Archive for the ‘Memoria anarchici – Roma’ Category

30 dicembre 1972 Dichiarazione di Valpreda e Gargamelli dopo la loro scarcerazione

10 marzo 2011

Con la nostra scarcerazione è stato ottenuto un risultato positivo – che, naturalmente, ci soddisfa sul piano umano, in una battaglia che ha acquistato e conserverà il suo valore soltanto se portata avanti come una delle lotte che si combattono nel Paese per una radicale trasformazione delle strutture sociali e politiche.

Siamo stati i capri espiatori predeterminati di una manovra eversiva, che facendo leva sugli attentati del 1969, voleva ripristinare un ordine autoritario ed antidemocratico.

Sono stati tre anni di indicibili sofferenze e di rabbia.

Dai compagni che all’inizio ebbero il coraggio di sostenerci e di battersi per noi – contro la strumentalizzazione, il conformismo, la vigliaccheria di quanti, coscientemente o meno, volevano la nostra fine partendo da un’ingiusta valutazione politica dei fatti, di chiara marca conservatrice e reazionaria, lentamente – troppo lentamente, per noi – si è venuto costruendo uno schieramento di forze sempre più largo, che, giorno per giorno, ha fatto perdere credibilità e consenso al sistema ed agli esponenti di esso che ci volevano vittime.

Per questo, la nostra scarcerazione è solo un momento della battaglia che bisognerà portare avanti sino allo smascheramento ed alla condanna, politica e sociale, dei veri responsabili – diretti e indiretti – di tutta la strategia della tensione che ebbe il suo culmine nella strage di piazza Fontana, i quali, malgrado tutto, conservano ancora i loro posti di comando.

Oggi conosciamo i nomi di alcuni responsabili del nostro linciaggio morale e dell’assassinio materiale di tanti compagni innocenti; oggi esiste la possibilità concreta – e la nostra liberazione ne

è una riprova – di continuare la lotta con ancora maggiore slancio e vigore, sino allo smascheramento totale della «strage di Stato» e per una società diversa in cui simili fatti e personaggi non possano più esistere.

 

Salute e anarchia, Roberto Gargamelli

Salud y libertad, Pietro Valpreda

 

 

indice generale

18 febbraio 2011

In questo Blog stiamo cercando di riportare alla luce la nostra storia, la nostra verità. Gran parte del nostro lavoro è rivolto a smantellare falsità o manipolazioni di giornalisti e autori  di destra o presunti “democratici” che vorrebbero riscrivere la storia in maniera revisionistica per addossarci colpe che non abbiamo e che addirittura sentenze definitive della magistratura hanno ufficialmente escluso.

Purtroppo – anche se in buona fede e senza volerlo – alcuni anarchici hanno contribuito con i loro scritti o le loro dichiarazioni a dare respiro politico a questa opera di disinformazione che cerca di accreditarsi come “storiografica”.

Poichè siamo nell’epoca dell’internet e tali articoli o dichiarazioni circolano in rete e possono essere ripresi e rilanciati in ogni parte del mondo, è evidente che non possiamo lasciare queste dichiarazioni e affermazioni senza una nostra risposta. Anche se questa viene a distanza di anni.

Gli “ex” aderenti ai Circoli 22 Marzo e Bakunin

Invitiamo i compagni che ebbero contatti o lavorarono con noi nel lontano ’69 a contattarci per aiutarci a ricostruire la storia di quella nostra breve esperienza politica.

NOTA:

Questo Blog non segue una linea retta nel suo percorso informativo ma è basato sul materiale che siamo riusciti a trovare in un determinato momento e che pensiamo possa dare una risposta circostanziata e documentata – oltre che quella di testimonianza diretta – su un determinato argomento.

I bottoni di “archivio”, “categoria” e “cerca” che si trovano sulla destra dello schermo permettono di accedere a tutto il materiale fino ad oggi pubblicato. Per semplificare ulteriormente la ricerca inseriremo qui sotto un indice per gli argomenti principali.

Recensioni al libro di Cucchiarelli “Il segreto di piazza Fontana


12 giugno 2009 IL SEGRETO DI PIAZZA FONTANA – approfondimento bibliografico di Aldo Giannuli

“Il segreto di Piazza Fontana” e il dibattito sul doppio stato: un intervento di Fabio Cuzzola, insegnante di italiano e latino nei licei

19 giugno 2009 Un’occasione persa. “Il segreto di Piazza Fontana” di Paolo Cucchiarelli di Francesco “baro” Barilli e Saverio Ferrari

Osservatorio democratico 10 febbraio 2010 – Cucchiarelli replica attraverso Facebook alla nostra nota – Gli rispondiamo punto per punto Saverio Ferrari

A rivista anarchica anno 39 n. 346 estate 2009 – Pinelli “vittima due volte” ma Valpreda bombarolo di Luciano Lanza

Giornali


5 maggio 2005 Un’altra bomba a piazza Fontana. I familiari delle vittime condannati a pagare le spese processuali di Barbara Fois

rivista anarchica anno 32 n284 ottobre 2002 ricordando Pietro Valpreda Ciao Peder! di Paolo Finzi

A Rivista Anarchica n. 9 1972 – Parla l’ultimo latitante Intervista con Enrico Di Cola

A rivista anarchica n.10 1972 – Di Cola sfida Occorsio

Paese Sera venerdì 9 gennaio 1970 – Fu Di Cola a orientare le indagini della polizia? (della serie: giornalisti e veline della Questura)

Umanita Nova 22 gennaio 1972 Lo Stato italiano accusato di strage. Enrico Di Cola dalla Svezia sfida la magistratura a chiedere la sua estradizione

Umanità Nova 27 novembre 1971 L’imputato Enrico Di Cola spiega i motivi della sua latitanza e accusa per la strage l’apparato statale

L’Europeo 13 aprile 1972 La mia fuga dall’Italia Enrico Di Cola Il primo cittadino italiano che ha ottenuto «asilo politico» in Svezia – di Sandro Ottolenghi

I nostri commenti


Quando la memoria tradisce – Risposta all’articolo di Paolo Finzi scritto per la morte di Pietro Valpreda (29/12/2010)

Commento n. 4 – La nostra risposta alle diffamatorie affermazioni del libro “Il segreto di Piazza Fontana” di Paolo Cucchiarelli sul compagno Enrico Di Cola

Commento n. 3 alle “verità” di Paolo Cucchiarelli. Sulla presunta stupidità degli anarchici e la ancor più presunta presenza di fascisti assieme a Valpreda al Congresso di Carrara del 1968 di Fabio Cuzzola (31 marzo 2010)

Commento n 2 Sulle “verità” del libro Il segreto di Piazza Fontana di Paolo Cucchiarelli – Ancora sulla presunta presenza di individui eterogenei di dubbia natura nel circolo 22 marzo

Commento n. 1 – Sulle “verità” del libro Il segreto di Piazza Fontana di Paolo Cucchiarelli – Sui presunti infiltrati nel circolo romano mai identificati. 27 novembre 2009

Risposta n. 2 a Giacomo Pacini sulla figura di Valpreda ed il fatto che egli non avrebbe mai preso apertamente le distanze da Merlino – Dal blog dei fans del libro di Cucchiarelli un piccolo botta e risposta tra Pacini e Di Cola 22/12/2009

Risposta n. 1 a Giacomo Pacini sulla figura di Valpreda ed il fatto che egli non avrebbe mai preso apertamente le distanze da Merlino – Dal blog dei fans del libro di Cucchiarelli un piccolo botta e risposta tra Pacini e Di Cola 22 novembre 2009

Della serie… il Cucchiarelli furioso – Dal blog dei fans del libro di Cucchiarelli un piccolo botta e risposta tra l’autore del libro e Enrico Di Cola 26 febbraio 2010

Falso d’annata, ovvero come ti riscrivo la storia. “Non sono una spia” La FALSA intervista a Enrico Di Cola del giornalista Cesare Tocci de “Il Giornale d’Italia” del 16/17 giugno 1970

Circolo 22 marzo


Messaggero 7 Dicembre 2009 – «non intendiamo essere associati a una strage di stato» la protesta dell’anarchico Roberto Gargamelli contro il libro di Paolo Cucchiarelli

9 luglio 2009 Lettera aperta di Enrico Di Cola (letta il 9 luglio 2009 da Roberto Gargamelli al Circolo anarchico Ponte della Ghisolfa Nell’anniversario della morte di Pietro Valpreda)

libertaria anno 11 n 4 2009 Due del 22 marzo Parlano Roberto Gargamelli e Roberto Mander. Nel 1969 erano militanti del circolo romano di via del Governo vecchio – di Giulio D’Errico, Martino Iniziato, Fabio Vercilli e Matteo Villa

Umanità Nova 14-12-1997 – Frammenti di memoria romana. Intervista a Emilio Bagnoli e Roberto Mander, a cura di Enrico Ranieri

Umanità Nuova 29 Giugno 1997 – Strage di Stato e dintorni. Una testimonianza sul movimento anarchico a Roma all’epoca della Strage di Stato. Nostra intervista a Raniero Coari

Le vie del vento o le rivoluzioni sognate Cronache dalla Calabria 1968-1973 di Gaetano Luciano (sulla latitanza in Calabria di Enrico Di Cola)

Ciao 2001 n.43 del 19 novembre 1969 – Intervista/Documento collettivo prodotto dal circolo 22 marzo

 

Anarchici romani


Bollettino Archivio Pinelli n 12 – Aldo Rossi e Anna Pietroni

Bollettino Archivio Pinelli n 12 – Roma, 1974. Funerale di Aldo Rossi e Anna Pietroni

Pietro Valpreda


Pietro Valpreda, anarchico a Milano – Ancora su Valpreda e presunti rapporti con i fascisti, prima della nascita del circolo 22 marzo a Roma – Tratto da: Valpreda, processo al processo, di Marco Fini e Andrea Barbieri, Feltrinelli febbraio 1972

Pietro Valpreda, testimonianza di un compagno – da Il silenzio di Stato, a cura di Padova Comitato di Documentazione antifascista, Sapere Edizioni

14 Aprile 1970 Carcere di Regina Coeli Testo della lettera inviata da Pietro Valpreda alla Redazione di “Umanità Nova”

Pino Pinelli

Manifesto 12 dicembre 2009 – 40 anni fa la strage di Piazza Fontana. Parla Pasquale Valitutti.

28 novembre 2009 – da Republica – I 40 anni di dolore della vedova Pinelli “Non smetterò mai di cercare la verità”

6 febbraio 2009 Lello Valitutti Il testimone de “La notte che Pinelli”

Anarchici Reggio Calabria


A rivista anarchica N 274 estate 2001 Cinque anarchici del sud

FOTO:

Stiamo cercando di contattare (e dare un nome) ai compagni che giravano intorno ai circoli romani. Aiutateci se potete.

 

1969 Roma, sciopero della fame (25 sett. – 2 ott.) Amerigo Mattozzi “er mandrillo”, Pietro Valpreda, Leonardo Claps, “Mino” Cosimo Caramia

1969 Roma, sciopero della fame (25 sett. – 2 ott.) Giorgio Spanò, Enrico Di Cola, Pietro Valpreda, Leonardo Claps, Roberto Gargamelli, Francesco “Fefè” Montanari

Risposta n. 1 a Giacomo Pacini sulla figura di Valpreda ed il fatto che egli non avrebbe mai preso apertamente le distanze da Merlino – Dal blog dei fans del libro di Cucchiarelli un piccolo botta e risposta tra Pacini e Di Cola 22 novembre 2009

17 febbraio 2011

Risposta a Giacomo Pacini Lettera di Pietro Valpreda dal carcere del 14 Aprile 1970

Giacomo Pacini http://www.facebook.com/profile.php?id=1507934871

Ricercatore Storia Contemporanea. Ha scritto:

http://www.facebook.com/group.php?gid=111480141059

Di Cola, se posso permettermi una domanda; ma perché Valpreda, anche a Catanzaro, ha sempre continuato a difendere Merlino?
La mia risposta:

da Strage di Stato, APPENDICE I

1) lettera di Pietro Valpreda dal carcere
Testo della lettera inviata da Pietro Valpreda alla Redazione di “Umanità Nova” (85)

Carcere di Regina Coeli

14 Aprile 1970

Cari compagni,

vi accludo queste note che credo vi potranno servire, anche perché‚ vedo da “Umanità Nuova” che dovete spulciare notizie da altri giornali … Fatene l’uso che credete meglio. In carcere per ora, malgrado la grande repressione, vedo solo anarchici.

Saluti e anarchia.


Pietro

A più di cinque mesi dall’inchiesta precostituita dagli organi del sistema nei nostri riguardi, vorrei puntualizzare alcuni punti e renderne noti altri alla parte più sensibile e cosciente dell’opinione pubblica, anche se credo doveroso aggiungere che diversi organi di stampa, che ci hanno affiancati e che potrei chiamare innocentisti, hanno abbracciato tale tesi più ai fini di una certa strumentalizzazione politica che per amore di verità o di giustizia. Ed è un certo settore della stampa, che il buon senso ed il pudore mi impediscono di chiamare organi di informazione, servi obbedienti dei vari gruppi di potere più reazionari del sistema, che hanno gettato il fango, il livore, la menzogna, l’odio, la diffamazione, con articoli da trivio, diretti contro i morti, contro di noi ed i nostri familiari, amici e compagni, onde screditare, con noi, il movimento anarchico in modo specifico e di riflesso tutta la sinistra in generale; vista fallita la loro manovra di manipolazione e di discredito, con l’infantilismo politico che li ha sempre contraddistinti, da bravi servi striscianti e obbedienti, tacciono.

Dove la strumentalizzazione politica è stata subito palese, fu nel cercare di provare nell’insinuazione che il nostro “gruppo anarchico 22 Marzo” era un gruppo ibrido, con elementi di destra. Si avanzò addirittura l’ipotesi di una… simbiosi fra anarchici e fascisti (si scrisse che gli estremi si toccano) come se si potessero fondere e conciliare la libertà e la dittatura. Tutta questa strumentalizzazione, solo ed esclusivamente per la premessa che un componente del gruppo, di provenienza fascista, frequentava ancora, a nostra insaputa, i suoi ex camerati: pertanto la tanto decantata simbiosi si risolve ad un contatto che era a noi tutti sconosciuto.

Dove la strumentalizzazione politica è ancora più evidente, è nei termini in cui si attaccano gli organi inquirenti che conducono (inteso nel senso di… manovrare) l’istruttoria nei nostri riguardi: attacchi portati non nel senso che l’accusa cercherebbe ogni mezzo legale e illegale per incriminare degli innocenti, ma che agirebbe in questa maniera per tendere a colpire i mandanti; è una disquisizione sottile, ma di importanza fondamentale; si passa perciò sulle nostre teste (con una chiara manovra politica) ipotizzando che potremmo anche essere colpevoli, ma, che saremmo solo dei semplici… pazzi esecutori.

