Archive for the ‘Foto’ Category

Cucchiarelli: Anche le foto parlano …di tarocco! a cura degli ex del 22 marzo

13 aprile 2011

Osservate questa foto tratta dal libro della controinformazione La Strage di Stato (pag 153 edizione  del  1970) e leggetene attentamente la didascalia.

da Strage di Stato pag 153

Roma, 28 novembre 1968: Pio D'Auria (il primo a sinistra) e Mario Merlino (in basso) alla manifestazione dei metalmeccanici

Ora guardiamo la seguente foto pubblicata a pag. 205 del libro di Paolo Cucchiarelli, “Il segreto di Piazza Fontana”.

Cucchiarelli pag 205

Foto 33. Pio D'Auria (a sinistra) con Mario Merlino (in basso con gli occhiali scuri), Nestore Crocesi (in alto a destra, con gli occhiali scuri) e altri camerati

Notato nulla? Si tratta della stessa foto, ma quella pubblicata da Cucchiarelli è stata leggermente ritagliata, e fin qui nulla di strano, ma, cosa ben più importante e grave, è stato cambiato il testo della didascalia.

Quindi la manifestazione dei metalmeccanici – vedi il testo sotto la foto originale – diviene (altrimenti come si potrebbe giustificare la presenza di tanti fasci?) un raduno di destra con una sfilza di amici di Merlino presenti.  E vi è pure uno scoop di mister Sherlock Cucchiarelli: l’identificazione di un terzo fascista, Nestore Crocesi, assieme a Merlino. Complimenti allora.

Peccato però per il nostro “Sherlocco l’investigatore sciocco”, che seduto a terra accanto a Merlino vi sia l’anarchico Emilio Bagnoli che – con la sua presenza -,  ci conferma l’occasione in cui è stata fatta la foto – quella della manifestazione dei metalmeccanici – seppure l’anno in cui fu scattata la foto sia sbagliato: si tratta del 1969 e non il 1968 come erroneamente riportato da Strage di Stato.  Anche noi nel nostro piccolo possiamo fare uno scoop: la foto fu scattata da un compagno del 22 marzo, Mino, che si trovava lì assieme ad altri compagni del circolo (non c’era stata una adesione del gruppo, ma solo individuale) .

Ma vi è qualcosa d’altro, nella disinvoltura di Cucchiarelli di manipolare i fatti o cambiare a proprio piacimento la realtà, che vogliamo porre alla vostra attenzione.

Se confrontiamo la foto (pag 195 foto a sinistra) di Nestore Crocesi, riportata da Cucchiarelli,

Nestore Crocesi

Nestore Crocesi

con quella del ragazzo (in alto a destra, con gli occhiali scuri) nelle foto più sopra riportate

giovane studente

appare evidente non solo la poca somiglianza  – ovale del viso, capelli, pettinatura, collo, naso… –  ma anche la differenza di età tra le due persone (le due foto sono state scattate nello stesso anno).  Si trattava infatti di un gruppo di studenti medi che aveva aderito alla manifestazione.

Rimane solo da capire se Cucchiarelli abbia voluto manipolare la foto per suo estro, o su suggerimento di qualche suo amico fascista e… “fonte sicura” .

Comunque bisogna ammettere che con Cucchiarelli non mancano mai i colpi di scena, è come partecipare ad  un gigantesco  “trova l’errore” della settimana enigmistica. Alla prossima allora.

indice generale

18 febbraio 2011

In questo Blog stiamo cercando di riportare alla luce la nostra storia, la nostra verità. Gran parte del nostro lavoro è rivolto a smantellare falsità o manipolazioni di giornalisti e autori  di destra o presunti “democratici” che vorrebbero riscrivere la storia in maniera revisionistica per addossarci colpe che non abbiamo e che addirittura sentenze definitive della magistratura hanno ufficialmente escluso.

Purtroppo – anche se in buona fede e senza volerlo – alcuni anarchici hanno contribuito con i loro scritti o le loro dichiarazioni a dare respiro politico a questa opera di disinformazione che cerca di accreditarsi come “storiografica”.

Poichè siamo nell’epoca dell’internet e tali articoli o dichiarazioni circolano in rete e possono essere ripresi e rilanciati in ogni parte del mondo, è evidente che non possiamo lasciare queste dichiarazioni e affermazioni senza una nostra risposta. Anche se questa viene a distanza di anni.

Gli “ex” aderenti ai Circoli 22 Marzo e Bakunin

Invitiamo i compagni che ebbero contatti o lavorarono con noi nel lontano ’69 a contattarci per aiutarci a ricostruire la storia di quella nostra breve esperienza politica.

