei giorni che precedettero la strage di Milano. Infatti mentre Valpreda venne arrestato solamente il 15 dicembre ed interrogato per la prima volta il 15 dicembre sera, Emilio Borghese veniva fermato ed interrogato solamente il 16 dicembre (…).

I carabinieri e la polizia conoscevano quindi tutti i movimenti che Valpreda aveva effettuato prima, durante e dopo gli attentati terroristici del 12 dicembre 1969, ed appunto per tale motivo sapendo che Valpreda non aveva nulla a che fare con gli attentati, cercarono immediatamente di estorcere dalle persone che gli erano state vicine, delle dichiarazioni che potessero legarlo alla strage.

Non fui l’unico ad essere minacciato e ricattato

Dagli atti allegati alla sentenza istruttoria per la strage di Mi­lano risulta che un teste venne ricattato dalla polizia estorcen­dogli dichiarazioni contro Valpreda. Il ricatto venne portato a termine con l’aiuto di una si­garetta drogata.

Dagli atti allegati alla senten­za istruttoria per la strage di Milano risulta che il cittadino tedesco Udo Werner Lemke, te­ste che scagionava Valpreda, ven­ne prima rinchiuso in un carce­re, poi trasferito in un manico­mio criminale, ed attualmente di lui non si sa più nulla. Nessuno è in grado di dire se egli è an­cora in vita o se invece è già morto.

Dagli atti allegati alla senten­za istruttoria per la strage di Milano risulta che una teste è stata ricattata dalla polizia per costringerla a deporre contro Pietro Valpreda.

Io non fui quindi l’unico ad es­sere minacciato e ricattato dalla polizia italiana.

Venni rilasciato, evidentemente per un errore di calcolo dei ca­rabinieri, il 13 dicembre sera. Nessuno poteva sospettare allora che sarei riuscito, dopo due anni, a raggiungere la Svezia. Avevo allora diciotto anni e la mia parola, nel clima politica creatosi in Italia dopo la strage di Milano, non sarebbe stata pre­sa in considerazione da nes­suno.

Il 16 dicembre appresi che lo anarchico Giuseppe Pinelli era stato suicidato nella questura di Milano e che l’anarchico Pietro Valpreda era stato arrestato. Io mi rendevo immediatamente ir­reperibile, e poche ore dopo i ca­rabinieri mi venivano a cercare.

«Lei rischia di non rivedere più vivo suo figlio…»

Nei giorni seguenti il commis­sario di polizia Umberto Im­prota venuto a cercarmi a casa, dichiarava a mia madre: «Signora, è meglio che lei ci dica dove suo figlio è nascosto, al­trimenti lei sa come queste cose vanno a finire. Noi organizzia­mo una battuta per rintracciar­lo, i poliziotti sono stanchi pos­sono sparare facilmente o possono picchiare un po’ troppo forte, e lei rischia di non rive­dere più suo figlio vivo».

Nel settembre del 1970 un’al­tra accusa veniva elevata a mio carico. Durante il 1969 mi ero procurato una pubblicazione regolarmente edita a cura della federazione giovanile di Livorno del PCI e regolarmente firmata dall’autore. In tale pubblicazio­ne erano elencate alcuni basi NATO stazionate in Italia. Era stata mia cura ricopiare in un quaderno tale elenco sequestrato dalla polizia durante una perqui­sizione a casa mia.

La polizia e la magistratura provvedevano ad aumentare i capi di accusa contro di me. Venivo infatti accusato di procacciamento di notizie delle quali è vietata la divulgazione.

E’ altamente istruttivo il modo con il quale la magistratura riuscì a montare tale accusa. Il magistrato che condusse l’inchiesta sulla strage di Milano avanza infatti l’umoristica ipotesi che l’opuscolo edito dalla federazione giovanile di Livorno del PCI sia stato scritto sulla base dei dati da me procacciati. Cioè un anarchico di diciassette anni sarebbe stato in grado di influenzare parte della politica editoriale del PCI. Va precisato che l’autore di tale opuscolo non è mai stato interrogato dal magistrato inquirente.