Questa istruttoria, precostituita ad arte, copre non solo i mandanti, ma gli esecutori, i finanziatori, gli artificieri ed altri palesi interessati e… interessi. Perché se si sostiene e si scrive che su tutta l’inchiesta vi sono dubbi, ombre che fu quantomeno affrettata, unidirezionale, precostituita dall’inizio, condotta avanti stancamente con il riconoscimento falso, la delegazione di spie, l’intimidazione di testi, e pure con un buon margine di illegalità; ora essendo gli organi inquirenti autori di tutto questo, essendo pertanto i medesimi perfettamente al corrente di aver potuto incriminare degli innocenti, ricorrendo all’artifizio, non vedo come possano risalire ai mandanti partendo da noi. Mi sembra perciò abbastanza palese e logico che stiamo facendo solo da capro espiatorio: non si è voluto arrestare questi… per non risalire a quelli; tranne che non sia un nuovo metodo di indagine arrestare degli innocenti per risalire ai colpevoli.

Tutti sono unanimi nel sostenere la necessità di fare luce completa… sulla oscura morte del compagno Pinelli: tutti concordi che il nocciolo, che il marcio della questione sta là, che non si saprà mai la verità sugli attentati dinamitardi di Milano e Roma se prima non si saprà la verità sulla caduta di Pino. Ma i responsabili… della caduta, sono ancora ai loro posti, nessuna misura è stata presa nei loro confronti, l’omertà è stata tale da dare dei punti alla stessa mafia; si è praticamente permesso che i sospettati svolgessero una specie di indagine su loro stessi. Non solo, si è pure permesso, e si permette tutt’oggi, che i medesimi partecipassero all’indagine nei nostri confronti (ora si sa come) proprio a loro, che allontanare da sé i pesanti dubbi e indizi che li devono dimostrare a qualsiasi costo e con ogni mezzo che sia Pinelli sia noi siamo colpevoli; solo provando questo troverebbe un certo credito la tesi del suicidio di Pinelli. Se Pino è innocente, loro sono colpevoli, non esiste alternativa, e in tal senso hanno agito, hanno diffamato e accusato un morto, con dichiarazioni e comunicati che si sono dimostrati, alla prova dei fatti, completamente falsi; hanno costruito la falsa deposizione e il falso riconoscimento di Rolandi nei loro uffici, ed in seguito caduti e scoperti i loro falsi, hanno gettato, levandoselo di tasca, un vetrino il quale avrebbe dovuto apporre la mia firma sugli attentati; ma anche il sunnominato vetrino, come è stato ampiamente dimostrato era in loro possesso da molti mesi prima degli attentati, anzi avevano chili di vetrini colorati, con ampie libertà di scelta. Si vede che di fronte alla legge democratica, uguale per tutti, i nostri integerrimi poliziotti sono più uguali degli altri cittadini italiani: perché se nella loro identica situazione con le prove, gli indizi, le contraddizioni e le assurdità che vi sono state nel loro operato e nelle loro dichiarazioni si fossero invece trovati quattro impiegati o quattro metalmeccanici sarebbero stati immediatamente incriminati e incarcerati.

Ma forse il passato di sbirro al servizio della dittatura fascista, in quel di Ventotene, dei camerata Guida e e le specializzazioni, acquisite nelle scuole dei gorilla della C.I.A del socialdemocratico Calabresi, sono una garanzia sufficiente, tale da sollevare loro ed i loro accoliti da ogni ulteriore sospetto. Forse la nostra situazione può anche dipendere in parte dal fatto che nè dietro, nè sopra di noi, abbiamo o notabili, o gruppi o altro che ci appoggino.

Nell’incriminare tutti i familiari miei, hanno veramente toccato il fondo, incriminazione effettuata in spregio ad ogni obiettiva valutazione, valutazione mai applicata nei nostri confronti, ma tale prassi nazista non è stata usata neppure nei processi imbastiti dai colonnelli fascisti greci, nemmeno loro erano arrivati ad un tale grado di efferata infamia. Prima di incriminare, avrebbero dovuto appurare l’unica prova reale, la mia macchina, prima di dare credito a delle chiacchiere da caffè, ed assurgerle a dogma, avrebbero dovuto effettuare la perizia sulla macchina ed avrebbero avuto la dimostrazione tecnica che il mezzo meccanico non avrebbe potuto effettuare un tragitto così lungo e nel tempo addebitatomi (due periti della FIAT si sono rifiutati di partecipare alla loro commedia). Il mio meccanico di Roma, ha dichiarato che la mia 500 si trovava in pessimo stato, che la coppa dell’olio perdeva, che non aveva il motore truccato. Se a loro non bastavano le circostanziate e precise deposizioni dei miei familiari, per onestà professionale avrebbero dovuto, prima di prendere una decisione, effettuare tale perizia e possiamo essere certi che se avessero avuto solo una probabilità che tale perizia potesse risultare a loro favorevole, l’avrebbero richiesta subito e non avrebbero atteso cinque mesi. Non hanno tenuto in alcuna considerazione le dichiarazioni a loro contrarie, e cioè testimonianze di diversi miei colleghi del Jovinelli, i quali deposero o di non avermi visto, il giorno in cui l’accusa mi contesterebbe il viaggio a Roma, o di avermi notato in epoca poco precedente, come io sostenevo e sostengo. Angelo Fascetti si recò due volte per testimoniare a mio favore, davanti al giudice Cudillo, ma non riuscì a farsi ricevere.(86) Il Fascetti sarebbe il giovane moro, notato con me al bar Jovinelli, il 13 o il 14 dicembre ‘69. Egli perciò voleva testimoniare quanto io sostenevo, che tale incontro avvenne diversi giorni prima di tale data, che i testimoni dell’accusa si erano sbagliati di data. A titolo di cronaca, debbo anche dire che uno dei tre testi dell’accusa, aveva alcuni contatti con la polizia, contatti che derivavano dal fatto che egli si interessava a procurare a terze persone, con una certa facilitazione e celerità, passaporti ed altri documenti.(87) Ermanna Ughetto, altro loro super teste (chissà poi perché tutti i testi dell’accusa sono super, quelli a difesa, o non sono credibili, o mentono, o vengono incriminati), colei che io avrei accompagnato a cena, in macchina, sempre la sera del 13 o del 14: dunque il loro ennesimo super teste, dopo gli attentati ai treni dell’agosto 1969. essendo una mia conoscente, fu interrogata diverse volte dalla polizia di Roma, subì diverse pressioni, fu minacciata che se non avesse collaborato e detto tutto ciò che sapeva su di me, le avrebbero reso la vita difficile tramite la squadra del buon costume.

Tale circostanza, l’affermò l’Ughetto medesima, in presenza di alcuni nostri comuni colleghi di teatro, i quali sicuramente potranno testimoniare in tal senso.(88)

Tralascerò di accennare alle pressioni che dovetti subire io. E’ però abbastanza sintomatico che tale teste abbia deposto quello che faceva comodo all’accusa ed in più ad oltre due mesi di distanza. Chiamai altri testimoni che potevano confermare le mie affermazioni, ma non mi risulta che siano stati citati. Accantonando le loro valutazioni sempre pregiudiziali, un fatto è positivo, io a Roma sarei stato visto prima in un bar e poi a un ristorante, questo è tutto, niente altro mi è stato contestato: pertanto il 13 e 14 dicembre scorso, io ero completamente libero di andare dove e con chi avessi voluto, non avrei commesso nessun reato a ritornare a Roma, con relativa cenetta a due, non sarei stato incriminato per questo; per quale assurda ragione avrei dovuto negare? (sono pure scapolo), che motivo avrei. avuto di crearmi un alibi a Milano in tal senso? Se mi fossi comportato come sostiene l’accusa. l’avrei dichiarato dall’inizio, era tutto nel mio interesse non dare adito a dubbio o altro. Invece tutto questo è solo un’altra prova che dimostra che ai miei moderni inquisitori non interessa per nulla la verità e la giustizia, ma solo riuscire a puntellare ad ogni costo con macroscopici indizi, le loro tesi da fantascienza. La loro manovra è servita solo ed esclusivamente ad incriminare un teste a mia difesa che diceva la verità, e cioè mia zia Torri Rachele.
Non potendo assassinare la verità di fronte, l’hanno colpita alle spalle, come è loro abitudine, questo e il loro contorto e viscido disegno cercano di dimostrare che i familiari di Valpreda possono aver mentito nei giorni 13 o 14 e di conseguenza potremmo sostenere che possono aver mentito anche il 12. Perché bisogna tener presente che mia zia conferma il mio alibi per il giorno 12, il quale non è per nulla in contrasto con le dichiarazioni dei testimoni del Jovinelli che riguardano invece il 13 o il 14… Anche qui l’accusa si è mostrata perfettamente coerente con i suoi metodi.

Passiamo ora al fantomatico deposito sulla via Tiburtina.(89) Deposito che consisterebbe in un buco. lo non sono responsabile di un sentito dire, o di una semplice dichiarazione fattami a voce che potrebbe risolversi solo in una chiacchiera, come in effetti avvenne. Sulla scorta di tale aleatoria affermazione, la polizia effettuò in mia presenza, un sopralluogo all’ottavo chilometro della via Tiburtina, nella notte dei 15 dicembre 1969. Tale sopralluogo dette esito negativo, ed in tale senso firmai un verbale negli uffici della questura politica: a tale riguardo vorrei precisare che la polizia affermò, abbastanza seccamente, che li avevo presi per i fondelli, che li avevo fatti girare a vuoto di notte, che li avevo condotti in un luogo dove io sapevo a priori che non vi era nulla, che loro non erano dei cretini e le solite frasi di circostanza che dicono tutti i poliziotti in tali situazioni. Poi invece diramarono ed allegarono agli atti un verbale di un commissario che aveva partecipato al sopralluogo notturno, in cui dichiarava di aver trovato un buco (allegata relativa foto del buco). Ora si cade nel ridicolo: sulla Tiburtina vi erano diversi buchi, me ne ricordo un paio, di cui uno quasi colmo di bottiglie vuote e di cocci di vetro. Sic.

La perizia balistica effettuata sui resti delle bombe, ha dimostrato che i congegni erano a tempo, con una specie di accensione a molla e per nulla a miccia: ma l’accusa strombazza su un pezzo di miccia reperito nell’abitazione di un compagno indiziato, e richiesta di perizia sulla medesima; (90) come dire che trovando un uomo colpito da una pallottola sparata da una rivoltella… effettuerebbe una perizia su di un coltello.

Ha fatto pure capolino lo spionaggio finché anche questo ennesimo bluff si è risolto con l’acclusione agli atti di… alcune poesie ed alcuni indirizzi di caserme, senz’altro reperibili su ogni guida telefonica.(91) Come sempre. l’insinuazione falsa è stata pubblicata a caratteri cubitali in prima pagina, e chiamiamola la smentita… due righe nelle pagine interne.

E vediamo per ultima la loro ulteriore scaltrissima mossa, che avrebbe dovuto, in parte, riuscire a puntellare e colmare in parte i loro vuoti e le loro ipotesi scaturite su premesse assurde: la cosiddetta perizia psico fisica nei miei, riguardi, onde appurare in primo luogo le mie capacità deambulatorie ed eventualmente giustificare l’assurdo… con la pazzia. Detta perizia è stata a me favorevole ed ha confermato la mia integrità psico-fisica: per cui eventualmente di tarate rimangono le sopraddette ipotesi e le loro origini. Ed è nuovamente sintomatico conoscere chi sia l’individuo che anche in questa circostanza avrebbe dichiarato che io soffrivo di crampi alle gambe.(92) Io frequentavo il sindacato ballerini e le regolari lezioni giornaliere di danza classica: decine di miei colleghi studiavano con me; il mio maestro da oltre un anno era Sabino Riva. Ebbene, tale dichiarazione l’accusa non l’ottenne da nessuno di loro, ma da un certo Andres, che aveva sostituito temporaneamente, negli ultimi tempi, il mio maestro. effettivo. Ora il sunnominato Andres è un profugo dell’Est, un rumeno il quale si trovava in Italia in una situazione precaria sia finanziariamente che legalmente, ed attendeva, fra l’altro, il visto d’ingresso negli Stati Uniti; ed è abbastanza strano che una parvenza di dichiarazione a loro favorevole sia stata rilasciata da un individuo che per la situazione sopraddetta, era idoneo ad essere maneggiato, a subire pressioni senza poter dire no, ed eventualmente ad altro. Un fatto è certo, che se il killer che effettuò la strage di P.zza Fontana usufruì veramente del taxi del super teste Rolandi, lo fece sapendo a priori che sarebbe stato ben coperto da alcuni organi, che non aveva nulla da temere a farsi riconoscere, perché un altro sarebbe stato riconosciuto e identificato al suo posto. Infatti si è dimostrato, con il suo comportamento, cinico, freddo, spietato, fors’anche paranoico… ma non un mongoloide mentale come a loro farebbe comodo.

Al rimanente dei compagni incriminati ingiustamente, non hanno potuto nemmeno contestare uno dei loro indizi fasulli; li hanno incriminati con delle supposizioni costruite su ipotesi: i compagni hanno alibi che li scagionano, non un solo indizio è emerso a loro carico: ma sono stati incarcerati perché così era stato deciso dall’alto, perché erano e sono anarchici. E gli organi inquirenti si sono affannati a indagare su chi pagava la pizza, su chi aveva contatti sessuali con una certa donna, su chi partecipava alle manifestazioni, come facevamo a pagare l’affitto della sede, in quale trattoria ci si recava a bere a Trastevere, chi scriveva sui muri, perché il tale non si è recato a un dato appuntamento, quanti gettoni occorrevano per telefonare a Milano. Non esisteva più la proporzione nè dei fatti, nè degli oggetti. A me personalmente sono arrivati a contestare pure due nomi di organi sessuali che avevano trovato scritti sul taccuino magnetico della mia macchina (era palese lo scherzo, non era nemmeno la mia grafia), sostenendo convinti che erano nomi convenzionali con cui si denominava… l’esplosivo. Qui siamo addirittura nella neurosi da sogno. Ma su tutti i loro interrogatori, che ho subito (credo di aver passato le 100 ore) dominava un interrogativo, la domanda sempre presente, ciò a cui premevano, perché si è ammazzato Pinelli? Sempre Pinelli… gli ipocriti.

