Archive for the ‘Pino Pinelli’ Category

Umanità Nova 19 giugno 1971 Uno sporco affare Placido La Torre

31 agosto 2011

Non è possibile capire Il significato e la portata della ricusazione del presidente Biotti (questo ennesimo «affare» che sconfina dai limiti del piccolo mondo giudiziario per straripare in quello più vasto e più esposto di tutta la vita politica italiana), se si dimentica a quale «momento processuale» era arrivata la causa per diffamazione, sconsideratamente intentata dal commissario Calabresi contro il responsabile di «Lotta Continua», che lo aveva ripetutamente indicato come l’assassino del compagno Pinelli.

Il Tribunale di Milano, nel corso di un dibattimento che aveva visto — e fatto vedere — come i vari pezzi di un fatiscente edificio costruito da un giudice istruttore per dimostrare un «suicidio», al quale già nessuno era disposto a credere, andavano mano a mano scollandosi, aveva accolto un’istanza della difesa del prof. Baldelli, diretta alla esumazione della salma del compagno Pinelli per nuovi esami di natura medico-legale sui suoi poveri resti e per taluni accertamenti sui suoi vestiti indossati al momento della precipitazione dal quarto piano dei locali della questura.

L’ordinanza di nuova perizia, se è vero che da questo momento scatta il meccanismo della ricusazione, aveva turbato i sonni del dott. Calabresi e aveva spinto il di lui legale ad adoperare gli strumenti processuali per ottenere l’insabbiamento di una causa che minacciava di concludersi in maniera disastrosa per il querelante, il quale agli occhi di tutti appariva ormai come il vero imputato del processo.

Occorreva non soltanto sbarazzarsi del presidente Biotti, ma soprattutto ottenere la revoca della ordinanza di perizia, di quella perizia, cioè, che, indipendentemente dal risultato, e per il solo fatto di essere stata disposta, non poteva che assumere, inequivocabilmente, il clamoroso significato, sanzionato da un atto processuale, (l’ordinanza di perizia, per l’appunto), che tutto quello che si era detto e propalato dalle fonti ufficiali, dalla «voce del sistema», a proposito del meccanismo della morte dell’anarchico, non appariva convincente. In altri termini, la tesi del «suicidio», tesi non soltanto del giudice istruttore dott. Amati, che sbrigativamente aveva ritenuto di dovere «archiviare» il caso; ma tesi utile e, ovviamente, necessaria allo Stato, veniva ad essere posta in dubbio e, guarda caso, (e sta tutta qui la pietra dello scandalo), proprio da un tribunale, cioè da un organo del sistema e dello Stato.

Il fatto, dunque, agli occhi dei cultori della ragion di Stato assumeva le proporzioni di un vero e proprio tradimento.

Cosicché il dott. Calabresi, tramite il suo legale, non ha fatto altro che cogliere il momento propizio per l’istanza di ricusazione, adducendo tutti quei motivi che da diversi mesi teneva accumulati e nascosti nel cassetto e che si era ben guardato da allegare nel giudizio «prima che fossero compiute le formalità di apertura del dibattimento », come vorrebbe il codice di procedura penale, o, almeno, nel momento in cui ne era venuto a conoscenza.

La manovra del commissario, tendente all’unico scopo di arrestare una istruttoria dibattimentale giunta a un punto che a lui appariva dissacrante, e a ricucire la verginità, ahimè per sempre perduta, alla cosiddetta tesi ufficiale del suicidio, si è mossa in triplice direzione e con tre atti diversi, di cui due di natura strettamente processuale e uno di natura amministrativa.

Si è, con un incidente di esecuzione, impugnata la «diabolica» ordinanza di perizia, chiedendosene la revoca. Si è presentata una istanza di ricusazione del presidente Biotti. Si è inviata una lettera-esposto al Consiglio superiore della magistratura per l’instaurazione di un procedimento disciplinare nei confronti dello stesso giudice.

Tutte e tre le azioni hanno raggiunto, o stanno per raggiungere il loro scopo.

Si sa – al momento in cui scrivo – che il presidente Biotti è stato ricusato (e, come al solito e con la solita scorrettezza, la stampa ha avuto la notizia prima dello stesso interessato, dott. Biotti, al quale per legge il provvedimento deve essere notificato); che il procedimento disciplinare contro di lui, con una tempestività inconsueta negli uffici del consiglio superiore della magistratura, è stato iniziato e si parla già, come misura precauzionale, in attesa di una decisione definitiva, di un trasferimento in altra sede.

