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Umanità Nova 2 ottobre 1971 – Giuseppe Pinelli è stato assassinato – di Vincenzo Nardella

24 Mag 2011

Il nuovo risvolto del così detto «caso Pinelli», ha avuto l’approvazione quasi incondizionata di larghi ceti della popolazione italiana. Grosso modo era proprio questo lo scopo al quale tendeva, con nuova mossa giudiziaria certa parte di magistratura.

Gli antefatti sono noti, ma vale la pena di rielencarli.

Il 27 dicembre 1969, Umanità Nova smentiva la versione ufficiale che voleva far credere al suicidio di Pinelli.

Nè polizia, nè magistratu­ra, si sono mai sognati di rispondere ad Uma­nità Nova.

Il 31 gennaio 1970, Lotta Continua pubblica­va la sua prima vignet­ta con Calabresi in ver­sione di assassino. Do­vevano passare otto me­si prima che Calabresi visto di volta in vol­ta come uccisore di vec­chietti nei tram, di alle­natore di paracadutisti da lanciare dalle fine­stre, di precoce assassi­no di bambole nella sua lontana infanzia, — si rendesse conto che l’uni­ca strada che la legge borghese gli offrisse per rispondere agli attacchi dei periodici di sinistra, era purtroppo ricorrere all’aiuto della giustizia borghese. Anche se ne a­vesse avuto l’autorizzazione, erano infatti di­ventati decisamente trop­pi i compagni che ave­vano acquisito il diritto ad essere suicidati come Pinelli.

Il 29 febbraio 1970 nell’’aula della corte di as­sise di Milano nella qua­le si sta celebrando il processo contro il compa­gno di sinistra Pier Giorgio Bellocchio, viene cantata la «Ballata di Pinelli». La polizia servendosi dei suoi ar­chivi politici, identifica e denuncia ventisette com­pagni. Il processo si svolge per direttissima e la magistratura si vede costretta ad assolvere gli accusati dichiarando implicitamente, nella sua sentenza, che era per­messo e perfettamen­te legale dare dell’assas­sino a Calabresi, e ciò per evitare che in una causa contro i 27 compa­gni il Calabresi fosse co­stretto a salire sul banco degli accusati e correre il rischio di venire ufficialmente riconosciu­to, anche da un tribu­nale borghese, come lo assassino di Pinelli.

Il 4 aprile 1970, L’A­vanti avanza l’ipotesi che Pinelli sia stato ucciso da un colpo di karatè. Negli ambienti della ma­gistratura, della polizia, e dei vari ministeri in­teressati, regna il silen­zio più assoluto, silenzio che fino ad ora non ha mai subito una sola pausa.

Il 7 giugno 1971, la prima sezione penale della corte di appello di Milano, accetta la ricusazione del giudice Biotti richiesta dalla difesa di Calabresi. La ricusazione ottiene un unico scopo: evitare la riesumazione della salma di Giuseppe Pinelli ed affossare così ogni tenta­tivo di procedimento contro Calabresi.

Il 24 giugno 1971, Licia Pinelli presenta denuncia contro tutti i poliziotti mi­lanesi presenti nella famosa stanza al quarto piano della questura mi­lanese nella nottedal 15 al 16 dicembre. La de­nuncia è per « assassi­nio volontario».

Il procuratore genera­le della repubblica di Mi­lano, Bianchi d’Espinosa, infrangendo una prassi che risale ai tempi um­bertini, riceve di perso­na Licia Pinelli e la stampa borghese può lanciarsi nelle descrizio­ni sdolcinate del «buon giudice» il quale ascol­ta la sconsolata vedova. Sembra di assistere alle udienze che il vescovo di Roma o Saragat conce­dono ai terremotati della Valle del Belice promet­tendo loro dei miracoli che nessuno si è mai sognato di program­mare.

Ai primi di agosto Bianchi d’Espinosa va in ferie, ed il 24 agosto la procura generale della repubblica di Milano, no­tifica a Calabresi la pos­sibilità che contro di lui venga elevata l’accusa di omicidio colposo. In parole povere a Cala­bresi si fa colpa di aver permesso che Pinelli si suicidasse. Del pericolo che anche Allegra ven­ga incriminato, è meglio non parlarne. Allegra in­fatti, corre il rischio di venir incriminato per a­ver fermato illegalmente Pinelli.

Si è mai visto in Ita­lia un poliziotto che fer­ma illegalmente qual­cuno?

I carabinieri di Ber­gamo che avevano fer­mato illegalmente, e massacrato di botte non una, ma una ventina di persone, non hanno per­so un solo giorno di sti­pendio.

Allegra che è accusa­to di aver fermato ille­galmente una persona so­la, se dovesse venir ri­conosciuto colpevole, ver­rebbe certamente insigni­to di qualche onorificen­za repubblicana.

Negli ultimi giorni si è saputo anche, che la procura generale della repubblica di Milano a­vrebbe intenzione di rie­sumare la salma di Pi­nelli.

Le notizie al riguardo sono molto incerte.

Ai primi di agosto si trovava in ferie il procuratore generale, adesso è in ferie il suo sostituto, e prima che tutti abbiano goduto del loro meritato riposo, passerà ancora del tempo.

Sembra in ogni caso che la riesumazione si farà, ed è altrettanto da­to per scorato che a tale riesumazione potranno partecipare i periti di parte.

Tutto infatti è stato programmato in manie­ra perfetta. La stampa borghese deve essere messa nelle condizioni di poter strombazzare che anche le formalità sono state questa volta rispet­tate in tutto.

C’è una piccola cosa che in tutto questo affa­re non torna.

Quando il magistrato Caizzi decise di far eseguire 1’esame peritale della salma di Pinelli, egli
disse ai periti che era interessato a sapere unicamente «se le ferite riportate da Pinelli – nel famoso volo dalla finestra del quarto piani della questura milanese – potevano essere attribuite anche a suicidio».

Bianchi d’Espinosa, quando si è trovata la scomoda denuncia di Licia Pinelli fra le mani, poteva prendere tale de­nuncia e gettarla nel ce­stino della carta straccia.

Un tale eventuale mo­do di agire non rientra­va nei suoi doveri ma rientrava però nei suoi diritti.

Cestinando la denuncia di Licia Pinelli, Bianchi d’Espinosa si sarebbe pe­rò tirato addosso, immediatamente, gli attacchi di tutta la stampa della sinistra extra parlamen­tare italiana, e gli attacchi anche di certa stam­pa che ogni tanto scopre di trovarsi quasi a si­nistra.

Cestinare la denuncia presentata da Licia Pi­nelli, sarebbe stato il peggior modo per di­fendere Calabresi, Gui­da Allegra, e tutto il si­stema che a tali esseri permette di prosperare allegramente, e di fare anche carriera.

Cestinare la denuncia presentata da Licia Pinelli, sarebbe equivalso a dichiarare in modo sfacciato che certi assas­sini non si toccano, in nessun modo.

Non c’è nulla che in­segni che il sistema deb­ba, necessariamente, es­sere sfacciato.

Bianchi d’Espinosa ha ritenuto più utile, più proficuo, più saggio, ri­spolverare la prassi già seguita da Caizzi, ed ora si è messo a scoprire gli stessi testimoni già sco­perti da Amati. Poliziotti di ogni grado e estrazione, stanno facendo la coda negli uffici della procura generale di Milano per descrivere le varie fasi di mania suicida alla quale Pinelli andò improvvisamente soggetto.

Fra qualche mese, quando il quadro si sarà avvicinato di molto a quello magistralmen­te descritto da A­mati nella sua sentenza di archiviazione, verrà finalmente riesumato il corpo di Pinelli, ed ai periti verrà chiesto di specificare se le ferite riportate da Pinelli possono essere state causa­te anche da caduta per suicidio.

Dopo di che, con sod­disfazione di tutti, il ca­so Pinelli verrà definiti­vamente affossato.

Il tribunale che dovrà decidere nel processo Ca­labresi-Lotta Continua non permetterà più nessun’altra riesumazione.

Una terza perizia infat­ti, dopo l’illuminata sen­tenza della procura gene­rale della repubblica, andrebbe contro ogni buon senso.

Tutti avrebbero il dove­re di ritenersi soddisfat­ti.

Bisogna dare atto alla Procura generale della repubblica di Milano di non aver atteso che gior­nali ed agenzie di infor­mazione scioperassero per rendere di pubblico dominio le decisioni tan­to coraggiosamente pre­se. A tali meschini sot­terfugi erano ricorsi A­mati e Caizzi, non vi ha fatto ricorso Bianchi d’Espinosa.

Di una cosa però si stanno tutti lentamente e volutamente dimentican­do.

La denuncia che Licia Pinelli ha consegnato nelle mani di Bianchi d’Espinosa, è di assassinio volontario e non di assassinio colposo.

Come dobbiamo dirlo?

In quali forme dobbiamo spiegarlo?

In faccia a chi dobbiamo urlarlo?

Giuseppe Pinelli è stato assassinato.

Libertaria anno 11 n 3 2009 – La strage e il suo doppio di Enrico Maltini

30 aprile 2011

Due attentatori in Piazza Fontana: l’anarchico Pietro Valpreda e il neonazista Claudio Orsi. Su due taxi diversi. Due le bombe alla Banca nazionale dell’Agricoltura. Due  ferrovieri anarchici: Giuseppe Pinelli e l’infiltrato Mauro Meli, infiltrato così bene che al Ponte della Ghisolfa nessuno l’ha mai visto. Ecco un nuovo libro su Piazza Fontana.

Nel libro Il segreto di piazza Fontana (Ponte alle Grazie 2009), Paolo Cucchiarelli ripercorre la trama criminale ormai passata alla storia come “strategia della tensione, che ebbe il suo culmine nella strage di piazza Fontana il 12 Dicembre del 1969. Vi si narra, con ampia documentazione, di servizi segreti ufficiali e “deviati” (?), nazionali e  stranieri, di settori dei Carabinieri e della Polizia, di fascisti di Ordine Nuovo, di Avanguardia Nazionale, della Rosa dei venti, di Nuova Repubblica, l’Anello, la Gladio, l’Aginter press di Guerin Serac, Stay behind, il Ministero dell’Interno e il famigerato Ufficio Affari Riservati, pezzi di magistratura, generali e colonnelli veri e presunti, agenti greci, la CIA, il Mossad, la NATO…più una pletora di faccendieri e spioni di ogni risma. Vi si narra delle macchinazioni per provocare tensione e paura con attentati e stragi da attribuire alla sinistra e vi si narra poi della frenetica attività di depistaggio, disinformazione, corruzione di testimoni, occultamento di prove vere e fabbricazione di prove false, seguite al sostanziale fallimento dell’operazione, che nella ridda di inchieste e procedimenti giudiziari innescati dalla madre di tutte le stragi doveva concludersi con la sostanziale impunità di tutti i responsabili.

La documentazione, che proviene da  atti processuali, interviste, notizie dalla stampa di allora, inchieste già pubblicate, nonché da altre “fonti” identificate e non, appare molto ricca e trova ampio spazio nelle 700 pagine del volume.

All’interno di questa estesa ricostruzione l’autore inserisce la sua versione sulla dinamica materiale degli attentati, sia di quelli ai treni dell’agosto ’69 che di quelli del 12 Dicembre a Milano e Roma, ed è qui che si perde.

Il rigore dell’interpretazione lascia sempre più spazio a supposizioni e congetture, situazioni e perfino caratteri di personaggi vengono largamente immaginati. Gli indizi divengono prove e vengono fatti convergere nel giustificare l’ipotesi. La dimostrazione diventa un teorema e come spesso accade, il ricercatore si fa prendere la mano dalla tesi che vuole dimostrare e ne rimane intrappolato. Purtroppo la versione di Cucchiarelli non viene proposta come ipotesi ma come affermazione, il sottotitolo del libro enuncia infatti: “ Finalmente la verità sulla strage: le doppie bombe e le bombe nascoste….”.

La nuova versione consiste nell’immaginare che gli anarchici, veri o plagiati che fossero, organizzavano attentati ma, mentre deponevano i loro ordigni dimostrativi, venivano affiancati a loro insaputa da provocatori e sicari che piazzavano la bomba mortale. Così troviamo le doppie borse, le doppie bombe, i doppi attentatori, i doppi taxi con relativi doppi Valpreda, doppi sosia e così via. Secondo l’autore il nuovo sosia di Valpreda sarebbe Claudio Orsi. Per inciso: Pietro Valpreda era un uomo di età media, statura media, corporatura media, capelli mediamente arruffati, un po’ stempiato, nessun segno particolare, accento tipico da milanese medio: su cento milanesi di età analoga, quanti potevano essere suoi sosia? Una buona percentuale.

Nel libro gli anarchici sono quasi tutti inquinati da infiltrati e provocatori, mentre i pochi buoni e ingenui,  rappresentati ovviamente da Giuseppe Pinelli, cercano di impedire gli attentati orditi dai compagni cattivi e però cadono in trappole a base di traffici di esplosivo. Ad essere preda di giochi occulti non sono solo gli anarchici, ma ben più ampi settori della sinistra ribelle: in effetti veniamo a sapere che già gli scontri di Valle Giulia a Roma nel marzo 1968 furono in realtà guidati dai neonazisti, che Giangiacomo Feltrinelli (come anche i coniugi Corradini) era teleguidato da Giovanni Ventura, che lo stesso Ventura è stato il vero ispiratore del libro “La Strage di Stato”  del 1970 e così via.

Cucchiarelli, non si capisce su quali basi, è convinto che gli ambienti anarchici e di sinistra fossero allora un coacervo di infiltrati, provocatori, fascisti travestiti e soprattutto “nazimaoisti”. La categoria dei nazimaoisti pervade li testo in modo quasi ossessivo, basti una frase per tutte a pag. 318: “…E poi a Milano c’era la commistione con i maoisti e nazimaoisti che inquinava i gruppi anarchici e marxisti-leninisti”. Chissà dove ha visto tutto questo?

E’ evidente che il 22 Marzo di Valpreda e di Mario Merlino costituisce per l’autore un modello più o meno generalizzabile a tutta l’allora sinistra extraparlamentare. Il 22 Marzo non era certo un esempio di rigore politico, era un gruppo appena nato, senza alcun ruolo nel movimento, raffazzonato da Valpreda con un ex fascista (per altro dichiarato) un poliziotto in incognito, un gruppetto di ragazzi di poco più o nemmeno venti anni. Un gruppo così sgangherato da essere inaffidabile anche come oggetto di provocazione, come dimostrerà il fallimento storico di tutta l’operazione Piazza Fontana.

Nella ricerca dei colpevoli materiali Cucchiarelli parte così con il piede sbagliato e nel suo percorso verso una improbabile verità, inciampa più volte. Innumerevoli sono le frasi, le affermazioni e le illazioni gratuite in varie parti del testo, tanto che per ribatterle tutte ci vorrebbe un altro libro.

Solo su alcuni di questi inciampi vorremmo qui fare chiarezza, per amore di verità storica ma anche perché riguardano direttamente l’ambito libertario di allora.

I così detti “nazimaoisti” non hanno mai fatto parte della storia reale di quel periodo, e tanto meno dei circoli anarchici. Sono  comparsi in rari casi, anni prima, con qualche affissione di manifesti. In quei pochi casi tutti sapevano di che si trattava e non avevano alcuna credibilità. Nazimaoisti, finti cinesi e analoghi erano allora un po’ più diffusi in veneto e in parte in toscana  ma anche stando a quanto scrive Cucchiarelli, agivano per lo più in proprio e con scarsi risultati quanto ad infiltrazioni riuscite. C’è, è vero, il caso di Gianfranco Bertoli, che nel 1973 compirà la strage alla Questura milanese, che frequentò anarchici e fascisti, mise una bomba forse fascista ma si comportò poi come un ottocentesco e folle anarchico individualista, si fece l’ ergastolo, non parlò mai e finì nella droga. Fu un personaggio per certi versi tragico, rimasto in realtà un mistero, come anche riconosce lo stesso Cucchiarelli.

All’albergo Commercio di Milano, occupato, i nazimaoisti non c’erano e se c’erano nessuno gli dava retta. A Milano l’unica mela marcia di rilievo che frequentò il Ponte della Ghisolfa è stato Enrico Rovelli, non un infiltrato ma un anarchico poi passato per interesse al soldo della polizia e dell’Ufficio Affari Riservati.

A Milano tanti sapevano che Nino Sottosanti, (non si è mai dichiarato nazimaoista),  era un ex fascista che dormiva nella sede di Nuova Repubblica e che era un tipo da cui stare alla larga. Frequentava saltuariamente il Ponte in pubbliche occasioni, era amico di Pulsinelli a cui fornì un alibi. Quanto al suo ruolo come sosia, pare per lo meno incauto prendere come sosia una persona conosciuta da tutti nell’ambiente in cui deve operare e conosciuto benissimo da colui che deve “sostituire”.

A pag. 47– la conferenza stampa del 17 Dicembre, dopo la strage, fu organizzata dal Ponte della Ghisolfa, il circolo principale, come era ovvio (chi scrive era presente). Non ci fu alcuna latitanza degli amici di Pinelli nè ci furono “stridori” o “abissi sui modi di fare politica con i compagni di Scaldatole” anche perché il Circolo Scaldatole era gestito dagli anarchici del Ponte della Ghisolfa, che lo lasceranno nel 1972 alla gestione di altri gruppi anarchici. Gli amici di Pinelli erano tutti presenti alla conferenza (chi scrive, Amedeo Bertolo, Luciano Lanza, Ivan Guarneri, Vincenzo Nardella, Umberto del Grande, Gianni Bertolo e altri ancora). Joe Fallisi, il testimone pure presente cui fa riferimento Cucchiarelli, è evidentemente stato tradito dalla memoria. Peraltro la “vecchia dirigenza” di cui parla Cucchiarelli aveva in media 25 anni! Solo Pinelli ne aveva 41. Di quella conferenza stampa non si dice invece che fu fatta, in quel difficile momento, una scelta coraggiosa e politicamente ineccepibile: con grande sorpresa dei giornalisti, gli anarchici non presero le distanze da Valpreda, nonostante i non buoni rapporti, e denunciarono come mandante della strage non i “fascisti”, come concordava la stampa di sinistra, ma lo Stato. Il giorno dopo il “Corriere della sera” titolava: “Farneticante conferenza stampa al Ponte della Ghisolfa”.

A pag. 138 Cucchiarelli ci illustra il “triangolo del depistaggio”:  “Il segreto della strage ha resistito per tanti anni godendo del silenzio di tutti i soggetti interessati: Stato, fascisti e anarchici. Questi ultimi dovevano scagionare Valpreda e rivendicare l’innocenza di Pino Pinelli. Si erano fatti tirare dentro e ora la situazione non lasciava alcuno scampo politico: difficilmente sarebbe stata dimostrabile nelle aule dei tribunali la loro buona fede di non voler causare morti. Da un punto di vista giuridico la partecipazione degli anarchici alla vicenda sarebbe stata quanto meno un concorso in strage”. Fuori i nomi Cucchiarelli, perché qui si fa l’accusa di concorso in strage. Ma di nomi Cucchiarelli non ne può fare e così lancia accuse tanto infamanti quanto generiche.

A pag. 183 leggiamo che, come “…rivela una fonte qualificata di destra che, naturalmente, non vuole essere citata…”, Valpreda prese l’inspiegabile taxi perché: “Qualcuno gli aveva semplicemente detto che doveva prendere il taxi. Gli diedero 50.000 lire e il ballerino non si pose di certo il perché” (nella versione dell’autore Valpreda doveva prendere un taxi per essere notato dal taxista). Qui la questione si fa grave: primo non si può citare fonti qualificate che però restano anonime; secondo, questo è uno degli innumerevoli passaggi nei quali Valpreda  (solitamente chiamato “il ballerino”) viene descritto come un poveretto, un esaltato zimbello di chiunque, un ignorante pronto a tutto per 50.000 lire. Come molti altri, conoscevo bene Valpreda, in quel periodo era certamente fuori dalle righe ed il suo carattere era certamente un po’ sbruffone (e per questo fu scelto come vittima sacrificale), ma non era nè ignorante nè stupido, era certamente acuto e sveglio, aveva una biblioteca ben fornita e una discreta cultura, come sappiamo pubblicò poi diversi libri. Non dimentichiamo che il “ballerino”, con tutto quello che di lui si può criticare, si è trovato da un giorno all’altro imprigionato sotto una accusa atroce, trattato come un animale dalla stampa  (…”il volto della belva umana”, su La Notte), tenuto quaranta giorni in isolamento e interrogato centinaia di volte, sottoposto a una pressione fisica e psicologica che possiamo solo immaginare, minacciato di infamia e di ergastolo.  Ma il “ballerino” ha retto, si è fatto tre anni di carcere, non si è piegato a ricatti, non ha accusato nessuno nè rinnegato le sue idee, non risulta dagli atti che mai sia sceso a compromessi.

A pag. 228 L’autore avrebbe potuto precisare che la campagna di stampa di Lotta Continua contro Calabresi, intrapresa con il consenso degli anarchici, non fu un fatto gratuito. La campagna aveva lo scopo di indurre il commissario ad una querela contro il giornale. Il giudice Caizzi aveva fatto sapere che l’indagine sulla morte di Pinelli era in via di archiviazione e solo una querela da parte di un pubblico ufficiale, querela che prevedeva facoltà di prova, avrebbe permesso di riaprire il processo. Gli attacchi del giornale divennero così feroci perché Calabresi tardava a querelare (come anche riportato nel libro, secondo la moglie Gemma la procura si rifiutò di denunciare d’ufficio il giornale e il Ministero a costrinse Calabresi ad una denuncia in proprio.

A pag. 245– Cucchiarelli insiste a lungo con ardite congetture sul misterioso caso di Paolo Erda, citato da Pinelli nel suo interrogatorio ma mai rintracciato nè sentito da nessuno e nemmeno dallo stesso autore, che ne ha cercato a lungo notizie, fino a segnalare che in “Ivan e Paolo Erda è contenuto anagrammato il nome di Valpreda…”.  Erda era solo il soprannome di un certo Paolo che aveva tutt’altro cognome, tutto qui, lo conosciamo benissimo.

Ma qui c’è un’altra considerazione importante: nel testo si fa a lungo riferimento alle false dichiarazioni e/o alle ritrattazioni di Valpreda, della zia Rachele Torri, della madre Ele Lovati e dello stesso Pinelli a proposito del suo alibi, per sottintendere che vi erano verità scomode da nascondere (ovvero le bombe dimostrative messe dagli anarchici).   L’autore dovrebbe però sapere che il vecchio detto “…non c’ero e se c’ero dormivo…” non è solo una battuta ma è il comportamento di chiunque non ami particolarmente polizia, carabinieri e altri inquisitori e si trovi di fronte a un interrogatorio. Si dice il meno possibile, non si fanno nomi di amici e compagni e si resta nel vago. Se poi le cose si complicano si può sempre ricordare…e questo vale anche per una vecchia zia, che non vede per quale ragione dovrebbe dire che il nipote è dai nonni invece che dire semplicemente “non lo so”. A quei tempi circolava il “Manuale di autodifesa del militante” a cura degli avvocati contro la repressione che dava dettagliate indicazioni in questo senso. Per questa stessa ragione Pinelli non cita Sottosanti, non cita Ester Bartoli (che con il misterioso Erda sarebbe testimone  del suo passaggio al Ponte), cita il famoso “Erda” sapendo che è un soprannome e fa solo il nome di Ivan Guarneri, compagno già ben noto alla questura. Ma è proprio sulla base del “buco” dell’alibi di Pinelli che Cucchiarelli fonda in gran parte l’ipotesi fantasiosa, secondo cui Pinelli “.. poteva avere a che fare con le altre bombe…”. Per inciso, Pino Pinelli non avrebbe mai preso iniziative di un qualche peso senza consultare alcuni dei compagni che godevano della sua massima fiducia.

p.274. Si descrive una cena a casa di Pinelli “presenti Nino Sottosanti, la Zublema, Armando Buzzola, e l’arabo Miloud,“ quest’ultimo definito sbrigativamente “uomo di collegamento con i palestinesi”. Questo Miloud, berbero e non arabo, militante nella lotta di liberazione algerina, non ha mai avuto a che fare con i Palestinesi, da dove viene questa notizia? A questa e a un’altra cena, sempre a casa di Pinelli, avrebbe partecipato anche  “un anarchico sconosciuto” che in base a chissà quale congettura Cucchiarelli identifica nel Gianfranco Bertoli che sarà l’ambiguo autore della strage del ’73 alla questura di Milano. Peccato che quando la Zublema frequentava gli anarchici, di Gianfranco Bertoli nessuno aveva ancora sentito parlare.

a pag. 290 incontriamo Mauro Meli, altro presunto anarchico, ferroviere, sedicente provocatore infiltrato a suo dire nel circolo Ponte della Ghisolfa. Costui non è mai stato visto (c’è la fotografia nel libro), ne conosciuto da alcuno. Se è stato al Ponte la sua attività provocatoria si è fatta notare ben poco. Viene da chiedersi perché, su queste ed altre notizie, Cucchiarelli non ha chiesto conferme a testimoni che pur conosce bene? Forse perché degli anarchici c’è poco da fidarsi, come confessa in un altro passaggio del libro.?

a p. 345 la nota 11 ci informa sugli “….editori librai apparentemente di sinistra: oltre a Ventura  troveremo Nino Massari a Roma e Umberto del Grande a Milano. Quest’ultimo conosceva molto bene Pinelli ma era anche in contatto con uomini di Ordine Nuovo e con Carlo Fumagalli, capo del MAR”

Umberto del Grande (è morto  pochi anni fa) non era un editore nè un libraio, apparteneva al  Ponte della Ghisolfa da anni ed era un componente della Crocenera anarchica. L’unica sua veste di editore è stata di assumersi, nel 1971, la titolarità dell’editrice che pubblicava A rivista anarchica in attesa che venisse formalizzata una società cooperativa. Non ha mai avuto a che fare con uomini di Ordine Nuovo. Era anche appassionato di viaggi nel Sahara, per questo aveva acquistato una vecchia Land Rover da un meccanico di Segrate che trattava fuoristrada. Quando il Prefetto Libero Mazza rese pubblico il censimento dei gruppi “sovversivi” di Milano, citò del Grande come responsabile della crocenera. Il rapporto Mazza fu letto anche dal meccanico, che era Fumagalli, e che si rivelò come tale a del Grande. E il rapporto cliente–meccanico si chiuse.

a pag. 347 si afferma che la stesura del libro “La strage di Stato” fu pilotata da Ventura. Nella relativa nota 12 a p. 667 si precisa che “si ha motivo di credere” questo perché  Mario Quaranta, (socio editoriale di Giovanni Ventura, e personaggio squalificato quanto il suo sodale Franzin) lo avrebbe raccontato al giudice Gerardo D’Ambrosio in un non meglio identificato interrogatorio. La testimonianza di uno come Quaranta non dovrebbe essere presa in considerazione con tanta leggerezza.

a p. 365 si afferma per certo che Valpreda sarebbe andato al congresso anarchico di Carrara nel 1968 insieme a un codazzo di fascisti del “XII Marzo” (in numeri romani, un gruppo fascista di Roma), di cui elenca i nomi: Pietro “Gregorio” Maulorico, Lucio Paulon, Augusto De Amicis, Aldo Pennisi, Alfredo Sestili e “il già convertito” anarchico Mario Merlino. Il gruppo sarebbe andato al congresso su ordine di Stefano Delle Chiaie. Cucchiarelli trae questa notizia da una deposizione di Alfredo Sestili, il quale però non cita Valpreda, ed equivoca poi sul nome del gruppo, insinuando che si trattasse del 22 Marzo. A Carrara c’erano centinaia di persone e dunque poteva esserci chiunque. L’affermazione dell’autore non sta in piedi, ma è coerente con la sua idea di gruppi anarco-fascisti-nazisti-maoisti-marxisti-leninisti cui tanto spesso ricorre per spiegare improbabili certezze.

a p. 399 c’è un’altra affermazione grave, grave perché diffamatoria: vi si dice che Enrico Di Cola, un giovane componente del 22 Marzo romano, sarebbe colui che avrebbe indirizzato le indagini contro Valpreda e che per questo sarebbe stato compensato dalla polizia con un salvacondotto per espatriare in Svezia. Di Cola, espatriò effettivamente in Svezia dove chiese ed ottenne asilo politico, ma lo fece clandestinamente, con non poche difficoltà, aiutato dai compagni e con un documento falso.