NOTA:

Questo Blog non segue una linea retta nel suo percorso informativo ma è basato sul materiale che siamo riusciti a trovare in un determinato momento e che pensiamo possa dare una risposta circostanziata e documentata – oltre che quella di testimonianza diretta – su un determinato argomento.

I bottoni di “archivio”, “categoria” e “cerca” che si trovano sulla destra dello schermo permettono di accedere a tutto il materiale fino ad oggi pubblicato. Per semplificare ulteriormente la ricerca inseriremo qui sotto un indice per gli argomenti principali.

Recensioni al libro di Cucchiarelli “Il segreto di piazza Fontana


12 giugno 2009 IL SEGRETO DI PIAZZA FONTANA – approfondimento bibliografico di Aldo Giannuli

“Il segreto di Piazza Fontana” e il dibattito sul doppio stato: un intervento di Fabio Cuzzola, insegnante di italiano e latino nei licei

19 giugno 2009 Un’occasione persa. “Il segreto di Piazza Fontana” di Paolo Cucchiarelli di Francesco “baro” Barilli e Saverio Ferrari

Osservatorio democratico 10 febbraio 2010 – Cucchiarelli replica attraverso Facebook alla nostra nota – Gli rispondiamo punto per punto Saverio Ferrari

A rivista anarchica anno 39 n. 346 estate 2009 – Pinelli “vittima due volte” ma Valpreda bombarolo di Luciano Lanza

Giornali


5 maggio 2005 Un’altra bomba a piazza Fontana. I familiari delle vittime condannati a pagare le spese processuali di Barbara Fois

rivista anarchica anno 32 n284 ottobre 2002 ricordando Pietro Valpreda Ciao Peder! di Paolo Finzi

A Rivista Anarchica n. 9 1972 – Parla l’ultimo latitante Intervista con Enrico Di Cola

A rivista anarchica n.10 1972 – Di Cola sfida Occorsio

Paese Sera venerdì 9 gennaio 1970 – Fu Di Cola a orientare le indagini della polizia? (della serie: giornalisti e veline della Questura)

Umanita Nova 22 gennaio 1972 Lo Stato italiano accusato di strage. Enrico Di Cola dalla Svezia sfida la magistratura a chiedere la sua estradizione

Umanità Nova 27 novembre 1971 L’imputato Enrico Di Cola spiega i motivi della sua latitanza e accusa per la strage l’apparato statale

L’Europeo 13 aprile 1972 La mia fuga dall’Italia Enrico Di Cola Il primo cittadino italiano che ha ottenuto «asilo politico» in Svezia – di Sandro Ottolenghi

I nostri commenti


Quando la memoria tradisce – Risposta all’articolo di Paolo Finzi scritto per la morte di Pietro Valpreda (29/12/2010)

Commento n. 4 – La nostra risposta alle diffamatorie affermazioni del libro “Il segreto di Piazza Fontana” di Paolo Cucchiarelli sul compagno Enrico Di Cola

Commento n. 3 alle “verità” di Paolo Cucchiarelli. Sulla presunta stupidità degli anarchici e la ancor più presunta presenza di fascisti assieme a Valpreda al Congresso di Carrara del 1968 di Fabio Cuzzola (31 marzo 2010)

Commento n 2 Sulle “verità” del libro Il segreto di Piazza Fontana di Paolo Cucchiarelli – Ancora sulla presunta presenza di individui eterogenei di dubbia natura nel circolo 22 marzo

Commento n. 1 – Sulle “verità” del libro Il segreto di Piazza Fontana di Paolo Cucchiarelli – Sui presunti infiltrati nel circolo romano mai identificati. 27 novembre 2009

Risposta n. 2 a Giacomo Pacini sulla figura di Valpreda ed il fatto che egli non avrebbe mai preso apertamente le distanze da Merlino – Dal blog dei fans del libro di Cucchiarelli un piccolo botta e risposta tra Pacini e Di Cola 22/12/2009

Risposta n. 1 a Giacomo Pacini sulla figura di Valpreda ed il fatto che egli non avrebbe mai preso apertamente le distanze da Merlino – Dal blog dei fans del libro di Cucchiarelli un piccolo botta e risposta tra Pacini e Di Cola 22 novembre 2009

Della serie… il Cucchiarelli furioso – Dal blog dei fans del libro di Cucchiarelli un piccolo botta e risposta tra l’autore del libro e Enrico Di Cola 26 febbraio 2010