Per quanto riguarda la revoca dell’ordinanza di perizia, ancora nessuna decisione è stata presa e bisogna attendere il 18 giugno per conoscere ciò che penserà in proposito il nuovo tribunale che dovrà riesaminare ex novo il processo Calabresi-Lotta Continua.

In proposito c’è, però, da osservare e subito -per conferma di quanto abbiamo detto più sopra circa la vera ragione di tutto l’affare, consistente in una volontà statale di non compromettere la «verità ufficiale del suicidio» – che la motivazione del provvedimento di ricusazione della Corte d’Appello di Milano, mentre ritiene validi tutti gli atti processuali assunti nel corso del dibattimento dal tribunale presieduto dal dott. Biotti, sospende il suo giudizio per quanto riguarda la validità dell’ordinanza di perizia, demandandolo al nuovo collegio giudicante, cadendo in tal modo, a nostro avviso, in un palese vizio di contraddizione, giacché non è dato comprendere come possano essere giudicati validi sotto il profilo dell’obiettività, della serenità e della correttezza morale del giudice, (l’unico profilo che poteva esaminare la corte d’appello), tutti gli atti, tranne uno, proprio quello che più interessa al commissario Calabresi.

Coerentemente la corte avrebbe dovuto considerare valida anche l’ordinanza di perizia, e ciò facendo non avrebbe pregiudicato «la serenità e l’obbiettività» del nuovo tribunale che sarà chiamato a rifare il processo, il quale, è bene sottolineare, anche se la corte che ha giudicato sulla ricusazione avesse, come era logico e naturale, ritenuto formalmente valida l’ordinanza di perizia, avrebbe potuto ugualmente riesaminarla, modificarla o anche cancellarla, potendo, come sta scritto nei codici, tutte le ordinanze essere in qualsiasi momento revocate.

Perchè, allora, la Corte non ha ritenuto di dichiarare valida anche la ordinanza di perizia, come ha fatto per tutti gli altri atti del dibattimento, e ha affermato che per tale dichiarazione era incompetente?

La risposta potrà essere ricavata dall’attento esame della motivazione del provvedimento di ricusazione, la quale contiene non una pura e semplice dichiarazione di incompetenza, come era giusto attendersi; ma tutto un preciso discorso, sia pure esposto in una prosa dal contenuto apparentemente oscuro, confuso e ambiguo, rivolto a coloro che hanno orecchi per intendere e intelletto per capire.

Così sta testualmente scritto nella motivazione del provvedimento di ricusazione adottato dalla corte d’appello di Milano: «Sarà invece di esclusiva competenza del Tribunale – chiamato a pronunciarsi in sede di incidente di esecuzione, anche questo proposto dall’avv. Lener in seguito al rinvio a nuovo ruolo del processo per compiere la nuova perizia – decidere se l’ordinanza debba essere mantenuta ferma nella sua interezza perché rispondente alla esatta ed obiettiva valutazione degli elementi già acquisiti o debba essere modificata nella sua sostanza o nelle modalità relative alla sua esecuzione. Risulta manifesto che ad esprimere tale decisione non possa essere chiamato quel magistrato che ha concorso ad emettere il provvedimento contro il quale si muovono le lagnanze dell’avv. Lener e che con il suo comportamento ha dato motivo quanto meno di sospettare che il giudizio espresso sulla necessità e sull’opportunità dell’indagine istruttoria disposta non sia stato effetto di un convincimento obbiettivo maturato a seguito della valutazione dei dati probatori già raccolti nel processo, bensì sia stato la risultante di un proposito predeterminato inteso ad acquisire elementi. che, almeno nelle intenzioni del ricusato, a tale finalità avrebbero offerto motivo per pervenire».

Dunque – e chi deve intendere, intenda! – la Corte di Milano ha sentito il bisogno, dopo di essersi dichiarata incompetente a decidere circa la validità dell’ordinanza di perizia, di precisare che sussistono fondati motivi per sospettare della necessità di nuove indagini istruttorie disposte dal collegio presieduto dal dott. Biotti e che, afferma, potettero essere «effetto non di un convincimento obbiettivo», ma piuttosto «risultante di un proposito predeterminato inteso ad acquisire elementi che, almeno nelle intenzioni del ricusato, a tale finalità avrebbero offerto motivo per pervenire»!