Poche righe più in basso Roberto Mander ed Emilio Borghese vengono classificati, con Merlino, … “ i più compromessi con la provocazione”. Come e su quali basi Cucchiarelli si permette di dare del provocatore a questo e a quello (Erda, Del Grande, Di Cola, Mander, Borghese…) senza alcuna prova non è dato sapere. E’ sempre l’ossessione degli anarco-fascisti-nazisti eccetera, di cui è permeato l’intero romanzo.

A pag. 621 “Sulla tomba di Pino Pinelli c’è proprio una poesia di quell’antologia che, un Natale, il commissario Calabresi regalò all’anarchico”, il libro è Antologia di Spoon River di Edgar Lee Master, ma le cose non andarono così: Calabresi regalò a Pinelli  “Mille milioni di Uomini” di Enrico Emanuelli, e Pinelli per sdebitarsi ricambiò con l’antologia di Lee Master. E’ solo una svista, ma ci piace ricordare che la poesia che i cavatori di Carrara incisero sulla tomba di Pinelli non era tratta dal libro che il gli regalò il commissario, ma da quello che lui regalò a Calabresi.

Infine, in diversi passaggi del libro si ha l’impressione che l’autore riporti racconti ascoltati a voce da qualcuno, solo così si spiegano i ripetuti errori sui nomi: Otello Manghi invece di Otello Menchi, Octavio Alberala invece di Octavio Alberola…

Queste sono solo alcune delle imprecisioni e delle “fantasie” del libro di Cucchiarelli.

Enrico Maltini

A rivista anarchica n 4 maggio 1971 – Gli imputati accusano di E. M.

12 aprile 2011

Mentre il giornale va in macchina, il processo agli anarchici sta diventando, com’è giusto, un processo degli anarchici ed il castello d’accuse costruito dal giudice Amati sta crollando: i poliziotti “non ricordano”, il metronotte non riconosce Pulsinelli 1, la “superteste” della polizia viene smascherata come calunniatrice e mitomane recidiva…

Al “processo agli anarchici” iniziato il 22 marzo a Milano, si sono concluse le deposizioni degli imputati ed è iniziata la sfilata dei testimoni. Le intemperanze iniziali di una parte del pubblico sono cessate dopo una dura critica da parte dei gruppi anarchici milanesi. Non potendosi dunque appellare alla “legittima suspicione” (e trasferire tutto all’Aquila come al solito) né proseguire le udienze a porte chiuse, il processo si svolge davanti ad un pubblico attento di compagni, parenti degli imputati, persone diverse e poliziotti, molti dei quali travestiti da “anarchici”.

Prima di poter entrare in aula i poliziotti controllano i documenti e le borse delle compagne, ovunque navigano flotte di carabinieri agli ordini del Vice Questore Vittoria in persona.

Presidente del Tribunale è Paolo Curatolo, di destra; si vanta di “non leggere i giornali” e infatti, ha scoperto con stupore l’esistenza del “dossier” sui documenti greci relativi agli attentati del 25 aprile 1969 alla Fiera di Milano e alla Stazione Centrale. Il Giudice a latere è Danza (già P.M. al processo Trimarchi), estrema destra; il P.M. è Scopelliti, giovane e dinamico accusatore, noto per aver permesso che il processo ai carabinieri torturatori di Bergamo andasse in prescrizione e specializzato in interventi dilatori per salvare i testi di accusa in difficoltà. Una composizione, come si vede decisamente monocolore.

Un muro di gomma

Contro questo “muro di gomma” si battono gli imputati, affiancati da un collegio di difesa che lascia poco spazio ai “non ricordo”, “non c’ero” e “non ho visto” dei testi poliziotti dell’accusa.

Le testimonianze degli imputati e dei testi al processo hanno confermato quel che da tempo i compagni sapevano: il processo per le bombe del 25 aprile, il processo Calabresi-Lotta Continua, il prossimo processo a Valpreda, sono diverse fasi di un’unica vicenda, la vicenda sanguinosa della “strage di stato”, della strategia della tensione e della repressione. E allora, com’è naturale, un processo indiziario si trasforma in un pesante atto di accusa contro lo Stato, le sue manovre, le sue connivenze e le istituzioni che le proteggono.

Gli imputati divengono accusatori e gli inquirenti si difendono con deposizioni stereotipate sui fatti accaduti, annaspando in un mare di “non so”, “non ricordo”, ad ogni domanda imprevista.
A differenza degli inquirenti gli imputati hanno descritto con precisione i fatti, ricordano tutto e in particolare il clima di minacce, violenza e intimidazioni in cui i verbali contenenti le famose “parziali ammissioni” furono loro estorti.

Le loro accuse sono precise: contro le falsificazioni di Amati, i metodi fuorilegge di Calabresi, i brutali maltrattamenti di Panessa. Alle spalle di questi ragazzi sono due anni di carcere, di accuse infamanti, di calunnie al movimento cui alcuni di loro appartengono.

Dalle deposizioni

Dalle deposizioni dei testimoni altre verità sono emerse:

1) dalla cava nel bergamasco non fu mai rubato esplosivo, lo dichiarano il consigliere delegato, i dirigenti e i guardiani della cava; ma il Tribunale mette in dubbio la veridicità dei testi (i rappresentanti della Giustizia non possono tollerare testimonianze contrarie alla loro ricostruzione dei fatti)!

2) Il commesso del negozio dove sarebbero state acquistate le miscele per gli esplosivi non riconosce negli imputati gli acquirenti del materiale, mentre Amati asserisce che lo stesso commesso ne riconobbe le fotografie (ma quali fotografie gli furono mostrate durante le indagini?).

3) Non si vuol credere alle dichiarazioni di Faccioli sulle percosse subite perché nessuno ne ha visto i segni. Ma, ironia della sorte, il medico di S. Vittore dichiara che, per motivi mai chiariti, Faccioli non fu sottoposto alla visita medica (obbligatoria) al momento del suo ingresso nel carcere.

4) Allegra dichiara in aula che in questura non si è mai picchiato nessuno (ma che faccia tosta! proprio mentre in una aula vicina, al processo Calabresi-Lotta Continua, l’avvocato Lener, degno difensore di Calabresi, si oppone furiosamente alla riesumazione del corpo di Pinelli!)

5) la superteste Rosemma Zublena (che offre un’immagine grigia e dimessa) fa discorsi confusi, frammentari o troppo precisi, zeppi di “Amati mi disse”, “ne parlai col Dr. Amati”, fu il Dr. Amati a dirmi”, “andai subito a cercare il Dr. Amati.”

6) Nonostante le ripetute richieste nessuno della polizia sa spiegare perché sin dall’inizio le indagini siano state indirizzate verso gli anarchici; risulta inutile anche la ricerca di qualche verbale che documenti un orientamento degli inquirenti anche verso i gruppi di destra.

7) E ancora si scopre che il foglietto con la descrizione di un ordigno esplosivo (prova fondamentale a carico di Faccioli) è stato trovato in ben due luoghi diversi (Milano e Pisa) in momenti differenti, e questo significa, come minimo, che uno dei verbali di reperimento è falso.

Calabresi

La deposizione di Calabresi è ancora più grave, se possibile; infatti in un momento di difficoltà egli dice che durante gli interrogatori non tutte le domande e le risposte del teste venivano verbalizzate, ma “solo ciò che si voleva fosse verbalizzato”. Come dire che si voleva verbalizzare “qualcosa”; ma allora già si sapeva cosa verbalizzare? Poco dopo, per giustificare queste sue infelici ammissioni, Calabresi ammette che uno degli imputati durante un interrogatorio si addossò più attentati di quelli che gli venivano contestati, anzi si dichiarò colpevole di attentati che (parole di Calabresi) “sapevamo che non poteva aver fatto”!

Dal canto suo, il Tribunale non ha certo tenuto un comportamento meno “irregolare”: queste dichiarazioni di Calabresi non sono state verbalizzate dal cancelliere e il P.M. ha addirittura negato di averle sentite; quando poi la difesa ha chiesto di riascoltare i nastri si è scoperto che il registratore non c’era! Per fortuna un giornalista ha registrato tutto per conto suo e le frasi resteranno agli atti, chiare e lampanti come sono.

A Calabresi è succeduto Panessa, detto il “Gorilla”, che, da interrogato, si è dimostrato meno abile che non quando è lui ad interrogare gli altri. Infatti il neo-maresciallo, messo a confronto con la Zublena, smentisce, cerca di confondere le sue precedenti affermazioni circa una fotografia di Pulsinelli ed i suoi contatti (prima negati poi confessati) con la Zublena. A questo punto, quando la situazione per il poverino si sta facendo insostenibile, il presidente lo licenzia!

“Inquietanti dubbi”

Dopo queste udienze perfino l'”Avanti” parla di “inquietanti dubbi sulla regolarità di questo processo”, ed i difensori di Braschi e Pulsinelli hanno inviato alla stampa un documento che attacca i giudici per il loro comportamento, che tende solo a “cercare conferme e rendere verosimili le accuse precostituite nei verbali di polizia”, e la prassi ormai abituale che tende a interrompere nei momenti caldi le deposizioni dei testimoni di accusa o a suggerire ai testi in difficoltà le risposte più adatte.

Il gioco ora è scoperto e alla Magistratura e alla Polizia non resta altro che difendere accanitamente le loro tesi perché se un solo punto della montatura dovesse cedere sarebbe il crollo di tutto.

La Zublena è recidiva

Mentre il giornale va in macchina apprendiamo che la “supertestimone” Rosemma Zublena non è alle prime armi ed è anzi una calunniatrice incallita. Nell’udienza del 26 aprile, la credibilità della Zublena è stata ufficialmente e definitivamente distrutta dagli avvocati difensori. Essi hanno reso noto che la “professoressa” è già stata incriminata nel 1967 per calunnia e assolta solo per insufficienza di prove “sul dolo”. Il giudice, cioè, l’aveva trovata colpevole dei fatti (una serie di folli lettere anonime inviate a sindaci, prefetti, ministri, arcivescovi), ma riconoscendo in lei un’anormale psichica non s’era pronunciato sulla sua mala fede (necessaria perché si configuri il reato). Il giudice l’aveva dichiarata “persona affetta da componente nevrotica di tipo isterico; basta parlare una sola volta per convincersene, anche senza avere una preparazione specifica sull’argomento.”
Questi gli arnesi della polizia. Questi i capisaldi dell’istruttoria del dottor Amati.

E. M.

1) Il 30 marzo 1969 la guardia notturna Fasano vide un giovane biondo fuggire alla sua vista, in corso magenta a Milano, abbandonando un pacco contenente dell’esplosivo. Per questo Pulsinelli, biondo e anarchico, fu arrestato a Rimini nell’agosto successivo. Il 28 aprile di quest’anno il Fasano, messo a confronto per la prima volta con Pulsinelli, dopo le contestazioni della difesa e una diffida, dichiara “No, sono sicuro che non è lui”. Pochi minuti prima aveva dichiarato di riconoscerlo per via dei capelli! Fra l’altro, pochi giorni dopo l’attentato, lo stesso metronotte aveva “riconosciuto” l’attentatore in un giovane studente marxista-leninista della “Statale” che, in base al suo “riconoscimento” era stato fermato e poi rilasciato perché per fortuna sua aveva un alibi di ferro. Di questi elementi è fatta l’istruttoria del giudice Amati: di “riconoscimenti” come quello del metronotte e di “testimonianze” come quella della psicopatica Zublena che già un magistrato, nel 67, dichiarò isterica e indegna di fede.

 

Il movimento studentesco est al vostro fianco

Il movimento studentesco est al vostro fianco contro le manovre della borghesia che vorrebbe far ricadere su di voi ingiustamente detenuti le responsabilità delle bombe messe dai suoi stessi agenti stop contro questa classica manovra della borghesia il movimento studentesco habet già condotto et condurrà sempre una lotta incessante et un’opera di chiarificazione stop contro questo tentativo di portare confusione tra le masse popolari un tentativo logoro et che già mostra la corda tutti i compagni sono chiamati a fare la più ampia opera di propaganda saluti comunisti

Movimento studentesco statale

Lettera aperta di Braschi, Della Savia, Faccioli, Pulsinelli in risposta al telegramma di solidarietà del movimento studentesco dell’università statale di Milano.

Compagni,

Non basta una presa di posizione a smentire un atteggiamento che per due anni è stato di disinteressamento, confusione, opportunismo. Non si tratta di mettersi a posto la coscienza. L’apologo degli anarchici “pulce sulla schiena dell’elefante che è il proletariato” è servito a sostenere che le bombe – e la repressione suscitata dalle bombe – erano “fatti privati” degli anarchici. Ma, se cercare una copertura di fronte alla repressione borghese, prendendo le distanze dagli anarchici, è solo opportunismo, quando si arriva a dire che gli anarchici sono “storicamente avventuristi” – subito dopo Piazza Fontana – il confine fra confusione politica e provocazione è solo una sfumatura.

Gli attentati del 25 aprile, avvenuti in un momento in cui per i padroni era ancora pensabile di cavalcare la tigre delle lotte proletarie col sindacato e con le riforme, dovevano servire a isolare e colpire tutte le avanguardie (e non solo gli anarchici); a collaudare gli strumenti della repressione (provocazione, montatura, ecc.), a colpire indirettamente tutto il proletariato (stava per essere discussa alla Camera la legge sul disarmo della polizia). Grazie alla mancanza di un intervento tempestivo i padroni, collaudato il terrorismo, hanno messo la strage all’ordine del giorno come arma contro le lotte proletarie; si è arrivati cioè al 12 dicembre.

Il carcere preventivo, la montatura poliziesca, il segreto istruttorio, ecc., da strumenti di controllo sociale, sono diventate armi politiche “normali”. E quando si è arrivati a questo, tutto quello che avete saputo fare è stato piangere sulla morte del compagno Pinelli per mettervi in pace la coscienza, quando invece si trattava di vendicarlo, di scoprire e denunciare i suoi assassini, le vostre manifestazioni interclassiste contro una mitica e astratta “repressione” sono state un alibi per rinunciare alla lotta pratica contro i fatti concreti in cui la repressione si è manifestata, offrendo così una copertura ai padroni.

Non vi parliamo interessatamente, “per noi”. Infatti pensiamo di poter prevedere quello che sarà l’esito del nostro processo: sentenza di condanna (per salvare la sostanza politica della montatura), e scarcerazione per noi, grazie a condoni, pena già espiata, ecc. (per contentare la sinistra ufficiale – che in effetti ha ampiamente pompato il nostro carcere preventivo – e garantirsene la copertura). Vi parliamo invece perché mai come in questo momento la verità è rivoluzionaria: in questo momento in cui si utilizza Borghese per dare una garanzia di credibilità alle istituzioni e si cerca di squalificare, colpire ed emarginare le avanguardie – sfruttando episodi tipo Brigate Rosse, rapina di Genova, ecc. – ma soprattutto si cerca di “prendere tempo – guadagnare spazio” per quella che è la posta più grossa: Pietro Valpreda.

Noi non crediamo nella giustizia borghese, ma proprio perché non ci crediamo, pensiamo che il modo con cui – nella fase attuale – il proletariato può cominciare a “fare” giustizia sia quello di un intervento attivo, diretto a condizionare e costringere i giudici dei padroni ad esautorarsi e far fallire – sul piano politico – i piani reazionari della borghesia, in modo che risulti chiaro che le bombe le mettono i padroni perché servono gli interessi dei padroni.

25 aprile, bombe sui treni, Piazza Fontana, Catanzaro, sono le tappe di un unico disegno criminoso dei padroni; se il 25 aprile è stata la prova generale per il 12 dicembre, il nostro processo è ugualmente la prova generale per il processo a Valpreda. Cominciare a far fallire già da oggi con noi la montatura poliziesca, significa dare un importante contributo, vincere la prima battaglia di una unica guerra: quella contro la strage di stato!

Un documento dei difensori

Milano, 24 aprile. Gli avvocati Di Giovanni, Piscopo e Spazzali difensori dei giovani anarchici Braschi e Pulsinelli hanno tenuto una conferenza stampa al Palazzo di Giustizia, al termine della quale hanno diffuso un documento in cui denunciano il modo vistosamente parziale con il quale i giudici stanno conducendo il processo. Il documento dice:

“La seconda Corte di Assise di Milano, ad avviso dei due comitati conduce il dibattimento in violazione delle norme della legge processuale e penale che disciplinano l’istruttoria dibattimentale. I giudici togati dimostrano in continuità di ricercare nell’istruttoria dibattimentale solo ciò che possa confermare o rendere verosimili le accuse inizialmente precostituite nei verbali di polizia e trasfuse puramente e semplicemente negli atti di istruttoria formalmente compiuti dal giudice Amati”.
“Quali esempi di questo comportamento illegittimo gli avvocati ricordano la protezione accordata ai testi di accusa che vengono ‘costantemente schermati’, anche con continui e intempestivi riferimenti all’istruttoria scritta e con richiamo, nei momenti di contestazione di espressioni che finiscono di fatto con l’essere assunte dai testi in difficoltà, come modello di risposta possibile”.

Durante la conferenza stampa è stata ricordata “la prassi oramai instaurata di interrompere nei momenti caldi le deposizioni dei testimoni di accusa e il continuo appiattimento e svuotamento delle contraddizioni ormai numerose in cui sono caduti finora, tutti i principali testi di accusa fin dal primo loro apparire”.

Il documento conclude affermando che quanto succede in aula “impedisce la verifica del materiale processuale e finisce col coprire le vere responsabilità per gli attentati alla Fiera e all’ufficio cambi punto d’inizio dell’istruttoria e primo atto della manovra provocatoria ed eversiva della destra, culminata nelle bombe della ‘strage di Stato’ e tuttora in pieno svolgimento”.

 

 

A rivista anarchica n 17 Dicembre 1972 Gennaio 1973 Una vittoria nostra – La Redazione

12 aprile 2011

Valpreda, Gargamelli, Borghese sono liberi! Non abbiamo molto da aggiungere, a questo proposito, a quanto abbiamo già scritto. Il governo s’è mosso sotto la pressione di “autorevoli” settori di opinione pubblica “democratica”. Sarebbe stolido trionfalismo ritenere d’averli mossi noi, gli anarchici, i rivoluzionari. Eppure siamo convinti, senza vanagloria, che si tratti di una vittoria nostra, non dei “democratici”. In primo luogo perché noi abbiamo smosso questa opinione pubblica democratica dal suo abituale torpore, noi l’abbiamo costretta a scandalizzarsi, ad indignarsi. In secondo luogo perché nonostante tutto, le strutture repressive dello stato “democratico” escono malconce dalla faccenda, nell’immagine pubblica, anziché ridipinte a nuovo di democraticità.

Vittoria nostra, ripetiamo, e non accettiamo il disfattistico pessimismo di chi, nella scarcerazione, vede solo una manovra astuta del potere. C’è anche questa, certo (ma, al limite, anche nella resa a discrezione d’un esercito c’è il disegno di salvare almeno le chiappe), ma la scarcerazione di Valpreda, Gargamelli e Borghese resta sostanzialmente una sconfitta per lo stato ed una vittoria per noi. Non vogliamo sopravvalutare l’importanza né sottovalutare lo strapotere del sistema. La scarcerazione è solo un episodio (importante, però, e che riguarda la vita di tre compagni) della battaglia per la verità sulla strage di Stato, che a sua volta è solo un episodio della guerra rivoluzionaria. Però è un episodio che segna un risultato positivo per noi e negativo per il potere (e con i tempi che corrono non è cosa da poco). Se fossimo riusciti, cinquanta anni fa, a salvare la vita di Sacco e Vanzetti, ci saremmo forse iper-criticamente lamentati che era tutta una manovra dello stato americano per riconquistare credibilità?

Certo, perché la vittoria conservi significato politico e l’episodica sconfitta del sistema non finisca nella notte della disinformazione e dell’indifferenza in cui tutti i gatti sono bigi e gli opposti si confondono, è necessario tutto il nostro impegno, bisogna che la campagna di contro-informazione continui e non si spenga soddisfatta del primo risultato. In un comunicato stampa congiunto del 29 dicembre, la Federazione Anarchica Italiana ed i Gruppi Anarchici Federati sottolineano che la scarcerazione dei compagni “non è un atto di giustizia, ma il risultato della campagna di controinformazione e di lotte che fin dal primo momento gli anarchici ed il movimento rivoluzionario hanno intrapreso per smascherare la montatura politico-poliziesco-giudiziaria. Allo stato, unico responsabile della strage, – continua il documento delle due organizzazioni anarchiche – non rimaneva che ricorrere ad un comodo disegno di legge per liberarsi di un “affare” ormai troppo scomodo e tentare di salvare se stesso dal definitivo discredito. Oggi più che mai sotto accusa e lo stato, e la liberazione dei compagni dovrà dare maggiore impulso alla lotta contro la prepotenza del potere fino al suo abbattimento. Nel momento in cui Gargamelli, Borghese e Valpreda vengono scarcerati, noi non dimentichiamo – conclude il comunicato stampa – che i responsabili della manovra reazionaria e dell’assassinio del compagno Pinelli sono tutti in servizio e promossi od in attesa di promozioni”.

 

20 ottobre 1971 Umanità Nova (Anno 51 n. 35) – La Strage di Stato voluta dai padroni -DOCUMENTO DI CONTROINFORMAZIONE ANARCHICA

28 marzo 2011

20 ottobre 1971 Umanità Nova (Anno 51 n. 35)

Milano e Roma – 12 dicembre 1969

La Strage di Stato voluta dai padroni

DOCUMENTO DI CONTROINFORMAZIONE ANARCHICA

 

copertina strage di stato voluta dai padroni Premessa

Prossimamente avrà luogo il processo contro gli anarchici ingiustamente accusati di essere gli ideatori, organizzatori, esecutori della serie di attentati terroristici avvenuti il 12 dicembre 1969 a Roma (Altare della Patria: 2 feriti – Banca Nazionale del Lavoro: 13 feriti) e a Milano (Banca Nazionale dell’Agricoltura: 16 morti, 90 feriti).

Coloro che hanno una sia pur minima conoscenza degli anarchici, della loro storia, della loro lotta di ogni giorno per la liberazione dell’uomo dallo sfruttamento e da ogni forma di autoritarismo, sanno che essi respingono ogni atto di violenza che ricordi da vicino gli orrori e le stragi compiute dai fascisti durante il loro ventennale regime e dai nazisti nelle cento «Marzabotto» d’Europa.

Il linciaggio morale degli anarchici non verrà consentito a nessuno, come nessuno potrà mai impedir loro di essere gli accusatori di un sistema basato sulla sopraffazione e che volutamente ignora – quando non favorisce – i quotidiani attentati alla vita e alla libertà dei cittadini.

Questo documento, scritto da militanti anarchici, ha per obiettivo:

 

1) informare l’opinione pubblica di come il «potere costituito» abbia voluto costruire una mostruosa ed enorme montatura addosso a dei compagni solo perché anarchici;

2) spiegare come questa montatura sia stata concepita per colpire non solamente gli anarchici, ma faccia parte di un piano più vasto volto soprattutto a stroncare la tendenza libertaria e rivoluzionaria che andava sviluppandosi nella coscienza delle masse, a reprimere tutta la sinistra extraparlamentare e il movimento autonomo degli operai, spaventando l’uomo della strada per preparare e giustificare un radicale spostamento a destra dell’asse politico italiano, in nome del ristabilimento dell’«ordine»;

3) spiegare come questo piano sia stato attuato trovando i suoi naturali alleati e i suoi complici nella piccola, media e grande borghesia;

4) spiegare perché l’iniziale manovra abbia fallito nei suoi obiettivi principali (stato forte, repubblica presidenziale, colpo di stato fascista, cioè ulteriori limitazioni della libertà di stampa, di associazione, di opinione, di sciopero, ecc.) e come si sia «evoluta» nella repressione che oggi colpisce il movimento rivoluzionario.