Bisogna ricordarsi infatti che subito dopo lo scoppio delle bombe di Milano e di Roma, mi ero rifiutato di deporre falso contro Valpreda. Inoltre, nessun indizio o prova esisteva contro di me. La polizia e la magistratura quindi sì trovarono costrette ad incolparmi di diversi possibili reati per avere la certezza di riuscire a farmi condannare, magari per un reato marginale. Tale condanna sarebbe poi stata interpretata dai mezzi di informazione, e quindi dall’opinione pubblica, come una indiretta dimostrazione della mia partecipazione agli attentati dinamitardi.

Seguito ad accumulare reati

Inoltre l’esistenza di una seconda denuncia aggravava la prima denuncia presentata ufficialmente contro di me il 5 febbraio 1970, tanto è vero che dal momento nel quale l’istruttoria per la strage di Milano veniva depositata, cioè dal marzo 1971, nessun giudice era più in grado di concedermi la libertà provvisoria, di revocare cioè il mandato di cattura spiccato contro di me il 5 gennaio, appunto perché al primo reato si era aggiunta l’aggravante del secondo reato del quale ero stato incolpato a partire dal settembre dello  stesso  anno.

L’8 ottobre del 1970 avrei dovuto rispondere alla prima chiamata di obbligo per il servizio militare di leva.

Indipendentemente dalle mie idee politiche, indipendentemente quindi dalle mie valutazioni sul servizio militare, se avessi ottemperato a tale chiamata, sarei stato  immediatamente  trasferito in carcere per i reati a me addebitati.

Non presentandomi alla chiamata sarebbe stata elevata contro di  me una terza accusa, quella di renitenza al servizio militare. Nel  giro di due anni senza che io nulla avessi commesso, la magistratura italiana è così riuscita ad accusarmi di tre precisi e distinti reati (..)

Ma…non vengo arrestato

Durante il periodo nel quale mi mantenni latitante in Italia, venni a più riprese avvicinato da elementi fascisti e della polizia.  In breve  risultò  evidente che la polizia italiana era a perfetta conoscenza dei miei occasionali nascondigli. Malgrado questo (…) nessuno tentò di arrestarmi. A tale modo di agire, si poteva trovare una sola spiegazione: la polizia cercava di mettere in atto contro di me una provocazione, cercava cioè di aggiungere un quarto reato, «possibilmente reale», ai tre reati  inesistenti  dei  quali ero già stato accusato. Resomi conto di quanto si andava preparando, decisi di lasciare clandestinamente l’Italia.

I particolari della fuga dall’Italia

Dagli atti della polizia svede­se della stazione di Lidingo in data 20 dicembre 1971, protocollo 274-A-2182-71, risulta che io sono entrato in Svezia l’8 no­vembre 1971 servendomi di un passaporto falso.

Tengo a precisare che non avevo a disposizione altro mez­zo per riuscire a scappare dall’Italia, ma pongo l’attenzione delle così dette competenti autorità italiane sulla circostanza che compiendo ciò che ho fatto, mi sono reso responsabile di almeno due precisi reati:

1) espatrio clandestino

2) procacciamento di docu­mento falso

Un terzo reato può eventual­mente essermi addebitato: falsi­ficazione in proprio di un documento ufficiale dello stato, il passaporto. Credo di avere elencato in modo chiaro e pre­ciso tutti i reati dei quali in que­sto momento io dovrei risponde­re di fronte alla magistratura italiana.

Divulgherò la verità

A tali reati, altri reati vanno però aggiunti.

Non va infatti nè dimenticato nè sottovalutato che nella presente lettera io accuso sia i ca­rabinieri di Roma che i magi­strati italiani inquirenti sulla strage del 12 dicembre 1969, di avere volutamente falsificato le indagini e di avere quindi, per dei precisi motivi politici, arre­stato ed accusato un innocente.