A parte l’ovvia considerazione che l’ordinanza di perizia «per stabilire in modo incontrovertibile e definitivo come è morto l’anarchico Pinelli», era stata disposta da un tribunale, che, come ognuno sa, è composto da tre membri e che, invece, il «ricusato» era uno solo di loro, e ciò bastava per doverla ritenere valida, a meno che non si voglia sostenere che gli altri due giudici erano succubi e « plagiati» dal dott. Biotti, a nessuno può sfuggire come il giudizio della corte d’appello di Milano, (che è sempre un organo superiore rispetto al tribunale che dovrà esaminare la validità della ordinanza), circa il sospetto della nuova perizia, non possa non essere inteso come un suggerimento, o, per lo meno, obbiettivamente rivelarsi tale, e rivolto ai giudici che dovranno decidere se revocare la ordinanza di perizia, se modificarla o confermarla nella sua integrità.

Tale parte di motivazione, sopratrascritta (la cui gravità, per il suo obbiettivo significato di preventiva ingerenza sul giudizio di altri giudici, è sfuggita a tutta la stampa, anche a quella parte di essa che si è sentita scandalizzata e allarmata per la ricusazione di Biotti e che ha aspramente criticato l’intenzione di volere impedire lo accertamento di una verità, «di cui tutti hanno ansia e sete»), è, riteniamo, quella che più è piaciuta a Calabresi e al di lui legale, perché con essa, appunto, dichiarandosi in sospetto la necessità della esumazione della salma di Pinelli, si opera il recupero, o il tentativo del recupero, della tesi ufficiale del «suicidio».

Tutto il resto – (la ritardata carriera del dott. Biotti, i conclamati patteggiamenti con l’avv. Lener, le minacce, le pressioni, i pensamenti e i ripensamenti di un vecchio giudice, le di lui frustrazioni, le epistole più o meno raccomandate o più o meno custodite in casseforti notarili, i desideri o le pressioni di alti personaggi di altissimi consessi) – costituisce, a parte la scarsa verosimiglianza di molti particolari raccontati dal ricusante e la contraddittorietà di essi, un insieme di piccole e grandi miserie che giovano solo a rendere più sporco tutto l’affare, un affare di Stato, che, cominciato nell’autunno del ’69, continua a gravare pesantemente e tenebrosamente sulla vita della società italiana. anche se di tanto in tanto e grazie alla tenacia di uomini e gruppi collocatisi fuori del sistema, squarci di verità appaiono all’orizzonte.

 

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Umanità Nova 2 ottobre 1971 – Giuseppe Pinelli è stato assassinato – di Vincenzo Nardella

24 Mag 2011

Il nuovo risvolto del così detto «caso Pinelli», ha avuto l’approvazione quasi incondizionata di larghi ceti della popolazione italiana. Grosso modo era proprio questo lo scopo al quale tendeva, con nuova mossa giudiziaria certa parte di magistratura.

Gli antefatti sono noti, ma vale la pena di rielencarli.

Il 27 dicembre 1969, Umanità Nova smentiva la versione ufficiale che voleva far credere al suicidio di Pinelli.

Nè polizia, nè magistratu­ra, si sono mai sognati di rispondere ad Uma­nità Nova.

Il 31 gennaio 1970, Lotta Continua pubblica­va la sua prima vignet­ta con Calabresi in ver­sione di assassino. Do­vevano passare otto me­si prima che Calabresi visto di volta in vol­ta come uccisore di vec­chietti nei tram, di alle­natore di paracadutisti da lanciare dalle fine­stre, di precoce assassi­no di bambole nella sua lontana infanzia, — si rendesse conto che l’uni­ca strada che la legge borghese gli offrisse per rispondere agli attacchi dei periodici di sinistra, era purtroppo ricorrere all’aiuto della giustizia borghese. Anche se ne a­vesse avuto l’autorizzazione, erano infatti di­ventati decisamente trop­pi i compagni che ave­vano acquisito il diritto ad essere suicidati come Pinelli.