Le ragioni economico-politiche della repressione

A partire dal ’68 si acuisce in Italia il conflitto tra capitalismo arretrato (media e piccola industria, grossi industriali legati ad interessi USA) e il capitalismo «avanzato» di tipo monopolistico, statale (FIAT, Pirelli, ENI, IRI, Montedison ecc.).

Quest’ultimo minaccia direttamente il monopolio americano in campo internazionale, entrando in concorrenza diretta con essi (la FIAT con la FORD, la Pirelli con la Firestone e le grosse petrolifere) e creando la condizione per il graduale assorbimento della piccola e media industria nei grossi trust economici, pena il fallimento e la chiusura.

Il contrasto, dapprima sotterraneo, diventa ben presto uno scontro senza esclusione di colpi. Dopo l’allontanamento di Costa dalla Confindustria, i due schieramenti cominciano a delinearsi con più chiarezza: da una parte i «reazionari», servi dell’imperialismo USA e alleati della Grecia fascista; dall’altra i «riformisti», stufi della dipendenza da un capitale straniero che li costringe a pagare le spese delle sue guerre (Vietnam, Medio Oriente), delle competizioni spaziali e la conseguente svalutazione ed inflazione, desiderosi di aprire centrali di sfruttamento in proprio con sistemi apparentemente più democratici ma sostanzialmente più razionali.

In questo quadro nasce il PSU, agente della CIA (centrale di spionaggio del governo americano), alleato della piccola e media industria.

In questo quadro il PCI abbandona definitivamente ogni atteggiamento pseudo rivoluzionario per farsi garante della continuità del sistema, dell’aumento della produttività, dell’emarginazione dei centri economici di potere USA e dello sviluppo in senso tecnoburocratico delle strutture socio economiche italiane.

Mentre è in pieno svolgimento questa lotta di potere ad alto livello, nello spazio che il PCI lascia vuoto alla sua sinistra, nasce e si sviluppa un movimento che da una fisionomia settoriale ed episodica passa ad assumere caratteri sempre più chiaramente libertari cercando piattaforme organizzative autonome e che non ostante le sue deficienze e i suoi limiti – inesperienza, dilettantismo, settarismo, spontaneismo, dogmatismo, verticismo – minaccia di rendere impossibile la «pace sociale», il rafforzamento dell’ordine autoritario, necessarie alla realizzazione dei piani riformistici.

La scadenza dei contratti collettivi di lavoro mobilita vasti strati popolari e serve come base di lancio per richieste più avanzate e meno recuperabili dal sistema.

Di fronte alle scadenze contrattuali e alle masse operaie che stanno prendendo coscienza del fatto che il vero obiettivo delle lotte è la fine dello sfruttamento, il padronato e la classe dirigente sono internamente divisi e il loro contrasto si riflette anche in parlamento, tra i riformisti ed i reazionari.

Le soluzioni dei riformisti appaiono inadeguate alle esigenze del momento; il movimento rivoluzionario spinge in continuazione costringendo sindacati e PCI a continui recuperi per evitare di essere definitivamente e irrecuperabilmente scavalcati.

Il progetto di unificazione sindacale è, almeno per il momento, ancora insufficiente ad esercitare un pieno controllo sulla situazione.

Questo stato di cose, oggettivamente pericoloso per il capitalismo, induce i grandi industriali a lasciare che sia la parte più reazionaria della borghesia a comandare il gioco:

– iniziano a verificarsi una serie di attentati, di chiara matrice fascista, che culmineranno nella tentata strage del 25 aprile ’69 alla Stazione Centrale e alla Fiera di Milano. Attentati di cui verranno accusati gli anarchici (nessuno di loro oggi è in prigione perché la stessa magistratura, di fronte all’evidenza dei fatti, non è riuscita a sostenere le accuse);

– la Borsa ha degli artificiosi spostamenti, rialzi, ribassi, che spaventano la piccola e media borghesia;

– si verifica un’altra serie di attentati sui treni (agosto 1969) di cui verranno ancora incolpati gli anarchici (anche il compagno Pinelli, come anarchico e come ferroviere, verrà accusato di questi attentati: oggi è stato appurato che furono attentati fascisti ma i responsabili, i neonazisti di Treviso, Ventura, Freda e Trinco sono stati, guarda caso, messi in libertà provvisoria).

– La polizia assume atteggiamenti sernpre più provocatori contro picchetti e manifestazioni operaie.

I casi più gravi sono quelli che finiranno a Torino con gli scontri di corso Traiano e a Milano con la morte dell’agente Annarumma.

Quest’ultimo episodio fu vergognosamente sfruttato per esasperare lo spirito reazionario della piccola borghesia, giustificare l’allarme contro il progetto di disarmare la polizia, scatenare ulteriormente la repressione e preparare il clima per la strage del 12 dicembre. Annarumma rimase ucciso durante uno scontro tra due gipponi e malgrado ciò risultasse inequivocabilmente da precise testimonianze e da un reportage filmato dalla televisione francese, le autorità diedero una falsa versione attribuendo la morte di Annarumma ad un’aggressione dei dimostranti. I responsabili del potere costituito si affannarono per fomentare risentimenti ed odio contro i «vili aggressori», contro i «teppisti», i «sanguinari anarcoidi».

Saragat, che quale presidente della repubblica non possiamo ritenere disinformato, si prestò a sostenere la montatura poliziesca con il seguente telegramma di invettive:

«Il barbaro assassinio del giovane ventiduenne agente di pubblica sicurezza Antonio Annarumma, nato da una famiglia di braccianti, in una delle più povere province d’Italia, quella di Avellino, ed ucciso a Milano mentre faceva il suo dovere di difensore della legge democratica, non soltanto offende la coscienza degli italiani ma è una sfida assurda e selvaggia alle manifestazioni dei lavoratori per la soluzione umana dell’angoscioso problema della casa. Questo odioso crimine deve ammonire tutti ad isolare e mettere in condizione di non nuocere i delinquenti, il cui scopo è la distruzione della vita, e deve risvegliare non soltanto negli atti dello Stato e del governo, ma soprattutto nella coscienza dei cittadini, la solidarietà di coloro che difendono la legge e le comuni libertà. Con questi sentimenti, voglia, onorevole ministro, far giungere ai familiari del caduto, così tragicamente colpiti nei loro affetti più cari, l’espressione del mio profondo cordoglio e di quello di tutta la nazione».

– il PSU e tutta la destra parlamentare si abbandonano ad isterici appelli all’ordine.

– Esplodono le bombe del 12 dicembre a Milano e Roma. Ne segue un clima da «caccia alle streghe», di linciaggio morale, di «terrore bianco», ottimamente orchestrato da tutta la stampa borghese e della sinistra ufficiale.

In questo clima Pinelli, dopo tre giorni di fermo illegale nella questura di Milano, viene scaraventato dalla finestra del quarto piano della stessa. E subito dopo i «mostri» le «belve» gli «assassini» gli «anarchici» vengono assicurati alla giustizia.

Per la grande industria questa strategia comportava un rischio: vedersi frenare il processo di razionalizzazione economica in atto. Ha accettato di correre questo rischio anzi, essa stessa ha dato l’esempio con le sospensioni, i licenziamenti, le denunce, facendosi complice del terrorismo e della strage. Aveva le carte in regola per poter sopportare una sosta obbligata, dolorosa ma necessaria, dei suoi piani di sviluppo. Essa, proprio per la sua complicità, ha potuto tenere tutto sotto vigile controllo e, al momento opportuno, riprendere in mano la situazione.

Nella manovra reazionaria complessiva, orchestrata dalla CIA attraverso i neofascisti nostrani e lo spionaggio greco si tendeva perciò a due scopi: 1) da una parte frenare il processo di razionalizzazione economica che la grande industria, grazie all’appoggio della sinistra ufficiale, stava attuando, evitando così la sconfitta della media e piccola borghesia nazionale; 2) dall’altra parte colpire il movimento rivoluzionario che in quei mesi stava sempre più rafforzandosi.

Il primo scopo è chiaramente mancato per motivi di sviluppo economico, storici, di logica; i grandi monopoli (anche se mascherati in modo sempre diverso) hanno buon gioco sui piccoli industria lotti boriosi e presuntuosi. Oggi questi piccoli capitalisti, ufficialmente usciti (ma in realtà sbattuti fuori) dalla Confindustria e riuniti nella CONFAPI, vanno a piangere miseria dal ministro dell’industria, ricevendo elogi («voi siete la spina dorsale dell’economia italiana») e promesse che non saranno mantenute (o che, se mantenute, rientreranno nel programma generale di sviluppo del sistema).

Per il secondo obiettivo il discorso è diverso: i padroni, sempre in lotta fra loro per ragioni di interesse, di dominio, di conquista di mercati, nei momenti di crisi (è dall’autunno ’69 che la economia italiana è «in crisi», che la produttività non sale e così via) ritrovano l’unità contro i comuni nemici, quegli estremisti che non discutono sulla forma migliore, più «umana» di sfruttamento ma combattono e vogliono abolire lo sfruttamento stesso. Ecco come grande e piccola industria e apparato statale si sono trovati affratellati nel sostenere l’assurda montatura contro i compagni incarcerati per gli attentati del 25 aprile e 12 dicembre ’69.

Le bombe alla Fiera di Milano: 25 aprile 1969

Il 25 aprile 1969 scoppiano a Milano due bombe, una al padiglione FIAT della Fiera, una all’Ufficio Cambi della Stazione Centrale. Diversi feriti gravi, nessun morto: ma poteva essere una strage.

Dopo Avola, dopo Battipaglia, la gente comincia ad avere dei dubbi sul fatto che la violenza venga davvero sempre da sinistra. Il 28 aprile ci sarebbe dovuto essere alla Camera il dibattito sul disarmo della polizia in funzione di ordine pubblico: adesso, questa proposta fa sorridere.

Per le bombe vengono arrestati subito degli anarchici; indagini in direzione diverse, che erano state intraprese, vengono arenate per ordine del giudice Amati che immediatamente indica gli anarchici quali colpevoli. Amati, per inciso, avrà un ruolo dí primaria importanza nelle indagini per le bombe del 12 dicembre e nell’incriminazione di Valpreda e compagni.

Due degli arrestati, i coniugi Corradini, saranno rilasciati per mancanza di indizi dopo sette mesi di carcere, malgrado già da tempo si fossero occupati del caso i giornali stranieri e il tribunale per i diritti dell’uomo. Gli altri compagni restano dentro: Braschi, Della Savia, Faccioli, Pulsinelli, Norscia, Mazzanti.

Finalmente, dopo due anni di carcere, il 22 marzo 1971 comincia il processo contro di loro, che si conclude il 29 maggio con una sentenza il cui significato è subito chiaro se si esamina ciò che è emerso dal processo stesso. Infatti, a dispetto dei giudici e del P.M. sono affiorati dal processo elementi sufficienti per permetterci di ricostruire, fin nei particolari, la vera storia di tutta la vicenda.

1) L’unico teste d’accusa, Rosemma Zublena, dopo essere caduta in innumerevoli contraddizioni, è stata riconosciuta dallo stesso P.M. un’isterica mitomane. Nel ’67 la Zublena era stata processata per calunnie, per aver denunciato con una serie di lettere anonime sindaci, prefetti, vescovi e altra gente. Il giudice, cui era affidato il procedimento, l’aveva in quell’occasione definita «un’anormale psichica». Il commissario Calabresi – quello che il 15 dicembre «suiciderà» Pinelli dal IV piano della questura di Milano – ha avuto buon gioco nel servirsi di simile personaggio, mettendole in bocca tutte le accuse che voleva. I difensori hanno chiesto l’incriminazione di Calabresi per subornazione di testimone (indurre a deporre il falso) e della Zublena per falsa testimonianza.

2) L’accusa si basava inoltre su tutta una serie di «confessioni» degli imputati. Se si pensa che Faccioli ne ha avuto un labbro spaccato non è difficile capire come queste confessioni siano state ottenute. In particolare, Faccioli denuncia le torture subìte da parte de1 commissario Calabresi e dei brigadieri Mucilli e Panessa: sono gli stessi che «interrogheranno» il compagno Pinelli. Panessa, interrogato, cade in contraddizioni: corre in suo aiuto il presidente del tribunale – che è, guarda caso, Paolo Curatolo, «uomo di destra», famoso per il processo per i morti di Reggio Emilia – allontanandolo dall’aula.

Si mette in dubbio la verità delle affermazioni degli imputati circa le violenze subìte: ma poi risulta che Faccioli a S. Vittore non è stato sottoposto alla regolamentare visita medica, obbligatoria all’ingresso in carcere.

Visti i metodi, non stupisce che gli imputati «confessino» una serie interminabile di reati, alcuni dei quali semplicemente inesistenti: ad es. il furto di esplosivo da una cava nel bergamasco (uno dei capi d’accusa contro i compagni) non è mai avvenuto. Ciò risulta dalla testimonianza di tutti i dirigenti e guardiani della cava. Naturalmente il tribunale «mette in dubbio» la veridicità di questi testi – ma non li incrimina, come dovrebbe, per falsa testimonianza.

Questo furto inesistente è stato inventato, fin nei minimi particolari, dal perito balistico della polizia Teonesto Cerri. Un’ennesima «coincidenza»: Cerri è lo stesso perito che il 12 dicembre darà parere favorevole perché sia fatta brillare la bomba inesplosa alla banca Commerciale, distruggendo quello che poteva essere un indizio determinante per risalire agli autori della strage: forse, era un indizio troppo determinante…

Bombe del 25 aprile, bombe sui treni, bombe del 12 dicembre: implicati nella montatura contro gli anarchici troviamo sempre gli stessi magistrati e gli stessi sbirri. Fra l’altro, Cudillo, giudice istruttore nel processo contro Valpreda, a pag. 109 della sua incredibile sentenza istruttoria, ipotizza che parte dell’esplosivo rubato alla cava sia stato usato per la strage del 12 dicembre. Su simili «decisivi» indizi si regge infatti anche questo processo.

Vi sono poi altre «confessioni» molto scomode per l’accusa, visto che si riferiscono a attentati i cui autori sono noti già da tempo o che comunque gli imputati non avevano la possibilità materiale di fare. Troppe confessioni: a questo assurdo si può arrivare solo con la tortura. E’ ancora Calabresi ad aggiustare le cose, mettendo a verbale durante gli «interrogatori» solo le dichiarazioni che facevano comodo alla accusa, come egli stesso finisce per ammettere in tribunale. Dal canto suo il tribunale non è da meno: queste dichiarazioni di Calabresi non sono state verbalizzate dal cancelliere e il P.M. ha addirittura negato di averle sentite. Per fortuna, un giornalista presente al processo ha registrato tutto e le dichiarazioni restano agli atti.

3) Il 7 dicembre ’69 i settimanali inglesi The Guardian e The Observer pubblicano il famoso rapporto segreto del ministero degli esteri greco all’ambasciata dei colonnelli fascisti greci a Roma, nel quale si rivela che gli attentati del 25 aprile sono stati progettati dal governo greco e messi in atto da fascisti italiani direttamente collegati con i colonnelli. Il rapporto ha una vasta eco su tutta la stampa internazionale ma non viene nemmeno preso in considerazione dal famigerato giudice istruttore Amati, che rifiuta persino di allegarlo agli atti.

Il giornalista inglese Leslie Finer ha ribadito al processo, nella sua clamorosa testimonianza, I’autenticità del documento e la sua assoluta rispondenza alla realtà delle trame dei colonnelli greci e della CIA in Italia. Nel documento si fa ampia dettagliata relazione di contatti ed accordi raggiunti con esponenti dell’esercito, della polizia e dei carabinieri italiani, accordi che miravano (e mirano) a costituire in seno a queste forze armate «organizzazioni segrete» che assumessero il ruolo reazionario, provocatorio, dinamitardo, svolto «dalla polizia militare ellenica nella preparazione della rivoluzione dei colonnelli».

Nel secondo capitolo del documento, consistente in una relazione sulle «azioni concrete» già effettuate, è detto tra l’altro, con esplicito riferimento agli attentati del 25 aprile ’69 al padiglione FIAT di Milano ed alla stazione: «Le azioni non hanno potuto essere realizzate che il 25 Aprile. La modifica dei nostri piani è stata necessaria per il fatto che un contrattempo ha reso difficile l’accesso al padiglione FIAT. Le due azioni hanno avuto un notevole effetto».

Al processo, malgrado gli sforzi riuniti di polizia e magistratura, la montatura che si è cercato di costruire è crollata tanto clamorosamente che persino la parte civile (la famiglia di un ragazzo rimasto mutilato) si è ritirata, persuasa dell’assoluta estraneità degli imputati.

Braschi, Della Savia, Faccioli, Pulsinelli, Norscia, Mazzanti si sono fatti due anni di carcere preventivo, con gravissime accuse fra cui 12 episodi di strage, che avrebbero comportato l’ergastolo. Ora i compagni sono stati tutti scarcerati. Dal processo è emerso un cumulo enorme di arbitrii procedurali, falsificazioni di verbali e di prove, abusi di potere; attraverso violenze, pressioni o ricatti sono stati fatti sottoscrivere certi verbali incredibili al punto che lo stesso P.M. ha preferito non servirsene.

Bisogna dire che P.M. e tribunale hanno fatto il possibile per arginare lo scandalo nei limiti sopportabili dal sistema: sono riusciti ad evitare l’incriminazione di tutti i falsi testi d’accusa; a mantenere in piedi contro ogni evidenza quel poco che gli consentisse di emettere 3 condanne per i reati minori, per salvare la sostanza politica della montatura, evitare l’incriminazione dei magistrati e degli sbirri che I’hanno messa in atto, ma soprattutto per insinuare nell’opinione pubblica il dubbio che effettivamente gli anarchici sono dei dinamitardi e far passare così la montatura ordita contro i compagni per la strage di Stato.

Braschi, Della Savia, Faccioli, sebbene siano stati scarcerati, ricorreranno in appello. Non certo perché hanno fiducia nella giustizia borghese, strumento di quegli stessi padroni che sono i mandanti degli attentati; lo fanno per mostrare a tutti che ormai lo «Stato democratico» si sente tanto forte da non curarsi più di salvare, nelle sue criminose montature, nemmeno un’apparenza di quella «legalità» di cui si proclama custode.

Da tutta la sporca montatura poliziesca e giudiziaria imbastita contro questi compagni per attribuirgli la responsabilità delle bombe fasciste del 25 aprile e conclusa con il farsesco processo che si è detto, è emerso un aspetto vergognoso che indica chiaramente come il tentativo di «linciaggio» politico e morale del movimento anarchico non abbia trovato opposizione adeguata non solo da parte della sinistra ufficiale ma anche da parte delle forze extraparlamentari.

Intendiamo riferirci al disonesto comportamento di tutti i raggruppamenti e partiti di sinistra che con tutta la loro stampa, senza nessuna eccezione, per mesi e mesi fecero coro con la stampa fascista e reazionaria nel parlare di «processo agli anarchici» per accollare così, di fronte all’opinione pubblica, ogni eventuale responsabilità che l’accusa fosse riuscita subdolamente a lasciare in piedi, a militanti del movimento anarchico.

Gli anarchici, per non venir meno ai principi di «solidarietà rivoluzionaria» per non isolare politicamente gli imputati, si sono astenuti da ogni precisazione in merito alla loro militanza politica. Ebbene ora che la vicenda giudiziaria e risolta è necessario abbandonare ogni riserva e chiarire che due soltanto (Pulsinelli e Braschi) degli otto imputati erano e sono anarchici; gli altri militano in gruppi extraparlamentari e due di essi (Norscia e Mazzanti) erano addirittura iscritti al PCI.

Le bombe di Milano e Roma: l2 dicembre 19ó9

Il tentativo di far regredire la sinistra rivoluzionaria ed il movimento operaio in genere con le bombe del 25 aprile fallisce miseramente. Gli operai non si sono fatti abbindolare dalle accuse e dai discorsi così palesemente falsi. La lotta continua con sempre maggiore forza. L’autunno, come previsto, trova accesi numerosi focolai di scioperi e piazze invase da manifestazioni massicce e minacciose.

Le crisi di governo, che dall’estate si succedono con ritmo sempre più serrato, senza offrire il minimo spiraglio di soluzione, spingono le forze reazionarie ad accelerare i piani eversivi già da tempo in fase di elaborazione.

Dai primi di settembre cominciano a serpeggiare, sempre più insistenti, voci di colpi di stato. La stampa padronale e fascista, alla quale fa eco il PSU per mezzo del suo organo ufficiale, chiede insistentemente lo scioglimento delle Camere. Esplicita ed assillante la minaccia: «O il quadripartito subito o elezioni anticipate».

La situazione precipita. In ottobre e novembre si intensificano gli attentati terroristici, è la piccola e media industria che, nel tentativo di rendere inevitabile un «governo forte», assolda ed arma squadre di incoscienti. Pietro Nenni, in una intervista sul Corriere della Sera paragona l’attuale momento con g1i avvenimenti che nel 1922 portarono al fascismo.

Quella che sarà definita «la strategia della tensione», scatenata con il chiaro proposito di bloccare i fermenti studenteschi ed il ben più pericoloso esplodere delle rivendicazioni proletarie, è in pieno sviluppo mentre si moltiplicano i casi di agitazioni in cui il padronato non riesce a trovare interlocutori. Alla Pirelli si sciopera ad oltranza avanzando una nuova parola d’ordine «vogliamo tutto e subito». La Malfa e Tanassi, il 21 novembre, sferrano un duro attacco contro i sindacati che, sotto la spinta degli operai, sono stati costretti a mobilitare cinque milioni di lavoratori per i rinnovi contrattuali. Nello stesso giorno la Confindustria emette un minaccioso comunicato: «…il potere operaio tende a sostituirsi al Parlamento… ciò crea un sovvertimento in tutto il sistema politico». Il democristiano di destra, Guido Gonella, lancia un appello perché si scateni «la reazione del timido borghese contro i picchetti degli operai».

Siamo alla vigilia del 12 dicembre. Il 6 dicembre Mauro Ferri, segretario del PSU, unisce la sua voce agli isterismi della destra politica e economica per la soluzione autoritaria di tutti i problemi: la proclamazione di una repubblica presidenziale; il settimanale Gente pubblica una sua eloquente dichiarazione: «…1a decisione di sciogliere le Camere spetta al Capo dello Stato…e sono convinto che tutti gli italiani possono essere certi che nelle mani del presidente Saragat il potere è ben affidato».

Tutti i corpi di polizia sono in stato d’allarme. I fascisti di tutte le sétte, con Almirante in testa che farnetica di «guerra civile» e sollecita misure militari, sono in fermento. Nell’esercito si notano palesi indizi di nervosismo; comincia a prendere consistenza una tendenza all’intervento armato per garantire l’ordine pubblico. Il 15 novembre a Monza il comandante del distretto militare, pubblicamente, presente il procuratore della Repubblica, afferma: «Stante l’attuale situazione di disordine nelle fabbriche e nelle scuole, l’esercito ha il compito di difendere le frontiere interne del paese: l’esercito è ormai l’unico baluardo contro il disordine e l’anarchia».

La sensazione che solo il ricorso alla forza possa risolvere la situazione, si fa sempre più marcata, diviene sensazione generale.

Il 7 dicembre i settimanali inglesi The Guardian e The Observer lanciano l’allarme: «Un gruppo di elementi di estrema destra e di ufficiali sta tramando in Italia un colpo di stato militare…». Il 10 dicembre il settimanale tedesco Der Spiegel incalza: «…organizzazioni giovanili fasciste si preparano alla guerra civile… ».

La Confindustria soffia sul fuoco, il suo dirigente Gambarotta rende pubblico il pensiero ufficiale del capitale italiano: «Il sistema parlamentare non è fatto per gli italiani… occorre una organizzazione sovrapartitica con una fede mitica nell’ordine…».

Eccoci alla vigilia della strage di Stato. L’11 dicembre l’attesa è febbrile, a Milano riunioni di ufficiali dei servizi segreti e di alti ufficiali dell’esercito. Il settimanale Epoca esce in veste «tricolore» ed in un servizio profetico ammonisce: «…se la situazione diventasse drammatica…le forze armate potrebbero essere chiamate a ristabilire immediatamente la legalità… poniamoci il problema della repubblica presidenziale… ».

Negli ambienti interessati, tra chi «fa politica» e chi segue, per interessi economici o di potere, le convulse vicende di questi giorni si parla ormai apertamente di «qualcosa di grosso che dovrà esplodere nelle prossime ore». La strage aveva i suoi profeti, le sue vittime già destinate ed i suoi «predestinati» capri espiatori.

Emergerà in seguito che tra i fascisti più fidati di Ordine Nuovo si vociferava da almeno due giorni che le bombe sarebbero scoppiate esattamente il 12 dicembre 1969 a Milano e Roma ed avrebbero trovato quanto mai pronti i fascisti ad agire e la polizia efficientissima.

Dopo pochi minuti dall’esplosione all’Altare della Patria a Roma scatta la gazzarra delle destre. Le strade del centro sono invase da manifesti e volantini contro i «terroristi anarchici». Appena il tempo per realizzare riunioni dei vertici e le questure di Roma e Milano indicano i responsabili in Valpreda e compagni.

Le indagini assumono immediatamente un andamento sfacciatamente unidirezionale. Tutti gli anarchici noti – che da mesi subivano (ed avevano avvertito e denunciato) sorveglianza, pedinamenti, appostamenti, controlli telefonici – vengono fermati. Si tenta con suggestioni, pressioni, minacce di ogni genere, di estorcere a tutti i costi ammissioni contro Valpreda. «Voi anarchici dovreste aiutarci e ringraziarci; vogliamo togliervi dai piedi un turbolento, un sanguinario che danneggia il vostro movimento». Frasi del genere venivano ripetute con insistenza, soprattutto ai compagni che avevano avuto screzi o controversie teoriche con Valpreda.