Tale reato viene aggravato per ogni giorno di mia permanenza all’estero poiché io farò quanto è nelle mie possibilità affinché i falsi della polizia e della magistratura italiana vengano portati a conoscenza di tutti quei cittadini stranieri con i quali verrò occasionalmente a contatto. Quindi a tale reato deve potersi riconoscere l’aggravante di una precisa offesa ad un generico onore nazionale che tali magistrati  e  poliziotti  dovrebbero rappresentare.

Non va inoltre dimenticato che parlando della morte di Giuseppe Pinelli, non ho detto «Pinelli  si  è  suicidato»,  ma  « Pinelli è stato suicidato», il che equivale ad affermare che Pinelli è stato assassinato.  Di tale assassinio accuso quei poliziotti italiani, e tale mia affermazione comporta automaticamente un reato in quanto i poliziotti italiani, secondo quanto specifica il codice fascista italiano, non sono degli assassini (…).

L’ambasciata italiana ha il dovere di denunciarmi

Faccio  quindi presente all’ambasciata d’Italia, in Svezia, che è suo dovere, per tutelare la facciata di rispettabilità delle istituzioni italiane presso la opinione pubblica  svedese, ed inoltre per suo preciso obbligo amministrativo, burocratico e persino giuridico, obblighi tutti sanciti da uno stipendio, comunicare immediatamente alle così dette competenti autorità italiane quanto segue:

1) che Enrico Di  Cola contro il quale è stato emesso il 5 gennaio 1970 un mandato di cattura per associazione a delinquere avendo preso parte alla organizzazione che secondo la magistratura italiana ha portato a termine gli attentati dinamitardi di Milano e di Roma del 12 dicembre 1969, si trova attualmente in Svezia.

2) che il nominato Enrico Di Cola è uscito dall’Italia clandestinamente

3) che dagli atti della polizia svedese risulta che Enrico Di Cola, per uscire dall’Italia, si è servito di un passaporto falso.

4) che è presumibile, o quanto meno pensabile, che tale documento sia stato falsificato dallo stesso Enrico Di Cola

5) che giunto in Svezia, Enrico Di Cola ha chiesto al  governo svedese il diritto a godere dell’asilo politico

6) che chiedendo l’asilo politico, il su nominato Enrico Di Cola implicitamente afferma che in Italia la libertà è una barzelletta, e l’amministrazione della giustizia una tragica pagliacciata

7) che giunto in Svezia, Enrico Di Cola ha accusato un corpo di polizia italiana, i carabinieri, di aver tentato di estorcergli false confessioni facendo ricorso a minacce fisiche e morali

8) che giunto in Svezia il su citato Enrico Di Cola ha dichiarato che un commissario della polizia italiana si è vantato che i poliziotti italiani possono avere il grilletto facile

9) che giunto in Svezia, Enrico Di Cola ha dichiarato che la polizia italiana era a conoscenza con notevole anticipo, dell’indirizzo che sarebbe stato dato alle indagini  per  la  ricerca  dei responsabili della strage di Milano.

10) che giunto in Svezia il menzionato Enrico Di Cola ha dichiarato che sia la polizia che la magistratura italiane debbono oggettivamente ritenersi complici di coloro che hanno attuato la strage di Milano.

11) che giunto in Svezia, Enrico Di Cola ha dichiarato che l’anarchico Giuseppe Pinelli non è caduto dalla finestra, ma è stato assassinato  dalla  polizia italiana.

La magistratura italiana avrebbe il dovere di chiedere la mia estradizione.

Le così dette competenti autorità italiane, debitamente avvertite dall’ambasciata d’Italia in Svezia, hanno a loro volta il dovere di comunicare alla magistratura italiana il rapporto ricevuto  dall’ambasciata d’Italia in Svezia.