Il 29 febbraio 1970 nell’’aula della corte di as­sise di Milano nella qua­le si sta celebrando il processo contro il compa­gno di sinistra Pier Giorgio Bellocchio, viene cantata la «Ballata di Pinelli». La polizia servendosi dei suoi ar­chivi politici, identifica e denuncia ventisette com­pagni. Il processo si svolge per direttissima e la magistratura si vede costretta ad assolvere gli accusati dichiarando implicitamente, nella sua sentenza, che era per­messo e perfettamen­te legale dare dell’assas­sino a Calabresi, e ciò per evitare che in una causa contro i 27 compa­gni il Calabresi fosse co­stretto a salire sul banco degli accusati e correre il rischio di venire ufficialmente riconosciu­to, anche da un tribu­nale borghese, come lo assassino di Pinelli.

Il 4 aprile 1970, L’A­vanti avanza l’ipotesi che Pinelli sia stato ucciso da un colpo di karatè. Negli ambienti della ma­gistratura, della polizia, e dei vari ministeri in­teressati, regna il silen­zio più assoluto, silenzio che fino ad ora non ha mai subito una sola pausa.

Il 7 giugno 1971, la prima sezione penale della corte di appello di Milano, accetta la ricusazione del giudice Biotti richiesta dalla difesa di Calabresi. La ricusazione ottiene un unico scopo: evitare la riesumazione della salma di Giuseppe Pinelli ed affossare così ogni tenta­tivo di procedimento contro Calabresi.

Il 24 giugno 1971, Licia Pinelli presenta denuncia contro tutti i poliziotti mi­lanesi presenti nella famosa stanza al quarto piano della questura mi­lanese nella nottedal 15 al 16 dicembre. La de­nuncia è per « assassi­nio volontario».

Il procuratore genera­le della repubblica di Mi­lano, Bianchi d’Espinosa, infrangendo una prassi che risale ai tempi um­bertini, riceve di perso­na Licia Pinelli e la stampa borghese può lanciarsi nelle descrizio­ni sdolcinate del «buon giudice» il quale ascol­ta la sconsolata vedova. Sembra di assistere alle udienze che il vescovo di Roma o Saragat conce­dono ai terremotati della Valle del Belice promet­tendo loro dei miracoli che nessuno si è mai sognato di program­mare.

Ai primi di agosto Bianchi d’Espinosa va in ferie, ed il 24 agosto la procura generale della repubblica di Milano, no­tifica a Calabresi la pos­sibilità che contro di lui venga elevata l’accusa di omicidio colposo. In parole povere a Cala­bresi si fa colpa di aver permesso che Pinelli si suicidasse. Del pericolo che anche Allegra ven­ga incriminato, è meglio non parlarne. Allegra in­fatti, corre il rischio di venir incriminato per a­ver fermato illegalmente Pinelli.

Si è mai visto in Ita­lia un poliziotto che fer­ma illegalmente qual­cuno?

I carabinieri di Ber­gamo che avevano fer­mato illegalmente, e massacrato di botte non una, ma una ventina di persone, non hanno per­so un solo giorno di sti­pendio.

Allegra che è accusa­to di aver fermato ille­galmente una persona so­la, se dovesse venir ri­conosciuto colpevole, ver­rebbe certamente insigni­to di qualche onorificen­za repubblicana.

Negli ultimi giorni si è saputo anche, che la procura generale della repubblica di Milano a­vrebbe intenzione di rie­sumare la salma di Pi­nelli.

Le notizie al riguardo sono molto incerte.

Ai primi di agosto si trovava in ferie il procuratore generale, adesso è in ferie il suo sostituto, e prima che tutti abbiano goduto del loro meritato riposo, passerà ancora del tempo.

Sembra in ogni caso che la riesumazione si farà, ed è altrettanto da­to per scorato che a tale riesumazione potranno partecipare i periti di parte.

Tutto infatti è stato programmato in manie­ra perfetta. La stampa borghese deve essere messa nelle condizioni di poter strombazzare che anche le formalità sono state questa volta rispet­tate in tutto.

C’è una piccola cosa che in tutto questo affa­re non torna.

Quando il magistrato Caizzi decise di far eseguire 1’esame peritale della salma di Pinelli, egli
disse ai periti che era interessato a sapere unicamente «se le ferite riportate da Pinelli – nel famoso volo dalla finestra del quarto piani della questura milanese – potevano essere attribuite anche a suicidio».