Che la polizia avesse una spia nel gruppo, l’avevo non solo detto ma pure scritto diversi giorni prima degli attentati, però nè i compagni nè io eravamo riusciti ad individuarla.(93) Almeno su questo fatto assodato, non dovrebbero esistere speculazioni politiche di sorta, anche se ne sono state ventilate alcune. La spia non poté riferire nulla ai suoi degni padroni perché nulla vi era da riferire. La spia non riferì nulla, non perché non ne era al corrente, ma perché non vi era nulla di cui essere al corrente. Agì in seno al gruppo senza venire scoperta, fino al nostro arresto (e pure dopo) la polizia fu sempre al corrente di tutto, non solo dei nostri gesti, ma pure dei nostri discorsi: era al corrente della ragione di tale viaggio; e questo mi fu confermato da Improta, braccio destro di Provenza, lunedì 15 dicembre, quando fui tradotto da Milano a Roma, mediante un sequestro di persona. Appena giunto in questura mi interpellò con queste parole “Sapevamo, Pietro, che stamattina a Milano saresti andato al palazzo di giustizia per farti interrogare dal giudice Amati”. Non vi era proprio niente che loro non sapessero sul nostro gruppo.

Da quanto mi risulta, la polizia ebbe informazioni ben precise su quali erano le forze politiche da sorvegliare. La sinistra extraparlamentare era al corrente che vi era stata una riunione ad alto livello di estremisti di destra per azioni ben programmate, io ne accennai in una lettera all’avvocato Boneschi per cui un fatto del genere non potevano assolutamente ignorarlo.

Credo inutile ripetere a chi servivano le bombe, chi aveva interesse a gettare il discredito sulla sinistra, chi voleva spezzare le contestazioni, le rivendicazioni salariali, ecc., sono ormai argomenti detti, scritti e riscritti.

Come l’opinione pubblica ha potuto intravedere attraverso la cortina fumogena di falsità creata deliberatamente all’inizio dell’inchiesta, almeno una parte della verità, ne ha tratte subito le debite e logiche conclusioni: gli organi inquirenti di tali verità (e di molte altre) ne erano in possesso subito dopo i fatti di Roma e Milano, e poco tempo dopo. Hanno proseguito e proseguono in una direzione che sanno sbagliata. Perché?

NOTE:

(85) Chi è Pietro Valpreda? Per il “Secolo d’Italia” (19 dicembre) “una belva oscena e ripugnante, penetrata fino al midollo dalla lue comunista”; per “il Messaggero” (17 dicembre) “una belva umana mascherata da comparsa da quattro soldi”; per “La Nazione” (18 dicembre) “un mostro disumano”; per l’organo del PSU, L’”Umanità” (18 dicembre) “uno che odiava la borghesia al punto da gettare rettili nei teatri per terrorizzare gli spettatori”; per “Il Tempo” (18 dicembre) ” un pazzo sanguinario senza nessuno alle spalle”; ecc. Questo per la stampa di destra.

Per l’”Avanti!” (18 dicembre) è invece “un individuo morso dall’odio viscerale e fascistico per ogni forma di democrazia”; per “l’Unità” (19 dicembre) “un personaggio ambiguo e sconcertante dal passato oscuro, forse manovrato da qualcuno a proprio piacimento”.

Va detto, a parziale giustificazione dei due quotidiani di sinistra, che, subito dopo il suo arresto, da ambienti anarchici qualificati fu diffusa la notizia che da tempo si dubitava di lui: sul finire dell’estate al circolo Bakunin era giunta da Milano la segnalazione di tenerlo d’occhio. A quell’epoca alcuni anarchici milanesi del “Ponte della Ghisolfa” erano venuti a conoscenza del verbale d’interrogatorio di un loro compagno accusato degli attentati del 25 Aprile. Tra le varie domande rivoltegli dagli inquirenti una suonava presso a poco così: “E’ vero, come ci ha detto Valpreda, che una volta gli hai chiesto degli esplosivi?”. La cosa – con l’aggravante di una sospetta provocazione dovuta all’assoluta estraneità dell’anarchico ai fatti addebitatigli – venne segnalata a Roma. Solo a molti mesi di distanza, nel gennaio del ‘70, gli anarchici milanesi – venuti a conoscenza di un secondo verbale – scopriranno che si era trattato di un equivoco. Il verbale si riferiva all’interrogatorio di A.D.E., svoltosi subito dopo gli attentati del 25 Aprile. Vi compariva la frase: “Valpreda una volta mi disse che x gli aveva chiesto se conosceva il modo di procurarsi degli esplosivi”. La dichiarazione di A.D.E., personaggio ambiguo che già gli anarchici consideravano con sospetto, venne attribuita dagli inquirenti, nel corso delle contestazioni mosse da x, a Pietro Valpreda, ed iscritta a verbale. Un vecchio trucco della polizia, che comunque, in questo caso, fece nascere sul conto di Valpreda una “voce” che, mai efficacemente smentita, ha ingenerato equivoci anche tra i militanti di sinistra. Alcuni dei quali sono tuttora convinti che egli, opportunamente “manovrato” dall’apparato, sia davvero l’esecutore materiale della strage di Piazza Fontana.

Chi è Pietro Valpreda non sta a noi giudicare. In una vicenda che coinvolge profondamente la classe operaia e i militanti rivoluzionari del nostro paese di lui c’interessa il ruolo che occupa nel disegno reazionario complessivo: e, più in particolare – come già per Giuseppe Pinelli nel contesto dell’inchiesta e dell’istruttoria, che di esso sono parti organiche e inalienabili. Per questo, dal momento che si tenta – con un’ultima grottesca scappatoia – di farlo passare per pazzo, ci sembra opportuno allegare a questa contro-indagine un documento da cui – se non altro si può evincere che le facoltà mentali di Pietro Valpreda – come del resto le sue capacità deambulatorie – sono in perfette condizioni.

Questa lettera è uscita da Regina Coeli clandestinamente, scavalcando la censura carceraria.

(86) Angelo Fascetti, nell’Aprile del ‘70, è stato arrestato e incarcerato al termine di una manifestazione di solidarietà con Valpreda. I poliziotti lo hanno “selezionato” tra una ventina di altri anarchici presenti.

(87) Allude probabilmente a Armando Gageggi, un vecchio attore d’avanspettacolo che svolge questa attività per arrotondare la pensione.

(88) Esistono quattro testimonianze al proposito.

(89) L’esistenza del deposito di esplosivi fu segnalata alla polizia da Mario Merlino, il quale affermò di averne sentito parlare da Roberto Mander ed Emilio Borghese.

(90) La “miccia”, rinvenuta in casa di Roberto Mander durante una requisizione, è in realtà una di quelle cordicelle cerate che si usano per i “botti” di Capodanno.

(91) Allude al “quaderno musicale” sequestrato in casa di Enrico Di Cola, l’anarchico del 22 Marzo che, imputato di “associazione a delinquere”, ha preferito rendersi latitante. Su una pagina del quaderno erano stati segnati i nomi di alcune notissime basi NATO in Italia.

Quando la notizia fu comunicata alla stampa il quotidiano di sinistra “Paese-Sera” pubblicò un titolo a quattro colonne in prima pagina in cui si preannunciava, come probabile, un’inchiesta del S.I.D. in merito alla scoperta. Il 4 Gennaio 1970, dopo l’annuncio da parte del magistrato inquirente dott. Occorsio dell’incriminazione del Di Cola, il quotidiano dei M.S.I “Il Secolo d’Italia” scrisse: “Il passato criminale di Enrico Di Cola può essere sintetizzato nei seguenti punti:

1) andava spesso con Valpreda in pizzeria;

2) partecipò ad uno sciopero della fame davanti al Palazzo di Giustizia per protestare contro l’arresto di alcuni anarchici;

3) il pomeriggio dei 12 Dicembre ascoltò una conferenza nel circolo 22 Marzo.

Con simili prove il Di Cola può essere incriminato senza ombra di dubbio di concorso in strage o almeno di associazione a delinquere”.

(92) Com’è noto, subito dopo l’arresto di Valpreda e l’”uscita” del taxista Rolandi che dichiarò di averlo accompagnato davanti alla Banca dell’Agricoltura con la valigetta dell’esplosivo, fu diffusa immediatamente la voce dagli ambienti polizieschi che il ballerino era afflitto dal “morbo di Burger”. La malattia. che comporta la necrosi progressiva degli arti inferiori, lo avrebbe costretto a percorrere in taxi i 147 metri che separano l’edificio della banca dal punto dove Cornelio Rolandi afferma di averlo preso a bordo. I giornali scrissero che le malattia era “all’ultimo stadio”, che egli aveva già subito. “l’amputazione di varie dita dei piedi”, che di notte, in cella, “si rotolava gridando per il dolore agli arti inferiori”. Il 17 Dicembre “Il Messaggero” scrisse: “… minato dal morbo di Burger, che aveva stroncato le sue ambizioni di ballerino, Valpreda era un disperato che ha finito per trascinare e travolgere nel mostruoso disegno i compagni più giovani e inesperti”. Due persone – un anarchico che aveva partecipato con lui ad una marcia della pace di 70 km ed una, sua amica che aveva avuto occasione di osservarne poco tempo prima le dieci dita dei piedi – si recarono in questura per testimoniare ma gli dissero di ripassare. Un commissario della squadra politica, in vena di confidenze, disse ad un suo conoscente: “E’ una storia ridicola! Gli agenti che lo pedinavano tornavano in questura sfiancati”.

(93) Quando Valpreda ha scritto la lettera, il nome dei poliziotto Salvatore Ippolito “in arte” anarchica Andrea Politi non era ancora stato reso noto. In varie occasioni, parlandone con il proprio avvocato o nelle lettere spedite dal carcere ai compagni, egli aveva espresso il dubbio che all’interno dei “22 Marzo” si fosse infiltrata una spia anche se non era in grado d’identificarla. L’”anarchico di Stato” dirà invece di non esser stato in grado di segnalare i preparativi della strage perché Valpreda e C., sospettando di lui, lo avevano emarginato e tenuto all’oscuro. In realtà egli continuerà a frequentare il circolo fino alla vigilia degli attentati ed anche in seguito. Quanto alle sue dichiarazioni relative all’incontro del 14 dicembre con Emilio Borghese, durante il quale questi gli avrebbe “confessato” la propria responsabilità, va messo in rilievo il comportamento improvviso dei giovane che, dopo aver tramato stragi alle sue spalle, una volta placata la sete di sangue si sarebbe affrettato a restituirgli piena fiducia. In realtà l’Ippolito era riuscito a mimetizzarsi egregiamente, e, semmai l’unica cosa che i suoi superiori potrebbero imputargli è l’eccesso di zelo. Infatti – a parte le proposte di attentati che, spesso e volentieri, rivolgeva ai “compagni” del 22 Marzo – il 15 novembre, nel corso della manifestazione antimperialista che si svolse a Roma, due militanti del Movimento Studentesco lo disarmarono mentre. impugnando una sbarra di ferro, si accingeva a sfasciare la vetrina di un negozio di abbigliamento.

 

 

Quando la memoria tradisce – Risposta all’articolo di Paolo Finzi scritto per la morte di Pietro Valpreda (29/12/2010)

29 dicembre 2010

Quando la memoria tradisce

In questo Blog stiamo cercando di riportare alla luce la nostra storia, la nostra verità. Gran parte del nostro lavoro è rivolto a smantellare falsità o manipolazioni di giornalisti e autori  di destra o presunti “democratici” che vorrebbero riscrivere la storia in maniera revisionistica per addossarci colpe che non abbiamo e che addirittura sentenze definitive della magistratura hanno ufficialmente escluso.

Purtroppo – anche se in buona fede e senza volerlo – alcuni anarchici hanno contribuito con i loro scritti o le loro dichiarazioni a dare respiro politico a questa opera di disinformazione che cerca di accreditarsi come “storiografica”.

Poichè siamo nell’epoca dell’internet e tali articoli o dichiarazioni circolano in rete e possono essere ripresi e rilanciati in ogni parte del mondo, è evidente che non possiamo lasciare queste dichiarazioni e affermazioni senza una nostra risposta. Anche se questa viene a distanza di anni.

Nel caso che andremo qui ad esaminare vi è un aggravio di responsabilità da parte di chi ha fatto tali affermazioni in quanto, data la notorietà ed il prestigio di cui gode nel movimento anarchico, le sue parole hanno assunto valore di verità e sono tuttora riportate nelle pagine web di anarchopedia e riprese da siti anarchici di tutto il mondo. Con questo nostro intervento pubblico speriamo di fare chiarezza una volta per tutte ed auspichiamo che chi ha commesso tali errori provveda a correggerli.

L’articolo a cui ci riferiamo è quello intitolato Ciao Peder! scritto per la morte di Pietro Valpreda da Paolo Finzi, pubblicato su A rivista anarchica n 284 dell’ottobre 2002 (che pubblicheremo in modo integrale contemporaneamente a queste nostre note).

In esso fra l’altro si legge:

[Valpreda] …Intorno al ’68 dà vita, con altri più giovani compagni, ad un gruppo anarchico, scegliendo come nome la data dell’inizio del movimento di lotta francese: il 22 marzo. Il gruppo è caratterizzato da posizioni spacca-tutto e da un linguaggio incendiario: me li ricordo bene quando in piazza Duomo, durante un corteo nel ’69, gridano a squarciagola “Bombe, sangue, anarchia” e noi – militanti e simpatizzanti del circolo anarchico “Ponte della Ghisolfa” (con sede, allora, in piazzale Lugano, nel quartiere periferico della Bovisa) – sovrapponiamo con la stessa cadenza e con voce ancora più forte “Malatesta, Cafiero, Bakunin”. Cercando di evitare che la gente senta simili bestialità.”

Il Circolo 22 Marzo nasce a Roma nel novembre del 1969 e quindi retrodatare di un anno tale nascita non può che creare confusione. Confusione che diviene  totale quando Finzi tira fuori addirittura un suo “ricordo” personale, una sua testimonianza, in cui avrebbe visto i militanti del 22 marzo… sfilare ad una manifestazione a Milano gridando a squarciagola “Bombe, sangue, anarchia”!!!

E’ certo che nessuno di noi del 22 Marzo partecipò a cortei a Milano nel 1969, a meno che per  “cortei” non si voglia intendere la contemporanea presenza di tre compagni del circolo – Valpreda, Gargamelli e Di Cola – che andarono a Milano intorno al 7/8 ottobre ’69 assieme al compagno milanese Leonardo Claps al termine dello sciopero della fame di Roma. La visita aveva lo scopo di portare la loro solidarietà al compagno Michele Camiolo che stava continuando il suo digiuno di protesta davanti alla Camera del Lavoro di Milano. In quella occasione vi furono solamente incontri individuali tra compagni, ed una partecipazione ad una assemblea alla Statale, assieme a compagni anarchici milanesi, per sostenere i compagni a cui i leaderini della Statale volevano impedire di prendere la parola.