A questo punto la magistratura italiana può scegliere tra due differenti modi di agire: attenersi ad un principio morale e giuridico affermato fra l’altro dal pubblico ministero nella inchiesta per la strage, principio che testualmente dice: «la magistratura  italiana non  è  ne’ schiava ne’ serva di nessuno», e  per  tanto  attenendosi  alla prassi giuridica internazionale, convalida i motivi che hanno deciso la mia incriminazione e richiede la mia estradizione. Per far questo però, deve presentare al competente tribunale svedese gli atti del processo istruttorio per la strage.

Come si sa, è prassi internazionale che il tribunale della nazione alla quale la estradizione viene richiesta esamini la fondatezza delle accuse in base alle quali la richiesta di estradizione si basa.

Purtroppo, una tale prassi non può venire seguita dalla magistratura italiana. Gli atti del processo istruttorio per la strage di Milano dimostrano in modo inequivocabile che tutta l’accusa contro gli attuali accusati si basa su falsi coscientemente costruiti.

Permettere ad un tribunale svedese di prendere atto dei falsi contenuti in tale  istruttoria, equivarrebbe mettere in condizioni il tribunale di un altro stato di emettere una sentenza giuridica,  politica  e  morale  sul comportamento di certi uomini che in Italia si fregiano del titolo di magistrati.

Permettere ad un tribunale straniero di prendere atto delle testimonianze di Cornelio Rolandi,  di  Paolo  Zanetov,  di  Carlo Melega, di Benito Bianchi, di Benito Nobili,  di  Bonaventura Provenza, di Luigi Calabresi, di Umberto Improta, di Antonino Allegra, vuol dire permettere ai tribunali di tutto il mondo libero di assolvere Valpreda in prima istanza, senza possibilità di appello per tutta la classe politica dirigente italiana, magistratura compresa.

L’autorità italiana non avrà il coraggio di agire contro di me

Quindi la magistratura Italiana, malgrado gli alti principii morali ai quali afferma di attenersi, non può chiedere la mia estradizione, e seguirà la seconda strada, l’unica possibilità che in realtà le si offre: ignorare che il ricercato Enrico Di Cola si trova in Svezia. Tale tattica si appoggia ad una prassi ormai collaudata.

Quando un ricercato chiede il diritto  di  asilo  politico, avanzando tale richiesta egli crea due precise situazioni:

a) la nazione che ha emesso il mandato di cattura evita di fare del chiasso sul ricercato per fare in modo che attorno alla sua figura non si crei un alone di notorietà che favorisca proprio ciò che non si desidera venga concesso: l’asilo politico.

Così agendo implicitamente invita la nazione alla quale la domanda di asilo è stata avanzata a seguire la stessa tattica, il silenzio, e nel silenzio permettere che la cosa venga messa a tacere. Dato che il diritto alla concessione a godere dell’asilo politico è una facoltà discrezionale riaffermante però l’assoluta indipendenza di giudizio di una nazione (il suo diritto politico ad esistere) meno interferenze vengono fatte, maggiormente tale diritto viene tacitamente riaffermato, e maggiori sono le probabilità che appunto per la mancanza di interferenze esterne lo asilo richiesto venga negato

Un precedente significativo

Proprio in Svezia, si è verificato il precedente dell’anarchico Sergio Ardau il quale nell’estate del 1970 aveva chiesto il diritto di asilo politico al governo svedese. Sei mesi dopo aver avanzato tale richiesta, gli anarchici italiani pretesero che Sergio Ardau ritornasse in Italia per deporre durante il processo che investigava sulle  cause  della morte di Giuseppe Pinelli.

Per screditare Sergio Ardau agli occhi del governo e del popolo svedese, la polizia e la magistratura italiane riuscirono a non accorgersi che Sergio Ardau si trattenne in Italia per il lungo periodo di sette giorni.

La tattica del silenzio era stata portata in tale caso alle sue estreme conseguenze, perche il magistrato che indagava sulla strage di Milano, alcuni mesi prima aveva fatto ricercare dalla  polizia,  proprio  l’anarchico Sergio Ardau;

b) la nazione che deve a sua volta concedere l’asilo, si trova quasi sempre nella tragica situazione di dover decidere senza avere  in  mano  gli  opportuni strumenti per poter valutare in pieno i fatti che hanno determinato la richiesta avanzata.