Bianchi d’Espinosa, quando si è trovata la scomoda denuncia di Licia Pinelli fra le mani, poteva prendere tale de­nuncia e gettarla nel ce­stino della carta straccia.

Un tale eventuale mo­do di agire non rientra­va nei suoi doveri ma rientrava però nei suoi diritti.

Cestinando la denuncia di Licia Pinelli, Bianchi d’Espinosa si sarebbe pe­rò tirato addosso, immediatamente, gli attacchi di tutta la stampa della sinistra extra parlamen­tare italiana, e gli attacchi anche di certa stam­pa che ogni tanto scopre di trovarsi quasi a si­nistra.

Cestinare la denuncia presentata da Licia Pi­nelli, sarebbe stato il peggior modo per di­fendere Calabresi, Gui­da Allegra, e tutto il si­stema che a tali esseri permette di prosperare allegramente, e di fare anche carriera.

Cestinare la denuncia presentata da Licia Pinelli, sarebbe equivalso a dichiarare in modo sfacciato che certi assas­sini non si toccano, in nessun modo.

Non c’è nulla che in­segni che il sistema deb­ba, necessariamente, es­sere sfacciato.

Bianchi d’Espinosa ha ritenuto più utile, più proficuo, più saggio, ri­spolverare la prassi già seguita da Caizzi, ed ora si è messo a scoprire gli stessi testimoni già sco­perti da Amati. Poliziotti di ogni grado e estrazione, stanno facendo la coda negli uffici della procura generale di Milano per descrivere le varie fasi di mania suicida alla quale Pinelli andò improvvisamente soggetto.

Fra qualche mese, quando il quadro si sarà avvicinato di molto a quello magistralmen­te descritto da A­mati nella sua sentenza di archiviazione, verrà finalmente riesumato il corpo di Pinelli, ed ai periti verrà chiesto di specificare se le ferite riportate da Pinelli possono essere state causa­te anche da caduta per suicidio.

Dopo di che, con sod­disfazione di tutti, il ca­so Pinelli verrà definiti­vamente affossato.

Il tribunale che dovrà decidere nel processo Ca­labresi-Lotta Continua non permetterà più nessun’altra riesumazione.

Una terza perizia infat­ti, dopo l’illuminata sen­tenza della procura gene­rale della repubblica, andrebbe contro ogni buon senso.

Tutti avrebbero il dove­re di ritenersi soddisfat­ti.

Bisogna dare atto alla Procura generale della repubblica di Milano di non aver atteso che gior­nali ed agenzie di infor­mazione scioperassero per rendere di pubblico dominio le decisioni tan­to coraggiosamente pre­se. A tali meschini sot­terfugi erano ricorsi A­mati e Caizzi, non vi ha fatto ricorso Bianchi d’Espinosa.

Di una cosa però si stanno tutti lentamente e volutamente dimentican­do.

La denuncia che Licia Pinelli ha consegnato nelle mani di Bianchi d’Espinosa, è di assassinio volontario e non di assassinio colposo.

Come dobbiamo dirlo?

In quali forme dobbiamo spiegarlo?

In faccia a chi dobbiamo urlarlo?

Giuseppe Pinelli è stato assassinato.

Osservatorio democratico 10 febbraio 2010 – Cucchiarelli replica attraverso Facebook alla nostra nota – Gli rispondiamo punto per punto Saverio Ferrari

11 febbraio 2010

Osservatorio democratico 10 febbraio 2010

http://www.osservatoriodemocratico.org/page.asp?ID=3021&Class_ID=1003

Cucchiarelli replica attraverso Facebook alla nostra nota che smentisce l’esistenza di “un altro ferroviere anarchico” sostenuta nel suo libro “Il segreto di piazza Fontana”

Gli rispondiamo punto per punto

Saverio Ferrari – Osservatorio democratico

LA REPLICA DI PAOLO CUCCHIARELLI

Saverio Ferrari è perentorio: non intende tornare su un testo “liquidato” a suo tempo senza affrontare nemmeno una delle tante novità e tacendo sul suo sito, come già fatto su “Liberazione” a suo tempo, su aspetti documentali incontestabili che hanno portato alla riapertura delle indagini a Milano sulla strage e al forte interessamento al libro della Procura di Brescia.