Falso d’annata, ovvero come ti riscrivo la storia. “Non sono una spia” La FALSA intervista a Enrico Di Cola del giornalista Cesare Tocci de “Il Giornale d’Italia” del 16/17 giugno 1970

Circolo 22 marzo


Messaggero 7 Dicembre 2009 – «non intendiamo essere associati a una strage di stato» la protesta dell’anarchico Roberto Gargamelli contro il libro di Paolo Cucchiarelli

9 luglio 2009 Lettera aperta di Enrico Di Cola (letta il 9 luglio 2009 da Roberto Gargamelli al Circolo anarchico Ponte della Ghisolfa Nell’anniversario della morte di Pietro Valpreda)

libertaria anno 11 n 4 2009 Due del 22 marzo Parlano Roberto Gargamelli e Roberto Mander. Nel 1969 erano militanti del circolo romano di via del Governo vecchio – di Giulio D’Errico, Martino Iniziato, Fabio Vercilli e Matteo Villa

Umanità Nova 14-12-1997 – Frammenti di memoria romana. Intervista a Emilio Bagnoli e Roberto Mander, a cura di Enrico Ranieri

Umanità Nuova 29 Giugno 1997 – Strage di Stato e dintorni. Una testimonianza sul movimento anarchico a Roma all’epoca della Strage di Stato. Nostra intervista a Raniero Coari

Le vie del vento o le rivoluzioni sognate Cronache dalla Calabria 1968-1973 di Gaetano Luciano (sulla latitanza in Calabria di Enrico Di Cola)

Ciao 2001 n.43 del 19 novembre 1969 – Intervista/Documento collettivo prodotto dal circolo 22 marzo

 

Anarchici romani


Bollettino Archivio Pinelli n 12 – Aldo Rossi e Anna Pietroni

Bollettino Archivio Pinelli n 12 – Roma, 1974. Funerale di Aldo Rossi e Anna Pietroni

Pietro Valpreda


Pietro Valpreda, anarchico a Milano – Ancora su Valpreda e presunti rapporti con i fascisti, prima della nascita del circolo 22 marzo a Roma – Tratto da: Valpreda, processo al processo, di Marco Fini e Andrea Barbieri, Feltrinelli febbraio 1972

Pietro Valpreda, testimonianza di un compagno – da Il silenzio di Stato, a cura di Padova Comitato di Documentazione antifascista, Sapere Edizioni

14 Aprile 1970 Carcere di Regina Coeli Testo della lettera inviata da Pietro Valpreda alla Redazione di “Umanità Nova”

Pino Pinelli

Manifesto 12 dicembre 2009 – 40 anni fa la strage di Piazza Fontana. Parla Pasquale Valitutti.

28 novembre 2009 – da Republica – I 40 anni di dolore della vedova Pinelli “Non smetterò mai di cercare la verità”

6 febbraio 2009 Lello Valitutti Il testimone de “La notte che Pinelli”

Anarchici Reggio Calabria


A rivista anarchica N 274 estate 2001 Cinque anarchici del sud

FOTO:

Stiamo cercando di contattare (e dare un nome) ai compagni che giravano intorno ai circoli romani. Aiutateci se potete.

 

1969 Roma, sciopero della fame (25 sett. – 2 ott.) Amerigo Mattozzi “er mandrillo”, Pietro Valpreda, Leonardo Claps, “Mino” Cosimo Caramia

1969 Roma, sciopero della fame (25 sett. – 2 ott.) Giorgio Spanò, Enrico Di Cola, Pietro Valpreda, Leonardo Claps, Roberto Gargamelli, Francesco “Fefè” Montanari

Ciao 2001 n.43 del 19 novembre 1969 – Intervista/Documento collettivo prodotto dal circolo 22 marzo

22 febbraio 2010

Ciao 2001 n 43 del 19 novembre 1969

Intervista al circolo 22 marzo

“Né dio, né stato, né servi, né padroni” questo il programma degli anarchici aderenti al gruppo “22 Marzo”. Sono giovani che di solito sfuggono l’obiettivo dei fotografi e che non si lasciano mai intervistare per non correre il rischio di essere male interpretati. A “Ciao 2001” sono venuti volentieri perché hanno capito che siamo un giornale indipendente, pronto ad ospitare qualsiasi idea, basta che venga dai giovani.

foto circolo 22 marzo (interno locale via Governo Vecchi 22)

foto membri del futuro circolo "22 marzo" (scattata nei locali del circolo "Bakunin", di via Baccina 35)