Ma gli anarchici sapevano che Valpreda era da mesi sottoposto a sorveglianza speciale; era pedinato, convocato giornalmente in questura e gli si ingiungeva persino di trovarsi, in determinate ore, in bar del centro per incontrarsi con funzionari della questura. Era, insomma, letteralmente perseguitato, minacciato dalle squadre politiche di Roma e Milano che – malgrado fosse ormai di dominio pubblico e ampliamente dimostrato che le bombe del 25 aprile e dell’8 agosto ai treni erano state messe dai fascisti in combutta con i colonnelli greci – cercavano di accollarle, in qualche modo, agli anarchici, farle rientrare nel quadro forsennatamente repressivo tracciato dal giudice Amati. Valpreda a Roma, Pinelli a Milano, venivano torchiati in ripetuti snervanti interrogatori, inquisiti assillantemente, apertamente accusati di aver preparato ed attuato quegli attentati, in concorso con altri anarchici.

La trappola poliziesca che doveva servire ad incastrare Valpreda e compagni («alla prima occasione vi incastreremo una volta per tutte» – minacciava spesso il commissario Calabresi) era in accurata, paziente preparazione da mesi.

Quando, in perfetta sincronia con il piano della «strategia della tensione» scoppiarono le bombe del 12 dicembre che dovevano sbloccare, come in effetti sbloccarono, la «drammatica situazione», questura magistratura e potere esecutivo avevano già a disposizione, prescelto con cura, l’uomo adatto da additare all’esecrazione popolare, l’uomo che, secondo ogni previsione, sarebbe stato «gradito» da tutti i partiti e da tutti abbandonato.

Ma qualcosa, sin dall’inizio, comincia a non funzionare nel disegno della polizia: il tentativo di incastrare il compagno Pinelli fallisce. Dapprima si prova ad ingannarlo, si passa poi alle minacce ed ai ricatti e infine, vista la sua solidità morale, si tenta di fiaccarlo nel fisico. Nei lunghi ed estenuanti interrogatori, durante i quali gli aguzzini della squadra politica milanese si avvicendano, si urla, si tentano ricatti, si fanno dei nomi. ed è a questo punto che il compagno Pinelli comincia a vederci chiaro; qualcosa, un nome gridatogli da un questurino è il tassello che manca al mosaico. Al limite ormai della sopportazione umana (si protraeva da tre giorni l’interrogatorio) sconvolto da ciò che aveva capito, in un moto spontaneo di rabbia grida in faccia ai suoi assassini la verità. Nell’ufficio politico milanese c’è un momento di smarrimento, sanno di non poter trattenere ancora a lungo Giuseppe Pinelli ma sanno anche che lasciarlo andare significherebbe la fine. La soluzione viene trovata in un colpo di karaté che stroncherà la vita di Pinelli.

I questurini hanno perso la testa. Qualcuno chiama un’ambulanza poi, nell’estremo tentativo di nascondere la verità, Pinelli viene scaraventato dalla finestra. In seguito risulterà paradossalmente che la ambulanza è stata chiamata prima di farlo precipitare dal IV piano della questura.

Un giornalista, teste oculare, registrerà l’ora e constaterà che, contrariamente alle affermazioni del brigadiere Panessa, Pinelli precipitato a terra calzava entrambe le scarpe (Panessa dichiarò che, nell’atto di impedire a Pinelli di suicidarsi, avendolo afferrato per una gamba, gli era rimasta in mano una scarpa). Nel tentativo di avallare il suicidio, il questore Guida (carceriere durante il ventennio dei prigionieri politici rinchiusi a Ventotene), subito dopo la morte dello anarchico, dichiarerà che Pinelli si era ucciso perché implicato nelle bombe e che il suo alibi era crollato. In seguito il questore Guida verrà costretto a smentire tali affermazioni e dichiarerà Pinelli totalmente estraneo alle bombe. Oggi la montatura dei suicidio è miseramente crollata ma, in quel momento, assieme alle dichiarazioni di Guida, contribuì non poco a sostenere la colpevolezza degli anarchici.

Post bombe

Le forze della destra reazionaria e fascista, in fase di estrema virulenza, e che si erano andata rafforzando in ogni settore politico e statale, nel parlamento, nell’esercito, nella magistratura, nella polizia in tutti i centri di potere economico che avevano perfezionato l’organizzazione di piani eversivi sfacciatamente appoggiati dalla CIA e dai colonnelli greci, non potevano essere neppure sfiorate, non si voleva correre il rischio di scatenare la loro preordinata e prevista reazione. Si sarebbe andati incontro sicuramente a squilibri incontrollabili, a sommovimenti violenti, alla minacciata e temuta guerra civile.

Non dimentichiamo che nei giorni in cui maturò, si preparò e si attuò la «strage di Stato», tutte le forze reazionarie erano pronte ad intervenire per risolvere la drammatica crisi con un colpo di stato fascista o, per lo meno, con un rovesciamento costituzionale, con la proclamazione della repubblica presidenziale.

Pertanto tutti gli «interessati», sinistre ufficiali comprese, accettarono l’incriminazione dell’anarchico Valpreda e compagni come il male minore, come la sola possibilità di salvare, in quel momento, la legalità repubblicana e il sistema parlamentare, senza provocare pericolosi traumi nè nell’opinione pubblica nè nelle forze politiche costituzionali, tutte più o meno compromesse nel turbinio delle manovre politiche di quel periodo.

Per comprendere ciò non bisogna dimenticare che le trame che si erano andate sviluppando con numerosi attentati dinamitardi avevano compromesso, in un intrico di complicità e collusioni vastissimi, legato ad emissari della CIA e dell’ESESI (servizio segreto greco) alti esponenti politici, dello Stato, della magistratura, dell’esercito, della polizia, della finanza…

Le insistenti voci di complotti militari, certi massicci spostamenti ed accentramenti di truppe assolutamente ingiustificati, certe burrascose riunioni di vertici, alle quali partecipano a volte, calpestando ogni etichetta, persino ambasciatori di governi «amici»; certe ricorrenti voci che, anche in piena notte, gettavano allarme tra gli esponenti di sinistra, non erano megalomanie di esaltati o burle di buontemponi ma episodi concreti, reali, gravissimi, del caos in cui si trascinava il «partito della crisi», del marasma in cui si dibattevano gli stessi fautori della strategia della tensione.

Solo il ricorso ad un fatto clamoroso, ad un gesto che almeno per qualche giorno lasciasse tutti attoniti, rompesse la tensione sull’orlo di precipitare il paese in una tragica avventura, poteva consentire il respiro e la riflessione e la spinta a ricercare ed attuare quelle soluzioni o almeno quegli sporchi compromessi politici che altrimenti non era stato possibile trovare.

Quel che avvenne dopo la strage confermò clamorosamente questa analisi che, si badi bene, non è posteriore alle criminali esplosioni del 12 dicembre ’69 ma era stata esaminata e discussa da diversi gruppi anarchici e dai gruppi extraparlamentari impegnati nella Controinformazione.

Fu proprio tenendo conto di questa analisi che i suddetti gruppi, fin dai primi di novembre, esprimevano in ogni modo, con tutti i loro mezzi, inquietudine, avvertimenti, allarmi per quello che inevitabilmente sarebbe accaduto.

Si sapeva con certezza che alcuni agguerriti e ben sovvenzionati gruppi di neofascisti avevano «contatti organici» con emissari dei colonnelli greci, della polizia e persino del Ministero degli Interni nonché con ufficiali delle Forze Armate e con industriali. Si avevano precise informazioni sulle varie azioni dinamitarde messe in atto in base al famoso rapporto segreto greco.

Tutto questo era ben noto alla questura, al SID (Servizio Informazioni Difesa), ai politici disorientati ed incapaci di concretare una qualsiasi iniziativa che sbloccasse la situazione, presi nel vortice di bassi intrallazzi, di quotidiani compromessi diretti a salvare il massimo spazio politico ai partiti.

Nei gruppi della sinistra extraparlamentare, in certi gruppi anarchici, si era notato, parallelamente allo sviluppo dell’«entrismo» di elementi neofascisti, una infiltrazione di confidenti della polizia e poliziotti autentici con funzioni di copertura dei fascisti e delle loro azioni eversive e provocatorie nelle manifestazioni di piazza.

Un legame si intuiva già tra le azioni dei fascisti e certi ambienti delle varie questure. Si era scoperto, ad es., che nella montatura che era stata ordita per accollare agli anarchici gli attentati fascisti del 25 aprile ’69, oltre alla famigerata Zublena, era implicato un confidente della questura, che ha avuto per mesi il compito di preparare false prove atte a rendere credibili le incriminazioni dei compagni. Il nome e l’operato di questo individuo non verrà mai rivelato dalla polizia, anche se le false confidenze, più che le scempiaggini della deficiente Zublena, sono servite ad Amati per tenere due anni in galera sei innocenti.

Fu la questura quindi con i suoi confidenti, con i suoi fidati funzionari, con la complicità del giudice Amati e la connivenza di tutto l’apparato a precostituire il castello dei falsi indizi con i quali sono stati «assicurati alla giustizia un gruppo di anarchici», consentendo ai fascisti dinamitardi di proseguire nella loro opera.

Ciò autorizza a denunciare obiettive responsabilità di una certa polizia e di una certa magistratura in tutto il piano che ha realizzato con le bombe del 25 aprile, con quelle dell’8 agosto e del 12 dicembre, le azioni più clamorose, rispondenti a precise esigenze politiche del momento.

Dopo essere stato assassinato, il compagno Pinelli è risultato estraneo agli attentati dei treni e del 12 dicembre.

Braschi, Pulsinelli, Faccioli, Della Savia, ecc. sono stati, dopo due anni di galera, riconosciuti estranei agli attentati fascisti del 25 aprile.

Rimane da smontare il tentativo di accollare a Valpreda e compagni, anch’essi, guarda caso, anarchici, le bombe fasciste del 12 dicembre. In questo frangente la montatura è stata più accurata, più grossa, proporzionata all’importanza degli obiettivi. Ma identica la tecnica usata per incastrare gli anarchici.

Prescelto il 22 Marzo, costituitosi da poco tempo come gruppo «eterogeneo» – aperto cioè a tutte le tendenze – era facile immettervi confidenti e persino un poliziotto. Costui, quel Salvatore Ippolito ribattezzato «Andrea Politi», avrà nel gruppo le stesse funzioni che aveva avuto il confidente della questura di Milano nel gruppo Braschi e Pulsinelli: provocatore e costruttore di false prove.

Il Salvatore Ippolito lo troviamo infatti precedentemente impegnato nelle indagini sulla sinistra extraparlamentare per gli attentati attribuiti al gruppo Braschi. Eccolo poi, fin dal maggio-giugno, appiccicato alle costole di Valpreda e compagni, membro attivo del gruppo, impegnato in un’opera continua, costante, di istigazione, di provocazione «all’azione»; opera che, anche se fallisce perché non riesce a dare un seguito alla unica azione consistita nel lancio di una bottiglia con benzina effettuata con la partecipazione attiva del poliziotto; riesce però a far costruire, sulla scorta di giornalieri rapporti dell’agente provocatore, a chi imbastiva la manovra, i falsi indizi per incastrare gli anarchici.

La questura, anche in questo caso, tenterà poi a lungo e con caparbietà di tener nascosta l’esistenza del poliziotto provocatore e la funzione da lui svolta; e sarà costretta a rivelarla, con ogni circospezione, solo 7 mesi più tardi, solo quando gli anarchici la denunciarono pubblicamente.

Non si vuole con questo affermare che il poliziotto-spia-provocatore Salvatore Ippolito fosse in qualche modo al corrente di quanto si stava tramando. Come non si è mai inteso sostenere che il fascista Mario Merlino (per sua stessa ammissione entrato nel gruppo di Valpreda e compagni per riferire sulle attività degli anarchici ai suoi «camerati») fosse a conoscenza di quanto doveva poi avvenire.

Merlino è fascista ma è ben noto come delatore anche di fascisti alla polizia. E’ indubbiamente intelligente ma psichicamente debole. Più volte ha giustificato ai fascisti le sue delazioni dicendo che soffre di frequenti attacchi epilettici durante i quali è assolutamente incapace di mantenere un qualsiasi segreto. Un individuo simile non può, obiettivamente, essere considerato il «cervello» di un’organizzazione clandestina e terroristica ed in effetti, come risulta chiaramente da inequivoche testimonianze, da circostanze precise e dall’esame degli atti processuali, egli non ha avuto altra funzione che quella di riferire ogni minimo particolare di quanto si diceva e si faceva nel gruppo ai suoi amici politici.

Chi gli aveva affidato l’incarico di «spia» allo interno del gruppo non poteva certo tenerlo al corrente di quello che si stava tramando anche alle sue spalle. Infatti egli si è trovato coinvolto senza un alibi prefabbricato, costretto ad ammettere che il giorno della strage era andato a cercare, senza trovarlo, Stefano Delle Chiaie, al quale passava le informazioni, mentre avrebbe potuto recarsi dal suo professore, noto antifascista, che lo attendeva quel giorno, costituendosi cosi un alibi perfetto. Qualora avesse saputo o solo immaginato che quel giorno sarebbe accaduto qualcosa, non sarebbe stato così scemo da andarsi a cacciare in casa della Minetti, con il bel risultato di compromettere il fascista Delle Chiaie che, per questa inutile e imprevista visita di Merlino nel suo covo, fu costretto alla latitanza per non correre il rischio di dover rivelare il nome di chi riceveva da lui le informazioni che gli passava Merlino.

Sta di fatto però che le informazioni sugli spostamenti, sulle abitudini e sulle innocue chiacchiere dei giovani del gruppo 22 Marzo fornite alla questura da Salvatore Ippolito furono utilizzate per attuare gli attentati su misura del gruppo.

Stabilito poi che, con assoluta certezza, «i camerati» a cui Merlino passava le informazioni erano in contatto diretto con gli organizzatori del piano eversivo e quindi con i funzionari dello apparato statale, (poliziesco, giudiziario e militare) in esso compromessi, si può con fondatezza sostenere che tutte e due le fonti di informazione, ad insaputa degli stessi informatori, siano state utilizzate per realizzare gli attentati in modo che potessero essere poi attribuiti a Valpreda e compagni.

La strage di Stato, concepita ed attuata con estrema freddezza, decisione, mezzi ed esperienza non si spiega, non si giustifica, non può trovare alcuna motivazione se non si colloca al momento politico-economico che l’ha suggerita e a tutto il piano che da quel momento prese le mosse.

Tutto quanto è avvenuto dopo e sta ancora avvenendo non fa che confermare questa analisi. Lo stesso «golpe» del criminale Valerio Borghese non era, in fondo, che una delle tante ramificazioni del piano reazionario della destra ed aveva indubbiamente legami e collusioni con esso. Borghese è stato buttato a mare perché non intendeva sospendere l’esecuzione del progetto iniziale che, dopo là strage di Stato, ha subito revisioni e rinvii. Ma i suoi altolocati complici gli hanno garantito incolumità e protezione. Del colpo di Stato nessuno dice più una parola.

A che serve stabilire, almeno in questa sede, che contro Valpreda e compagni non c’è ombra di prova o di indizi nelle 20.000 pagine degli atti processuali? A che serve ribadire che tutti hanno degli alibi di ferro? Gli attentati non potevano favorire la causa dell’anarchismo e della emancipazione operaia, ma quella della destra più reazionaria e conservatrice.

Questo lo sanno anche i magistrati Occorsio e Cudillo, che hanno svolto l’inchiesta loro affidata dall’apparato senza poter aggiungere un solo elemento d’accusa alla stolta, incongruente e traballante montatura poliziesca ma anche senza affrontare il rischio di scoprire la verità, che li avrebbe portati al «dovere» di incriminare un folto gruppo di reazionari, anche altolocati che, per superiori disposizioni , vanno protetti.

La loro montatura fa acqua da tutte le parti, ma poco importa: dio è con noi – possono dire i padroni, ed evidentemente hanno ragione visto che tutti i testimoni «scomodi» scompaiono uno dopo l’altro, in circostanze «misteriose»:

12 dicembre 1969 – Strage di Milano.

13 dicembre ’69 – Udo Lemke, un capellone tedesco, si presenta dai carabinieri dicendo di aver riconosciuto in piazza Venezia, subito dopo gli attentati, tre giovani siciliani che un mese prima gli avevano proposto di compiere attentati dinamitardi in varie città, tra cui Roma e Milano.

14 dicembre ’69 – Viene ricoverato in clinica l’avv. Vittorio Ambrosini, fratello del consulente costituzionale di Saragat e padrino di cresima di Restivo. Confida ad un suo vecchio amico comunista di aver partecipato nella sede romana di Ordine Nuovo, alla riunione preparatoria della Strage. Da allora è inavvicinabile.

15 dicembre ’69 – Il corpo di Giuseppe Pinelli, assassinato dai questurini di Milano, viene gettato dalla finestra del commissario Calabresi. Presenti il tenente dei C.C. Lo Grano e i brigadieri Mucilli e Panessa,.Mainardi e Caracuta.

25 dicembre ’69 – Scompare Armando Calzolari, amministratore del Fronte Nazionale di Junio Valerio Borghese. Non era d’accordo con il programma dei camerati a proposito delle bombe. Provetto sommozzatore, verrà ritrovato un mese dopo in un pozzo: affogato in 80 cm. d’acqua. E’ certo che fu ucciso.

16 gennaio 1970 – Udo Lemke – il capellone tedesco reo d’aver denunciato Stefano Galatà, responsabile dei volontari del MSI, di Catania, come uno degli attentatori dell’Altare della Patria – viene arrestato per droga. Con una «brillante» azione che puzza lontano un miglio di macchinazione poliziesca. Attualmente è ricoverato alla clinica neuro di Perugia.

27 settembre ’70 – Muoiono in un «incidente» stradale cinque anarchici calabresi. Due di essi – Angelo Casile e Giovanni Aricò – sono importanti testi a discarico nell’istruttoria Valpreda e stavano svolgendo un’importante indagine di controinformazione. L’incidente – provocato dalla brusca frenata di un camion che li precede – avviene alla stessa altezza dove otto anni prima era morta, in circostanze analoghe, la moglie di Junio Valerio Borghese. Il padre di uno dei giovani aveva ricevuto, qualche giorno prima della partenza, la telefonata di un suo amico brigadiere di P.S. che lo sconsigliava di lasciar partire il figlio.

E tanti altri testimoni a favore vengono arrestati in occasione di manifestazioni, picchiati e poi ad arte denunciati per violenza a pubblico ufficiale e imputati senza alcun fondamento nello stesso procedimento contro Valpreda e successivamente prosciolti, ma ciò è sufficiente per non permetter loro di testimoniare.

Ma non sono scomodi soltanto i testimoni a difesa. Anche i testimoni d’accusa possono esserlo (vedi Zublena) quando sono individui psichicamente deboli, che in aula potrebbero dimenticarsi la lezione.

E’ così che il 16 luglio 1971 muore il supertestimone Cornelio Rolandi, il tassista, quello che, per una taglia di 50 milioni, ha «riconosciuto» il Valpreda – di cui aveva per altro già visto la foto: «questo è l’uomo che devi riconoscere» – gli avevano detto, come risulta dai suoi stessi verbali. La sua morte prematura (aveva 49 anni) arriva imprevista per tutti tranne che per il giudice Cudillo, che il 23 giugno ’70 (un anno prima) gli ha fatto rilasciare una «deposizione a futura memoria» da usarsi appunto in caso di morte.

C’è speranza, insomma, di arrivare al processo senza testimoni, e possibilmente senza imputati: l’11 luglio la stampa dà notizia di un tentato suicidio di Valpreda e Gargamelli. La notizia risulta assolutamente falsa: ma chi e perché l’ha comunicata? Forse qualcuno che vuole cominciare a preparare la gente all’idea che anche Valpreda (come Pinelli!) potrebbe «suicidarsi»? E’ bene segnalare che da qualche tempo sia Valpreda che Gargamelli sono ricoverati in infermeria, l’uno per disturbi circolatori, l’altro per asma allergica. Il processo, che si doveva svolgere nell’autunno ’71, non è stato ancora messo a ruolo e non potrà quindi essere fissato che per la primavera del ’72. Si intende aspettare I’occasione di fargli fare la fine di Pisciotta?

Intanto il processo viene rinviato di giorno in giorno. Nel frattempo Calabresi, Lo Grano, Panessa, Mucilli, Mainardi e Caracuta, gli assassini del compagno Pinelli, vengono tutti promossi. Evidentemente il sistema si sente molto sicuro per fare così scopertamente il suo sporco gioco. Ma questo gioco sarà forse più pericoloso del previsto.

Valpreda, Gargamelli, Mander, Emilio Borghese sono assolutamente estranei alla strage di Stato così come Braschi, Pulsinelli e compagni erano e sono risultati estranei alle bombe fasciste del 25 aprile.

Strapperemo Valpreda e compagni alla canagliesca montatura che vuole sacrificare degli innocenti per colpire tutto il movimento rivoluzionario e per coprire, al tempo stesso, gli assassini al soldo della reazione.

Non sarà facile, sarà necessaria una dura lotta per schiacciare l’apparato sotto il peso delle sue responsabilità, ma i suoi delitti, le sue prevaricazioni, i suoi arbitrii sono così numerosi e spudorati che provocheranno la mobilitazione, la sollevazione dell’opinione pubblica.

Il sistema ha messo in atto, con cinica spregiudicata premeditazione, tutti i mezzi leciti ed illeciti del potere pur di sopraffare l’opposizione della sinistra extraparlamentare coinvolgendola a tutti i costi nella macchinazione.

Ciò è dimostrato con impressionante evidenza dalle vicende emerse nel corso del processo Baldelli-Calabresi e dagli inauditi e clamorosi scandali che ne sono seguiti.

Uno degli assassini di Pinelli, il commissario allievo della CIA e socialdemocratico Calabresi – che aveva denunciato Pio Baldelli quale direttore di Lotta Continua – che lo aveva apertamente accusato per la morte di Pinelli – si oppone vigliaccamente ad ogni ulteriore accertamento dei fatti e, quando il tribunale ordinerà una completa perizia sulle vere cause della morte dell’anarchico, scatterà l’inconsueta procedura della ricusazione contro il presidente del tribunale Biotti.

Da tutto ciò risulta che nello scandalo sono implicati tutti i più alti gradi della polizia e dell’apparato giudiziario fino al consiglio superiore della magistratura. Stupore e disorientamento sembrano per un attimo travolgere nel fango i responsabili. Ma ancora una volta la protervia degli assassini e la complicità dell’apparato statale riescono a tener testa all’ondata d’indignazione, a fronteggiare 1o scandalo: per tutta risposta Calabresi viene promosso.

La promozione di Calabresi a confermare che il commissario è effettivamente lo strumento della destra democristiana fascisteggiante, della socialdemocrazia e di quella parte della polizia e della magistratura che hanno messo in atto tutto l’affare culminato con la strage di Stato. Tra costoro vanno ricercati i potenti protettori dî Calabresi che può infischiarsene di tutto e di tutti e far persino carriera, anche dopo aver ridicolizzato la magistratura perché i suoi altolocati complici debbono proteggerlo per evitare di essere a loro volta travolti dalle stesse responsabilità.

Ma il caso Pinelli, affossato con la ricusazione di Biotti – che arenerà il processo Baldelli-Calabresi – è riaperto inaspettatamente dall’ultima iniziativa di Licia Pinelli. La fiera compagna di Pino ha presentato alla Procura generale una circostanziata denuncia contro Calabresi, Panessa, Lo Grano, Mucilli, Allegra, Caracuta, Mainardi per omicidio volontario, violenza privata, sequestro dì persona, abuso di ufficio, abuso di autorità.

L’accusa di Licia Pinelli chiama in causa tutti coloro che con il proprio comportamento contribuirono più o meno direttamente alla morte del compagno.

Dopo una serie di sfacciati tentativi per impedire a tutti i costi che la denuncia di Licia Pinelli fosse accolta, dopo che l’avvocato miliardario della polizia, Lener, è giunto fino all’assurdo di denunciare per diffamazione il prof. Smuraglia, legale di Licia Pinelli, la magistratura è stata costretta ad indiziare per il reato di omicidio volontario i sei poliziotti che erano nella stanza con Calabresi quando il compagno Pinelli fu gettato dalla finestra.

L’inchiesta – che fino ad ora non era stata neanche iniziata, perché l’archiviazione del caso disposta dai giudici Caizzi ed Amati fu un provvedimento messo in atto senza nessuna, sia pur formale, garanzia di serietà – è aperta e teoricamente dovrebbe portare all’incriminazione dei responsabili, ma si hanno fondati motivi per pensare che non si approderà a nulla, che tutto sarà incanalato su un prestabilito binario diretto verso una definitiva archiviazione del caso.

A due anni di distanza il tempo ha certamente cancellato ogni prova dal corpo ormai in avanzato stato di decomposizione ed è per questo che si permetterà la perizia necroscopica fino ad ora negata. Inoltre, le prove che non ha distrutto il tempo sono state distrutte dagli uomini. Infatti gli abiti che Pinelli indossava quando fu ucciso sono stati bruciati perché, si è detto, la magistratura non ha disposto diversamente, eppure è proceduralmente indispensabile, in casi di morte violenta, provvedere ad accurate perizie di tutto ciò che può nascondere qualche prova e gli abiti di un assassinato, è ben noto, quasi sempre rivelano prove schiaccianti.

Altri cavilli procedurali ed impedimenti di ogni genere saranno escogitati per ostacolare il normale corso di questo nuovo procedimento, ma siamo tutti fermamente decisi a non desistere dal proposito di perseguire fino in fondo la verità, il riconoscimento definitivo dell’innocenza dei compagni arrestati.

Il caso Pinelli, i motivi che hanno indotto i suoi aguzzini ad assassinarlo, sono strettamente legati alla strage di Stato. Fare luce sulle circostanze della sua morte significa squarciare il velo di complicità intrighi complotti dai quali sono scaturiti gli attentati. E’ per questo che tutto lo apparato poliziesco, politico e giudiziario da due anni si dibatte in un groviglio di contraddizioni, di infamie, di vergogne e di ridicolo pur di evitale che l’opinione pubblica venga a conoscenza della verità.

Moltiplicheremo l’energia e l’impegno perché il caso Pinelli e la strage di Stato divengano motivi di mobilitazione di massa contro la reazione, imprimano un decisivo orientamento alle lotte che dovranno far cadere la maschera democratica che nasconde il vero volto fascista del sistema.