Finzi poteva evitare questo svarione non affidandosi esclusivamente alla sua memoria  (in questo caso sicuramente difettosa) ma chiedendo la testimonianza se non altro di Gargamelli che era ed è ancora facilmente reperibile.

Vale la pena di aggiungere un altro episodio: l’incontro tra Pinelli e Valpreda davanti alla Camera del Lavoro.  Da qualche tempo circolavano voci su Valpreda, e quindi quando Pino arrivò col termos del caffè per tutti, Pietro ne approfittò per chiarire la sua posizione messa in dubbio da queste voci incontrollate, fatte circolare ad arte da polizia e infiltrati come in seguito sapemmo.

Pinelli e Valpreda parlarono anche delle posizioni politiche del 22 marzo che sembravano a Pino troppo radicali. Pietro spiegò l’indirizzo politico che si era dato il circolo, cioè entrare nel vivo delle lotte, portare nei contesti le nostre idee per farle meglio conoscere e capire attraverso  l’intervento diretto. Parlarono anche della denuncia per il volantino anticlericale e del processo che Pietro avrebbe dovuto subire a breve.

Al termine dell’incontro – a una parte del quale era presente anche Gargamelli – alla domanda di Valpreda se tutto fosse stato chiarito, Pino rispose che “tutto è chiarito, non ci sono più problemi”. Un abbraccio finale sigillò la ritrovata armonia tra i due.

Prosegue Finzi:

“…Per questo loro modo di presentarsi e per l’estrema “apertura” del loro gruppo (predestinato ad ogni tipo di infiltrazione e provocazione), Valpreda ed i suoi compagni sono guardati male dal movimento anarchico (variamente) organizzato.”

Sulla questione del nostro “modo di presentarci” e della nostra “estrema apertura” che ci avrebbe reso permeabili ad infiltrazioni e  provocazioni, torneremo in maniera più dettagliata in un prossimo futuro. Per il momento vorremmo ricordare che gli anarchici di Milano non furono meno immuni da tali rischi  di quanto lo fummo noi. Basta pensare alla presenza nei loro circoli in quegli anni di personaggi come il “sosia” di Valpreda Nino Sottosanti, noto anche come ‘’Nino il fascista’’ o di Enrico Rovelli (nome d’arte Anna Bolena), confidente dell’ufficio affari riservati e del commissario Calabresi, scoperto solo nel 1975 quando lui stesso ammise questo suo ruolo  in un verbale di interrogatorio. Sarebbe bene dunque che anche  questa leggenda metropolitana su di noi terminasse una volta per tutte.

Che il movimento anarchico ‘’variamene organizzato’’ ci guardasse male è un’altra affermazione non vera e che andrebbe eventualmente contestualizzata. La presenza del Circolo 22 marzo, nelle persone di Pietro Valpreda, Emilio Bagnoli ed Enrico Di Cola, al congresso della FAGI a Carrara e poi al Convegno GIA ad Empoli il 2 novembre del 1969 ci sembra che dimostri ben altra verità. A Carrara non solo eravamo presenti ma prendemmo anche la parola!

La realtà dei fatti è che qualche tempo prima da Milano erano arrivate voci su Valpreda, a causa di un verbale in cui si mettevano in bocca a Pietro cose che non aveva mai detto. Il verbale era stato estorto con minacce e percosse dai soliti noti questurini di Milano ad un giovanissimo compagno. Incontrammo questo compagno a Carrara e ci raccontò, quasi in lacrime e chiedendo scusa a Pietro, cosa avevano scritto i poliziotti sul verbale che gli avevano fatto firmare e come da questo i compagni della Crocenera di Milano avessero dedotto che Valpreda andava in giro a raccontare frottole che potevano diventare provocazioni verso il movimento.

Andammo poi ad Empoli, non solo perchè alcuni compagni del nostro circolo erano vicini alle posizioni dei GIA, ma soprattutto per chiarire questa vicenda con Pino Pinelli. Qui, dopo il famoso episodio del cucchiaino lanciato durante il pranzo da Valpreda per attirare l’attenzione di Pinelli, vi fu un lungo incontro tra i due in cui Pietro spiegò a Pino la sua totale estraneità a quello che era riportato nel verbale di polizia e gli raccontò della confessione che avevamo ricevuto dal giovane compagno che con il suo verbale aveva causato tali voci e sospetti.

Anche questo incontro – di cui Di Cola è stato testimone – terminò con un abbraccio tra i due.

Secondo Finzi

“… A Roma commettono in quei mesi una grave scorrettezza, mettendo su di un loro volantino antimilitarista, infarcito di espressioni… da denuncia, non il proprio indirizzo, ma quello della sede anarchica di via dei Taurini, punto di riferimento del movimento anarchico organizzato e sede della redazione del settimanale Umanità Nova. “

Anche questa ricostruzione è in parte falsa ed in parte inaccurata.

L’episodio a cui si riferisce Finzi risale all’autunno del 1969, quindi prima della nascita del 22 Marzo, quando ancora svolgevamo la nostra militanza all’interno del circolo Bakunin. Scrivemmo un volantino antimilitarista, firmato “Gruppo Durruti”,  in cui mettemmo come indirizzo in cui era stato ciclostilato quello dell’allora nostro circolo, appunto il Bakunin di via Baccina (e non certo via dei Taurini!!). Il contenuto del volantino non piacque ad alcuni compagni “storici” del Bakunin e quindi noi per evitare polemiche strappammo la riga con l’indirizzo e lo distribuimmo tagliato. Non commettemmo dunque alcuna scorrettezza.

Scorrettezza è scrivere di cose che non si conoscono.

Scrive ancora Finzi:

“…A Milano, nel marzo 1969, Valpreda con altri due giovani compagni pubblica il ciclostilato Terra e libertà in cui tesse l’elogio di Ravachol, discussa figura di anarchico dinamitardo di fine Ottocento. Ce n’è abbastanza perché i militanti li tengano a distanza. A Milano Valpreda viene allontanato dal “Ponte della Ghisolfa”. Idem a Roma, dove i compagni della FAI – quelli di via dei Taurini – fanno capire alle “teste calde” del 22 marzo che “non è aria”.

Questo passaggio dell’articolo di Finzi, scritto per altro molti anni dopo i fatti, è decisamente fuorviante in quanto sembra attribuire quell’iniziativa al circolo 22 Marzo. Ma nel marzo del ’69 Valpreda viveva ancora a Milano, nessuno di noi a Roma lo aveva ancora incontrato ed il ciclostilato in questione lo fece con dei compagni di Milano.  

Purtroppo Valpreda è morto per cui non ci è possibile dire se venne o meno “allontanato”  dal “Ponte della Ghisolfa” come Finzi sostiene, ma i compagni Di Cola e Gargamelli possono testimoniare come ancora a novembre del ’69 Valpreda fosse accolto con calore dai compagni di questo circolo.

Sulla situazione di Roma possiamo invece essere più precisi. Ad essere allontanato dal circolo Bakunin non fu Valpreda o noi del 22 marzo bensì solamente Merlino per il suo passato fascista. Della sua  conversione – a buona ragione – i compagni del Bakunin non si fidavano. Anche dopo la scissione dal Bakunin e la creazione del nostro circolo,  molti di noi seguitarono a passare per il Bakunin a salutare e parlare con i compagni.

A riprova di quanto asseriamo vogliamo ricordare che ancora  il 6 dicembre (episodio agli atti del processo) alcuni di noi parteciparono ad un incontro dei gruppi libertari romani – che si svolse all’interno dei locali del Bakunin – e che in tale occasione un nostro compagno, Emilio Bagnoli, rappresentò le posizioni del nostro circolo.

Finzi prosegue:

Quel che mi preme sottolineare è che con il suo comportamento Pietro Valpreda – che di quell’ambiente un po’ folkloristico è il più “anziano”, l’unico non ragazzino – attira su di sé l’attenzione interessata delle forze repressive, che in quei mesi si attivano per inserire un loro uomo (il poliziotto Salvatore Ippolito) in quel gruppetto, un cui altro membro (Mario Merlino) è stato per anni un attivista neo-nazista e, pur avendo abbandonato i camerati per “abbracciare la causa anarchica”, mantiene rapporti con boss del livello di un Pino Rauti.

Anche a noi preme sottolineare qualcosa. Valpreda non attira l’attenzione su di se per i discorsi che avrebbe fatto con noi a Roma. Da mesi, lui – come Pinelli – era nel mirino del commissario Calabresi che aveva cercato di coinvolgerlo negli attentati del 25 aprile alla Fiera di Milano ed ai treni.

E qui vogliamo toglierci un altro sassolino dalla scarpa.

Il poliziotto Salvatore Ippolito era stato  infiltrato nel circolo Bakunin almeno dall’inizio del luglio ’69 (ma forse addirittura dal maggio-giugno). Ciò è emerso dai suoi verbali di interrogatorio e da quelli del suo diretto superiore il commissario Domenico Spinella, oltre che dagli atti del processo di Catanzaro. Lo scopo era  seguire i movimenti  del compagno Ivo Della Savia (fratello di Angelo incarcerato ingiustamente per gli attentati del 25 aprile) quando questi da Milano si era trasferito a Roma.

Possiamo quindi affermare senza tema di smentita (tutto si trova agli atti) che molti di noi  conobbero il poliziotto alle riunioni del Bakunin e quindi abbassammo “le difese” proprio per questo. Se lo accoglieva il Bakunin perchè avremmo dovuto diffidare noi? Quindi si tratta di “un’eredità” più che di un nuovo acquisto.

Anche sul ruolo del fascista e infiltrato Mario Merlino, per il momento ci preme sottolineare come fosse stato impossibile per noi – e per tutti gli altri d’altronde – sapere che manteneva contatti con i suoi ‘’ex’’ camerati. Detto questo vorremmo anche ricordare che prima di noi si era già infiltrato in alcune organizzazioni marxiste leniniste dalle quali era stato poi allontanato come provocatore, ma senza che tali organizzazioni provvedessero (per vergogna?) a denunciarlo pubblicamente.

Diversi di noi sono stati testimoni di interventi di Merlino in varie assemblee del movimento studentesco romano, senza che alcuno intervenisse per cacciarlo a pedate. Anche qui: se poteva parlare in assemblee pubbliche del movimento,  perchè noi avremmo dovuto dubitare della genuinità della sua “conversione” ?

Dopo il 12 dicembre tutto cambia e molte cose vengono alla luce. A quel punto fu facile per la sinistra, anarchici compresi, seppellirci nella merda.

libertaria anno 11 n 4 2009 Due del 22 marzo Parlano Roberto Gargamelli e Roberto Mander. Nel 1969 erano militanti del circolo romano di via del Governo vecchio – di Giulio D’Errico, Martino Iniziato, Fabio Vercilli e Matteo Villa

16 dicembre 2010

libertaria anno 11 n 4  2009

Due del 22 marzo

di Giulio D’Errico,Martino Iniziato,Fabio Vercilli e Matteo Villa


Parlano Roberto Gargamelli, 59 anni, che si occupa di fotografia e grafica scientifica all’università La Sapienza di Roma, e Roberto Mander, 57 anni, psicologo. Nel 1969 erano militanti del circolo romano di via del Governo vecchio

Come sei diventato anarchico?

Roberto Mander. Durante il ‘68, intorno a «vecchi» anarchici come Aldo Rossi e la moglie Anna, che gestivano il settimanale Umanità Nova, iniziammo a radunarci noi ragazzi (all’epoca ero minorenne), sempre nella sede di via Baccina dove c’era anche la Fagi. Eravamo spinti da un grande fermento, una voglia di fare, di cambiare, di aiutare. Sono gli anni dell’immigrazione dal Meridione, e tra i primi interventi ci sono quelli a sostegno degli edili (aumentati in maniera vertiginosa all’ombra dei palazzinari romani, vivevano in pessime condizioni) e l’organizzazione di un doposcuola per i ragazzini. Dopo un po’ di tempo, andai a Reggio Calabria con Emilio Borghese (anche lui inquisito per la strage) a incontrare Luigi Casile e Gianni Aricò, due compagni che stavano facendo un prezioso lavoro in quella lontana città, e che poi moriranno in quello strano incidente stradale nel settembre 1970, mentre venivano a Roma a consegnare il risultato delle indagini sulle commistioni tra fascisti, ‘ndrangheta e politica durante la rivolta dei «boia chi molla».

Roberto Gargamelli. Frequentavo ancora le scuole superiori quando, insieme ad alcuni amici, andai a una manifestazione. C’era una vitalità impressionante, si parlava con tutti. Tra le centinaia di bandiere rosse scorgiamo un gruppo di bandiere nere. Ci incuriosiamo, ci avviciniamo e chiediamo chi fossero gli anarchici, cosa facevano; iniziamo così a leggere i testi fondamentali dell’anarchia e a frequentare la sede di via Baccina, dove si facevano sempre riunioni (ma non solo lì, ovviamente) e si discuteva di tutti i sogni, le speranze di ognuno.

Com’era il clima politico e sociale nell’anno della strage?

Mander. Il ’69 è un anno particolare. C’è una situazione molto mobile, tante cose in ballo, vogliamo intervenire come giovani in quello che succede, specialmente nel sociale, ed essere «protagonisti» del cambiamento. Il ‘69 è anche l’anno dell’arrivo di Pietro Valpreda a Roma.

Intorno a lui si coagulano nuove persone, tra Fai, Fagi e il laboratorio di via del Boschetto (quello dove costruiva le lampade liberty che renderanno possibile la montatura dei vetrini colorati trovati nella borsa rinvenuta alla Comit). Io non aderisco al 22 marzo, ma il nostro era un ambiente più che contiguo e ci si conosceva tutti. Resta comunque il ricordo di un entusiasmo, di un andarivieni di persone, di idee che non ho mai più incontrato. Pensa: un entusiasmo e un’apertura tali da permettere a un ex fascista (o meglio, questo è ciò che dichiarava) come Mario Merlino di entrare a far parte del Circolo 22 marzo.