Continuando la serie di servizi sui gruppi giovanili del dissenso italiano, vi proponiamo questa settimana gli Anarchici aderenti al “22 Marzo”. Partendo dalle istanze di Proudon e Bakunin, confortate dalle esperienze delle odierne lotte, questi giovani propongono una rivoluzione sociale che determini nell’uomo la formazione di una coscienza individuale e collettiva regolata dalla più assoluta libertà. In queste ultime settimane degli anarchici si è parlato molto, sia per lo sciopero della fame attuato a Roma, davanti al Palazzo di Giustizia, sia per alcuni attentati che sono stati a loro attribuiti. Per questo motivo, nell’intento di fare un po’ di luce sull’argomento, abiamo radunato in redazione alcuni di loro.

*****

Roma, novembre

E’ vero che voi avete nei vostri magazzini armi ed esplosivo per portare a termine atti terroristici contro le istituzioni?

No. Il nostro gruppo non ha mai avuto né sedi né depositi. La nostra azione si è svolta e si svolge solo ed esclusivamente in piazza e tra il popolo.

Quali sono le vostre idee?

Noi vogliamo abolire la dominazione e lo sfruttamento dell’uomo sull’uomo, vogliamo che gli uomini, uniti da una solidarietà cosciente e voluta, cooperino tutti volontariamente al benessere comune; vogliamo che la società sia costituita allo scopo di fornire a tutti gli esseri umani il massimo benessere possibile, il massimo sviluppo morale e materiale; la massima felicità individuale e immaginativa.

Vogliamo per tutti pane, libertà, amore e scienza. Ci battiamo per una società veramente senza classi, che integri il lavoro manuale con quello intellettuale.

Per il raggiungimento di questi scopi, sentiamo l’esigenza di una rivoluzione sociale che miri alla formazione nell’uomo, d’una coscienza individuale e collettiva, cioè determini l’autogestione della società da parte del popolo, mediante il rovesciamento di ogni forma di potere e autorità. Né dio, né stato, né servi, né padroni. Per questo ci battiamo.

Quando è nato il gruppo 22 marzo?

Prima di costituirci in gruppo operavamo già individualmente come rivoluzionari militanti e come anarchici inseriti nei vari movimenti di contestazione giovanile. La nostra matrice ideologica si rifà all’anarchismo, da Proudon a Bakunin; è necessario però un aggiornamento per comprendere la società odierna e il nemico che bisogna combattere. Bisogna tenere presente le ultime lotte che hanno investito i paesi a capitalismo avanzato, per comprendere la realtà che ci circonda, e bisogna considerare i metodi che hanno contraddistinto queste lotte: metodi spesso, anzi sempre, spregiudicati, «sleali»; per tutti potrebbe essere valida la definizione di «azione esemplare», azione cioè che, anche partendo da un limitato gruppo di individui, riesce a coinvolgere il massimo numero di persone, e che, nello stesso momento in cui viene fatta, da se stessa è superata, perché indica a tutti quelli che vi hanno preso parte un altro obiettivo da colpire, un’altra azione esemplare da compiere che riesca a coinvolgere un numero sempre maggiore d’individui. In questo senso nasce e si sviluppa il «22 Marzo»; accettando la prassi degli «arrabbiati» di Nanterre.

Da dove derivate le vostre teorie?

La teoria nasce dall’azione e non viceversa; dalla dinamica quotidiana della lotta del popolo, che vive e si organizza da sé, giorno per giorno, nasce l’unica valida teoria rivoluzionaria, accettata da tutti perché elaborata da tutti.

E questa è una teoria che esclude il «teorico da tavolino», il dirigente con «la linea politica in tasca», il «sincero rivoluzionario» reso invincibile dal pensiero e dall’azione di altri; che esclude qualsiasi autorità, dottrina, dogma, che smaschera in continuazione tutte le tendenze borghesi, autoritarie e chiesastiche in chiunque (noi compresi).

Come agite?

Il nostro gruppo si è mosso come base e mai autodefinendosi «avanguardia rivoluzionaria» sia nelle fabbriche, stimolando la libera discussione tra gli operai (solo in questo modo possono sorgere strutture capaci di contrapporsi efficacemente  ai padroni), sia tra gli studenti, portando il discorso dei comitati di lotta, capaci di superare nelle loro azioni e discussioni la divisione tra studenti ed operai; sia nei comitati di quartiere sia nei comitati-inquilini per estendere la lotta, gestita dal popolo stesso, nell’ambito cittadino.