La repressione oggi

Dopo iI 12 dicembre, dopo un primo momento di sbandamento e di «ordine», dopo crisi governative varie, le provocazioni riprendono su vasta scala. Continua la serie di attentanti fascisti in tutta Italia. Gli episodi più gravi sono la bomba fascista alla stazione ferroviaria di Verona nell’estate ’70 che solo per un errore non ha provocato una strage; la serie di attentati fascisti a Reggio Calabria, i cui responsabili, i noti fascisti Schirinzi e Pardo (vedi «La Strage di Stato») sono stati prosciolti dall’accusa di tentata strage; il criminale attentato contro la folla a Catanzaro, che è costata la vita al compagno operaio socialista Giuseppe Malacaria (gli autori di quest’ultima azione sono tutti scarcerati!).

«Parallelamente» ai suddetti attentati se ne sono verificati altri con firme di gruppi extraparlamentari, ma che perseguono lo stesso fine provocatorio. Rientrano in detto quadro gli attentati a caserme a Rieti, L’Aquila e quello a Vibo Valentia. Sono tutti firmati «brigate rosse» ma nulla hanno a che vedere con esse.

I citati attentati datano a pochi giorni prima del 2 giugno c.a. Contemporaneamente erano girate insistenti voci che per quel giorno i fascisti avessero intenzione di attuare una grossa manovra provocatoria e il settimanale fascista «Lo Speechio» da alcune settimane stava conducendo una campagna sulla «sovversione contro l’esercito» parlando di «bombe contro il tricolore». A puro titolo informativo ricordiamo che, poco prima della strage del 12 dicembre, si era abbandonato ad una isterica campagna contro la sinistra, asserendo di aver scoperto «le centrali della sovversione rossa».

Altro fatto rilevante: si è molto parlato in questi ultimi tempi di movimenti di «roba» (leggi bombe e armi da guerra). Alcuni depositi eccezionalmente forniti sono stati scoperti in Calabria, Piemonte, in Liguria e altrove. Movimenti di armi e depositi fanno capo sempre ad elementi fascisti. I camerati hanno tutti il pallino del collezionismo, così infatti ha riconosciuto la magistratura.

All’escalation del terrorismo «nero» corrisponde l’escalation della repressione legalizzata:

– i metodi della polizia sono sempre più scientifici: fermi illegali prima di manifestazioni di piazza; cariche improvvise, candelotti tossici e bombe offensive durante le manifestazioni di piazza; lo studente Saverio Saltarelli è stato ucciso il 12 dicembre 1970 da un candelotto sparato ad altezza d’uomo – rastrellamenti metodici dopo – 53 compagni di «Lotta Continua» arrestati a Torino.

– La polizia interviene sempre più duramente contro i picchetti – 4 compagni di «Potere Operaio» arrestati davanti alla FIAT a viale Manzoni a Roma -; contro chi lotta per il diritto alla casa – 19 anarchici arrestati a Roma nel quartiere di Centocelle «dopo» lo sgombero di uno stabile occupato dai baraccati.

Al comportamento della polizia corrisponde con perfetta coerenza quello della «indipendente» magistratura. Stanno diventando famose l’Aula IV del tribunale di Roma e l’Aula V del tribunale di Torino, vere e proprie Sezioni Speciali come ai tempi del fascismo.

La provocazione continua incessantemente. La repressione poliziesca si fa sempre più dura, con la complicità di una magistratura sulla cui «indipendenza» anche il cittadino comune comincia a nutrire seri dubbi. Eppure, almeno per ora, i gruppi cosiddetti extraparlamentari non sono «pericolosissimi» per la sicurezza dello Stato e delle istituzioni «democratiche» soprattutto perché si presentano come «avanguardie» legate alla logica dei «quadri politici», logica che li porta a ritenere indispensabile ed irrinunciabile la funzione di gestire il movimento di massa, frenandone la presa di coscienza libertaria, ritardando così la sua abilitazione a gestire in prima persona le sue lotte e la sua emancipazione sociale.

Il piano «reazionario» culminato negli attentati del 12 dicembre è parzialmente fallito in quanto non ha raggiunto quegli obiettivi che i fascisti si erano dati (stato forte, eventualmente giunta militare al potere). Evidentemente non rientrava nei disegni della grande industria, la quale ha ripreso sotto il suo controllo la situazione politica ed ha impedito un ulteriore svicolamento a destra dell’asse politico italiano. Però i «padroni del vapore» non hanno «tutto» sotto controllo: la produttività non accenna a salire. Si va incontro ad un periodo di congiuntura economica e forse verso l’inflazione perché le agitazioni operaie continuano sempre più arrabbiate. A niente servono gli appelli all’ordine e alla produttività del governo.  A niente serve il terrorismo padronale in fabbrica (licenziamenti e sospensioni).

Ciò è molto pericoloso per il capitalismo perché da queste lotte non nasce solo la crisi economica – mn sarebbe la prima, non sarà l’ultima – e comunque il grande capitale ha la capacità di riassorbirla senza subire gravi danni – ma «potrebbe» nascere – se non addirittura «sta» già nascendo – l’alternativa al riformismo e quindi al sistema borghese.

Per riprendere il pieno controllo della situazione gli industriali hanno cercato e trovato l’accordo con le forze riformiste. Mentre da un lato il PCI e il nuovo sindacato unitario si fanno garanti della pace sociale, i padroni offrono al primo un posto al governo, al secondo le mini riforme (fumo negli occhi per le masse lavoratrici).

Vediamo concretamente la politica dei riformisti:

– per quanto riguarda l’atteggiamento verso i suoi interlocutori borghesi il PCI dopo le bombe di Milano, dopo un momento di comprensibile sbandamento e perplessità, ha saputo sfruttare il piano che nella mente degli esecutori era diretto principalmente contro di lui, ed ha ritorto l’arma della provocazione contro chi l’ha usata, a livello elettorale, facendosi partito dell’ordine e della legalità repubblicana.

– Per quanto riguarda iI sindacato è interessante notare come con la unificazione esso abbia acquistato in potere e forza, ma non a vantaggio dei lavoratori. Infatti è il sindacato che impone se stesso come unico interlocutore valido con il governo e il padronato, boicottando sistematicamente tutte le iniziative spontanee e di base. Ai lavoratori non viene riconosciuto il diritto di rappresentarsi da sé ma devono forzatamente ricorrere ai «professionisti», ai burocrati sindacali e, in altre parole, ai padroni stessi.

La provocazione, le bombe, la repressione hanno dunque 3 obiettivi:

– spaventare la borghesia per spingerla verso i «partiti della paura e dell’ordine»;

– frenare le lotte operaie e permettere il rilancio della produttività;

– sospingere la sinistra extraparlamentare nella clandestinità per emarginarla e sopprimerla definitivamente.

Questa situazione è, secondo noi, estremamente pericolosa. Abbiamo mostrato come la borghesia usi l’arma della provocazione e della repressione per liberarsi di coloro che possono o potrebbero ostacolare i suoi disegni. Abbiamo visto come questa manovra trovi complici tutti i partiti del parlamento e come questi si facciano solerti esecutori dei «dettagli» di questo piano diffamando e conseguentemente isolando le punte più avanzate che portano il discorso dell’autonomia operaia. Nel momento in cui venisse meno la spinta rivoluzionaria e libertaria al movimento popolare potremmo dire che la manovra borghese ha realizzato pienamente i suoi fini. La rivoluzione è il prodotto di un movimento di massa cosciente della propria forza e della propria volontà di auto-emanciparsi. La rivoluzione come mutamento radicale della convivenza sociale è piena attuazione dell’autogestione libertaria.

Oggi la risposta a questa manovra, alla provocazione e alla repressione deve essere quanto mai dura e unitaria. Unitaria però non in senso generico, sul tipo di comitati antifascisti costituiti dai partiti borghesi. L’unità deve essere un dato di fatto ben più profondo e radicato, poggiante sulla reale partecipazione del proletariato cosciente alle lotte sociali tenendo ben presente che la risposta alla repressione deve riprendere ed acutizzate queste lotte, che sono state la causa prima di essa, fino alla liquidazione dello Stato.

Oggi non crediamo di trovarci in un momento pre-rivoluzionario. Ma, d’altra parte, la situazione generale pone oggettivamente in luce grosse contraddizioni che possono portare all’esplosione di una latente potenzialità rivoluzionaria. Il nostro compito è quello di cercare e trovare i punti in cui il sistema può e deve essere attaccato. Una di questi punti è il processo contro Valpreda, Gargamelli, Emilio Borghese.

Per tutto ciò che abbiamo detto, per le assurde contraddizioni in cui sono caduti magistratura e polizia nell’intento di sostenere questa montatura, lo Stato giunge al processo estremamente debole e vulnerabile.

Vincere lo scontro significherà chiarire a tutti coloro che non sono in malafede la logica sempre repressiva dello Stato, significherà fare un passo in avanti sulla via della Rivoluzione sociale. Per questo vogliamo che la vittoria non sia viziata dal compromesso e dal mercantilismo dei partiti. Per questo rifiutiamo qualsiasi fiducia allo Stato ed ai suoi magistrati. Sappiamo che i nostri compagni usciranno dal carcere solo se sarà il popolo a volerlo. Soprattutto per questo motivo il potere si oppone ad ogni tentativo di far emergere la verità, cerca di far dimenticare a tutti la strage di piazza Fontana.

Chi dimentica la strage, chi dimentica

che dei compagni innocenti sono in galera

da anni, chi vuole uno «stato forte»,

chi – per paura o menefreghismo – preferisce

«allinearsi» con le tesi ufficiali,

«è di fatto complice dei veri assassini».

 

 

Il presente documento è stato elaboralo in un convegno di delegati di gruppi della FAI (Federazione Anarchica Italiana); dei GAF (Gruppi Anarchici Federati); del GIA (Gruppi Iniziativa Anarchica); di gruppi non federati, tenutosi a Carrara il 24-7-71 e successivamente aggiornato.

 

23 ottobre 1971 Umanità Nova – Processo subito – Roma – Sciopero della fame a Porta S. Giovanni

28 marzo 2011

23 ottobre 1971 Umanità Nova

Roma – Sciopero della fame a Porta S. Giovanni

Processo subito

Una decina di giorni fa la stampa ha dato la notizia che i compagni Pietro Valpreda, Roberto Gargamelli ed Emilio Borghese stavano per cominciare uno sciopero della fame per chiedere la fissazione del processo.

Noi eravamo contrari a questo gesto che, viste le loro precarie condizioni di salute, avrebbe soltanto fatto il gioco di quella «giustizia» di Stato che, da due anni a questa parte, non fa che rinviare la fissazione del processo (si spera evidentemente in una quanto mai opportuna scomparsa di questi scomodi imputati).

Abbiamo quindi deciso di prevenire l’azione dei compagni detenuti e il 13 ottobre abbiamo cominciato a Porta S. Giovanni uno sciopero della fame a oltranza, per chiedere pubblicamente che sia fissata la data del processo contro i compagni incriminati per le bombe del 12 dicembre ’69.  Fare in modo che la gente parli del processo Valpreda, che si domandi soprattutto perché, a due anni dalle bombe, a sei mesi dal deposito della sentenza istruttoria (che ha a sua volta richiesto mesi di «meditazione» al dott. Cudillo, mentre avrebbe potuto essere pronta in due giorni, non essendo altro che una fedele riproduzione della requisitoria di Occorsio) non sia ancora stato fissato il processo, ci sembra infatti, in questo momento, particolarmente importante.

In questi due anni molti testimoni sono morti in circostanze «misteriose». Ultimo della serie, quel supertestimone Rolandi che in aula avrebbe fatto la fine della Zublena e a cui (guarda caso) Cudillo aveva fatto firmare una «deposizione a futura memoria» da usarsi in caso di morte.

Se a questo si aggiungono le condizioni di salute dei compagni detenuti e soprattutto le false notizie su presunti tentativi di suicidio di Valpreda e Gargamelli, fatte circolare per ben due volte (forse per preparare l’opinione pubblica all’idea di un nuovo «suicidio»?), è evidente che si vuole arrivare al processo senza testimoni ma anche senza imputati.

Le ragioni di ciò sono, per noi, chiarissime. Questo processo fa paura ai padroni, fa paura agli assassini di piazza Fontana che invocano, in nome delle vittime che loro stessi hanno fatto, l’«ordine» o la pace sociale.

I fascisti hanno messo le bombe, ma i fascisti non sono che i sicari: i veri responsabili sono quei «padroni» di cui lo Stato non è, per sua natura, che l’espressione organizzata e il comodo strumento.

Per questo chiedere «il processo subito» non vuol dire solo lottare per salvare dei compagni innocenti che sono in galera. Far capire allo sfruttato che il processo Valpreda e lo sfruttamento cui è sottoposto non sono due realtà estranee l’una dall’altra ma, al contrario, due aspetti strettamente connessi di una stessa logica (la logica del potere) vuol dire renderlo più cosciente anche della sua situazione, meno disponibile al gioco di chi spera di tenerlo buono con lo spauracchio degli «anarchici estremisti che fanno le stragi».

Chiedere «il processo subito» vuol dire, in questo momento, impegnarsi in una battaglia a fondo contro il sistema e le sue istituzioni.

Il processo contro gli anarchici dovrà essere un processo contro il sistema, contro il fascismo vecchio e nuovo; contro lo Stato.

Vogliamo il processo subito, perché gli anarchici non saranno gli accusati ma gli accusatori. Vogliamo il processo subito per impedire che un altro delitto di Stato sia portato a termine.

Così è scritto, fra l’altro, in uno dei quarantamila volantini distribuiti, insieme a molte migliaia di copie di giornali ed opuscoli, in questi primi sette giorni di sciopero della fame.

Due compagni si sono dovuti oggi ritirare per ordine del medico, restiamo in tre, due compagni di Milano e uno di Roma. I compagni dei gruppi di Roma si sono organizzati per una presenza continua, necessaria per far fronte alle numerose domande della gente che si ferma per discutere e documentarsi, per la massiccia distribuzione di volantini e di stampa anarchica, per i comizi volanti,

Vogliamo continuare, finché possiamo, questo lavoro di controinformazione; vogliamo continuare lo sciopero della fame per costringere tutti a domandarsi che cosa ci sia dietro il «caso Valpreda».

 

13 Ottobre 1971 Comunicato stampa Anarchici – Sciopero della fame a oltranza a Piazza S.Giovanni in Laterano in Roma

24 marzo 2011

Comunicato stampa

Comunicato stampa Anarchici 1971Un gruppo di anarchici di Roma e di Milano hanno proclamato da oggi uno SCIOPERO DELLA FAME AD OLTRANZA fino a quando non sarà fissata la data del processo contro Pietro Valpreda e gli altri compagni incriminati, innocenti, per le bombe fasciste del 12 dicembre 1969.

All’assassinio del compagno Pinelli, alla morte “misteriosa” di Rolandi non deve far seguito la scomparsa degli imputati.

Pietro Valpreda, Roberto Gargamelli, Emilio Borghese sono in carcere da due anni, in condizioni di salute sempre più precarie ed in attesa di processo.

Nel maggio scorso, al deposito della sentenza istruttoria, fu garantito l’inizio del dibattimento per questo autunno. Ora si parla di fissarlo per la primavera prossima e, con ogni probabilità, non inizierà prima dell’autunno 1972.

Gli anarchici di fronte a questo atteggiamento della magistratura, dettato dalla paura di un processo che vedrebbe smantellata tutta la montatura della polizia di stato, chiedono che i compagni vengano processati o scarcerati immediatamente.

Dichiarano responsabili di ogni estrema conseguenza di questa protesta l’autorità giudiziaria.

Da Piazza S. Giovanni in Laterano, in Roma, il 13 Ottobre 1971.

GLI ANARCHICI

Cicl. in proprio

La denuncia della vedova, Licia Pinelli, per omicidio volontario, da Pinelli: un suicidio di stato. Di Marco Sassano, Marsilio Editori 1971

1 marzo 2011

Ill.mo sig. Procuratore Generale di Milano

La sottoscritta Rognini Licia ved. Pinelli, res. a Milano, assistita dall’Avv. Prof. Carlo Smuraglia e dall’Avv. Domenico Contestabile e domiciliata nello studio del primo in Milano, Piazza Belgioioso 2, espone quanto segue.

 

Nella notte tra il 15 e il 16 dicembre 1969, il marito della esponente – Giuseppe Pinelli – precipitava da una finestra della Questura di Milano e poco dopo decedeva.

L’istruttoria svolta dalla Procura della Repubblica di Milano si concludeva con la richiesta di archiviazione; e in tal senso provvedeva il Giudice Istruttore del Tribunale di Milano, Dott. Amati, con suo decreto del 3 luglio 1970 (procedimento 2659/70 R. G. istr.).

Le conclusioni cui erano pervenuti i Magistrati inquirenti apparvero a tutti non solo scarsamente convincenti, ma anche arbitrarie e illegittime per lo stesso modo con cui era stata condotta l’istruttoria. Si era infatti giunti al punto di non accettare l’intervento della parte civile costituita e di non ammetterla a svolgere alcuna attività, col pretestuoso argomento che non si trattava di una vera istruttoria, sia pure contro ignoti, ma di semplici « atti preliminari ». Si era così creata una nuova figura processuale, certamente respinta da tutta la dottrina e da tutta la giurisprudenza, poiché non è davvero concepibile che non sia una vera istruttoria quella che consta dell’interrogatorio di vari testi e soprattutto dell’espletamento di una perizia medico-legale.

In realtà, se l’istruttoria compiuta non appariva degna di questo nome, non era per ragioni processuali, ma per ragioni sostanziali, data la superficialità dell’indagine compiuta, il rifiuto di svolgere accertamenti anche di natura tecnica che pur apparivano indispensabili, il rifiuto deliberato di cogliere gli spunti che il processo offriva e di approfondirli in qualche modo.

Del resto, basta leggere il provvedimento di archiviazione per rilevare subito come non si sia voluta approfondire in alcun modo l”indagine, come non si sia esitato a compiere una serie di nullità (basterebbe la mancata partecipazione della parte civile, il mancato avviso di procedimento ai possibili indiziati, e così via) e come, alla fine, si sia stati costretti a motivare in modo veramente incredibile la decisione di archiviazione. Chi legge quel provvedimento, di ben 55 pagine, non stenta ad accorgersi che in realtà tutto si riduce a riassumere le varie deposizioni ed i vari elementi raccolti, senza un’ombra di motivazione reale. Così, il G.I. arriva ad accettare l’ipotesi del suicidio, sulla base di un movente assolutamente ridicolo (il timore di perdere il posto). Vivaci furono le reazioni di tutta l’opinione pubblica contro il provvedimento di archiviazione (basta guardare la stampa dell’epoca). E che la decisione non avesse tranquillizzato nessuno risultò poi con chiarezza, quando davanti al Tribunale di Milano, Sez. I penale, fu chiamato il procedimento a carico di Baldelli Pio, imputato di diffamazione a mezzo stampa, perché nel giornale da lui diretto erano apparsi degli articoli in cui si indicava il Commissario Calabresi come colpevole di omicidio nei confronti del Pinelli.

Il Tribunale, infatti, con una serie di successivi provvedimenti, decise di ripercorrere il cammino che solo in parte il P. M. e il G. I. avevano seguito. Furono risentiti i testi, fu fatta un’ispezione nei locali della Questura da cui precipitò il Pinelli, furono disposti altri accertamenti, anche di natura tecnica. Dimostrazione evidente che tutto questo era stato fatto solo in parte ed in modo sommario, nel corso delle cosiddette indagini preliminari svolte dal Dott. Caizzi.

E tuttavia anche questo presenta degli aspetti incredibili: in sostanza, l’istruttoria sulle cause della morte del Pinelli si svolge in un processo diverso, con un imputato diverso ed ancora una volta senza alcuna partecipazione degli aventi diritto e particolarmente della vedova. Bisogna riconoscere che di rado si è visto qualcosa di più aberrante. Ma non basta: gli accertamenti svolti dal

Tribunale in pubblico dibattimento hanno reso ancora più evidenti le stridenti contraddizioni che già in parte erano note, hanno dimostrato con certezza che il Pinelli – al momento del cosiddetto «incidente›› – era ristretto illegittimamente presso la Questura di Milano, che gli interrogatori che si svolsero furono arbitrari, illegittimi ed abusivi anche per le stesse modalità con cui furono condotti, che l’indagine compiuta anche sul piano tecnico era largamente incompleta e inattendibile.

Fu così che il Tribunale si indusse a trasmettere gli atti al G.I. affinché procedesse:

a. all’indagine sugli indumenti indossati dal Pinelli al momento della morte;

b. all’esumazione del cadavere e conseguente esame radiologico-scheletrico;

c. all’esperimento di perizia medico-legale per accertare le modalità di precipitazione del Pinelli e le cause della morte del medesimo, nonché per stabilire l’eventuale preesistenza di lesioni rispetto alla caduta.

L’indagine era veramente doverosa, data – appunto – la superficialità e l’incompletezza dei precedenti accertamenti. Ma essa dovette apparire così «pericolosa» alla parte civile Calabresi ed al suo difensore da indurli a compiere un atto gravissimo, quale la ricusazione del Presidente del Tribunale.

Il resto è cronaca, tristissima e desolante, di questi giorni, e non occorre fare commenti. Gioverà solo rilevare come dalla motivazione del provvedimento emesso dalla Corte di Appello di Milano

in data 27 maggio 1971 risulti che – secondo il ricusante (ma la sua versione dei fatti è stata integralmente accolta dalla Corte) – il Dr. Biotti, a seguito dell’indagine dibattimentale avrebbe dichiarato testualmente: «con i giudici siamo convinti che il colpo di karatè sia stato dato ed abbia colpito il bulbo spinale››; che è come dire che il Collegio giudicante era sostanzialmente pervenuto alla stessa conclusione cui da tempo aderiva la maggior parte dell’opinione pubblica, che cioè il Pinelli non si fosse affatto suicidato, ma fosse stato ucciso. Il che, del resto, costituisce la conclusione logica e irrefutabile di un ragionamento che ormai è divenuto intuitivo: se è impossibile, inverosimile, inaccettabile la tesi del suicidio, se coloro che erano presenti nella tragica stanza non hanno fatto che incorrere in una serie di stridenti contraddizioni, se sussiste perfino il timore evidente di un’esumazione del cadavere e di un esame completo degli indumenti, ciò significa che si trattò di un vero e proprio omicidio. Non spetta alla esponente di qualificarlo ulteriormente: è certo, però, in linea di stretto diritto, che se un uomo viene gettato da una finestra, magari dopo essere stato sottoposto ad atti di violenza, ed a seguito di ciò si verifica la sua morte, non è lecito neppure parlare di omicidio preterintenzionale, ma si tratta solo – secondo anche l’insegnamento costante del Supremo Collegio – di omicidio volontario, per il quale è tempo che si proceda con la necessaria severità, come del resto è strettamente obbligatorio per il Magistrato del Pubblico Ministero, il quale non ha solo il potere, ma anche il dovere di promuovere l’azione penale.

Ma, sia a questi fini, sia per altri reati che in quella tragica occasione sono stati sicuramente commessi, appare opportuno ripercorrere brevemente il cammino delle emergenze più salienti e più significative, tratte dalla istruttoria svolta dal P. M. e da quella dibattimentale svolta dal Tribunale nel processo Baldelli.

1. Il Pinelli fu trattenuto in Questura abusivamente ed arbitrariamente.

Sappiamo ormai che a suo carico non c’era alcun valido indizio; ed oggi questo è riconosciuto da tutti, come risulta dalla stessa requisitoria e dalla sentenza del G.I. nel processo per diffamazione a carico del Questore Guida, come risulta altresì dalla sentenza del G.I. nel processo a carico di Valpreda ed altri, come infine emerge dal fatto che anche per i precedenti attentati (quelli ferroviari) si sta procedendo contro persone di origine e di idee ben diverse, da parte dell’Ufficio istruzione del Tribunale di Treviso [i neo-fascisti Ventura e Freda (ndr)]. E questo sarebbe già più che sufficiente a far ritenere ingiustificato il trattenimento del Pinelli nei locali della Questura.

Ma c’è molto di più: dal dibattimento del processo Baldelli è risultato con assoluta certezza che dal 12 al 14 il Pinelli fu trattenuto senza neppure essere considerato come «fermato›› (v. deposizione

Allegra, resa all’udienza del 27.10.1970), che la convalida del presunto fermo fu chiesta con ritardo rispetto ai termini di legge (v. registro delle «permanenze›› in Questura ed ulteriore documentazione allegata agli atti del processo Baldelli), che la convalida sarebbe stata trasmessa alla Questura quando già il Pinelli era deceduto (v. doc. ivi allegati e comunicazione della Procura Generale).

Dunque, un uomo fu trattenuto in Questura e sottoposto a ripetuti interrogatori, senza che esistesse un fermo giustificato e tanto meno convalidato nei termini. Tutto ciò contro il chiaro disposto dell’art. 229 C.P.P., che detta norme rigorose sia per il fermo, sia per la traduzione nelle carceri, sia per la convalida da parte del Procuratore della Repubblica. È chiarissimo che nessuna delle regole dettate dalla norma in questione è stata rispettata, ponendosi quindi in essere un’abusiva e illegittima restrizione della libertà personale del Pinelli.

Se un’azione del genere la compisse un cittadino qualsiasi, si parlerebbe di violenza privata e soprattutto di sequestro di persona. E non ci risulta che sia prevista una speciale esimente, nel Codice penale, per atti consimili compiuti da agenti o ufficiali di pubblica sicurezza.

Ma a noi il fatto interessa non solo ai fini dell’evidente reato commesso, ma anche come preparazione logica e naturale al più grave evento che successivamente doveva verificarsi.

 

2. Il Pinelli fu sottoposto a stringenti interrogatori, con modalità assolutamente non consentite e tali da configurare forme di abuso penalisticamente rilevanti.