Gargamelli. Si viveva davvero in modo aperto, affrontando tutto nell’ottica del miglioramento. Addirittura, c’era anche collaborazione tra noi e i vecchi militanti del Pci, in particolare con quelli della sede di Alberone, che aveva le porte aperte a tutti, ma nell’estate del ‘69 arriva la decisione del Pci di “chiusura” ai movimenti. Tra l’altro c’erano degli screzi con i vecchi anarchici della Fai: noi volevamo fare lavoro sul territorio, nelle scuole, nei quartieri, coinvolgere le persone, parlare di idee, sogni da realizzare, vedevamo un momento di apertura. Però ci scontriamo sempre più con i vecchi che non vogliono muoversi, vogliono restare al di fuori di certi interventi, vogliono partecipare solo alle manifestazioni più grandi, mentre noi siamo anche in quelle più piccole. Tutto finisce con una rottura insanabile. Perciò ci trovammo a dover ricominciare tutto da capo: nacque così il Circolo 22 marzo.

Dov’eri il 12 dicembre? Cosa ricordi di quel giorno?

Mander. Beh, quel giorno lo ricordo bene. Attorno all’ora delle bombe (tra le 16,30 e le 17,30) ero proprio al 22 marzo, in una saletta di non più di 30 metri quadri, con vicino un certo Andrea. Personaggio che ci farà un brutto scherzo: era in realtà un agente di pubblica sicurezza infiltratosi tra noi, testimone diretto della nostra completa estraneità alle bombe romane e a qualsiasi progetto terrorista. Ma la sua mancata testimonianza a nostro favore converge con la nostra tesi, che ci fosse cioè un progetto predeterminato, costruito a tavolino, per far compiere a noi un determinato percorso al termine del quale sarebbe stato facile additarci come responsabili.

Gargamelli. Io invece stavo riparando la Vespa di un mio amico in piazza Re di Roma, molto lontana dalla Banca nazionale del lavoro e dall’Altare della patria. L’avevo rotta io, la Vespa, e mentre ero in questa piazza con metà dei pezzi sparsi per terra, mi accorgo di un elicottero dell’aeronautica militare che è costretto a fare ben tre giri sopra la piazza, prima di poter proseguire. Durante l’istruttoria cercai di far valere questa questione. Furono interrogati i tre comandanti di elicottero che quel giorno avevano sorvolato Roma. Due avevano orari incompatibili, il terzo invece affermò proprio di avere dovuto fare tre giri sulla piazza poiché aveva incontrato un vuoto d’aria e allora aveva dovuto aspettare prima di poter proseguire in linea retta. Ma questa testimonianza sparì materialmente dal rinvio a giudizio del sostituto procuratore Ernesto Cudillo… Inoltre, vengo accusato di avere materialmente deposto la valigia con l’ordigno nel sottopassaggio della Bnl. Perché? Mio padre lavora in quella banca, e io ero quindi il colpevole perfetto. Lui dichiarò la mia estraneità, ma ci fu poco da fare. Un altro episodio è significativo: anch’io, come Valpreda, vengo posto a confronto per permettere il riconoscimento da parte di un supertestimone. Nel mio caso, questi era un giovanissimo impiegato della Bnl che, vedendomi con indosso i vestiti del carcere tra quattro poliziotti con la cravatta, fiutò subito la trappola in cui stava per cadere e dichiarò che colui che pensava di aver visto in banca non era tra quei cinque soggetti. Altrimenti Valpreda sarebbe stato il mostro di Milano e io il mostro di Roma.

Oggi, a quarant’anni da piazza Fontana, che senso ha ricordare e continuare a studiare una pagina della nostra storia iniziata il 12 dicembre 1969?

Mander. Credo che dobbiamo impegnarci per impedire che certe notizie false vengano diffuse ancora oggi. Non si sono fatti i conti con quella pagina così ancora oggi dobbiamo parlare di elicotteri e infiltrati, quando la verità si sarebbe potuta trovare molto tempo prima. Per questo è importante studiarla: per evitare che tutta quella vicenda venga sepolta nell’oblio e nell’indeterminatezza.

Gargamelli. Sicuramente è importante ricordare, tenendo presente che l’attuale governo è legato a doppio filo a quel periodo, alla strategia delle stragi, sia perché frutto di quel periodo così cupo e devastane della nostra storia recente sia perché varie figure-chiave di questa legislatura sono state esponenti del «no alla libertà, sì al colpo di stato».

Ha ancora senso pensare a un’ennesima riapertura delle indagini, o a una sorta di «commissione di riconciliazione» che tenti di ricostruire le responsabilità storico-politiche?

Mander. Penso che ancora oggi sussista un infido gioco di ricatti e complicità. A quarant’anni dai fatti, parliamone in termini politici. Ognuno dica quello che sa, perché mi sembra che ci siano sempre dei «non detti». In Italia non si riesce a chiudere quella stagione, Come non si chiuse il periodo fascista in maniera definitiva dopo il 1945. Basta con la dietrologia che non fa altro che confondere. Raccontiamo e parliamo tutti.

Gargamelli. Secondo me bisogna lavorare su un piano di verità storico-politica, non giudiziaria. Processualmente ritengo la vicenda chiusa, ma si potrebbe fare molto per scoprire l’area grigia in cui si è sviluppata la vicenda.

L’Europeo 13 aprile 1972 La mia fuga dall’Italia Enrico Di Cola Il primo cittadino italiano che ha ottenuto «asilo politico» in Svezia – di Sandro Ottolenghi

15 dicembre 2010

L’Europeo 13 aprile 1972

Il primo  cittadino italiano che ha ottenuto «asilo politico» in Svezia

La mia fuga dall’Italia

l'Europeo 13 aprile 1972 Enrico Di Cola La mia fuga dall'Italia

Enrico Di Cola, imputato al processo per la strage di piazza Fontana e amico di Valpreda, ci spiega come ha potuto ottenere ospitalità in Svezia e sfuggire ai misteriosi emissari che lo pedinavano e lo minacciavano di morte.

Sandro Ottolenghi

STOCCOLMA, aprile

Un ragazzo di vent’anni è il primo italiano a cui la Svezia abbia concesso «asilo politico».  Si chiama Enrico Di Cola. E’ uno degli imputati del processo Valpreda per la strage di piazza  Fontana e per le altre bombe del dicembre ’69. Sfuggito alla cattura, irreperibile per due anni, ufficialmente latitante all’inizio del processo di Roma, Enrico Di Cola ha trovato asilo in Svezia «per motivi umanitari». Amici svedesi mi dicono che non soltanto è il primo italiano a godere di un simile trattamento, ma è anche l’unico che non provenga dall’Est o da paesi a regimi totalitario. E non è neppure uno dei mille giovani che hanno disertato dall’esercito degli Stati Uniti e che la Svezia ha accolto fin dall’inizio del conflitto nel Vietnam.

Arrivare a Enrico Di Cola per avere questa intervista, non è stato facile. Con Gianfranco Moroldo ho dovuto superare il muro di sospettosa diffidenza che lo protegge da contatti con italiani «sconosciuti». Chi ce l’ha fatto, alla fine e dopo una lunga trattativa, incontrare, afferma che già due volte dei falsi giornalisti venuti dall’Italia hanno cercato un contatto e sono stati smascherati da questo volontario «servizio di sicurezza» costituito da un gruppo di italiani che, oltre ad avere dato ospitalità a Di Cola e ad aver appoggiato in ogni modo la sua richiesta di asilo politico, ha anche creato un centro di contro-informazione che opera a livello di giornali e di radio-televisione.

Dimostrando di non essere carabinieri, agenti della squadra politica, uomini del SID o della CIA, abbiamo potuto incontrare Enrico Di Cola recandoci ad un appuntamento che è rimasto incerto fino all’ultimo. Un simile apparato di precauzioni, lodevolissime, non poteva che provocare, una volta di fronte al ragazzo in camicia kaki e aspetto da Bakunin giovane, una domanda prioritaria. Questa.

Di chi, di che cosa hai paura? E perché vivi in questo modo, se non proprio nascondendoti, certo cercando di farti vedere in meno possibile?

Sì, ho paura. Sono due anni che ho paura. Da quando, una notte, uno strano emissario mi ha minacciato di morte, mi ha detto che sarei rimasto vittima di un «incidente stradale» e ho capito che quello che lui diceva sarebbe potuto proprio avvenire. Ho paura di essere ucciso, o di morire «di malattia» come quella decina di persone più o meno implicate nella vicenda Valpreda. Tu non ci crederai, ma almeno fino a quando sono rimasto in Italia, fino a qualche mese fa, in ogni momento avevo la sensazione, la certezza di essere condannato a morte. E questa sensazione me la porto dietro ancora, qui in Svezia, dove pure dovrei sentirmi tranquillo, protetto, difeso. Ecco, la paura è questa. Nascondermi no, non mi nascondo; ma vivo in un certo ambiente e ho certi amici, devo anche studiare lo svedese. Ecco perché non mi vedono in giro.

Ma chi vorrebbe ucciderti?

Te l’ho già detto, qualcuno al quale la mia morte farebbe comodo. A parecchia gente, credo, farebbe piacere, prima, interrogarmi e poi farmi sparire. Vedi, io sono stato coinvolto nella faccenda delle bombe quando avevo diciassette anni, e a diciassette anni ho avuto le mie prime noie.  Non è un ricordo piacevole, e non è una bella esperienza. Ho sentito minacce e ricatti, e lo stesso trattamento è stato riservato ai miei familiari. Ma è un po’ tutta la mia storia che è interessante, indicativa, istruttiva.

Ascoltiamola

Cominciamo dal fatto che io sono uno di quelli del circolo «22 marzo». E che sono un amico, probabilmente il più intimo amico, di Pietro Valpreda. La partenza è questa. Le bombe, come sai, sono del 12 dicembre 1969, e la sera stessa di quel giorno la polizia mi prende e comincia a interrogarmi. Ero uscito dal carcere da venti giorni, avevo fatto un settimana per una rissa in Trastevere con dei fascisti .

Mi interrogano, dunque, perché sanno che sono amico di Valpreda. Vorrebbero sapere se è vero che Valpreda era partito da Roma per Milano con una scatola da scarpe contenente dell’esplosivo e che, per un certo tratto di strada, era accompagnato da Emilio Borghese. Io non ne sapevo niente e il giorno dopo, il 13 dicembre, mi lasciano andare. Il giorno 15 me ne vado io, mi rendo irreperibile. E faccio appena in  tempo. Difatti i carabinieri arrivano a casa mia con un  mandato di cattura per associazione a delinquere. Ero, secondo l’accusa, direttamente coinvolto nella faccenda delle bombe, con Valpreda, ma restavo un elemento secondario di contorno. Cioè: il fatto di appartenere al «22 marzo» mi procurava la qualifica di «associato» a delinquere, ma nello stesso tempo non c’erano le prove, o i sospetti, per addossarmi imputazioni più gravi. Per due anni sono vissuto spostandomi, in Italia, un po’ dovunque. Bene: da qualunque parte mi trovassi, c’era sempre qualcuno che mi teneva d’occhio, che mi seguiva, che sorvegliava il mio rifugio. Erano della polizia? Sarebbe stato assurdo: c’era per me un mandato di cattura, e invece di sorvegliarmi gli bastava arrestarmi. Quindi si trattava di qualcun altro: qualcuno che aveva interesse a sorvegliarmi ma non a rivelare alla polizia il mio nascondiglio. E’ così: mi stavano alle costole, cercavano di prendermi in castagna, di farmi passare guai grossi. Era un’ossessione. Ed ero terrorizzato, lo confesso. Immaginati la situazione di un ragazzo della mia età sottoposto a una prova del genere: c’è da uscirne con le ossa rotte.

Avevi paura, d’accordo. Ti stavano addosso. Ma non hai mai pensato di costituirti? Di presentarti, come gli altri, al processo?

Si, nel primo anno di fuga  ho pensato spesso di costituirmi. Anzi, aspettavo il momento opportuno per farlo, e per questo non mi allontanavo troppo da Roma. La sorveglianza di questi strani tipi, però continuava e io mi rendevo conto che quello di cui ero stato minacciato poteva veramente diventare realtà. Ma c’erano altre considerazioni: avevo la chiamata alle armi e, a parte ogni mia idea sul servizio militare, presentarmi significava finire immediatamente in carcere, e restarci chissà quanto, in attesa del processo. Avevo paura che, da un’incriminazione mia, si potesse passare all’incriminazione di altri che mi avevano aiutato nella fuga. E poi, nel settembre del 1970, mi hanno affibbiato un’altra accusa. Sono andati a casa mia e hanno trovato un quaderno sul quale avevo ricopiato i dati pubblicati su un opuscolo edito dalla federazione giovanile comunista di Livorno. Erano i dati sulle installazioni NATO in Italia, li avevo annotati perché stavo effettuando una ricerca sulla presenza americana nel nostro paese. Bene, non ci crederai ma, nonostante l’opuscolo di Livorno fosse stato pubblicato prima e fosse in libera vendita dappertutto a cento lire, mi hanno incriminato anche per questo. Allora ho deciso di andarmene.

Così sei venuto in Svezia. Come e quando puoi dirmelo? E perché proprio in Svezia?

Sono entrato in questo paese l’8 novembre dell’anno scorso, in aereo. Avevo dei documenti falsi, non posso dirti come me li ero procurati e che cosa ne ho fatto. Per un mese, o anche più, sono rimasto del tutto nascosto, senza fare nulla: volevo che si perdessero le mie tracce e che, almeno per il momento, soltanto pochi sapessero dove mi ero cacciato. Ho ottenuto questo scopo: sapevo che in Italia mi cercavano, che facevano pressioni su mia madre, poi ho capito che le acque si erano calmate. Allora ho chiesto asilo politico, allegando alla richiesta una gran massa di documenti. Ho spiegato come sono stato invischiato nel caso Valpreda; ho enunciato tutti i reati che avevo commesso durante la fuga in Italia e arrivando in Svezia: i mandati di cattura, l’espatrio clandestino, i documenti falsi, la falsificazione dei documenti stessi. C’era un solo pericolo: che dall’Italia chiedessero la mia estradizione. Ma ero quasi certo che non l’avrebbero fatto.

E perché?

Perché chiedere l’estradizione significava, in base alla prassi internazionale, fare sì che un tribunale svedese esaminasse la fondatezza delle accuse su cui la richiesta di estradizione era formulata. In altre parole voleva dire dover mandare a un tribunale svedese tutti gli atti istruttori contro di me, con la possibilità che i magistrati svedesi emettessero un giudizio su questa istruttoria, in base alla documentazione che ho presentato, mi hanno dato questo «permesso di soggiorno» per motivi umanitari, che corrisponde in pratica all’asilo politico, visto che quest’ultimo, come tale, in Svezia non esiste. Penso che mi daranno anche un permesso di lavoro, una casa e uno stipendio. Probabilmente riprenderò a studiare, non appena saprò bene lo svedese.