Tutto questo, tenendo presente la reale volontà d’autogestirsi delle masse, in una visione dinamica del socialismo libertario, volontà che ha avuto le sue valide esperienze storiche, boicottate o distrutte dalla reazione autoritaria di destra o di sedicente sinistra: dalla Comune di Parigi ai consigli operai del 1919-1920 in Italia, dai Soviet in Russia alla socializzazione della Catalogna nel 1936, dalla comune dei cittadini e dei marinai di Kronstad al movimento ucraino della macknovicina, alle libere comuni agricole dell’Andalusia, fino alla autogestione in Francia di alcune fabbriche e quartieri durante il periodo Maggio-Giugno 1968.

Qual è la vostra organizzazione?

Ogni gruppo deve avere la più ampia libertà d’azione e di pensiero in seno al movimento rivoluzionario, pur tenendo presente una comune tematica.

I gruppi di affinità, di intervento, di studio e di lavoro, si uniscono alla base tra di loro, per poi formare, in uno stadio più avanzato, le federazioni locali o provinciali ecc. Questo, beninteso, avviene per un semplice scambio di informazioni e con la massima «deburocratizzazione»  possibile. Per quanto riguarda la vera organizzazione rivoluzionaria, potremmo descrivere il modello e il funzionamento nei minimi dettagli solo nel momento in cui le masse l’avranno realizzata.  Purché non leda la libertà e il lavoro degli altri, il gruppo può svolgere la sua attività nella più completa autonomia.

Nessun ordine o direttiva può venire dall’alto mistificandosi dietro la volontà del popolo: niente strutture verticali; è solo la base e i singoli individui che sulle proprie esperienze, decidono il campo di intervento.

Nessuno subisce il volere ed il potere della maggioranza; le minoranze o i singoli gruppi possono esprimersi in piena autonomia e libertà scegliendosi la propria linea di condotta.

Solo così ogni individuo e gruppo esprime autenticamente se stesso in una dinamica che va dal tema economico al tema sessuale, senza paura da parte di sedicenti funzionari partitici che intendono sempre interpretare, parlare ed agire in nome degli altri.

Pensate che una società libertaria possa portare al conseguimento della felicità da parte dell’uomo?

In senso libertario, il concetto di felicità presuppone la fine dell’alienazione e dell’angoscia esistenziale, ciò che in termini di struttura socio-economica equivale alla fine del potere dell’uomo sull’uomo.

Non bisogna d’altra parte pensare che la felicità possa essere un’acquisizione di tipo meramente biologico e naturistico, poiché in tal caso non di felicità si tratterebbe, bensì di evasione nella sfera degli istinti e della natura semplicemente animale dell’uomo. In altri termini, un concetto moderno di felicità, non può eludere l’altro concetto, quello di coscienza, di coscienza della felicità. Si tratta cioè di rimanere, per modificarlo profondamente e strutturalmente, nell’ambito della civiltà e della cultura scientifica della specie umana.

La felicità è soprattutto la conquista dell’autonomia di tale coscienza: autonomia critica, etica, esistenziale. Eliminando gli ostacoli che si frappongono alla conquista dell’autocoscienza, l’individuo ritrova nel proprio simile, non più il despota o l’oggetto di sfruttamento, bensì un partner con cui istituire un’area di colloquio e di comunicazione umana, non più distorta e mistificata dalla persuasione occulta delle convenzioni e dei mass media, ma congeniale e libera per gli individui e la comunità.

La felicità non può essere un dono elargito alle masse, come certuni pretendono; non può essere una conquista cieca e mitica, dietro i simboli del nuovo autoritarismo o di un diverso ma sostanzialmente antico fideismo. Non basta infatti sostituire i simboli della «felicità» della società dei consumi, con i simboli della «felicità» futura promessa dal Maotsetungpensiero, non basta una bandiera o un credo assoluto per realizzare in terra quella felicità, quel paradiso, che altre religioni trasferiscono nelle sfere celesti.

Tuttavia, la felicità non è nemmeno l’affermazione egoistica della biologia, istintuale tensione verso il piacere. La felicità nasce da una gestazione e da una presa di coscienza e può essere una felicità dolorosa, e cioè profondamente umana. Noi non respingiamo il dolore che proviene dall’accertamento della verità; non respingiamo la dialettica, per limitarci ai dogmi e alle inutili «certezze» di coloro che sanno già tutto e ritengono di essere felici, di poter così elargire tale felicità dottrinaria al popolo diseredato.