È noto che dagli interrogatori, sia del Magistrato che – a maggior ragione – della polizia, deve essere bandita ogni violenza; ma alla stessa stregua va trattata anche ogni forma di insidia o di fraudolenza, oltre che di violenza morale (da ultimo, v. DE FILIPPO, La polizia giudiziaria, pp. 104 ss.). Se da tempo è stata posta al bando la tortura, non c’è dubbio che uguale trattamento va riservato anche alla cosiddetta tortura morale, che consiste nell’usare un trattamento psicologico fatto sostanzialmente di coercizione, di callidità, di violenza morale.

Orbene, risulta dagli atti: che il Pinelli fu trattenuto a lungo in Questura e sottoposto a ripetuti interrogatori con modalità quanto meno eccezionali, data la gravità dei fatti sui quali si stava indagando; che il Dr. Calabresi contestò al Pinelli che il Valpreda aveva parlato, sapendo perfettamente di dire una falsità; che il Dott. Allegra gli contestò che era lui l’autore dell’esplosione all’ufficio cambi della stazione, avvenuta il 25.4.1969 e che aveva già le prove di tale fatto, anche lui sapendo perfettamente di mentire.

Dunque, è certo che il Pinelli fu tenuto in stato di privazione di libertà e sottoposto a violenze ed insidie morali che ad un Magistrato non sarebbero state consentite. Eppure, i funzionari della Questura di Milano non esitarono a ricorrere a queste forme di violenza morale, pur dovendo sapere che stavano commettendo una serie di gravi abusi, perseguibili penalmente, oltreché sul piano disciplinare (art. 229 C.P.P.).

 

3. Quando si arriva alla narrazione di ciò che avvenne nella famosa stanza della Questura, nella tragica notte tra il 15 e il 16  dicembre 1969, tutto diventa confuso, contraddittorio, incredibile. Coloro che erano presenti, prima o dopo, nella stanza, si contraddicono clamorosamente, danno versioni dei fatti tra loro contrastanti e sempre inverosimili.

Si spostano le ore con estrema facilità; la famosa contestazione mossa al Pinelli dal Calabresi (che il Valpreda aveva detto tutto) si sposta dalle 22 alle 21 e poi alle 19,30; e lo stesso accade per la contestazione fatta dall’Allegra (ore 23 -23,30-23,45, a seconda delle varie versioni).

L’unica cosa di cui mostra di preoccuparsi costantemente il Calabresi è di escludere la propria presenza dalla stanza nel momento in cui si verificò il tragico evento; ma anche tale fatto appare

smentito dal rapporto iniziale (steso il l6.12.1969) del Dr. Allegra.

Quanto alla «caduta» del Pinelli dalla finestra, è sintomatico il fatto che alcune delle persone coinvolte (anche quelle più qualificate) talvolta vedano tutto e talvolta si «distraggano» un istante,

proprio nell’esatto momento in cui accade il fatto (vedansi le varie deposizioni del Lo Grano). E la finestra non si capisce se fosse aperta o socchiusa e da quanto tempo; e così anche la porta della stanza.

E nessuno fa nulla per impedire la «caduta»; o meglio, il Panessa – tanto per fare un esempio – lo afferra per un piede, ma poi è costretto a «mollarlo›› (deposizione al Dr. Caizzi, vol. III, § l); ma in una successiva versione (dibatt. Baldelli) arriva appena a sfiorarlo. Ed è lo stesso Panessa che dichiara al P.M. di aver assistito alla famosa contestazione da parte del Calabresi; ma poi, smentito dal Caracuta, riconosce di essersi sbagliato e di aver solo sentito parlare di tali contestazioni. In seguito, tornerà alla primitiva versione e collocherà il fatto verso le 22, ma il Lo Grano lo smentirà affermando che il tutto accadde verso le 2l,15; e il Caracuta parlerà invece delle 19,30 (f. 5, vol. III).

E che dire delle risultanze dell’ispezione effettuata dal Tribunale nel corso del processo Baldelli? Ne risulta che la stanza era di così modeste dimensioni, tenuto conto anche dei mobili, da rendere veramente impossibile che un individuo – in presenza di cinque persone tutte collocate intorno a lui, a brevissima distanza – potesse prendere una qualsiasi iniziativa.

Dunque, un coacervo di menzogne, da cui abbiamo estratto solo quelle più salienti; ma si potrebbe continuare a lungo; e del resto la difesa Baldelli ha prodotto – ed è tuttora allegato agli atti di quel processo – un completo prospetto delle contraddizioni e dei contrasti che ricorrono tra le varie deposizioni dei singoli funzionari della P.S. presenti quella sera. Se si trattasse di un episodio normale, da quanto tempo sarebbero stati arrestati tutti coloro che si trovavano in quella stanza, con l’accusa di omicidio?

Ma non basta ancora: neppure sull’ora della «caduta›› si è riusciti a mettersi d’accordo. E la ragione è evidente: è stata registrata l’ora di chiamata dell’autoambulanza ed essa risulta antecedente a quella della precipitazione. Come si deve intendere un fatto del genere? Una semplice omissione o trascuratezza nel guardare l’orologio (ma allora perché darne atto in termini perentori, nei rapporti?), oppure la prova decisiva che in quella stanza accadde qualcosa di molto grave e preoccupane prima ancora che si verificasse la precipitazione del corpo del Pinelli dalla finestra?

La logica e il collegamento con tutte le altre circostanze già evidenziate impongono, di tutta evidenza, la scelta della seconda alternativa.

 

4. Dall’esame necroscopico condotto dai primi periti risultano due elementi di singolare rilievo e precisamente:

a. l’esistenza di un segno di agopuntura, alla piega del gomito;

b. l’esistenza, alla base del collo, di un’area grossolanamente ovulare di circa cm. 6 x 3.

Ebbene, su questi due elementi non si conduce nessun accertamento e neppure un ragionamento serio. Eppure, essi possono assurgere ad un livello di importanza determinante. Se Pinelli, com’è certo, non faceva endovenose e se una puntura del genere non risulta essere stata fatta nel tentativo di rianimarlo, non si deve dedurre che essa gli fu fatta prima? E di che cosa si trattava?

Quanto all’area grossolanamente ovalare alla base del collo, è pacifico che essa mal s’accorda con la precipitazione, e gli stessi periti nominati nel dibattimento Baldelli, in sede di dichiarazioni orali all’udienza hanno dovuto riconoscerlo. Ed allora? Se non si tratta di contusioni o lesioni da caduta, se sono da escludere altre cause (come pure riconoscono i periti) l’unica ipotesi che resta è quella di atti di violenza commessi mentre il Pinelli era ancora nella famosa stanza e tuttora in vita. Non è forse quella ipotesi del colpo di karate, che era stata avanzata ripetutamente dalla stampa e che – a quanto pare – sarebbe stata accolta dallo stesso Collegio giudicante del processo Baldelli?

Si obietterà forse che la precedente perizia nulla ha detto, in proposito. Ma è stato già ampiamente osservato come ai periti i quesiti fossero stati mal posti, nel senso che si dava già per accreditata

la versione fornita dalla polizia e si chiedeva un giudizio di semplice compatibilità tra tale versione e l’evento. Ed occorre altresì rilevare come quella perizia fosse così carente, da indurre il Tribunale di Milano a disporre prima un parziale accertamento tecnico ed in seguito un’indagine completa, su tutte le cause della morte del Pinelli, anche al fine di stabilire se egli avesse subito violenze quando ancora era in vita e se inoltre nel precipitare fosse ancora cosciente oppure già esanime, anche se

vivo.

 

5. Non si riferisce direttamente a fatti accaduti nella notte tra il 15 e il 16 dicembre, ma è oltremodo sintomatica un’ulteriore circostanza, relativa al comportamento tenuto da alcuni funzionari di P.S., in precedenza, nei confronti del Pinelli.

È stato riferito da varie persone (Vurchio Cesare, Guarneri Ivano, Zoppi Anita) che sia l’Allegra che il Calabresi ebbero a minacciare il Pinelli, in termini oltremodo precisi, in occasione in cui egli era apparso come un personaggio «scomodo».

Naturalmente, le due persone suindicate negano; ma i testi incalzano, senza ricevere altra smentita che quella, ovviamente interessata, dai due predetti signori.

È così che si deve spiegare allora il particolare trattamento usato al Pinelli, non «fermato», ma trattenuto contro la sua volontà, sottoposto a stringenti interrogatori, non rilasciato come i tanti altri «fermati» di quei giorni, ma dimesso solo quando ormai stava perdendo la vita?

Ora, se un uomo muore, se risulta che altri erano con lui subito prima della morte, se questi incorrono in gravi contraddizioni, se infine risulta che lo avevano seriamente minacciato in precedenza, quali conclusioni se ne traggono? Nei casi «normali», è certo che queste persone sarebbero state già da tempo arrestate e incriminate per omicidio. Per Calabresi e Allegra, basta – a quanto pare – la loro negativa.

 

6. A questo punto, non occorrerebbe davvero andare oltre.

Ma è doveroso soffermarsi un istante anche sulla famosa ipotesi del suicidio, prontamente avallata dalla Questura di Milano.

Il fatto è, però, che questa ipotesi non è neppure tale, perché non si accorda con nulla, né con la obiettiva risultanza dell’esame necroscopico, né con le molteplici versioni rese dai funzionari e agenti di P.S., né con la stessa personalità del Pinelli.

Intanto, il suicidio non s’accorda né col segno di agopuntura, né con la ricordata zona ovolare alla base del collo; in secondo luogo, essa non concorda con le contraddizioni più volte ricordate e non le spiega minimamente; in terzo luogo, è totalmente priva di movente.

Ed invero, se la contestazione più grave fu fatta alle 19,30 e – dopo – il «colloquio» si svolse in modo disteso, non può collocarsi la stessa come movente di un fatto che si verifica oltre quattro ore dopo.

L’altra contestazione (quella relativa agli attentati ferroviari) fu accolta, è pacifico, con un sorriso, come in realtà meritava. D’altronde, la povertà delle spiegazioni è tale da indurre il G.I. (nel decreto di archiviazione) ad inventarne un’altra, davvero risibile e consistente nel timore di perdere il posto. Non c’è davvero da meravigliarsi che a una cosa del genere non creda nessuno; per «suicidarsi» per un motivo simile, ci vuole uno squilibrato. E il Pinelli non era davvero tale, posto che tutti lo descrivono come uomo pacato, sereno, fermo, convinto delle sue idee, solido, resistente.

Ora, la scienza moderna ha acquisito ormai elementi piuttosto importanti anche sul suicidio: ed essa ci dice che il suicida è sostanzialmente un «predestinato», che rivela in qualche modo gli elementi che poi lo condurranno all’insano gesto. Si tratta cioè di individui con personalità chiaramente definibile, di tipo schizoide, che sicuramente, nel corso della loro esistenza, presentano sintomi di deviazioni apparentemente caratteriologiche, ma in realtà già rivelatori di una situazione patologica sottostante. Orbene, ricostruendo tutta la personalità del Pinelli, attraverso i suoi scritti, il suo comportamento, la descrizione delle persone che gli furono vicine, non risulta assolutamente nulla. Anzi, se c’è una figura di uomo per la quale appare impossibile pensare al suicidio, questa è proprio quella del Pinelli, cosi come appare non solo dalle deposizioni dei suoi amici, ma anche dalle dichiarazioni dei suoi antagonisti. Ed allora, è veramente assurdo ed inutile insistere ulteriormente

su questo punto e pretendere di farci considerare come ipotesi quella che è stata, e resta, soltanto una versione di comodo, per fuorviare il corso della giustizia.

Se il sillogismo ha ancora un significato, come figura fondamentale della logica, le conclusioni che scaturiscono dalle citate premesse sono quelle cui ormai si è più volte accennato.

Esclusa la cosiddetta ipotesi del suicidio, dimostrato che il Pinelli fu sottoposto ad un trattamento che è tutto una escalation di illegalità, di arbitri, di reati, l’evento che si è poi verificato (morte del Pinelli) non può che essere ascritto a tutti quei comportamenti che ne costituirono l’antecedente necessario.

Certo, c’è un anello della catena causale che non emerge in tutta la sua ampiezza ed è precisamente ciò che avvenne nella famosa stanza della Questura, ed è logico che sia così perché tutti i protagonisti sono inesorabilmente costretti al silenzio, anche se non riescono a superare le più stridenti contraddizioni.

Ma non si tratta di un anello essenziale, perché – quali che siano state le specifiche modalità del fatto – si deve concludere che il Pinelli non precipitò dalla finestra per cause che andassero al di là della volontà dei citati protagonisti.

L’abbiamo detto e lo ripetiamo, prima di concludere: in un caso normale, sarebbe bastato assai meno perché ci si inducesse alla incriminazione per omicidio volontario di tutti coloro che contribuirono in qualche modo, con maggiore o minore partecipazione all’evento.

Ciò che, dunque, è lecito aspettarsi è che si agisca finalmente per il «caso Pinelli» come per qualsiasi altro fatto sottoposto all’esame della giustizia. È con questi intendimenti che la sottoscritta

chiede formalmente la S.V. voglia esercitare l’azione penale, ai sensi dell’art. 74 C.P.P. per tutti i reati che scaturiscono dalla suesposta narrativa (omicidio volontario, violenza privata, sequestro

di persona, abuso di ufficio, abuso di autorità), nei confronti di tutti coloro che col proprio comportamento contribuirono in maniera più o meno determinante alla realizzazione delle condotte

materiali previste dalle varie fattispecie ed alla produzione del più grave evento (Calabresi, Allegra, Lo Grano, Panessa, Caracuta, Mainardi, Mucilli).

Il tutto a prescindere dall’esercizio di quel particolare potere che compete appunto alla Procura generale e che è specificatamente previsto dall’art. 229 C.P.P.

La sottoscritta ha voluto compiere, col presente atto, un estremo tentativo di ottenere giustizia, nel nome del marito tragicamente privato della vita e nell’interesse delle bambine che hanno diritto almeno di vedere restituita al padre quell’integrità morale e quella saldezza che conobbero in lui. Spera soltanto che ancora una volta l”attesa – che ormai non è più soltanto sua, ma dell’intera collettività – non vada delusa.

 

Milano, giugno 1971.

 

 

A rivista anarchica n.7 ottobre 1971 Valpreda è innocente, liberiamo Valpreda, a cura della Crocenera anarchica

28 febbraio 2011

LA STRAGE DI STATO

12 dicembre 1969

Milano 12 dicembre 1969. Scoppia la bomba alla Banca Nazionale dell’Agricoltura, la strage scuote il paese. La polizia assicura che presto il colpevole sarà trovato, che le indagini saranno svolte in tutte le direzioni ma intanto vengono fermati, interrogati e perquisiti 588 militanti della sinistra extra parlamentare e 12 fascisti (rilasciati per primi).

Calabresi lo stesso giorno indica nei responsabili dell’attentato le forze della sinistra extraparlamentare, e agli anarchici arrestati Pinelli e Ardau chiede con insistenza notizie o rivelazioni su Valpreda. Calabresi (che bravo!) aveva già individuato i responsabili: “Questa non è opera di fascisti – aveva detto – vi si riconosce una sicura matrice anarchica”.

15 dicembre 1969

“La mattina del 15 dicembre, circa le ore 5,30, mi recai in via Orsini per rintracciare il Valpreda. Bussammo alla porta ove vi era la targhetta Valpreda-Torri, ci venne ad aprire una signora anziana che ci disse che Piero non c’era. Aggiunse che era arrivato da Roma, ma il mattino dopo se ne era andato, affermando che si sarebbe recato presso una sua amica e che comunque, avremmo potuto rintracciarlo nella stessa mattinata, presso il dottor Amati al Palazzo di Giustizia…”. Questo quanto dichiarato al Giudice Istruttore dott. Ernesto Cudillo, dai brigadieri Mainardi e Cusano dell’Ufficio Politico della questura di Milano, e dal brigadiere dei carabinieri Di Maiuta.

È l’inizio di quella fatidica giornata di lunedì 15 dicembre 1969, quando la polizia, dopo aver cercato Valpreda dalla zia, l’ha poi trovato ed arrestato al Palazzo di Giustizia mentre usciva dall’ufficio di Amati e da qui, in fretta e furia, portato a Roma. Ci si domanda perché Valpreda, il cui nome era stato fatto a parecchi dei cinquecento più fermati la sera del 12, perché elemento pericoloso e “sospetto”, non fu mai cercato in casa dei nonni, dove spesso si recava (cosa ben nota alla polizia) (1). C’è anche da chiedersi perché Valpreda sia stato l’unico di quei cinquecento fermati in Questura a Milano ad essere trasferito a Roma, ancor prima che venissero fuori le fantasie del Rolandi. Quel giorno anche gli ultimi fermati venivano rilasciati, solo tre o quattro anarchici (tra cui Pinelli) venivano ancora trattenuti in Questura e a San Vittore.

È sempre in quella giornata di lunedì che compare sulla scena Rolandi. Vediamo come. Verso le ore 9 si presenta dai carabinieri (il prof. Paolucci aveva già telefonato in Questura e aveva raccontato quanto riferitogli dal tassista, ma la polizia non si curò di cercare Rolandi). Viene interrogato una prima volta, in attesa del comandante, col. Favali (il quale era impegnato in una riunione in Prefettura per discutere sull’opportunità di mettere una taglia, ipotesi già avanzata da alcuni giornali di destra), dal cap. Ciancio che mostra a Rolandi un migliaio di foto, e fra queste nessuna che corrisponda al passeggero da lui trasportato. Viene anche fatto l’identikit (che non assomiglia a Valpreda in alcun particolare). Il pomeriggio verso le ore 17, il col. Favali e il cap. Ciancio percorrono con Rolandi l’assurdo percorso di 200 metri da Piazza Beccaria a Via S. Tecla, descritto dal Rolandi stesso. Successivamente i due ufficiali dei carabinieri accompagnano Rolandi in Questura dove il dott. Zagari (dell’Ufficio Politico) gli mostra un’unica fotografia, quella di Valpreda. A dissipare i dubbi sul riconoscimento, è lo stesso dott. Zagari che gli fa presente che la fotografia non è recente. Verso le ore 19,30 Rolandi viene congedato. Giunto a casa trova due agenti di polizia che lo riportano in Questura. Qui è Guida, il Questore in persona, che dopo avere espresso ammirazione ed elogi nei suoi confronti e dopo aver commentato, battendogli la mano sulla spalla, “bravo Rolandi, hai finito di fare il tassista!”, lo invita a recarsi a Roma per riconoscere ufficialmente in Valpreda il passeggero che doveva aver trasportato tre giorni prima. Rolandi, col consenso della moglie presente, accetta l’invito e con l’occasione gli viene ammonito formalmente di “agire secondo coscienza”. Gli viene anche fatto presente che un suo atto assume un’enorme importanza e di non tenere presente che nel frattempo era stata pubblicata la notizia della taglia…

Il mattino dopo Rolandi verrà accompagnato a Roma dove in un confronto particolarmente “addomesticato” riconoscerà Valpreda, tra quattro inconfondibili poliziotti, ma con qualche dubbio: due frasi da lui pronunciate sono significative: “se non è lui, qui non c’è”, “a Milano mi hanno mostrato la foto della persona che dovevo riconoscere”.

Poco dopo la mezzanotte di quello stesso giorno Pinelli viene buttato dalla finestra dell’ufficio di Calabresi, al 4° piano della Questura di Milano. In stato di coma, morrà poco più di un’ora dopo all’Ospedale Fatebenefratelli, pullulante di poliziotti anche nella sala operatoria, dove il medico di turno dr. Fiorenzano tenta inutilmente di rianimarlo.

Le versioni dei poliziotti al medico dell’ospedale sono confuse e irreali: sembra che gli stessi stiano recitando una parte che hanno imparato poco prima. Solo dopo che il dr. Fiorenzano comunicherà che sono svanite le ultime speranze per salvare Pinelli, il sospiro di sollievo del Questore Guida, toglierà loro quello stato di ansia e di tensione che li aveva fin lì accompagnati.

Perché hanno ucciso Pinelli? Perché proprio il giorno di Valpreda e Rolandi? Le ipotesi sono diverse come diverse sono state costruite quelle assurde versioni del suicidio. Pinelli da parecchi anni militava nel movimento anarchico ed era molto esperto di interrogatori di polizia. Più volte era stato in Questura perché “invitato”, perché “convocato” o per un “libero scambio di vedute”; conosceva personalmente Allegra, Calabresi, Panessa e parecchi altri funzionario o sottufficiali dell’ufficio politico. Era lui infatti che consigliava, al Circolo Ponte della Ghisolfa, i compagni più giovani ed inesperti sul modo di comportarsi in caso di interrogatori. Era lui che metteva in guardia dai sorrisi e dal benevolo modo di fare degli inquisitori, dalle loro minacce velate o palesi, dalle loro promesse e dalle loro domande trabocchetto, dalle loro sicure affermazioni sulle altrui “confessioni”: ripeteva insomma che la polizia quel che sapeva lo sapeva solo perché qualche compagno ingenuamente raccontava qualcosa anche se questo sembrava completamente senza importanza.
Pinelli era stato “fermato” tre giorni prima, nel pomeriggio del 12 dicembre, due ore dopo lo scoppio della bomba di Piazza Fontana, al Circolo di Via Scaldasole (ora Circolo Pino Pinelli).
Non si può neanche parlare di fermo di Pino. Ad alcuni compagni che la sera del 14 dicembre avevano telefonato in Questura a Calabresi per avere notizie sulla sua posizione, Calabresi seccamente aveva risposto: “Sta bene! È qui! Non è né dentro né fuori!”.

Tre giorni e tre notti Pinelli le aveva passate al 4° piano della Questura (non era stato portato neppure nelle camere di sicurezza perché – versione Calabresi – “almeno sopra era al caldo e poteva riposare più tranquillamente”, ma questo, data la sua eccezionale resistenza fisica ed abituato com’era per il suo lavoro di frenatore presso le FF.SS. ai turni più estenuanti non poteva certo influire notevolmente sulle sue condizioni fisiche e psichiche.

Pinelli quella mattina del 15 aveva visto la madre in Questura per consegnarle la tredicesima che aveva in tasca dal pomeriggio del giorno della strage. Era tranquillo, tutt’al più seccato dall’incomprensibile prigionia. La stessa comunicazione telefonica con la moglie, avvenuta un paio d’ore prima del defenestramento, era normale e tranquilla.

Gli agenti e sottufficiali che lo interrogavano come pure il dr. Calabresi non erano certo delle cime di intelligenza, come del resto hanno dimostrato al processo Baldelli-Calabresi e a quello contro gli anarchici del 25 aprile, confondendosi, cadendo in contraddizioni, incastrandosi da soli.
È possibile che Pinelli abbia capito troppo, sia stato più furbo di loro, (lo era certamente) o che abbia rifiutato di collaborare (se gli fu offerto rifiutò certamente). È certo comunque che Pinelli mise i bastoni tra le ruote a Calabresi, e fu ucciso. Non ci è dato di conoscere le modalità di esecuzione: d’altra parte le tre, quattro, cinque, sei o più persone (non sappiamo quante, abbiamo solo le “loro” versioni) presenti in quella stanza alla mezzanotte del 15 dicembre erano tutti poliziotti e da loro non verrà certo fuori la verità.

(1) Qualche mese dopo, quando Occorsio incriminerà per falsa testimonianza i parenti di Valpreda si capirà perché questo ritardo:

La polizia aveva bisogno di lasciare un po’ di tempo libero a Valpreda, proprio per aver poi spazio per confutare una qualunque delle sue mosse, e dimostrare così che mentendo su quanto aveva fatto dopo, mentiva anche sull’alibi.

L’ISTRUTTORIA

I primi arresti vengono compiuti il 16 dicembre 1969. La magistratura di Roma emette gli ordini di cattura contro Valpreda e altri 5 fermati: Emilio Bagnoli, 24 anni; Emilio Borghese, 18 anni; Roberto Gargamelli, 19 anni; Roberto Mander, 17 anni; Mario Merlino, 25 anni. L’accusa si basa su pochi elementi: il riconoscimento di Rolandi e la testimonianza di Mario Merlino (1), fascista infiltratosi nel 22 Marzo su ordine del “boss” Stefano delle Chiaie, come lui stesso dichiarerà durante gli interrogatori. Il 28 dicembre gli atti sono trasmessi al giudice Cudillo per la formalizzazione dell’istruttoria. Il giudice avrà due anni di tempo per concluderla.

In questi due anni la vicenda, seguita da tutta la stampa, assume un carattere allucinante. Quintali di piombo si sono rovesciati da allora sui giornali; abbiamo assistito a conferenze, dibattiti, dichiarazioni, volantini, discorsi, e contro gli arrestati sempre solo gli stessi elementi malfermi, zoppicanti, sempre meno attendibili, sempre più scarsi al punto che parlarne e ancor di più scriverne è diventato esasperante. Non si può scrivere nulla di nuovo, eppure la gravità dei fatti passati è tale che non si può smettere di ripeterli.

La polizia, dopo aver messo le mani su Valpreda, tronca ogni indagine in altre direzioni e qui appare una delle circostanze più sintomatiche. La polizia e la magistratura con i loro mezzi che a confronto dei nostri sono come cento “bulldozers” di fronte ad una paletta, non sono riusciti a scoprire nulla di quel cumulo di fatti, notizie, personaggi, che pochi compagni, senza alcun mezzo, hanno scovato e denunciato in libri come “La strage di Stato”, “Le Bombe dei Padroni” e in una lunga serie di articoli e denunce apparsi su molti giornali anarchici e della estrema sinistra. Ciò significa una cosa sola, che la polizia certe cose non solo non le ha volute vedere, ma ha tentato con ogni mezzo di nasconderle e proteggerle. Particolare illuminante: dopo Valpreda la P.S. ha troncato anche ogni indagine verso gli altri ambienti della sinistra e degli anarchici. Oggettivamente, anche agli occhi di un inquisitore fascista, contro Valpreda c’è ben poco. Ammettendo che, appunto essendo fascisti, volessero semplicemente incolpare la sinistra a priori, cosa del tutto ovvia, ancora non si spiega come mai non hanno cercato qualcosa di più probante e contro cui potessero accumulare più prove del 22 Marzo e di Valpreda. O meglio, si spiega in un modo solo, da qualunque parte si guardi la vicenda: Valpreda era stato prescelto, da molto tempo prima.