Nel caso in esame, per le istanze svedesi competenti, il ricercato Enrico Di Cola è un illustre sconosciuto.

Mi rendo conto per tanto, che poche speranze esistono teoricamente perché la richiesta da me avanzata venga accolta

Da un lato la magistratura italiana farà  il possibile per ignorare la mia presenza in Svezia, dall’altro lato il mio nome non dice nulla agli svedesi

Ma la mia richiesta di asilo non è mai stata la risultante di un caso strettamente personale. Io corro è vero il pericolo reale,  avallato  e  legalizzato da un mandato di cattura emesso dalla magistratura italiana di venire immediatamente incarcerato qualora venissi trasferito in Italia, ma malgrado questo il mio caso è soltanto la conseguenza di una situazione politica che opprime e colpisce non soltanto me, ma tutti indistintamente i cittadini italiani.

In Italia il fascismo è oggi una realtà

Nell’Italia attuale, il fascismo non è un possibile pericolo da paventare nel futuro. In Italia il fascismo è una realtà , oggi.

Lo dimostrano:

a) lo strapotere della polizia. Oltre duecentomila uomini in armi, pronti a soffocare, in qualsiasi  istante, con qualsiasi mezzo, uccidendo a colpi di mitra o scaraventando dalla finestra, ogni movimento di opinione. Operai, studenti, cattolici del dissenso, vengono giornalmente bastonati e privati del loro diritto costituzionale, politico ed umano non solo di dimostrare pacificamente  ma  persino di pensare liberamente;

b) l’esistenza, a ventisei anni dalla caduta dal fascismo di un codice di leggi creato dal fascismo, voluto dal  fascismo per permettere alla dittatura fascista di sovrapporsi al volere della popolazione. Contro l’abbattimento del codice di leggi fasciste, si sono ufficialmente dichiarati magistrati e persino la maggioranza del parlamento;

c) l’inesistenza di ogni legge o norma sociale che tuteli il lavoratore. Oltre dieci lavoratori muoiano giornalmente in Italia sui loro posti di lavoro, senza che nessuno si sia ancora azzardato a porre un fine a tali  assassini  legalizzati;

d) l’esistenza ufficiale e legalizzata di un partito fascista, il m.s.i.  che siede persino   in parlamento, partito con il cui appoggio, anche se non ufficialmente, è stato eletto l’ultimo presidente della repubblica italiana, l’uomo che dovrebbe rappresentare l’Italia nata dalla lotta antifascista;

e) la connivenza esistente a tutti i livelli, fra organizzazioni fasciste, magistrati poliziotti, e potere politico;

f) le dichiarazioni di alti ufficiali  dell’esercito, dichiarazioni con le quali si faceva sapere che se l’asse politico italiano dovesse spostarsi a sinistra, lo esercito si schiererebbe  a  destra.

La maggior parte di tali dati, sono documentati negli atti del processo istruttorio per la strage di Milano. E’ per tale motivo che io ho richiesto l’asilo politico in Svezia, per permettere cioè alla magistratura svedese e alla opinione pubblica svedese di documentarsi senza possibilità di errori sulla reale consistenza del fascismo italiano degli anni 70.

Il potere della magistratura

La magistratura italiana ha oggi il potere di far morire in carcere un innocente:  Pietro

Valpreda.

La magistratura italiana ha oggi il poter di rifiutarsi di ricercare i reali responsabili della strage di Milano.  La magistratura italiana ha oggi quindi anche il potere di ignorare la richiesta di asilo da me avanzata e di rifiutarsi quindi di richiedere la mia estradizione.

Ma la magistratura italiana ha il diritto di sapere che è mio dovere politico fare in modo che al di  fuori  dell’Italia  vengono conosciuti tutti i falsi, tutti i soprusi,  tutte  le violenze alle quali la magistratura e la polizia italiane hanno fatto ricorso per coprire i reali mandanti  della strage di Milano. Se la magistratura italiana non richiederà la mia estradizione, io personalmente, a mie spese, pubblicherò in Svezia gli atti del processo istruttorie per la strage di Milano.