La felicità è riconquista della natura umana, sottratta all’ambiguità e all’astuzia intellettuale, alla corruzione etica e colta; è libertà dei rapporti umani e sociali, al di là non solo delle convenzioni ma anche come responsabilità nei confronti della specie. Non è l’accettazione supina del costume delle classi in decadenza, ma la costruzione di un modo di essere diverso, che non sia compiacimento cerebrale verso il piacere, ma senso nuovo che si rivela all’uomo e di cui prende coscienza assieme agli altri problemi.

La morale borghese collega il problema della felicità al problema del potere e del successo: si è felici se si può esserlo; l’anarchismo capovolge i termini del problema: la questione della felicità umana non è più qualcosa che presupponga necessariamente vinti e vincitori, vittime e carnefici, oppressi e despoti, non è più qualcosa che riguardi il potere e la ricchezza, bensì la libertà diventa autocoscienza, per la quale i rapporti individuali (tra uomo e donna, per esempio) divengono realmente nuovi, basati su ciò che è di reciproco interesse, e non sono più basati sulla disuguaglianza, sulla forza, sul denaro.

Per concludere, il concetto libertario di felicità è un concetto aperto, disponibile cioè all’evoluzione dei rapporti umani, sulla base delle reali esigenze dell’uomo storico che non è il cavernicolo dell’età della pietra o il felice autoctono dell’Amazzonia ma l’essere che conosciamo e che si è formato nel corso della storia della civiltà e della cultura: un tipo di felicità, dunque, che è a un tempo biologica, culturale e scientifica.

A rivista anarchica N 274 estate 2001 Cinque anarchici del sud

1 dicembre 2009

A rivista anarchica N 274 estate 2001

Cinque anarchici del sud

Massimo Ortalli

Cuzzola Fabio, Cinque anarchici del sud. Una storia negata, Edizioni Città del Sole, p. 128, L. 12.000

Capita, a volte, che proprio dall’esterno dell’ambiente anarchico ci giungano inaspettate testimonianze di come la storia del nostro movimento si sia intersecata, indissolubilmente, con quella di un paese tormentato e difficile come l’Italia. Oggi è un giovane giornalista reggino, Fabio Cuzzola, obiettore di coscienza, attivo esponente dello scoutismo cattolico che è riuscito a ricostruire con una dedizione commossa una delle vicende più tragiche e misconosciute della storia recente dell’anarchismo (Fabio Cuzzola, Cinque anarchici del sud. Una storia negata, 2001, Città del Sole Edizioni, pagg. 126, 12.000 lire, Via Ravagnese Superiore 60, 89067 Ravagnese, meserv@libero.it).

Proponendosi di far riemergere una cronaca altrimenti destinata ad essere dimenticata, l’autore ha anche voluto raccontare i momenti della breve vita e della drammatica morte di cinque compagni, dei cinque anarchici che nei “lontanissimi” anni settanta furono fra le vittime di una ragion di stato criminale, che contrastava con stragi efferate e micidiali attentati il procedere di una stagione di lotte, e di sogni, ormai irripetibile. Grazie al suo paziente lavoro di ricerca di documenti ignorati o sepolti, Cuzzola è riuscito a rendere drammaticamente decifrabile una vicenda dai contorni enigmatici, e al tempo stesso a restituire la specificità di vite vissute che furono, nella loro dimensione collettiva, il tratto di un’intera generazione di ribelli.

La sera del 26 settembre 1970 cinque giovani anarchici, Gianni Aricò, Angelo Casile e Franco Scordo di Reggio Calabria, Luigi Lo Celso di Cosenza ed Annalise Borth, la giovanissima moglie tedesca di Aricò, trovano la morte in un drammatico incidente nel tratto autostradale fra Ferentino ed Anagni, alle porte di Roma. Come risulterà dalle indagini della polizia, l’incidente è causato dall’improvvisa manovra di un camion che taglia la strada alla Mini Minor dei compagni in corsia di sorpasso, manovra che nella sua dinamica non riesce a trovare alcuna logica spiegazione. Nonostante le evidenti stranezze e incongruenze subito rilevate dalla Stradale e la drammaticità di un incidente che vede morire sul colpo ben quattro persone (“Muki” Borth morirà in un ospedale romano dopo venti giorni di coma profondo), le indagini vengono prontamente insabbiate per poi essere archiviate nella comoda casella della tragica fatalità. Il camion è guidato da due dipendenti del principe nero Junio Valerio Borghese, il fascista al centro di tutte le trame nere di quegli anni.