A lui basta il giudizio politico. I fatti sono un accidente con sui il nostro non vuole sporcarsi. Tace anche, come tanti a sinistra, sul capitolo riguardante le ragioni, le modalità e le responsabilità della morte di Pino Pinelli.

Ora Farrari affronta molto limitatamente e in maniera ipocrita questo tema sul suo sito e mi costringe ad una replica che non essendomi stata permessa a suo tempo su “Liberazione” non avrei voluto più fare.

Insieme a Barilli (ancora arrabbiato questo perché stava lavorando ad un importante libro e la mia inchiesta gli scompaginava il “disegno” del suo lavoro di ricostruzione storica) Ferrari mi ha solo insultato senza confrontarsi mai con le 560 note del libro. Eppure nel pomeriggio del 28 maggio 2009, dopo la presentazione alla stampa, ho incontrato a casa sua a Milano, Licia Pinelli, che non ha avuto nulla da ridire sulla ricostruzione che gli ho dettagliatamente illustrato visto che anche lei -per chi voglia avere la compiacenza di leggere almeno questo capitolo-ha più volte parlato di infiltrati tra gli anarchici, come ha fatto l’avvocato Spazzali intervenendo alla presentazione del volume a Milano. Se c’erano infiltrati avevano un obiettivo, la manipolazione, ed uno scopo :”l’operazione”.

Il nostro Ferrari, con cui mi piacerebbe un pubblico confronto quando, dove e in qualunque luogo lui voglia, è abituato ad altro che a leggere le testimonianze dell’epoca e, rispettandole, dargli voce. Il nostro prima demolisce un libro che ha apportato tante novità , anche documentali, e poi corre dal magistrato a rivelargli che Cucchiarelli ha ragione perché lui, che faceva contro informazione a Milano nel 1969, era uno dei pochi a sapere che in vicolo Margherita, oggi passeggiata Malagodi, c’era all’ultimo piano una base dei fascisti greci, la stessa indicata nel libro come decisiva nella preparazione della bomba da affidare all’ignaro Valpreda. Ma questo non si può raccontare pubblicamente:meglio attaccare senza confrontarsi. Meglio i sentimenti che i riferimenti, le testimonianze e una vera e propria indagine che dimostra perché Pinelli è stato ucciso.

Un animo che vola solo alto, più incline alle certezze assolute quello di Ferrari che assomiglia, in questo, a quello di Susanna Tamaro.

Per entrare nei fatti:

1) ho anche io segnalato l’incongruenza su Meli ma anche il fatto che agli atti c’è un data di nascita sbagliata sulle foto della polizia, tanto da far pensare ad una “copertura” per sottrarlo ad ogni ipotesi di coinvolgimento visto che aveva agito con il compiacente aiuto dello Stato

2) Anche io pongo il tema in tono problematico (p.293) e scrivo: “Una inchiesta non approda a conclusioni comprovate ma scandaglia piste che non sono state seguite, suggerisce nuove ipotesi, verità diverse da quelle codificate. Verificarlo tocca a chi ha questo potere”. Quindi il tono di chi vuole dimostrare che ho scritto il falso è inutile perché si prende dal libro solo quello che è utile a discreditare l’inchiesta.

3)“Mauro-mi ha detto in diverse telefonate la signora Meli-l’ho conosciuto nel 1971, lavorava già in ferrovia. Rispetto alla domanda ulteriore se nel 1969 già ci lavorava scrivo, riportando la sua risposta: la signora “non credeva” che nel 1969 l’ex marito, che lei segue perché ammalato, lavorasse già alle ferrovie.”Si preparava a farlo”. Oppure – molto più credibilmente-si spacciava per un ferroviere visto che lo zio, come ha segnalato la signora, era il capo dipartimento di Milano. Meli, dice la signora, aveva casa vicino a Milano (p.291). “Ventura dormiva a casa sua tanto che aveva lì il suo pigiama. Aveva casa vicino a Milano. E’ stato anche ospite diverse volte di Giancarlo Rognoni”. Ci sono poi altri passaggi che danno la prova dell’importante ruolo giocato da Meli che la moglie, involontariamente, indica come compartecipe all’assassinio del portiere Muraro. Io stesso dico che dopo la prima indicazione a caldo, durante il primo colloquio, la signora è apparsa contraddittoria, titubante ma la prima affermazione (quando non aveva parlato della cosa con il marito) non lascia dubbi anche perché si deve collegare ai verbali che riporto: “Meli faceva il ferroviere e si era infiltrato nel Ponte della Ghisolfa come provocatore”. E’ ciò “intorno al periodo della strage di Piazza Fontana” (p.291). C’è’ una foto a comprovarlo.