Tengo a dichiarare che un gruppo di persone si è messo a disposizione per tradurre in svedese tutti gli atti di tale processo.

Stoccolma 10 gennaio 1972

Risposta n. 2 a Giacomo Pacini sulla figura di Valpreda ed il fatto che egli non avrebbe mai preso apertamente le distanze da Merlino – Dal blog dei fans del libro di Cucchiarelli un piccolo botta e risposta tra Pacini e Di Cola 22/12/2009

22 dicembre 2009

http://www.facebook.com/group.php?gid=111480141059

Giacomo Pacini

Conoscevo questa lettera. Ma conosco anche questo altro passo dei diari di Valpreda: “Che Merlino non abbia un passato limpido, che sia politicamente ambiguo, che sia stato un provocatore , tutti questi precedenti sono ormai ampiamente dimostrati, ma ciò non vuol dire che lo sia stato nel nostro caso, in seno al nostro gruppo, riguardo agli attentati del 12 dicembre. Non per quello, necessariamente questo. E’ una massima molto antica. Vuol dire chiaramente che ciò che si è commesso nel passato non si può arguire che lo si commetta necessariamente anche ora. Per cui non è che io difenda Merlino o una sua pretesa verginità morale; nego recisamente che al presente sia colpevole nei riguardi nostri di ciò di cui viene imputato dall’accusa”.

Comunque la mia domanda non riguardava tanto il 22 marzo, quanto, appunto, la singola figura di Valpreda ed il fatto che egli (che io sappia), non ha mai preso apertamente le distanze da Merlino. …

Tutto qui.

La mia risposta

Non ho mai letto il diario di Valpreda dal carcere e quindi non posso citarlo o verificare il contesto dei passi da esso estrapolati da lei esposti.

Mi sembra comunque logico legare la frase al contesto, cioè al processo all’epoca in corso. Lei dimentica che a livello giudiziario Valpreda e Merlino erano legati (solo ed esclusivamente a livello giudiziario però, sia ben chiaro) ad un unico destino. Le sue domande avrebbe dovuto rivolgerle a Valpreda quando era in vita (Pietro è sempre stato un uomo estremamente gentile e comunicativo).

Le cito però un passo tratto dal libro di Cucchiarelli (Pag 368) che mi sembra possa rispondere alle sue domande: “In carcere, Pietro Valpreda scrisse nel suo diario che «sapevamo, perchè lui stesso l’aveva detto, che Merlino era stato fascista, ma che frequentasse e tenesse ancora contatti con elementi fascisti i compagni ed io l’abbiamo saputo dopo l’arresto. Non abbiamo molto da vergognarci come anarchici, se c’è stata solo un’infiltrazione di alcuni elementi provocatori di destra e nessuna simbiosi o altro»”.

Vuol sapere se Valpreda ha mai preso le distanze da Merlino? Valpreda era un anarchico e Merlino era ed è rimasto un fascista e quindi la loro distanza è sempre stata abissale.

Vorrei farla io una domanda: Ho scritto due lettere per smentire affermazioni contenute nel libro di Cucchiarelli – che ha promesso una risposta che ad un mese di distanza ancora non è arrivata – e lei mi ha risposto ponendomi domande che nulla hanno a che fare con quanto da me scritto. Non le pare uno strano modo per cercare una verità?

Penso che lei abbia un pregiudizio sulla figura di Valpreda – e per uno studioso non sarebbe un bene – e vuole che io in qualche modo lo avvalori. Mi spiace per lei, ma se ho rotto un silenzio che durava da quasi 40 anni, è solo perchè non posso più tollerare che venga riscritta per l’ennesima volta la nostra storia e per rettificare una volta per tutte una serie di menzogne e leggende metropolitane che dal lontano 1969 ci perseguitano.