Qualche mese prima, il 22 luglio dello stesso anno, nei pressi della stazione di Gioia Tauro, la Freccia del Sud deraglia causando sei morti e più di un centinaio di feriti. Anche in questo caso le indagini arrivano a una rapida conclusione: il disastro è avvenuto a causa della colposa negligenza dei macchinisti del treno. È da poco più di una settimana che nella vicina Reggio Calabria è scoppiata la rivolta, ampiamente strumentalizzata dai settori più reazionari della società, che rivendica il ruolo di Reggio come capoluogo. Saranno mesi contrassegnati da continue violenze di piazza, che vedono tutte le componenti del neofascismo italiano impegnate a soffiare sul fuoco di questa improvvisa jacquerie, dove le giuste istanze di un proletariato meridionale sempre più emarginato si saldano con le finalità eversive di ampi settori dello stato.

È all’interno di questi due drammi che si svolge la storia dei nostri compagni. Infatti Aricò, Casile e Scordo, assidui militanti del gruppo anarchico reggino, subito dopo il deragliamento si attivano in un’attività di controinformazione – come si usava definire allora il lavoro di indagine sulle verità nascoste dal potere – che li porta ben presto a raccogliere prove consistenti sulla diretta responsabilità nell’incidente del neofascismo locale. Che quindi non è più un incidente, ma uno dei numerosi attentati di marca stragista che stanno insanguinando l’intero paese. Ed è per portare queste prove, che non verranno mai più ritrovate, che partono per Roma, dove hanno appuntamento con i compagni di “Umanità Nova” e con l’avvocato De Giovanni. Un appuntamento al quale non riusciranno mai ad arrivare.

Sono anni eccezionali quelli, e formidabili, come li ha definiti, non credo a torto, uno dei più celebrati protagonisti dell’epoca. Sono anni tremendi e meravigliosi, anni nei quali un movimento di massa torna a dare l’assalto al cielo portando dentro di sé i possibili germi della liberazione collettiva, anni nei quali lo scontro sociale assume sempre più i caratteri di una vera e propria guerra di classe. Ma sono anche gli anni delle stragi e delle trame di stato, gli anni in cui il potere, inferocito e incarognito dall’attacco di un movimento di massa che nelle fabbriche, nelle campagne e nelle scuole ne mette in discussione i postulati, reagisce con gli strumenti del terrore e dell’omicidio pur di salvaguardare la propria esistenza. Sordide trame di stato manovrate dai servizi segreti, generali vigliacchi e felloni affiancati da una massa di manovra fascista che è riduttivo definire come semplice manovalanza: questi sono gli strumenti con i quali un potere assediato cerca di contrastare la gioiosa vitalità di un’intera generazione.

Ed è di quegli anni, di quei sogni e di quelle lotte, non solo della tragica morte dei cinque giovani, che ci parla questo libro. Per chi ha vissuto quel periodo è chiaro come l’autore allora non fosse ancora nato e come tutte le fonti a cui ha attinto siano documenti d’archivio o testimonianze e racconti indiretti. Eppure il suo bisogno di comprendere, per ricostruirlo, l’ambiente nel quale si muovevano i nostri protagonisti, è riuscito a concretizzarsi in un affresco di rara sensibilità. Pur nelle inesattezze che qua e là affiorano, soprattutto quando vengono affrontate alcune specificità del movimento anarchico – ininfluenti del resto rispetto al quadro complessivo con cui viene descritta la quotidianità di quegli anni – penso che il merito maggiore dell’opera di Cuzzola sia quello di essere riuscito a illustrare come, finanche l’attività di un gruppetto di giovanissimi anarchici di una città tutto sommato periferica, potesse interagire con i maggiori avvenimenti nazionali, inserendosi perfettamente all’interno di un insieme di fatti ed azioni che riguardavano il destino dell’intero paese. Del resto questa capacità di comunicazione, che oggi può sembrare impossibile, era allora patrimonio di un’intera generazione di giovani, anarchici, marxisti, capelloni, beatniks, contestatori, comunisti, operai massa, cinesi e quant’altro che, partendo dalle capitali del nord industriale per arrivare alle più piccole realtà dell’enorme provincia italiana, riscrivevano le regole di una società ingessata e paralizzata da trent’anni di dominio clericale e conservatore. Tutto il paese era un’immensa periferia che circondava il nord industriale e i centri del potere, un’immensa periferia che apportava, con la vivacità e la freschezza tipiche delle periferie, il proprio contributo essenziale nell’attacco al cielo partito dalle grandi metropoli.