Nel loro piano (nessun delitto è perfetto) qualcosa o qualcuno non si assoggettò o non potè rientrare nel ruolo previsto. Per questo uccisero Pinelli, per questo la strada dell’istruttoria è costellata di morti.
Esiste un meccanismo psichico per cui l’uomo tende a credere ciò che gli viene continuamente ripetuto, anche se assurdo e contro ogni logica, basta che lo si ripeta ciecamente e continuamente. È quello che stanno cercando di fare con Valpreda. Hanno meno prove contro di lui ora di quando lo arrestarono il 15 dicembre 1969. Allora il suo arresto suscitò un’ondata di critiche e perplessità. Oggi Valpreda in carcere e primo responsabile della strage di Milano, è diventato un dato di fatto che non meraviglia più nessuno. Sta a noi continuare a ripetere per sempre la verità, con i mezzi che abbiamo e con quelli che la loro violenza ci farà adottare.

Due anni

Dopo l’arresto di Valpreda e degli altri, la polizia deve tappare alcuni vistosi buchi della sua fantasiosa ricostruzione. Anzitutto non vi sono i Mandanti: tutti i giornali, dalla destra alla sinistra, tuonano che non contano gli “stracci” bensì i MANDANTI, lo stesso dichiarano tronfi i poliziotti e i magistrati, dimostrando di non aver paura di nessuno e di essere decisi ad andare in fondo a questo orrendo crimine. Non solo: si cercano, e la P.S. garantisce che le indagini sono a buon punto, i MOVENTI, come è noto, conoscere i “moventi” significa aver risolto metà del caso. C’è ancora qualche lacuna, mancano i FINANZIATORI, non solo, ma gli ordigni erano opera di ESPERTI, lo garantisce Teonesto Cerri, il più abile esperto balistico (tralasciamo una facile ironia su questa parola) della magistratura. Manca ancora una “tessera del mosaico” come amano definirla i pennivendoli: manca l’uomo, o meglio l’anarchico, che ha collocato l’ordigno alla Banca Commerciale di Milano, quello fatto esplodere tempestivamente da Cerri, prima che potesse fornire qualche indizio utile. Questo mosaico, a dire il vero, di “tessere” ne aveva e ne ha una sola: Pietro Valpreda e i suoi compagni al centro di un quadrato vuoto.

Dopo due anni di tempo per noi e la gente e due anni di carcere per i compagni, Cudillo conclude l’istruttoria e nella sentenza di rinvio a giudizio del P.M. Occorsio si svelano i segreti custoditi per tanto tempo nei “dossiers” della polizia. Quelle ombre, quelle figure senza volto che avevano ordito la strage (quindici morti, settanta feriti, leggete le cronache di qualche giornale del 12 e 13 dicembre per ricordare; una strage non è un nome astratto ma è sangue, carne, dolore e disperazione senza speranza) vengono finalmente smascherate: Valpreda è il Mandante, Valpreda è il Finanziatore, Valpreda è l’Esperto in esplosivi, Valpreda è il Movente di se stesso, unica lacuna, del resto giustificabile, è l’attentatore della Banca Commerciale di cui non vi è traccia. Cudillo non ha voluto dire che Valpreda si sia sdoppiato e sebbene non di rado gli anarchici abbiano tre scarpe, come Pinelli, non riescono a dividersi in due. Un’altra considerazione: è difficile pensare che non fosse stata prevista una persona per la Banca Commerciale, quando tutto il resto era coperto. In realtà la persona c’era, probabilmente era Pinelli. Ma Pinelli si è fatto ammazzare piuttosto che stare al gioco.

Gli indizi…

Nei primi mesi che seguono l’arresto di Valpreda e degli altri componenti il 22 Marzo, esiste contro di essi un certo numero di indizi, che la polizia promette di trasformare presto il “prove certe”. Di sicuro non c’è molto, ma è quanto basta per tranquillizzare l’opinione pubblica assetata di “ordine” e di colpevoli.

1) Il tassista Rolandi ha riconosciuto nel Valpreda il passeggero che scese con una pesante borsa nei pressi della banca di P.zza Fontana e risalì dopo pochi minuti senza borsa. Il riconoscimento è avvenuto a Roma la mattina del 16 dicembre.

2) Il Valpreda, il giorno prima dell’eccidio, si fece prestare un cappotto elegante dal padre. Rolandi ricordava che il passeggero era “distintamente vestito”.

3) Nelle pieghe della borsa abbandonata alla Banca Commerciale fu rinvenuto un vetrino giallo-verde. Valpreda, com’era noto, usava vetrini colorati di questo tipo per la costruzione di lampade “Tiffany”.
4) Secondo Rolandi, il passeggero aveva preso il taxi per un percorso estremamente breve, di soli 135 metri se fatto a piedi. Valpreda non poteva camminare perché affetto dal “morbo di Burger” che gli procurava dolorosissimi crampi alle gambe. Per di più correva voce che gli mancasse un alluce.
5) Durante il servizio militare, Valpreda aveva frequentato un corso per “pionieri”, era quindi esperto in esplosivi.

6) Numerose persone hanno dichiarato di aver visto il Valpreda a Roma il giorno dopo la strage. Secondo le sue testimonianze invece non si era mosso da Milano. La zia, la madre, la sorella e un’amica che confermano questa versione vengono incriminate per falsa testimonianza.
7) Valpreda dichiara di aver visto la domenica 14 dicembre l’infermiera che si recava in casa dei nonni per fare un’iniezione. Interrogata, l’infermiera signora Galli smentisce.

8) Valpreda disponeva di un’ingente quantità di esplosivo, proveniente dal furto effettuato nella cava di Grone, nel bergamasco, da Braschi e Della Savia, gli anarchici allora detenuti a S. Vittore e in attesa di processo per le bombe del 25 aprile. Inoltre, sulla Casilina, il 22 Marzo tenevo un deposito di esplosivi.

Con questa forma “contabile” i giornali di destra e le dichiarazioni degli inquisitori enumerarono allora le “prove schiaccianti” contro il mostro.

… che non sono diventati prove

Vediamo ora cosa è rimasto di tutto questo e come gli indizi si sono tramutati in “prove certe”.

1) La storia di Rolandi è lunga da raccontare, (v. a fianco). Riportiamo solo alcune cose: Rolandi beveva, e molto, e a dire di quanti lo conoscevano, era tutt’altro che un tipo attendibile. Come è morto non sappiamo, non ci stupirebbe che fosse morto di paura, un poco alla volta. Sappiamo che non aveva più amici. Di come ha riconosciuto Valpreda abbiamo già detto.

2) Le indagini dimostreranno, a dispetto delle accuse, che la zia Rachele procurò il cappotto al nipote la sera del 12 e che quindi Valpreda non poteva indossarlo nel pomeriggio.

3) Il “vetrino” con cui si voleva inchiodare Valpreda, ha inchiodato Cudillo. Viene ritrovato il 14 dicembre nella borsa esplosa alla Commerciale di Milano dai dr. Zagari e Russomanno che, anziché trasmetterlo all’autorità giudiziaria come la borsa e ogni altro oggetto rinvenuto, lo consegnano alla polizia scientifica perché venga analizzato. Il vetrino verrà consegnato al magistrato solo tre mesi dopo. È un atto totalmente abusivo, ma non è questo che conta. La polizia sapeva benissimo che Valpreda e altri compagni costruivano lampade Tiffany con pezzi di vetro, non stupisce l’eccesso di zelo dei poliziotti. Stupisce invece il fatto che il 14 dicembre Rolandi non si era ancora fatto vivo e tanto meno aveva riconosciuto Valpreda. Come si spiega allora uno zelo così prematuro?

Comunque il vetrino analizzato risulta “simile ma non identico” a quelli usati da Valpreda. Simile ma non identico è un eufemismo per dire diverso.

Come se non bastassero tanti passi falsi, il P.M. fa anche l’ipotesi che il vetrino, che ormai scotta, sia finito “per caso” nella borsa, dopo lo scoppio; e così conclude con mirabile logica: “questa possibilità fa perdere alla circostanza in esame il valore di indizio grave nei confronti di Valpreda e pertanto il P.M. non intende utilizzarla come mezzo di prova contro l’imputato“. La difesa non è di questo avviso, la vicenda del vetrino è uno degli elementi più gravi a carico degli inquirenti.

4) Quando Valpreda viene sottoposto a perizia medico legale, il referto dice che Valpreda è affetto dal morbo di Burger in forma atipica, rilevando che la malattia è in uno stato di quiescenza che non comporta particolari limitazioni alla funzione deambulatoria. Dopo averlo descritto come un relitto umano, si scopre che oltre ad avere cinque dita per piede, è in grado di camminare e correre a lungo senza nessun inconveniente) “come una gazzella” diranno i giornali). Non per nulla fa il ballerino ed è appena stato ingaggiato per un balletto a Cagliari. E allora perché il taxi? Ce lo spiega Occorsio a pag. 82 della S.I. “… a nulla serve indugiarsi sullo sterile interrogativo (sic!) (che sembra aver afflitto alcuni anche in sede extra processuale) del perché Valpreda ebbe ad usare il taxi. Nella realtà criminale ciò che vale sono i fatti così come sono accaduti e non per come dovevano verificarsi per realizzare un delitto perfetto“.

A nostro modesto parere questa, più che una argomentazione, è una idiozia.

5) È vero che Valpreda frequentò più di 15 anni fa un corso mensile del plotone pionieri a Gorizia. Se ammettiamo che ogni anno mille allievi partecipino a corsi del genere, in Italia ci sono 15.000 persone incriminabili su questa base. Stando a quanto riferisce l’istruttore del corso Michele Cicero le uniche prove pratiche tenute al corso a cui il Valpreda “almeno qualche volta prese parte” consistevano nel far brillare una saponette di 200 gr. di tritolo collegata ad un detonatore e ad una miccia a lenta combustione, il tutto in un buco scavato per terra. Siamo ben lontani dal tipo di esplosivi (gelignite-dinamite) e dal raffinato meccanismo di innesco (elettrico con “timer” a tempo) impiegati nelle bombe di Milano. Chi le ha costruite era un esperto a livello professionale, non una recluta di Michele Cicero.

6) Nella sentenza istruttoria Occorsio dichiara, con tracotanza, che “dalle univoche testimonianze dirette di Cageggi Armando, Benito Bianchi, Caraffa (in arte Sampieri) Giovanni e Zaccardi Palmira, risulta in modo inequivocabile che alle ore 20-21 della domenica 14 dicembre Pietro Valpreda era al bar “Jovinelli”. Ma tace che Caraffa e Zaccardi (sua moglie) con un’identica versione, riferiscono un episodio avvenuto almeno 15 o 20 giorni prima delle bombe, quando Valpreda andò al bar con Angelo Fascetti, era in quel periodo che, come affermano i due coniugi, Valpreda aveva un livido ad un occhio, residuo di una aggressione fascista. Dal verbale di Caraffa risulta che la sera di sabato 13 è seduto nella trattoria Ancora, vicino al cinema Jovinelli. Entra Valpreda con un giovane (dalla descrizione risulta essere l’anarchico Angelo Fascetti). Valpreda ha un occhio gonfio: ci scherzano sopra. Parlano un po’: Valpreda gli dice che tra qualche giorno partirà per Milano, dove spera di trovare lavoro. Poi escono insieme, lui, Valpreda e il giovane, e vanno nel bar vicino, all’angolo di via Turati. Ma Gorizia Palluzzi, proprietaria della trattoria Ancora, che conosce Valpreda da sei anni, ricorda perfettamente che l’anarchico è entrato nel suo locale per l’ultima volta il 3 o 4 dicembre, in compagnia di un certo Angelino, cioè Angelo Fascetti. E il suo racconto concorda perfettamente con quanto Valpreda ha dichiarato durante uno dei primi interrogatori. La donna per 4 volte ha ripetuto la sua testimonianza al giudice ma non è stata creduta.
Occorsio tace che la moglie di Cageggi riferisce che fu il solo Benito Bianchi a ricordare di aver visto Valpreda al bar, e fu lui a dirlo a Cageggi, con cui lavora come macchinista. Tace anche che Cageggi ha dichiarato di aver visto Valpreda seduto al tavolo del bar con un certo Leonetto Rossellini, e che Rossellini ha smentito recisamente questa circostanza.

Un’altra testimonianza uscita dallo squallido ambiente del bar Jovinelli è quella di Ermanna Ughetto, in arte Ermanna River: il 28 gennaio 1970 il settimanale Gente, sotto il titolo “Le amiche raccontano la vita amorosa di Valpreda”, pubblica un’intervista con Ermanna Ughetto nella quale la ragazza afferma di averlo incontrato l’ultima volta una ventina di giorni prima della strage di Piazza Fontana. Valpreda l’aveva aspettata al termine dello spettacolo nel cinema varietà Ambra-Jovinelli, l’aveva accompagnata prima in trattoria e poi sino alla porta della pensione dove inutilmente le aveva chiesto di poter passare la notte con lei.

È lo stesso episodio che Ermanna Ughetto, due settimane più tardi, riferisce al magistrato. Ma stavolta con la data spostata: non più “una ventina di giorni prima” della strage, ma all’indomani di essa, la sera del 13 o 14 dicembre, lei si è incontrata con Valpreda. La mascherina del cinema-varietà Letizia Bollanti, sostiene che l’incontro tra Pietro Valpreda e Ermanna Ughetto è avvenuto verso gli ultimi giorni di novembre ma il magistrato non le dà retta.

Troppe cose tace il P.M. A suo avviso, i testi dello Jovinelli hanno fornito testimonianze “univoche” e “inequivocabili” mentre nel capitolo intitolato con mirabile equità di spirito “Le false dichiarazioni dei familiari di Valpreda” definisce “pietose menzogne” le testimonianze della zia (68 anni), della sorella (35 anni) della nonna (80 anni) e della madre di Valpreda (58 anni), che coincidono a puntino con quelle che Pietro fornì nel più assoluto isolamento. Strana questa polizia che costringe a confessare i più incalliti criminali con abili trucchi e “saltafossi” e non riesce a mettere in castagna una vecchia di 80 anni. Ma si sa, le nonne degli anarchici sono terribili. Come è noto tutti i familiari di Valpreda sono stati incriminati per essersi messi d’accordo col nipote dinamitardo nel fornirgli un alibi. Per quanto riguarda Elena Segre, l’amica che andò a trovare Valpreda a Milano la domenica pomeriggio, “essa è del tutto inattendibile perché legata da rapporti sentimentali con Valpreda“. Così, semplicemente, se la cava il P.M. Oltre a tutto questo, rimane un mistero. Cosa sarebbe andato a fare Valpreda a Roma? E se veramente Valpreda fosse andato a Roma, che motivo aveva di negarlo? Che motivo aveva di dichiarare un alibi falso che implicava pericolosamente tutta la sua famiglia? Anche questo è uno degli “sterili interrogativi” che non affliggono Occorsio?

Non vogliamo parafrasare nessuno, ma sembra che nella realtà poliziesca ciò che vale sono i fatti così come ha deciso il Pubblico Ministero e non per come si sono verificati nella realtà.

7) L’infermiera infatti ha smentito la circostanza. Si tratta di una vecchia donna, trascinata a Roma terrorizzata e tornata in lacrime e ancor più spaventata. Speriamo non finisca come Rolandi.

8) Il furto non è mai esistito. È stato smentito dai proprietari e dai guardiani della cava di Grone al processo di Milano contro Braschi e gli altri. Al deposito sulla Casilina non è stato trovato niente, perfino le spiate di Salvatore Ippoliti parlano solo di qualche detonatore e un po’ di miccia. Nessuno ha mai dichiarato di aver visto un solo candelotto di dinamite.

Sulla base di queste prove Valpreda e i compagni sono stati rinviati a giudizio, e da due anni attendono il processo.

Isolare gli imputati

L’obiettivo principale ora continua ad essere quello di isolare politicamente gli imputati. Era nelle loro intenzioni fin dall’inizio, quando dopo la morte di Pinelli, fecero un precipitoso “distinguo” fra Pinelli e Valpreda, fra anarchici veri e anarchici falsi. Come se polizia, magistratura e borghesia avessero mai fatto distinzione tra anarchici buoni e anarchici cattivi. Valpreda doveva essere isolato all’interno dello schieramento politico della sinistra, anarchici ed extra parlamentari compresi, ma sarebbe rimasto un “sovversivo di sinistra” agli occhi dell’opinione pubblica attonita e ignorante, quella su cui il potere fascista si regge. Se anche questa manovra riuscì in qualche misura per l’ottusità di qualcuno e la paura in parte (ma solo in parte) giustificabile nel clima di terrore dei giorni dopo la strage, la sua durata fu di pochi giorni. Alla fine di dicembre, tutti i gruppi politicamente più attivi della sinistra avevano capito la provocazione ed erano consci della manovra contro Valpreda. In quel momento, e nei mesi che seguirono, furono inventati gli “indizi” e le “prove” di cui abbiamo parlato, dosate con abilità a poco a poco, notizie fatte trapelare a bella posta con la compiacenza di giornalisti tipo Zicari, nonché con mezzi e metodi molto più sotterranei.

Che tutte queste cose non avessero una base concreta o fossero apertamente false (v. vetrino) era poco importante dal momento che si trattava solo di prender tempo, di reagire prontamente alle critiche che da più parti si levavano, inventando nuove fandonie. Col tempo le cose si sarebbero sistemate altrimenti e le prove e gli indizi avrebbero perso importanza di fronte all’elemento politico.

Sulla testa di Valpreda

La strategia del “lasciar tempo al tempo” adottata dalla magistratura, si è rivelata purtroppo indovinata. Se oggi consideriamo quello che sarà il prossimo processo, dobbiamo ammettere che l’elemento giudiziario, la dialettica delle prove e delle controprove, ha perso gran parte della sua importanza. Il destino di Valpreda e degli altri compagni, con tutto quello che implica, dipende da altri fattori.

Diciamo subito una cosa, questa volta, e non è per fare della retorica anarchica; ci troviamo di fronte allo Stato, come organismo, come struttura esistente che deve continuare ad esistere e a difendersi. Lo Stato in tutte le sue componenti, lo Stato che è responsabile della “sua” strage.
All’interno dello Stato, Valpreda e con lui l’intera vicenda delle bombe, è oggetto di contrattazione politica. Dal momento che tutti gli elementi dello Stato vi sono implicati (polizia, magistratura, esercito (2), servizi segreti (3), partiti (4)) la verità non può essere accettata da nessuno. Dal momento che ogni partito è compromesso con tutti gli altri e che questa situazione è attualmente immutabile, e poiché gli attentati hanno una sicura matrice politica, nessuno, salvo gli anarchici, può essere dichiarato responsabile. Questo discorso vale anche se gli organizzatori e gli esecutori fossero veramente i fascistelli tradizionali (ipotesi peraltro quantomai improbabile).

Allora le soluzioni sono due: o Valpreda (e gli anarchici) colpevoli e all’ergastolo (eventualmente con la prospettiva velata di lasciarvelo per un po’ di anni, riaprendo poi l’istruttoria e trovando il modo di liberarlo) o una soluzione di compromesso del tipo “insufficienza di prove” o simili che lasciasse le cose più o meno irrisolte.

La scelta dipenderà dalla forza e dalla tenacia con cui i militanti delle forze rivoluzionarie extraparlamentari, ma soprattutto la base realmente democratica popolare e antifascista dei partiti di sinistra saprà imporre la sua volontà nella contrattazione, rifiutando ogni soluzione autoritaria.
Esiste poi una terza soluzione, assassinare Valpreda. Non facciamo commenti, ma una cosa è certa, se Valpreda muore prima del processo, hanno ammazzato anche lui.

Al di sopra di questa cruda realtà, esistono invece dei livelli di contrattazione possibili: le implicazioni fasciste, le coperture del PCI, le responsabilità degli inquirenti, le connivenze della polizia, la tutela del Servizio Informazioni della Difesa, le implicazioni dei grossi industriali con i fascisti del M.A.R., di Ordine Nuovo, ecc. In più qualche pressione esterna da parte della Grecia, della CIA, di Mosca o del Vaticano. Non dimentichiamo che le bombe del 12 dicembre sono state definite il fatto più grave accaduto in Italia dalla fine della guerra in poi. Tutte queste notizie, che si possono dire, o non dire, o lasciar capire, vendere, comprare o barattare, saranno la merce di quel mercato di vacche che lo stato e i suoi fedelissimi servi vorrebbero organizzare sotto il nome di processo per la strage.

(1) Mario Merlino è un provocatore fascista “incastrato” dal suo stesso gioco. Era del tutto all’oscuro delle bombe in quanto la sua funzione era solo quella di “provocare incidenti” di poco conto e di spifferare alla Polizia e a Delle Chiaie i movimenti del 22 Marzo.

(2) A parte i noti rapporti fra esponenti dell’Esercito e colonnelli greci (leggi CIA), l’Esercito è direttamente coinvolto nella faccenda attraverso l’Arma dei Carabinieri. Il tenente dei C.C. Sabino Lo Grano è uno dei presenti nella stanza di Calabresi. Il Capitano Ciancio dei C.C. è il primo a interrogare Rolandi.

(3) Il S.I.D. ha compiuto almeno due indagini di estrema importanza, una sul MAR e una sui fascisti romani, di cui nessuno ha saputo nulla e i cui risultati non sono stati allegati agli atti dell’istruttoria.

(4) PSI e PCI compresi: il primo per il suo comportamento ipocrita e bifronte: mentre sull’Avanti la posizione del PSI sembra coraggiosa e tesa alla scoperta della verità, in sede governativa i suoi esponenti favoriscono condiscendenti la copertura dei responsabili. Per il PCI il discorso è ancora più grave: a) per aver taciuto importanti notizie in suo possesso (v. la vicenda di Achille Stuani e Gaspare Ambrosini), b) per essersi servito dell’omicidio di Pinelli a puro scopo propagandistico e solo in momenti particolari (ad es. prima e durante le elezioni del ’70), c) per il fatto di favorire apertamente la tesi di comodo socialdemocratica della responsabilità anarco-fascista, cioè Valpreda strumento di Merlino, d) perché conta di entrare al Governo.

IL SUPERTESTIMONE

Negli ultimi tempi le sue condizioni di salute erano decisamente migliorate, soffriva solo di una piccola insufficienza epatica. La cirrosi – presumibilmente conseguenza dell’alcolismo – per la quale Cudillo si precipitò a raccogliere la sua testimonianza “a futura memoria”, non è stata la causa, neanche remota, nella sua immatura ed inattesa fine. Aveva appena 49 anni. Senza la squallida storia della taglia sarebbe vissuto a lungo.

Lo scorso anno fu costretto a farsi ricoverare in ospedale per una colica epatica ed il primario medico che lo ebbe in cura, prof. Luchelli, dovette preoccuparsi molto di più delle sue condizioni psicologiche che non dei malanni fisici, infatti dichiarò: “Era moralmente abbattuto, potevano aver influito sul suo fisico anche situazioni emotive, aveva una situazione di coscienza non perfetta”.
Questa sconcertante, e sotto certi aspetti, rivelatrice diagnosi psichica del prof. Luchelli, trova molteplici conferme nelle dichiarazioni di quanti ebbero la possibilità di avvicinarono. Rolandi appariva a tutti un “uomo distrutto”, in due mesi aveva perso oltre sette chili di peso e continuava a dimagrire, per un nonnulla si abbandonava a crisi di pianto, appariva angosciato, era ossessionato al solo sentir nominare il taxi. Insomma, la sua situazione di coscienza non era normale e troppi sproporzionati isterismi, troppe ingiustificate esasperazioni diedero l’impressione che anche le sue facoltà mentali vacillassero da tempo.

Un bevitore smodato

Stando a quanto si dice di lui negli ambienti che frequentava, era uno smodato bevitore, un fanfarone, un ex pugile “incassatore” rintronato dai pugni ricevuti.

Inoltre, malgrado la tessera del PCI, che doveva servirgli, evidentemente, da copertura politica, non nascondeva i suoi sentimenti fascisti, lo scrittore Sergio Solmi ricorda che un giorno in piazza S. Babila, avendo espresso il suo sdegno per una gazzarra fascista, in quel momento in pieno svolgimento, si era sentito rispondere dall’autista che lui condivideva in pieno “l’intenzione di quei ragazzi di mettere un po’ d’ordine in città”.

Questi i sentimenti politici dell’uomo la cui testimonianza il G.I. Cudillo definisce assolutamente sincera, disinteressata, insospettabile, dal momento che risultava iscritto al Partito Comunista.

La “supertestimonianza”.

In questo stramaledetto affare tutto è “super”, persino l’assurda, incredibile, testimonianza di Rolandi.

Pur prescindendo dal comportamento folle e suicida del presunto passeggero del taxi e sorvolando su certe macroscopiche contraddizioni del Rolandi che vergognosamente non sono state rilevate o prese in considerazione dagli inquirenti, cerchiamo di esaminare alcuni aspetti di questa testimonianza.

1) Rolandi decide di raccontare la sua storia solo il giorno 15 dicembre, cioè solo dopo aver appreso che la proposta avanzata il 13 e 14 dalla stampa fascista (la stampa da lui preferita) di stanziare una forte taglia, è stata accolta.

2) La tabella di marcia compilata il giorno della strage è grossolanamente falsificata. Il percorso che interesserebbe la strage è visibilmente scritto su di un altro percorso precedentemente cancellato; altre corse effettuate dopo non vi sono, inspiegabilmente, annotate ed anche la corsa precedente non corrisponde affatto ad un itinerario realmente effettuato ma è stata annotata solo per far risultare il taxi alle 16 in piazza Beccaria.

3) Il prof. Paolucci diede una versione assolutamente diversa della corsa in taxi che Rolandi dice di aver effettuato quel 12 dicembre, ma non fu presa in considerazione, malgrado dovesse far sorgere fondati sospetti il fatto che Rolandi in un primo momento negò persino di aver parlato con Paolucci. Perché? Da notare che Rolandi aveva detto a Paolucci di aver rilevato il passeggero a piazza Napoli dove, a quell’ora esatta, si trovava Sottosanti.