Vorrei tornare su un argomento di prima, il circolo «22 marzo», il perno di tutta l’inchiesta che ha portato all’incriminazione di Valpreda e di tutti voi. Tu che ci hai vissuto, puoi dirmi che cos’era in realtà questo circolo?

In realtà il «22 marzo», quando sono scoppiate le bombe, non era neppure nato, o quasi. Stavamo ancora pulendo la cantina che avevamo affittato, a Roma, quando è successo quel che è successo.  Comunque, lì ci riunivamo per discussioni. Sì, discutevamo di bombe: ma non sul fatto di metterle o no, ma soltanto in linea teorica sulla validità o meno di azioni di questo genere.

E Valpreda?

Era il mio migliore amico. Era molto attivo, ma non un leader, come tutti hanno scritto. No, solo aveva una grande esperienza, e questa esperienza gli dava influenza sugli altri. E di lui debbo dire una cosa: non ha mai compromesso nessuno, non ha fatto i nomi che si volevano da lui. Come candidato del Manifesto lo condanno, è chiaro. Ma capisco che la sua è una candidatura di disperazione, non una candidatura politica.

Si è sentito dire che Feltrinelli dava o aveva dato dei soldi al «22 marzo». Tu puoi saperne qualcosa.

Ti posso garantire che di soldi avevamo bisogno, ma che da Feltrinelli non abbiamo mai avuto una lira. No, non che ci abbia negato un aiuto. Non ci sono mai stati contatti tra il «22 marzo» e Feltrinelli, non li abbiamo cercati noi e non si è fatto avanti lui. E poi, senti, nei nostri ambienti circolava la voce che Feltrinelli fosse molto tirchio e non quel «benefattore» che qualcuno ha voluto descrivere.

A proposito di soldi, come tiri avanti qui?

Te l’ho detto. C’è il sussidio del governo, ci sono gli amici, e presto avrò un permesso di lavoro che mi permetterà di fare qualcosa. Ma di soldi ce ne vorrebbero molti, per il lavoro che stiamo facendo per stampare opuscoli e manifestini, per fare gli abbonamenti o acquistare i giornali italiani. E poi mantengo i contatti con mia madre, con i miei giù a Roma.

E tua madre, questa storia dell’esilio come l’ha presa?

Sai, le madri sono sempre madri. Comunque mi ha sempre aiutato: prima lo faceva solo per un figlio che pensava si fosse messo nei guai per via dei suoi diciassette anni. Adesso no, adesso anche mia madre si è convinta della mia innocenza.

***

Queste sono le dichiarazioni di Enrico Di Cola, il primo italiano che ha ottenuto asilo politico in Svezia. Non so quali siano le sue colpe, se ha colpe, e quali siano le sue vere responsabilità nella brutta storia di Valpreda e del processo. Posso però dire che ancora oggi Di Cola è veramente terrorizzato. Uno dei suoi amici, al momento di andarsene, mi ha detto: «Sono sicuro che, se non fosse riuscito ad arrivare fin qui, si sarebbe ucciso, piuttosto che continuare la vita che stava facendo.» Ma chi sono gli oscuri emissari che l’hanno sorvegliato per tanto tempo e per mano dei quali, ancora oggi, egli teme di dover morire?

Sandro Ottolenghi

Fotografie di Gianfranco Moroldo

Falso d’annata, ovvero come ti riscrivo la storia. “Non sono una spia” La FALSA intervista a Enrico Di Cola del giornalista Cesare Tocci de “Il Giornale d’Italia” del 16/17 giugno 1970

15 dicembre 2010

Falso d’annata, ovvero come ti riscrivo la storia.

In questo Blog abbiamo riportato un esempio di come storici improvvisati alla Cucchiarelli si divertano a manipolare articoli di giornale per provare le proprie assurde tesi revisioniste (vedi articolo di Paese Sera su Di Cola, l’interpretazione dell’articolo che ne da Cucchiarelli nel suo libro e la risposta di Di Cola a Cucchiarelli).

Ora vi proponiamo un esempio ancora più alto di giornalismo d’assalto: un’intervista mai avvenuta! Si tratta di una falsa intervista che il giornalista Cesare Tocci – del quotidiano fascista “Il Giornale d’Italia”  – pubblicò il 16-17 giugno del 1970, intervista già smentita dal compagno Di Cola nel lontano 1971 (vedi sul Blog la lettera di Di Cola pubblicata su Umanità Nova del 27 novembre 1971) .

Il giornale d’italia 16-17 giugno 1970

Intervistato Enrico Di Cola

“Non sono una spia”

Cesare Tocci

Due mattine fa, verso le 8,30, una telefonata concitata ci invitava a recarci immediatamente in via dei Serpenti. La voce anonima precisava che c’era stato un omicidio in uno scantinato che precedentemente era stato adibito a locale di riunione.  Per quanto non molto convinti della autenticità della cosa, ci siamo recati  all’indirizzo  indicato, davanti alla chiesa di via Madonna dei Monti. Qui, invece del cadavere preannunciato, abbiamo trovato, vivo e vegeto, Enrico Di Cola, ricercato in tutta Italia perché sospetto di essere implicato in qualche modo negli attentati dinamitardi di Roma e di Milano.

Il personaggio che si è presentato a noi, però, non ha più le caratteristiche rese note attraverso le fotografie pubblicate dai giornali. Abbiamo visto un ragazzo cambiato, con i capelli tagliati quasi alla militare, fornito di un completo «borghese» con relativa cravatta. L’arredamento dello scantinato, invece, non era in carattere con le nuove vesti del Di Cola: il locale era buio, sporco, con qualche rottame di mobile, con un divano «coperto» di cappotti, pigiama e altri indumenti.

Il nostro interlocutore ha subito riaffermato la sua completa estraneità ai fatti di cui è accusato. Ci dice che fino ad ora non si è presentato al magistrato su consiglio del suo avvocato. Conta di farlo appena completata l’istruttoria. Gli abbiamo chiesto chiarimenti sul «documento» delle basi militari dislocate in Italia che gli inquirenti hanno rinvenuto nella sua abilazione nel corso di una perquisizione.

«Il documento di cui lei parla – risponde – non vale niente e non ha nessuna importanza per la giustizia e per il Sid».

«Non lo sa – chiediamo – che è sospettato di avere le mani in pasta nel campo dello spionaggio?».

«E a chi – ci dice timidamente – avrei fatto la spia? Che cosa posso sapere io di queste cose?».

«Ma allora in base a che cosa gli inquirenti – chiediamo – parlano di documenti e di elenchi dettagliati di basi militari che avrebbero rinvenuto nella sua abitazione nel corso di una perquisizione.»

«In casa mia e altrove – risponde – non ho mai avuto di questi scottanti documenti. Forse la polizia si riferisce ad un volantino che parlava, se ben ricordo, di basi militari

della Nato, volantino che è stato diffuso in tutta Roma per una certa occasione e che io riposi in mezzo ad un quaderno di scuola. Tutto qui».

«È vero – domandiamo – che lei ha ‘soffiato’ alcune notizie…».

«Io – ci risponde in tono scattante – non faccio la spia. E poi è proprio il caso di continuare a insistere su questo? Ormai la ‘spia’ del circolo ‘XXII Marzo’ è stata identificata. Non basta questo?».        ;

«Lei – chiediamo – ha conosciuto Andrea Politi. Che tipo era? Cosa faceva in mezzo a voi?».

«Quando ho appreso dai giornali – risponde Di Cola – che Andrea era un agente, sono rimasto di stucco. Non potevo credere a simili notizie. Il «genovese» (così chiamavano Andrea Politi gli anarchici del «XXII Marzo.») un agente di PS! Roba da matti. Andrea era troppo timido e generoso per interpretare il ruolo di spia. Io l’ho conosciuto al circolo di via Baccina e in questa sede l’ho visto un paio di volte. In una occasione volle  gentilmente accompagnarmi con la sua macchina, una «850» coupé azzurro targata Genova, a piazza Risorgimento dove avevo un appuntamento. Strada facendo, parlando, mi disse che alloggiava in una pensione di seconda categoria  sita  in  via  Principe Amedeo e che era a Roma per motivi di studio. Da noi si vedeva raramente. Ed è per questo che non riesco ancora a credere che la spia fosse proprio lui. Non ci capisco proprio niente».

«Che cosa ha fatto – domandiamo al giovane anarchico – in tutti questi mesi? Dove si è rifugiato? Chi ha provveduto a fornirle alloggio e cibo?».

«Ho vissuto cinque mesi d’inferno. Ho dovuto continuamente fuggire per non farmi prendere dalla polizia. Insomma una settimana qua e un’altra là. Come gli animali.

Mi sono rifugiato in molti luoghi, ho dormito anche sotto le stelle. Dove, però, non glielo posso proprio dire. Ora devo lasciarla: c’è chi mi sta attendendo».

Pietro Valpreda, testimonianza di un compagno – da Il silenzio di Stato, a cura di Padova Comitato di Documentazione antifascista, Sapere Edizioni

28 marzo 2010

Pietro Valpreda

testimonianza di un compagno

Pietro Valpreda

Milano, marzo 1972.

(…) Io l’ho conosciuto nel ’61, a qualche assemblea anarchica, non ricordo esattamente in quali termini. Era forse l’unico anarchico giovane, (sì allora era giovane, dieci anni fa aveva una trentina d’anni) che girasse fra i vecchi anarchici. E’ difficile parlare di Valpreda, perche erano rari i periodi di una certa durata in cui si fermasse a Milano; in genere era in tournee in giro per l’Italia. Quando si fermava a Milano per qualche mese, allora lo vedevo con una certa frequenza e si fa­ceva attività politica, per quanto era possibile farne allora. E fino al ’65 l’attività politica era limitata; non avevamo neppure una sede, facevamo dei volantini, riunioni alle osterie o alla sede del Partito Repubblicano, prima in Via Meravigli e poi in P.za Castello. Attorno al ’65 ci si trovava proprio al Torchietto. Io I’ho conosciuto già anar­chico, e direi anarchico ortodosso (in antitesi con la definizione di neoanarchico che gli hanno dato). Non era neppure un contestatore del movimento anarchico tradizionale. Mi ricordo che al­lora aveva addirittura la tessera dell’U.S.I. (che è il sindacato anarchico), per la sez. Teatro. Dato il tipo di vita che faceva la sua attività politica era limitata e consisteva nel frequentare i circoli e le riunioni nelle città in cui si trovava a lavorare, nel raccogliere libri. Aveva una biblioteca fornitissima di libri anarchici. E aveva, ha forse anche adesso una delle biblioteche più ricche di vecchi testi anarchici, libri anche difficilmente trovabili. Era gelosissimo della sua biblioteca.

Libri, giornali, raccoglieva anche giornali, settimanali, periodici. Mi ricordo, un episodio di particolare rilevanza, che sottolineava come il fatto del Diana fosse stato di una gravità eccezionale per il movimento anarchico, come avesse segnato il suo declino in Italia nella prima metà del secolo. E più di una volta avevamo discusso sul terrorismo, sugli effetti nefasti che aveva avuto nel passato sul movimento anarchico. Proprio l’episodio del Diana era stato citato più volte quale esempio di come degli anarchici in buona fede, ma utilizzati da agenti provocatori della questura, avessero commesso una grossissima sciocchezza che aveva avuto effetti disastrosi sul mo­vimento. Tornando al ’61, formammo questo gruppo giovanile libertario, il primo a Milano dal dopoguerra, e lui fu per quei pochi mesi che rimase a Milano uno dei compagni di questo gruppo. Cercammo una sede; non riuscimmo a trovarne una sufficientemente a buon mercato. Ne discutemmo; poi Valpreda se ne andò per alcuni mesi, tornando negli anni successivi. Lo vedevo per un mese o due all’anno, fino al 1968. Mandava cartoline dovunque andasse, devo averne conservate ancora alcune. Erano tutte concepite allo stesso modo. Il testo era: «caro compagno, saluti fraterni, compagno Pietro Valpreda». Oppure: «caro compagno, saluti a te e ai compagni, com­pagno Pietro Valpreda». La parola compagno ricorreva tre o quattro volte sulla cartolina. Era una cosa molto imbarazzante per me che allora ero molto giovane e vivevo in una famiglia non rivoluzionaria.

Sistematicamente, me ne mandava sette od otto all’anno di queste cartoline. Basta, non c’è più molto da dire di lui, tranne che non era certo un esagitato; per essere un anarchico era anzi eccessivamente portato più alla lettura e alla discussione che non all’azione e all’attività politica. Non c’è molto da dire perchè erano anni in cui l’attivita politica extraparlamentare a Mi­lano quasi non esisteva, e quella degli anarchici era praticamente nulla. Eravamo poche unità. C’era stato un certo aumento di afflusso nel 1962/1963, più precisamente alla fine del 1962, in occasione del rapimento del viceconsole spagnolo a Milano, avvenimento che aveva prodotto una certa agitazione. Però è sintomatico che allora gli estremisti oltre agli anarchici fossero i giovani della F.G.C. Anche se gli anarchici non si definiscono extraparlamentari. E mi ricordo che per le agitazioni antifranchiste, le agitazioni di piazza e per la mobilitazione che avevamo cercato di organizzare i contatti avvenivano a livello di federazioni giovanili di partito. In piaz­za in effetti venivano i giovani simpatizzanti dei partiti di sinistra, dai repubblicani ai comunisti. E allora la nostra attività era ridottissima; non ave­vamo una sede, ci si trovava nelle osterie, noi gio­vani: i vecchi anarchici si trovavano al Torchietto, al Partito Repubblicano. Facevamo alcuni volanti­ni, li distribuivamo, li attaccavamo ai muri. A ciò partecipava Valpreda quando era a Milano, e ripeto, non era a Milano più di un mese o due all’anno. E quando era in giro per l’Italia la sua attività a quanto mi risulta consisteva nell’andare a trovare tutti i vecchi compagni, a parlare, a cercar di racimolare vecchi libri, giornali, a tenere i con­tatti. Lavorava con compagnie di avanspettacolo, fino al ’68 credo. Nel ’68 invece era riuscito a farsi ingaggiare dal teatro comunale di Bologna, e lì faceva del balletto classico. Era entusiasta. Poi l’hanno cacciato quando hanno saputo che era anarchico, che faceva anche propaganda po­litica. Mi ricordo che doveva andare anche a Praga. L’hanno buttato fuori perchè faceva propa­ganda anarchica anche all’interno della compagnia. Un’attività del genere Valpreda l’aveva svolta anche l’anno prima, cercando di realizzare in modo libertario una compagnia dopo che l’impresa era fallita. Aveva proposto compensi eguali per tutti, dal macchinista alla prima ballerina. Non era riuscito a farla funzionare. Non avevano accettato i suoi compagni di compagnia: non aveva­no accettato il principio egualitario (quelli che guadagnavano di più, naturalmente), e agli altri sembrava una cosa troppo strana, non avevano sufficiente energia per accettarla. Tornando al teatro stabile di Bologna, era stato licenziato perchè era anarchico e faceva propaganda anarchica, questo nell’estate o nell’autunno del ’68. Deve esser stato prima del congresso, precisamente nell’estate ’68. Per Roma è partito nell’aprile ’69, dopo che era stato fermato per gli attentati del 25 aprile. Partì per motivi personali e professionali anche, perchè a Milano non trovava lavoro, e a Roma infatti si procurò degli ingaggi. Si allontanò anche perchè la polizia durante gli interroga­tori lo aveva scopertamente minacciato, gli aveva promesso che non avrebbe piu trovato lavoro, che gli avrebbero bruciato la terra intorno, che per lui la carriera di ballerino era finita. Non so se an­che questo sia stato determinante nel suo trasferimento a Roma; penso di sì, perlomeno a livello psicologico.