Ma quelli sono anche gli anni del terrorismo nero, delle stragi di stato, dei servizi deviati e delle mene di un potere arroccato su posizioni di pura reazione. Un potere che, con la complicità di uno schieramento politico di cui i fascisti sono solo la punta, cerca a tutti i costi di bloccare gli assalti cui è sottoposto. E proprio Reggio Calabria, la città di Aricò, Casile e Scordo, diventa il principale laboratorio dell’eversione. È una rivolta popolare che scandisce con i suoi tempi e le sue vergogne l’intera estate del 1970 e che vede gli anarchici e gli extraparlamentari del luogo cercare di sottrarre alle sirene del fascismo la rabbia di una città tradita ed espropriata.

Le pagine di Cuzzola raccontano quanto fosse dura la vita quotidiana di questi compagni in un ambiente così inquinato, e come fosse coraggioso il loro modo di vivere, di provocare, di contestare le convenzioni e lottare in una città già difficile di suo e ora in preda ai furori di una rivolta egemonizzata dagli scherani di Ciccio Franco. Ma le loro conquiste personali, le loro rotture con l’ambiente, le loro scoperte, i viaggi, le amicizie profonde, la rimozione di un vissuto soffocante e conservatore, li avevano portati su una strada dalla quale era impensabile fare dietro-front. E che hanno percorso, per dirla con le belle parole della prefazione di Tonino Perna, con la determinazione “di chi, malgrado le minacce, le intimidazioni, è andato avanti, senza paura, perché credeva nel valore supremo del solo tribunale esistente: la propria coscienza. Di chi credeva che la coerenza non sia solo una virtù, ma la prova del fuoco della validità, concretezza e serietà di un ideale”.

Ho sentito da poco Placido La Torre di Messina, il compagno avvocato che tante volte si trovò ad assistere gratuitamente i giovani meridionali, anarchici ma non solo, che regolarmente cadevano sotto le grinfie della “legge”. Conobbe e frequentò a lungo i giovani reggini, e ancora oggi dopo tanti anni si commuove al ricordo di quelle giovani vite così prematuramente perse. Anche lui, con calore e affetto immutato mi ha ricordato il loro entusiasmo, la loro voglia di lottare contro tutte le ingiustizie, la loro determinazione nel far coincidere l’impegno politico con le convinzioni morali. Sono passati più di trent’anni da quella notte in autostrada, ma il loro ricordo – grazie soprattutto a questo libro – non sbiadirà più.

Angelo Casile Gianni Aricò Luigi Lo Celso Annelise Borth Francesco Scordo

P.S. Alcuni anni fa, nel 1993, nel corso di un processo in Calabria, un pentito di mafia ha raccontato che il deragliamento della Freccia del Sud non fu un incidente ma un attentato commesso da affiliati della ‘ndrangheta e commissionato dal “Comitato d’azione per il Capoluogo”. In seguito a queste dichiarazioni, suffragate da numerosi riscontri, oggi è in corso un processo a Reggio Calabria

1969 Roma, sciopero della fame (25 sett. – 2 ott.) Amerigo Mattozzi, Pietro Valpreda, Leonardo Claps, “Mino” Cosimo Caramia e Sebastiano Messina

29 novembre 2009

1969 Roma, Sciopero della fame (25 sett. – 2 ott.)

1969 sciopero fame anarchici a Roma

1969 sciopero fame anarchici a Roma

Nella foto, da sinistra a destra: Amerigo Mattozzi (er mandrillo), Pietro Valpreda, Leonardo Claps (Stive), Cosimo Caramia (Mino), e Sebastiano Messina

Stiamo cercando di contattare (e dare un nome) ai compagni che giravano intorno ai circoli romani. Aiutateci se potete.

1969 Roma, sciopero della fame (25 sett. – 2 ott.) Giorgio Spanò, Enrico Di Cola, Pietro Valpreda, Leonardo Claps, Roberto Gargamelli, Francesco “Fefè” Montanari e Paolo De Medio

29 novembre 2009

1969 Roma, sciopero della fame (25 sett. – 2 ott.)

Se qualcuno ricorda i nomi mancanti ci contatti, grazie

1969 Roma sciopero fame anarchici

1969 Roma sciopero fame anarchici

in basso da sinistra a destra: Giorgio Spanò, Enrico Di Cola, Pietro Valpreda, Leonardo Claps, Roberto Gargamelli,
in alto a sinistra: “Fefè” Francesco Montanari, e Paolo De Medio