4) La prima descrizione che Rolandi fa del passeggero si attaglia perfettamente a Sottosanti il fascista: circa 40 anni, tipo bruno, capelli neri, alto 1,74, connotati regolari, cappotto marrone scuro, camicia, cravatta, voce baritonale, con accento straniero o meridionale contraffatto.

Nessuno di questi dati può essere attribuito a Valpreda, che è alto 1,68, decisamente biondo-castano, mai avuto una camicia e cravatta, nessun cappotto marrone ed ha una inconfondibile voce chioccia con spiccato accento milanese.

5) Contraddittorie e false le descrizioni che Rolandi farà, in più riprese, della famosa borsa che ebbe modo di “notare attentamente”.

6) La sera del 15 dicembre Rolandi fu condotto in questura e gli furono mostrate le foto di Valpreda e gli fu detto: “questo è l’uomo che devi riconoscere”, come risulta dal verbale.

7) Rolandi fu portato immediatamente a Roma in aereo, era fuori di sé dalla gioia, non pensava che alla taglia e non parlava d’altro, il questore Guida lo aveva incoraggiato e rassicurato: “bravo Rolandi, ti sei sistemato, hai finito di fare il tassista”, durante il viaggio gli accompagnatori, che evidentemente non si fidavano delle capacità mentali dell’uomo, lo esortavano continuamente: “non pensare alla taglia, per il momento, ma pensa a riconoscere Valpreda”; infatti lo riconobbe, stanco, malmesso, frastornato, tra quattro poliziotti che anche un cieco avrebbe scartati per il sentore di polizia che emanavano a distanza, ma non fu, nonostante tutto, troppo sicuro e lo si sentì persino balbettare fra i denti: “chissà se è proprio lui”.

8) In quelle condizioni di spirito, con la mente sconvolta dalla visione di una montagna di ghiotti milioni, qualunque fotografia gli avessero mostrata dicendogli che quello era “l’uomo che doveva riconoscere”, una foto di Sottosanti, di Colombo, di Restivo o di Gesù e gli avessero messo davanti, tra quattro poliziotti l’originale in carne e ossa, Rolandi avrebbe riconosciuto in chiunque, anche in un Cristo in croce, il suo cliente del 12 dicembre.

9) Il miraggio dell’ingente taglia lo aveva stregato, evidentemente gli aveva finito di scombussolare il cervello già intronato dai pugni. Nella euforia malsana per tanto danaro che gli sarebbe piovuto così facilmente nelle tasche non si rendeva conto della situazione in cui si cacciava. Rigettava la testimonianza di Paolucci nel timore di dover dividere la taglia, incoraggiato a ciò dall’atteggiamento benevolo e rassicurante degli inquirenti, e parlava e parlava della taglia.
La supertestimonianza di Rolandi non si regge in piedi, frana da tutte le parti, viene ridicolizzata da tutta la stampa. La psiche del Rolandi vacilla sempre di più, è irriconoscibile ed incomprensibile, sempre più preda di angosce e di crolli nervosi; ride, piange, si abbandona a strane dichiarazioni, come quando disse: “non ce la faccio più con il taxi, ma dovranno pensarci loro”. E la “giustizia” effettivamente ci penserà, Cudillo si precipiterà in ospedale per fargli sottoscrivere con mirabile intuito un inutile verbale “a memoria futura”, da usare “postmortem”. Non è morto di cirrosi o per una colica epatica, ma è comunque morto, i calcoli della “giustizia” tornano sempre.

Il peso della testimonianza

Indubbiamente Rolandi è stato stroncato dal peso enorme della vicenda in cui si era cacciato. La sua morte apparentemente mette nelle mani dell’accusa una testimonianza che non potrà essere smentita in sede dibattimentale dall’interessato ma che, giuridicamente, deve essere ritenuta irrilevante, non potrà assolutamente servire di puntello alla infame e mostruosa macchinazione, perché oltre alle madornali assurdità ed incongruenze fin qui rilevate, altre ce ne sono che emergeranno durante il processo e la magistratura non potrà continuare a calpestare tutte le norme procedurali avvallando il comportamento inammissibile con il quale Occorsio e Cudillo hanno calpestato ogni diritto della difesa, anche nel raccogliere il verbale “a memoria futura” per cui questo cinico ed imperfetto documento dovrà essere estromesso dagli atti del processo.

Con la morte Rolandi si è sottratto ad una vicenda processuale ben più pesante, debilitante, avvilente, di quella che gettò nel ridicolo e coprì di vergogna la “superteste” Rosemma Zublena.

 

PERCHÉ LE BOMBE

Il 12 dicembre 1969 le forze di sinistra “scoprono” che in Italia c’è la repressione.
È infatti da quella data che i cortei e le manifestazioni gridano lo slogan tardivo “la repressione non passerà” mentre purtroppo era già passata e le bombe ne erano l’apice.

La repressione era già iniziata in modo chiaro, inequivocabile, ma i sedicenti rivoluzionari delle varie chiesuole marxiste-leniniste erano troppo intenti ad analizzare i pensieri del “libretto rosso” e non si curavano di quanto accadeva in Italia.

Gli anarchici, colpiti per primi dalle manovre reazionarie con gli arresti dei compagni incarcerati per gli attentati del 25 aprile 1969, avevano capito cosa stava accadendo.

Già nel giugno 1969 sul n.1 del bollettino dell’organismo assistenziale per le vittime politiche “Crocenera anarchica” scrivevano che lo scopo delle bombe fasciste camuffate da anarchiche era di:

“1) suscitare la psicosi dell’attentato sovversivo per giustificare la repressione poliziesca e l’involuzione autoritaria; 2) gettare discredito sugli anarchici (e, per estensione, sulle forze di sinistra). Essenziale per ottenere il secondo risultato e utile anche per il primo è di fare qualche ferito innocente o meglio ancora (ma più pericoloso) qualche morto“.

Nel numero di agosto, approfondendo l’analisi, la Crocenera si domandava: “Dove vige un regime autoritario, alla vigilia della visita di qualche importante uomo di stato vengono effettuati dei controlli particolari, teste calde, sediziose ed anarchici vengono trattenuti dalla polizia chi per accertamenti, chi per pretesi crimini.

Ci si domanda allora, in questo terribile 1969 chi diavolo sta arrivando in Italia?”.

La risposta era una sola: “Non ragioniamo certo come coloro che pensano (e spargono la voce) ad un colpo militare alla greca. I sostenitori di questa teoria, apologeti dello stato di fatto, paiono non temere e non prendere in considerazione con più modestia cose ed avvenimenti che chiariscono come in Italia il “colpo di stato” è già stato attuato in maniera più italiana e consona allo stato di cose”.
Ma il discorso si spingeva più a fondo e coerentemente all’analisi sviluppata coglieva, purtroppo, nel segno indicando l’unica alternativa che restava alla classe dominante: “… creare la situazione di emergenza, la situazione intollerabile e lo stato di necessità in cui qualsiasi nefandezza è legale; creare la disperazione che faccia salutare come liberazione la perdita della libertà”.

Queste parole si persero però nell’indifferenza e sempre sul bollettino della Crocenera anarchica, subito dopo le bombe, gli anarchici scrivevano: “La strage di piazza fontana non ci è giunta del tutto inattesa. Da molto tempo prevedevamo e temevamo un attentato sanguinario. Era nella logica dei fatti. Era nella logica dell’escalation provocatoria iniziata il 25 aprile. Per giustificare la repressione, per seminare la giusta dose di panico, per motivare la diffamazione giornalistica e scatenare l’esecrazione pubblica ci voleva del sangue. E il sangue c’è stato”.

Purtroppo, come avevamo previsto, la repressione mascherata da “democratica” tutela dell’ordine contro gli opposti estremismi ha continuato la sua marcia. Solo noi anarchici sembravamo accorgercene.
Per mesi abbiamo gridato nelle piazze, scritto sui muri, sui manifesti, nei volantini, ripetuto nei nostri giornali che era solo l’inizio. E sulle piazze ci ritrovavamo soli, manganellati, fermati, denunciati e per di più ignorati dai marxisti-leninisti, dal M.S. e dagli altri “neo-rivoluzionari”, i quali ritenevano di avere cose più importanti di cui occuparsi, ben lieti in fondo che polizia, magistratura e stampa se la prendessero con gli anarchici. Poi, come avevamo previsto, la repressione si è estesa, con migliaia di denunce ad operai, centinaia di fermi, perquisizioni, ecc. Per la prima volta a Milano è stato violentemente impedito un corteo del Movimento Studentesco (quelli anarchici erano sempre stati dispersi brutalmente)… Anche un cieco avrebbe potuto capire cosa stava succedendo e sembrava che anche i giovani dilettanti della rivoluzione marx-leninista cominciassero finalmente a capire. E invece no.

Eccoli a gridare – facendo coro con la sinistra parlamentare, ben altrimenti interessata – che la repressione non passerà. Come se la repressione non fosse già passata, come se fosse normale routine democratica tutto quello che da qualche mese sta succedendo, come se fosse normale routine democratica che i fermati dalla polizia “cadano” dal 4° piano della Questura e diecimila operai vengano denunciati e decine di militanti di gruppi extra-parlamentari vengano incriminati e condannati rispolverando i famigerati articoli 270-71-72 del codice fascista… Come se fosse normale routine democratica che per gli attentati scopertamente reazionari vengano immediatamente accusati gli anarchici (cfr. dichiarazione del poliziotto Dr. Calabresi) e fermati, interrogati, perquisiti 588 (cinquecentoottantotto!) militanti della sinistra extra-parlamentare e 12 fascisti (rilasciati per primi dopo essere stati trattati con ogni riguardo)… A quanto pare i nostri scientificissimi “cugini” marxisti riconoscono la repressione e il fascismo solo quando porta il fez (e solo, naturalmente, quando li colpisce direttamente).

Le bombe avevano quindi “gelato” l’autunno caldo, la lotta per il predominio tra la nuova classe tecnoburocratica in ascesa verso il potere e la classe capitalistica più reazionaria era entrata nella fase cruciale, la grande industria oligopolistica accettava di vedersi frenare temporaneamente il processo di razionalizzazione economica in atto pur di far rientrare gli “scioperi selvaggi”, permettendo alla piccola e media industria di riprendere fiato e di continuare ancora la sua funzione sfruttatrice fino a momenti più favorevoli.

È infatti in questo quadro (ed è stato ormai ripetuto in tutte le salse) che si colloca questo ennesimo crimine dei padroni ai danni degli sfruttati di sempre.

 

 

La strage continua

13 dicembre ’69 – Udo Lemke, un capellone tedesco, si presenta dai carabinieri dicendo di aver riconosciuto in Piazza Venezia, subito dopo gli attentati, tre fascisti siciliani che un mese prima gli avevano proposto di compiere attentati dinamitardi in varie città, tra cui Roma e Milano.
14 dicembre ’69 – Viene ricoverato in clinica l’avv. Vittorio Ambrosini, fratello del consulente costituzionale di Saragat e padrino di cresima di Restivo. Confida ad un suo vecchio amico comunista di aver partecipato, nella sede romana del gruppo fascista di “Ordine Nuovo”, alla riunione preparatoria della strage. Da allora è inavvicinabile.

15 dicembre ’69 – Il corpo di Giuseppe Pinelli assassinato nella questura di Milano, cade dalla finestra del commissario Calabresi (oggi promosso). Presente il tenente dei C.C. Lo Grano e i brigadieri Mucilli e Panessa (tutti promossi).

25 dicembre ’69 – Scompare Armando Calzolari, amministratore del Fronte Nazionale di Junio Valerio Borghese. Non era d’accordo con il programma dei camerati a proposito delle bombe. Provetto sommozzatore, verrà ritrovato un mese dopo dentro un pozzo: affogato in 80 cm. d’acqua. È certo che fu ucciso.

16 gennaio ’70 – Udo Lemke, il capellone tedesco reo d’aver denunciato Stefano Galatà, responsabile dei Volontari del MSI di Catania, come uno degli attentatori dell’Altare della Patria – viene arrestato per droga. Attualmente ricoverato alla clinica neuro di Perugia.

27 ottobre ’70 – Muoiono in un “incidente” stradale 5 anarchici calabresi. Due di essi – Angelo Casile e Giovanni Aricò – sono stati importanti testi a discarico dell’istruttoria Valpreda e stavano svolgendo una importante indagine di controinformazione. L’incidente – provocato dalla brusca fermata di un camion che li precede – avviene alla stessa altezza dove otto anni prima era morta, in circostanze analoghe, la moglie di Junio Valerio Borghese. Il padre di uno dei giovani aveva ricevuto, qualche giorno prima della partenza, la telefonata di un suo amico brigadiere di P.S. che lo consigliava di non lasciar partire il figlio.

16 luglio ’71 – Muore Cornelio Rolandi, il “super-testimone” della polizia. Il decesso viene ufficialmente attribuito a “broncopolmonite”.

 

 

 

Pietro Valpreda, anarchico a Milano – Ancora su Valpreda e presunti rapporti con i fascisti, prima della nascita del circolo 22 marzo a Roma – Tratto dal libro Valpreda, processo al processo, di Marco Fini e Andrea Barbieri, Ed. Feltrinelli febbraio 1972

21 febbraio 2011

A coloro che ritengono che le tesi del libro Il segreto di piazza Fontana di Paolo Cucchiarelli, o le dichiarazioni di terroristi fascisti e assassini come Vincenzo Vinciguerra, “interessanti e lecite”  invece che opera di una dilettantesca operazione di disinformazione e di revisionismo storico, offriamo la lettura del profilo e percorso politico di Pietro Valpreda, scritta nel lontano 1972, da due giornalisti di provata professionalità.

Gli “ex” del circolo 22 marzo

Tratto da: Valpreda, processo al processo, di Marco Fini e Andrea Barbieri, Feltrinelli febbraio 1972

Anarchico a Milano

A 21 anni Pietro Valpreda ha già scelto l’anarchia o, come lui la chiama, “l’ideale.” Nel 1953 gira negli ambienti anarchici e radicali milanesi. Lo conoscono come “il ballerino.” In quegli anni il movimento anarchico a Milano praticamente non esiste: un gruppo sparuto si riunisce in un locale periferico dell’ECA, gli animatori sono Giuseppe Pinelli, manovratore delle ferrovie, e Cesare Vurchio, straccivendolo. Valpreda è agli inizi della carriera sul palcoscenico, per la politica ha poco tempo. Ma girando l’Italia ha modo di conoscere gli anarchici attivi nei “covi” di Livorno, Carrara, Genova, Canosa di Puglia. Quando, sul finire degli anni ’50, si stabilisce a Milano e mette su casa in una mansarda al quinto piano di Porta Venezia, i suoi rapporti con l’anarchismo si consolidano. Frequenta la sede del partito repubblicano in piazza Castello e poi la vecchia osteria Al Torchietto di via Ascanio Sforza, dove la sera si discute davanti a un fiasco di vino. Il nonno Paolo gli ha fatto conoscere anche Mario Damonti, eroe del maquis in Francia: da lui passa tutta la vecchia guardia antifascista di Milano. Ma istintivamente Pietro sceglie i più giovani: segue con interesse Pinelli e il gruppo Gaetano Bresci che si dà da fare con manifestini e ciclostilati libertari. La polizia chiude un occhio: gli anarchici sono ancora guardati come degli individualisti anacronistici e innocui.

Nel 1963 un nuovo raggruppamento, la Gioventù Libertaria (Pinelli è tra i fondatori), ridà fiato al movimento milanese. Ci sono perfino dei “botti” davanti a Palazzo Marino e all’Assolombarda: bombe-carta dimostrative per cui viene denunciato Ivo Della Savia, udinese, 25 anni, obiettore di coscienza e anarchico delle nuove leve.

Intanto in tutta Europa corrono fermenti libertari: nelle università tedesche i giovani portano avanti la polemica contro l’autoritarismo e la società dei consumi, in Italia si organizzano le prime dissidenze dal Partito comunista. La sinistra minoritaria si coagula e si scinde a ripetizione, a sinistra del PCI c’è spazio anche per gli anarchici storicamente antimarxisti e anticomunisti. Nelle manifestazioni contro l’imperialismo americano dell’inverno 1964-65 a Milano, le bandiere nere dell’anarchia si incrociano sempre più spesso con quelle rosse della sinistra dissidente. E’ durante una di queste manifestazioni anti-Nixon che Valpreda incontra Ivo Della Savia. L’amicizia continua nelle pizzerie di Porta Garibaldi dopo l’avanspettacolo al Teatro Smeraldo che impegna Pietro tutto l’inverno.

Nel 1965, gli anarchici milanesi aprono finalmente una sede, il circolo Sacco e Vanzetti di via Murillo, angolo piazzale Brescia. I più giovani vi portano gli echi del movimento beatnik americano, del pacifismo di Onda Verde, della rivolta studentesca all’insegna di Adorno e Marcuse. Nel circolo anarchico di via Murillo trova ospitalità anche il gruppo Provo Numero Uno, filiale della fantasiosa “provo-cazione” olandese. Ivo Della Savia va a vedere di persona come vanno le cose in Olanda e in Francia: scrive a Valpreda dei petardi fumogeni e degli happening antiborghesi dei provos, gli manda qualche numero di “Noir et Rouge,” la rivista che persegue la polemica anarco-comunista di “Socialisme ou Barbarie” in cui si formano in quegli anni Daniel Cohn-Bendit e Jean Pierre Duteuil, animatori poi del maggio ’68.

Alla fine del 1967, un rumoroso convegno della gioventù provo e anarchica, organizzato al Sacco e Vanzetti (Valpreda fa da segretario), provoca lo sfratto degli anarchici da via Murillo. Pinelli e compagni si trasferiscono in piazzale Lugano. E’ il Ponte della Ghisolfa, uno scantinato buio e umido, con un piccolo ufficio in cartone e compensato, un tavolone per le riunioni addossato a una parete su cui corre un lungo fumetto di Anarkik, l’omino nero con la bomba che mette in scomposta fuga il prete, il colonnello, lo sfruttatore e il tecnocrate. Nel nuovo circolo il gruppo di Bandiera Nera, legato all’ortodossia bakunista e all’empirismo combattentistico degli uomini che hanno fatto la Resistenza o hanno militato nei movimenti clandestini stranieri (“anarchici con la farfallona al posto della cravatta, una spiccata vocazione al martirio e un notevole complesso di persecuzione,” come malignamente dicono le nuove leve) coesiste senza attrito con i più giovani, insofferenti delle regole e in cerca di un dialogo con le forze politiche marxiste. Giuseppe Pinelli fa da mediatore tra tradizionalisti e innovatori. Il circolo è una comunità spontanea dove spesso l’intellettuale gira il ciclostile e l’operaio scrive il volantino. S’incontrano là, tra i tanti, il professore di agronomia Amedeo Bertolo, il ferroviere Pinelli, il ballerino Valpreda, lo studente di filosofia Jo Fallisi, il poeta Giorgio Cesarano, e un gruppo di giovanissimi immigrati meridionali.

Entrano al circolo, nelle tumultuose sedute del venerdì, i comitati operai di base, gruppi di fabbrica nati fuori e spesso contro il sindacato negli scioperi alla Pirelli, alla Siemens, all’ATM. Sono comitati con una forte componente libertaria, abbastanza vicini quindi all’anarco-sindacalismo che piace ai giovani del Ponte della Ghisolfa e anche a Pinelli. Pietro Valpreda cerca di partecipare il più possibile, anche se, guarito dal grave attacco del morbo di Burger, ha ripreso a ballare con regolarità e a viaggiare per tutta Italia. A Licia Pinelli, che lo vede spesso a casa sua abbozzare passi di danza per far ridere le sue bambine, dice una volta: “Pensare che la sera stiamo su a leggere Marcus [Marcuse in milanese] o a parlare dello statuto dei lavoratori e alla mattina mi tocca sgambettare con tutte quelle checche in calzamaglia.”

La passione per la “democrazia diretta” e la polemica contro la burocrazia sono genuine, in Valpreda. Molti lo ricordano intervenire nelle discussioni del circolo, il corpo piegato in due, i pugni alle tempie nella foga di un’invettiva in dialetto contro “il mito dell’organizzazione” nei partiti tradizionali. La erre moscia alla lombarda, il linguaggio colorito, il gesto teatrale, l’abbigliamento ricercato ne fanno un personaggio simpatico ai giovani, ma che non ispira troppa fiducia agli anziani, Valpreda si iscrive alla FAGI, federazione dei giovani anarchici, anche se gli altri aderenti hanno dieci anni meno di lui. Partecipa spesso alle assemblee della Statale, dove gli anarchici hanno trovato un certo seguito dopo il loro anticonformistico documento Sui privilegi della classe studentesca e tentano di inserirsi come terza forza tra i cattolici progressisti e i marxisti-leninisti del Movimento Studentesco.

Del resto, tutta la contestazione di quegli anni ha una forte componente libertaria. Nella primavera del 1968 il “sequestro” all’università del professor Luigi Trimarchi è quasi un happening anarchico. Anche le manifestazioni di solidarietà con la rivolta dei carcerati di San Vittore, la battaglia degli studenti davanti all’Università Cattolica, sono episodi che escono subito dai binari tracciati da partiti e da gruppi per diventare moti spontanei. La notte del1’8 giugno 1968 la folla è radunata in piazza del Duomo a Milano per un processo pubblico alla stampa borghese, ma di colpo straripa e corre all’assalto del “Corriere della Sera” fortificato e protetto da coorti di polizia. La zona di Brera si trasforma in un campo di improvvisata guerriglia e ricorda a molti osservatori le scene della rivolta libertaria degli studenti francesi. Quella notte sulle barricate di Brera sono molti gli anarchici. La mattina dopo la polizia ne ferma più di duecento.

Il nuovo anarchismo italiano si rifà chiaramente all’esperienza del gruppo francese 22 Marzo di Cohn-Bendit (antimperialismo, democrazia diretta) e a quella più radicale degli Arrabbiati di Nanterre (marxisti non leninisti, antisovietici e anticinesi). In Italia, le posizioni vecchie e nuove si scontrano a Carrara, cittadella dell’anarchismo tradizionale, dove fra la fine di agosto e l’inizio di settembre del 1968 si tiene il quinto congresso mondiale delle federazioni anarchiche.

La polizia segue con molto interesse la vicenda. Agli atti dell’istruttoria Valpreda, c’è un rapporto particolareggiato sull’andamento del congresso firmato dal commissario di PS Domenico Spinella. E’ fatto evidentemente sulle note di un osservatore oculare. Spinella dà molto spazio a Daniel Cohn-Bendit che partecipa al congresso alla testa di un gruppo di reduci dalle barricate del maggio parigino. Il dialogo fra tradizionalisti e innovatori è subito difficile. Umberto Marzocchi e Alfonso Failla, libertari con i capelli bianchi, sono per “la condanna di ogni dittatura, del capitale come del proletariato.” Da un palchetto di velluto e oro del vecchio Teatro degli Animosi Cohn-Bendit invece grida: “Basta con il vecchio dilemma anarchismo-marxismo. La scelta oggi è tra rivoluzione e non rivoluzione.” I giovani anarchici italiani sono con lui. Il congresso di Carrara, che pure non esige, come normali congressi, maggioranze o conclusioni che valgano per tutti, va in crisi. Le delegazioni giovanili francesi, inglesi, svizzere e italiane abbandonano il teatro e tengono un loro contro-congresso sulla spiaggia di Marina di Carrara, nei bungalow di un villaggio turistico. Là, l’incontro con gruppi di cattolici ed extraparlamentari di sinistra è un fatto spontaneo. Sotto le tende improvvisate c’è anche Pinelli, sempre curioso dei giovani, insieme ad altri anarchici del Ponte della Ghisolfa.

La polizia ha registrato accuratamente i nomi dei partecipanti. “Di certo c’era anche Valpreda,” mette in evidenza il commissario Spinella nel suo rapporto. Valpreda infatti appare in molte fotografie pubblicate dai giornali borghesi accorsi in massa a registrare il nuovo folclore anarchico. In una di queste, lo si vede in un palchetto del Teatro degli Animosi, insieme a Amedeo Bertolo e Umberto del Grande. Ha anche lui al collo la sciarpa alla lavallière della vecchia guardia ma sta applaudendo con foga l’intervento di Cohn-Bendit. Valpreda oscillerà sempre tra l’anarchismo umanitario dei tempi eroici, e il libertarismo radicale della protesta giovanile.

Molti degli anarchici milanesi reduci da Carrara finiscono per uscire dal Ponte della Ghisolfa e per riunirsi in un nuovo circolo – La Comune – in via Scaldasole: un’ampia cantina a volte, con due finestroni a livello stradale, un grande tavolo in mezzo a qualche scaffale di libri. (E’ là che il commissario Calabresi, a neppure due ore di distanza dallo scoppio di piazza Fontana, trova Sergio Ardau e Giuseppe Pinelli, e li invita ad un colloquio amichevole in questura. E’ già durante il tragitto tra via Scaldasole e via Fatebenefratelli che Calabresi comincia a chiedere di “quel pazzo di Valpreda.”) La Comune ha caratteristiche diverse dal Ponte della Ghisolfa: vi si riuniscono soprattutto gli studenti e gli intellettuali del gruppo (da Cesarano, animatore dell’occupazione e dell’autogestione del Saggiatore a Fallisi del Movimento Studentesco, dal provo Gallieri detto Pinki ai fratelli Edoardo e Roberto Ginosa). Ma non si tratta di una rottura: Pinelli col suo motorino fa la spola tra i due circoli, mantiene i legami tra quello più organizzato ed efficiente di piazzale Lugano e quello più giovane e modernista di via Scaldasole. Alla Comune va spesso anche Pietro Valpreda, interessato ai comitati operai e ai gruppi studenteschi.

In via Scaldasole nascono in quel periodo i documenti più rappresentativi della nuova cultura anarchica come il manifesto dei Ludd-consigli proletari, assai vicino all’internazionale situazionista. A questo punto Pinelli e gli altri compagni del Ponte della Ghisolfa non li considerano già più anarchici, senza però che i contatti vengano mai interrotti. La Comune resta anarchica soprattutto nel costume, nell’apertura verso l’estero, nel rifiuto di etichette e patenti di ortodossia.