Io l’ultima volta che ho visto Valpreda è stato nell’aprile ’69. Poi non l’ho più visto.

I rapporti che intercorrevano fra me e lui erano ormai nel ’69 più personali che politici, in quanto lui svolgeva un certo tipo di attività politica ed io un’altro diverso, pur nell’ambito della comune scelta anarchica.

Eravamo due dei pochissimi anarchici di vecchia data tra i giovani. Han detto tutti che era un estroverso, un milanesone estroverso, socievolissimo. Fino all’ultimo era rimasto legato a schemi di rap­porti con i compagni a contenuto più umano che politico, perchè era diventato anarchico ed era stato anarchico per lunghi anni quando il movimento di attività politica non ne svolgeva, tranne che fare uscire un settimanale e il suo mensile. Quando fra i compagni sparsi e isolati i rapporti erano piu personali e umani che di collaborazione e attività politica.

Si parlava di questioni politiche, di storia del movimento anarchico, di problematiche rivoluzionarie, della Spagna, Russia, Italia. Rarissimamente ci si lasciava andare a frammenti di discorsi personali, quindi non so moltissimo sulla sua vita privata di allora, e su quella antecedente, so soltanto di aver passato una parte dell’infanzia gomito a gomito, lui abitava nel cortile adiacente il mio, a S. Siro, e lui faceva parte di una banda di ragazzi con cui la banda di cui facevo parte io si era scontrata a sassate un paio di volte. Ma lui era piu anziano di me di 7-8 anni, noi eravamo i ragazzini e loro i ragazzacci, quindi ci mettevano in fuga. Abbiamo scoperto di avere queste cose in comune.

Un altro aneddoto che mi viene in mente: quando faceva l’avanspettacolo come ballerino e talvolta come comparsa negli sketch, riferiva di aver usato sul palcoscenico Umanità Nova come giornale durante gli sketch. C’era una scena in cui lui stava seduto a simulare di leggere il giornale davanti al pubblico e lui usava Umanità Nova. Era molto orgoglioso di questa forma di propaganda. Ci raccontava un po’ delle varie città, questo gruppo fa questo, quest’altro fa quello… Poi veniva al circolo, frequentava per quel mese o due che era qui e poi riscompariva. Arrivavano le cartoline ogni tanto. Lui ha cominciato a fare atti­vità politica più regolare nel ’68, da quando ave­va preso a frequentare il circolo del Ponte della Ghisolfa, ha svolto attività politica in quanto, attraversando un lungo periodo di disoccupazione, ha potuto fermarsi per un po’ in un posto. Valpreda è un asociale? Ma no, era anzi un dicitore di barzellette, uno che nelle osterie cantava l’internazionale e canzoni partigiane.

Ricordo come fosse molto legato all’ordine e alla pulizia del circolo, imbestialendosi con quei com­pagni che creavano disordine e sporcizia. Aveva riordinato la libreria, parte dell’archivio. Mi ricordo che una volta spolverò tutte le sedie del circo­lo, imprecando ad ogni sedia. Come persona era tutt’altro che sporco, ben pulito nell’abbigliamento e ordinato.

Leggermente stravagante, da artista. Le famose lampade: s’era messo a farle, ma non credo ne abbia mai fatte. So che s’era messo a imparare il mestiere insieme all’Ivo Delia Savia, però non credo fosse mai arrivato a confezionarne una da sè. E a proposito dell’armatura interna delle lam­pade, per quanto ne so io le lampade vengono modellate su creta. C’è uno stampo di creta concavo all’interno del quale si pongono i vetrini. Non c’è armatura ma un supporto. Per saldare i vetrini avevano bisogno non di stagno, ma di una lega speciale che era prodotta, questo almeno nelle conoscenze di Ivo e degli altri, soltanto da una dittarella qui vicina a Milano. Tant’e vero che Della Savia, che pure era indebitato con questa ditta, non potendosi più rivolgere a questa direttamente era passato attraverso Pinelli. Io non so neanche come si chiama questa ditta, se ne era occupato il Pino, io l’avevo sconsigliato dicendo che rischiava grosso per i suoi quattrini, che non avrebbe piu rivisti. In effetti credo che non glieli abbia più restituiti. (…)

Ho visto Valpreda per l’ultima volta nell’aprile ’69. So che era venuto a Milano due o tre giorni. nell’autunno, per lo sciopero della fame. Avevamo incominciato lo sciopero nel settembre, a seguito di un picchettaggio a S. Vittore. Poi ci siamo trasferiti al Palazzo di Giustizia. C’era Camiolo, Valitutti, e altri tre o quattro che s’erano messi a fare lo sciopero della fame. Poi era rimasto solo Camiolo. Valpreda ci credeva come forma di agitazione e propaganda allo scio­pero della fame. Forma di agitazione non-violenta, non pacifista. La non-violenza è una delle tecniche di resistenza passiva all’autorita, tecnica usata da anarchici e non anarchici. Gli anarchici hanno usato tecniche violente e non violente, mentre per i gruppi pacifisti la non-violenza è una ideologia. Per gli anarchici la non-violenza è una del­le tecniche di propaganda, utile in certi casi e dannosa in altre. Nel momento in cui non era possibile fare un’agitazione politica di massa, come nel ’69… Servì a far parlare i giornali del Corradini, del Braschi, del Pulsinelli quando nessuno aveva intenzione di parlarne. Venne fatto prima a Milano lo sciopero della fame, e poi a Roma, per imitazione. E a Roma lo organizzarono Valpreda e altri, che poi avrebbero fatto parte del 22 Marzo. Il gruppo ortodosso del movimento anarchico romano interverrà marginalmente, facendo propaganda, cioè preparando volantini, ciclostilando, distribuendoli. Fin dal settembre avevano inten­zione di promuovere un’agitazione sul tema degli attentati provocatori, della detenzione illeggittima degli anarchici, scelta che era stata motivata da una analisi che identifica questi primi attentati, arresti, calunnie, in un piano ben più vasto, che sarebbe finito in una strage. Elemento importante, Valpreda e gli altri del 22 Marzo in settembre agivano in modo tale da lasciar legittimamente supporre che accettassero tutta questa nostra analisi e quindi comprendessero la manovra provocatoria che si stava costruendo in Italia. I loro volantini esprimevano lo stesso contenuto che esprimevano i nostri manifesti, manifestazioni, e cioè che gli attentati non erano stati fatti dagli anarchci ma da provocatori fascisti per coinvolgere il movimento anarchico prima e tutta la sinistra extra-parlamentare poi in un colossale disegno repressivo che aveva come obiettivo quello di contenere le rinascenti spinte egualitarie e rivoluzionarie della classe operaia. Tutta quella analisi che è stata fatta fino alla nausea per due anni successivi alle bombe, dal dicembre ’69 in poi, era già stata abbozzata chiaramente dalla Croce Nera di Milano e concretizzata in questa campagna di agitazione da altri gruppi anarchici in Italia, tra cui quello che stava attorno a Valpreda.

A proposito di mani e piedi ipertrofiche a parte il periodo in cui aveva avuto un attacco della sua malattia, ed era stato ricoverato in ospedale, a parte quel periodo in cui del resto non frequentò i circoli e noi sapemmo solo a posteriori che era stato operate, non notammo mai minimamente limitazioni alle sue capacità motorie. Anzi, il 31 dicembre 1968, per Capodanno, ballò per tutta la notte prima in un locale da ballo, poi in casa di un compagno con delle compagne. Ballò anche con mia moglie. Se lo contendevano tutte perchè era l’unico che sapesse ballare, tra gli uomini. Tutti noialtri eravamo seduti al tavolo a discutere di  politica. Il  locale era in fondo al Giambellino. non ricordo come si chiamasse. Le mani erano normalissime.

Era agilissimo. Era molto orgoglioso di essere passato al balletto classico. Sappiamo che era abbastanza attaccato al suo lavoro, e soprattutto che ci aveva messo molto impegno da quando aveva incommunicado a fare il ballerino classico.  Frequentava regolarmente corsi e lezioni di ballo. Contava di passare definitivamente al ballo classico, di non far più l’avanspettacolo. Il licenziamento dal Teatro Comunale di Bologna gli procurò una delusione cocente; e gli fece saltare probabilmente anche il lavoro al Festival di Losanna, perche mi pare fosse una tournee del Comunale stesso. Prima doveva andare in Cecoslovacchia, e questo era saltato per i noti fatti di Praga. Ma da buon anarchico vecchia maniera, non si era eccessivamente stupito del licenziamento, non si aspettava di meglio dai burocrati del P.C.I.. I due anni di cercere più che fiaccarne il fisico ne hanno particolarmente compromesso la combattività a livello psicologico. Però dobbiamo dire che il suo atteggiamento pubblico è stato più energico di quanto credevamo dalle sue ultime lettere. Forse il fatto di poter essere finalmente processato gli ha ridato energia.

Tratto da: Il silenzio di Stato, a cura di Padova Comitato di Documentazione antifascista, Sapere Edizioni

Marco Pacifici Dice: Risposta a “Commento n 2 alla “verità” di Paolo Cucchiarelli di Enrico Di Cola”

9 marzo 2010

8 marzo 2010 alle 16:24

Come ho già scritto a Enrico e i Roberti, comprendo bene quanto loro non abbiano nessuna voglia di incontrare personalmente quel signor cucchiarelli che senza vergogna ma sopratutto senza neppure avere la,diciamo cortesia di interpellare chi ha scritto e indagato sulla prima strage di stato,scrive un papellone intrigato intricato e ,per chi non c’era in quegli anni, intrigante; perchè? miscelando in maniera infame verità scoperte da noi (intendo Marco,Edoardo, Edgardo, Daniele, Sarina, il soprascritto e tanti altri) e supposizioni infamanti prova a rivelare, finalmente ciò che accadde dall’inizio dalla strategia stragista gestita da nazifascisti, servizi segreti, politici di governo e non dalla metà degli anni 60, culminata il 12 dicembre 1969 e tutt’altro che terminata. A quanto pare, visto che alla presentazione vi erano da Fini al responsabile della commissione sulle stragi. Peccato che non ci fossero gli autori del libro”La srage di stato”, il giudice Salvini, il giornalista Giannuli, gli avvocati che in questi anni ci hanno difeso nei tribunali e fuori: peccato ma inaspettata (o voluta?) fortuna per il Cucchiarelli. Allora scrivevo a Enrico che io non ho alcun problema ad incontrare pubblicamente il signore, di certo ci saranno la compagna di Edoardo e altri che mi hanno dato la disponibilità. Vorrei però che ciò fosse condiviso dai miei compagni anarchisti: quindi cerchiamo di dialogare su questo e sopratutto continuiamo a fare controinformazione, abbiamo materiale per scrivere migliaia di pagine; il grosso problema non è più NON C’E’ FUTURA SENZA MEMORIA, ma NON C’E’ FUTURO CON LA LORO FALSA VERITA’; esempio: parlando con universitari di sinistra, mi raccontavano del loro dolore per il furto della scritta all’ingresso del campo di concentramento, che avevano messo i liberatori alleati!!!!!! Cioè manco sanno che “il lavoro rende liberi” è un dogma nazifascista!!!! Che cavolo di fine abbiamo fatto se non siamo stati in grado di evidenziare verità così scontate? Visto che oggi è questo giorno in cui decine di lavoratrici furono assassinate nel loro posto di lavoro occupato, chiuse dentro dai bastardi, mi viene un pensiero leggero: sono nato il25 aprile, una delle migliaia di cose per cui adoro i miei genitori, ma festeggio la sconfitta del nazifascismo ogni giorno dell’anno; così sono certo che dobbiamo rendere onore alle nostre compagne, amiche, sorelle, madri coraggiose ogni giorno dell’anno, sopratutto perchè la vita è dura ma meravigliosa, e lo sarebbe un bel pò meno senza di loro, anzi non ci sarebbe proprio, al di là che siamo bi-etero-omo-trans-o come ci piace. Saluti anarchisti.

Marco.

Commento n. 4 – La nostra risposta alle diffamatorie affermazioni del libro “Il segreto di Piazza Fontana” di Paolo Cucchiarelli sul compagno Enrico Di Cola

5 marzo 2010

La nostra risposta alle diffamatorie affermazioni di Paolo Cucchiarelli su Enrico Di Cola.

Il nome Enrico Di Cola compare in sei delle 700 pagine del libro ‘’Il segreto di Piazza Fontana’’di Paolo Cucchiarelli.

A pag. 45 si riferisce che, come gli anarchici Nardella e Ardau, anche Di Cola andò  in Svezia.

A pag. 393 compare nell’elenco dei membri del circolo 22 marzo fornito dall’infiltrato di p.s., Salvatore Ippolito, ai suoi superiori.

A pag. 396 si segnala la presenza del Di Cola alla riunione durante la quale – secondo quanto scrive Cucchiarelli – si sarebbe consumata la “rottura definitiva fra Valpreda ed il circolo di Rossi”.

A pag .423 il nome compare nell’elenco degli imputati al processo di Catanzaro.

La citazione più lunga ed articolata avviene nelle pagine 399-400 (+ nota 78 a pag. 671) che – data la loro importanza – riportiamo integralmente qui sotto:

“Gli anelli della catena

L’11 dicembre, quando Valpreda lasciò la capitale, ci fu una telefonata – il ballerino lo sosterrà in uno scritto filtrato dalla censura carceraria – che avvertì qualcuno a Milano di agire per il giorno dopo. Chi fu a passare la voce? Merlino, Mander, Borghese, o anche Ivo Della Savia, Angelo Spanò, i già citati Claps ed Enrico Di Cola: che cosa sapeva ciascuno di loro del piano del 12 dicembre? Fino a che punto erano collegati i vari anelli?”

[….]

“Enrico Di Cola, rilasciato dopo ventiquattr’ore, fu al centro di uno scontro tra la polizia, che lo riteneva solo un testimone, e Occorsio, che lo riteneva un imputato. Sarebbe stato lui – si sostenne all’inizio del gennaio del ’70 – a indirizzare le indagini della polizia su Valpreda, con affermazioni fatte fuori verbale. La riprova del salvacondotto offertogli in cambio dalla polizia starebbe nel suo definitivo trasferimento in Svezia. (78) In effetti, Di Cola uscirà stabilmente dall’Italia e dall’inchiesta.”

Nota 78 : Fu Di Cola ad orientare le indagini della polizia?, Paese Sera, 9 gennaio 1970

*****

Oltre alla sciatteria editoriale di collocare il rinvio alla nota in una posizione tale da indurre il lettore a pensare che nell’articolo di Paese Sera si facesse anche riferimento al ‘trasferimento’ di Di Cola in Svezia, in queste otto righe di testo Cucchiarelli ci offre un saggio del suo metodo di lavoro: prende una fonte (se un articolo non firmato pubblicato da un giornale a meno di un mese dalla strage si può definire una fonte), evita qualsiasi verifica, ci aggiunge una falsità o una speculazione frutto della sua fantasia e tira fuori la sua verità.

L’articolo di Paese Sera (che riportiamo integralmente in altra parte di questo blog), sia pure fra molti condizionali e cautele, di fatto raccoglie ‘’indiscrezioni’’ di polizia presumibilmente fatte circolare all’epoca per proteggere l’infiltrato della Ps nel circolo 22 Marzo, Salvatore Ippolito, la cui identità verrà svelata ufficialmente solo il 9 maggio 1970.

Talvolta capita ai giornalisti di cadere in queste trappole, soprattutto ‘a caldo’. Ma 40 anni dopo è imperdonabile, soprattutto se oltre ad ispirarsi ad un articolo del genere, lo si manomette per renderlo funzionale alle proprie teorie come ha fatto Cucchiarelli.

Mettendo a confronto il testo di Paese Sera con quello di Cucchiarelli, l’operazione diventa lampante.

Paese Sera scriveva: “Lo studente, arrestato il giorno successivo alla strage di Milano e agli attentati di Roma, fu rilasciato dalla polizia dopo 24 ore. Secondo alcune voci – che ovviamente riferiamo a puro titolo di cronaca – nei confronti del Di Cola la polizia avrebbe usato, per cosi dire, un trattamento di favore. Ma perche? Anche lui faceva parte dei componenti del circolo «XXII marzo» e il suo rilascio, in una simile prospettiva, apparve piuttosto singolare. Qualcuno, addirittura, sostiene che proprio dopo l’interrogatorio di Enrico Di Cola, la questura romana fu in grado di trasmettere a Milano l’ordine di arrestare Pietro Valpreda. Un particolare (che, se vero, dovrebbe quantomeno ritenersi «strano») spiegherebbe perché il P.M., Vittorio Occorsio, in contrasto con la polizia, ritenne che lo studente non poteva essere considerato un testimone (sia pure «importante») ma un imputato. Nei verbali contenuti nel rapporto che la questura inviò al magistrato dell’interrogatorio di Enrico Di Cola ci sarebbero soltanto degli «stralci», e questo costituirebbe, in certo qual modo, la dimostrazione che lo studente potrebbe avere avuto nella vicenda un ruolo diverso da quello di un teste qualsiasi. Tanto più la sua provata appartenenza al circolo «22 marzo» legittimava, secondo il PM, l’estensione a suo carico dell’accusa di associazione per delinquere contestata a tutti gli altri arrestati. Il giudice istruttore condivise il parere del dott. Occorsio e il 2 gennaio ordinò l’arresto del Di Cola, che però si era già reso irreperibile”

Cucchiarelli scrive: “Enrico Di Cola, rilasciato dopo ventiquattr’ore, fu al centro di uno scontro tra la polizia, che lo riteneva solo un testimone, e Occorsio, che lo riteneva un imputato. Sarebbe stato lui – si sostenne all’inizio del gennaio del ’70 – a indirizzare le indagini della polizia su Valpreda, con affermazioni fatte fuori verbale”

Gli ‘stralcidi verbale di cui parla Paese Sera diventano per Cucchiarelli ben più gravi e pesanti “affermazioni fatte fuori verbale”. Complimenti all’autore….

L’uscita dall’Inchiesta

Quanto poi all’affermazione di Cucchiarelli secondo cui Di Cola uscì stabilmente dall’Italia e dall’inchiesta, vale la pena ricordare che effettivamente uscì dall’Italia, ma non certo dall’inchiesta.

Per evitare questo ulteriore errore, a Cucchiarelli sarebbe bastato leggere il dispositivo della sentenza del 23 febbraio 1979 (processo di Catanzaro) in cui si afferma: (pag. 1044) “Visti gli artt. 483-488-489 c.p.p. Dichiara Valpreda Pietro, Gargamelli Roberto e Di Cola Enrico colpevoli del delitto di associazione per delinquere come loro contestato al capo 1) della rubrica; …..condanna Gargamelli Roberto e Di Cola Enrico alla pena di anni uno e mesi sei di reclusione ciascuno …condanna, ancora, tutti i suddetti imputati al pagamento delle spese processuali cui hanno dato causa e di quelle della rispettiva custodia preventiva; …dichiara non doversi procedere…contro Di Cola Enrico, in ordine al reato previsto dallo art. 260 p.p. n.3 C.P. – così modificata l’originaria imputazione a lui ascritta al capo 8 dell’epigrafe – e con la diminuente di cui all’art. 311 C.P. – perché estinto per prescrizione;

Questa seconda parte della sentenza si riferisce ad un’ulteriore incriminazione di Di Cola.  Qualche mese dopo la strage, il 9 aprile 1970 (p.1000 capitolo XLV) venne eseguita  una nuova perquisizione in casa Di Cola dove venne trovato un quaderno con un elenco di alcune basi della NATO. Il Sid, interpellato, affermò che era stato preparato da uno specialista per cui i magistrati romani emisero un secondo mandato di cattura per “procacciamento e detenzione di notizie di cui è vietata la divulgazione”, come dire spionaggio.

Infine per smentire la fantasiosa e diffamante narrazione che vedrebbe il Di Cola suggeritore della pista Valpreda, basta leggere quello che scrive nello stesso libro una quarantina di pagine prima lo sbadato Cucchiarelli.

“Ippolito almeno da fine novembre sapeva che il ballerino stava per andare nel capoluogo lombardo…[…]  …L’11 dicembre, Ippolito era nella sede del circolo «22 marzo» quando Emilio Bagnoli riferì a Umberto Macoratti che Valpreda era appena partito per Milano con la sua Fiat 500. Ippolito telefonò immediatamente al suo capo, il commissario Domenico Spinella. Che fosse lui la fonte della prima segnalazione lo dirà il questore di Roma, Parlato, durante la conferenza stampa dopo il riconoscimento di Valpreda, il 16 dicembre. Naturalmente senza rivelare che si trattava di un poliziotto infiltrato nel gruppo anarchico. La polizia seppe quindi da subito che quella testa calda di Valpreda era a Milano: non dovette attendere soffiate o indicazioni esterne.”

IL RACCONTO DI DI COLA

Sulla vicenda giudiziaria che ha devastato la vita di quello che nel 1969 era un ragazzo di 18 anni e sulle spregiudicate teorie di Cucchiarelli abbiamo raccolto una dichiarazione dello stesso Di Cola che aggiunge alcuni particolari inediti a quello che già aveva raccontato in interviste rilasciate all’epoca.

‘’E così secondo Cucchiarelli, io sarei stato l’infame suggeritore della pista Valpreda? Un vero scoop….

Il fermo

‘’Intanto va rilevato che sia Paese Sera (giustificato perché ancora non erano noti gli atti giudiziari) che Cucchiarelli (senza giustificazione perché la cosa appare agli atti) riportano un dato errato: io, insieme al compagno Amerigo Mattozzi, venni fermato la sera stessa del 12 dicembre dai carabinieri e non dalla polizia.

‘’Fui rilasciato il 13 sera e, appena rilasciato, provvidi ad informare i compagni del circolo su cosa vertevano gli interrogatori e quello che i carabinieri volevano farmi dire, cioè che Valpreda era partito per Milano con una scatola di scarpe piena di esplosivi (vedi anche interviste di Di Cola a Umanità Nova e A rivista anarchica del 1972 pubblicate su questo blog,ndr).

‘’Chiarito questo punto ben difficilmente rimane credibile la tesi che potesse esserci stato un contrasto (o uno “scontro” come suggerisce Cucchiarelli)  tra la polizia ed Occorsio sul ruolo da attribuirmi,  di “testimone” o di “imputato”, visto che non era la polizia responsabile del mio fermo e tantomeno del mio rilascio. Vorrei anche sottolineare che ero già attivamente ricercato fin dalle prime ore del 17 dicembre, anche se il mandato di cattura ufficiale sarà emesso solamente il 2 di gennaio (cioè una settimana prima dell’articolo di Paese Sera), e quindi lo “scontro” diviene davvero una teoria demenziale.

‘’Del resto polizia e carabinieri non mi cercavano come testimone, ma perché – anche questo si può evincere dalle carte giudiziarie – i magistrati inquirenti stavano cercando di incastrarmi come uno dei responsabili delle bombe all’altare della patria! Fallito miseramente questo tentativo, il mio nome rimase in secondo piano, tanto è vero che fui – almeno inizialmente – l’unico membro del circolo incriminato per il solo reato di “associazione per delinquere”.

La latitanza

‘’Quanto alla mia latitanza, cominciò del tutto casualmente. Tornando a casa la sera del 16 dicembre, e avendo visto i titoli cubitali di un giornale serale di destra, ero davvero sconvolto e spaventato. L’arresto di Pietro e soprattutto la morte di Pinelli avevano risvegliato in me l’eco delle minacce fattemi solo alcuni giorni prima dai carabinieri che mi interrogavano  (‘possiamo ucciderti senza che nessuno mai lo possa scoprire’). Non riuscivo proprio a capire cosa stesse succedendo.

‘’Pochi minuti dopo il mio rientro a casa ricevetti la telefonata di C.V, una compagna del Pci, che mi chiese di raggiungerla nella redazione di Paese Sera a via dei Taurini dove lei si trovava insieme a N.V. Entrambi li conoscevo dal ’68 e lavoravo con loro nel coordinamento degli studenti medi e universitari e quindi accettai l’invito ad incontrare un giornalista di Paese Sera (del quale purtroppo non ricordo il nome) per  dare un’intervista su chi era Valpreda e su quel che sapevo del circolo.. Raccontai   la nostra storia chiedendo in cambio di poter passare la notte nella redazione. Il giornalista in un primo momento acconsentì, ma dopo qualche ora mi disse che stavano arrivando moltissime foto che mi ritraevano (ovvio, erano quelle dello sciopero della fame!) assieme a Valpreda e quindi mi chiese di lasciare immediatamente i loro locali.

‘’Data l’ora tarda e la pesante atmosfera che regnava in quelle ore, N.V. mi invitò ad andare a casa sua a dormire per quella notte, cosa che accettai con piacere anche perché sentivo la necessità di parlare ancora con qualcuno per cercare di capire cosa stesse succedendo. La mattina dopo, quando telefonai a casa per dire che stavo tornando, mi avvertirono che la polizia mi aveva cercato all’alba. Da quel momento, e per i successivi due anni, rimasi latitante in Italia, prima di decidere di andare all’estero’’.

(Sulla latitanza vedi racconto di Gaetano Luciano, riportato in altra parte del blog, ndr)

L’uscita dall’Italia

‘’Per quanto riguarda la mia uscita dall’Italia non fu certo grazie ad un “salvacondotto” della polizia che arrivai in Svezia. Dopo tanti anni credo di poter rivelare che furono alcuni compagni anarchici di Roma (Fai) e Milano (Crocenera) che mi aiutarono a lasciare l’Italia verso la fine del 1971. Avevo discusso – separatamente – con Aldo Rossi, con Eduardo Di Giovanni che era il mio avvocato, e con un compagno di crocenera anarchica di Milano, spiegandogli che dopo due anni di latitanza avevo bisogno di un breve periodo di “libertà” o, se non altro, di un breve periodo di “vita normale” per riprendermi dallo stress a cui ero sottoposto.

‘’All’epoca era mia intenzione costituirmi all’inizio del processo, ma di questo non se ne vedeva ancora neanche l’ombra. L’idea era quindi di andare in Svezia per sollevare pubblicamente il “caso Valpreda” agli occhi di tutto il mondo. Pensavamo che l’Italia avrebbe chiesto l’estradizione e che avremmo potuto in questo modo far sapere a tutti quello che accadeva in Italia in un pubblico dibattimento. Insomma era un tentativo di fare all’estero quello che si aveva paura di fare in Italia: un processo per dimostrare che era in atto una mostruosa trappola contro delle persone innocenti.

‘’In Svezia fui intervistato da molti quotidiani e settimanali svedesi, organizzai la prima manifestazione degli anarchici e del sindacato rivoluzionario SAC davanti all’ambasciata italiana di Stoccolma, riuscii a sensibilizzare anche Amnesty International al “caso Valpreda” (Amnesty inviò due osservatori a seguire il primo processo di Roma ed in seguito scrisse una lettera di sostegno alla mia richiesta di asilo politico in Svezia), feci molti interventi in assemblee pubbliche – tra cui ne ricordo una alla quale prese parte anche Dario Fò – per raccontare quello che stava avvenendo in Italia e della persecuzione contro gli anarchici. Ma, nonostante tutto ciò e le mie lettere pubbliche inviate alla stampa e alla magistratura – per sfidarla a chiedere la mia estradizione -, l’Italia non fece mai questa richiesta.

‘’Una piccola “rivincita” la ottenni qualche anno dopo quando – dopo aver ottenuto l’asilo umanitario della Svezia – mi venne riconosciuto lo status di rifugiato politico e mi venne consegnato il passaporto Nansen – quello delle Nazioni Unite – che decretava formalmente ed ufficialmente che ero un perseguitato e rifugiato politico’’: sono stato il primo – ed unico – cittadino europeo ad ottenere tale riconoscimento. Anche questo sarebbe stato ottenuto grazie i favori della polizia italiana? Come direbbe Totò…ma mi faccia il piacere!