Ferrari però si fida di più delle carte della polizia (la stessa che copriva l’azione dei provocatori fascisti ) ed è tutto contento di aver preso in castagna e “liquidato” una volta per tutte il perturbatore Cucchiarelli. Se “ Susanna Ferrari” piace così e si diverte con così poco, continui pure ma è bene che si sappia che quello che scrive Ferrari è solo una difesa politica ipocrita, parziale e fuorviante rispetto alla complessità del libro.

Paolo Cucchiarelli

LA NOSTRA RISPOSTA

Punto primo: la Procura della Repubblica di Milano non ha, al momento, deciso l’apertura di alcuna nuova indagine su piazza Fontana. È stata solo depositata una richiesta in tal senso da parte dell’avvocato di parte civile Federico Sinicato, basata su diversi elementi, che ho per altro riassunto in un articolo pubblicato su Il Manifesto l’11 dicembre 2009 (“L’armadio delle scope”), reperibile anche sul sito dell’Osservatorio.

Il fascicolo in cui stanno confluendo i nuovi indizi non è stato trasmesso, per decisione dei vertici della Procura di Milano, ad alcun giudice per le indagini preliminari. Riporto a tale proposito le amare conclusioni del giudice Guido Salvini espresse in un’intervista a Luciana Lanza, pubblicata in appendice alla riedizione di “Bombe e segreti” (eléuthera 2009). È una puntuale fotografia, tuttora valida della situazione: “E’ singolare poi che il fascicolo che contiene il racconto di Casalini, l’unico che ha avuto il coraggio di riconoscere le proprie responsabilità, sia stato aperto e subito chiuso a modello 45. Per i profani del diritto spiego cosa vuol dire modello 45. In quei fascicoli si mettono gli atti che si ritiene non costituiscano notizia di reato, compresi gli esposti dei matti, con la comodità per il pubblico ministero di chiudere il fascicolo (come difatti è avvenuto) con una archiviazione interna. In questo modo non bisogna trasmettere il fascicolo a un gip, cioè a un giudice terzo che potrebbe anche ritenere necessario qualche approfondimento o qualche indagine”.

Punto secondo: la signora Pinelli non ha mai letto “Il segreto di piazza Fontana”. Lo ha da tempo precisato la figlia Claudia Pinelli in una e mail inviata diversi mesi fa a Francesco Barilli, in cui, per altro, la stessa ha colto l’occasione per esprimere un suo giudizio, tutt’altro che lusinghiero, sul libro in questione. Ci vediamo costretti a pubblicarla (1) per mettere fine a quanto falsamente propalato da Paolo Cucchiarelli. Mi permetto di aggiungere che coinvolgere Licia Pinelli per far credere che abbia manifestato accordo su quanto scritto (e che cioè suo marito era a conoscenza che gli anarchici milanesi erano coinvolti nelle bombe del 12 dicembre), è semplicemente un atto ancor prima grottesco che inqualificabile.

Punto terzo: il sottoscritto nel 1969 aveva diciott’anni, non faceva politica e non militava in alcun partito o gruppo organizzato. Al tempo non aveva ancora partecipato a una sola manifestazione o corteo. Tanto meno poteva impegnarsi in qualsivoglia attività di controinformazione. Né poteva sapere, come non ha mai saputo (nemmeno sa ora), se in vicolo Margherita a Milano esisteva o meno “una base dei fascisti greci”. Anche per questo non ha mai potuto “correre” da alcun magistrato e “rivelargli che Cucchiarelli ha ragione”. Trattasi di cialtronata allo stato puro.

Punto quarto: su Meli basta quanto scritto. In questo fascicolo, recuperato più di dieci anni fa da Aldo Giannuli nell’archivio della questura milanese, la data di assunzione (23 agosto 1972) di Mauro Meli alle Ferrovie dello Stato, Compartimento di Milano, viene riportata in più di un appunto informativo. Probabilmente Cucchiarelli ci spiegherà nel prossimo libro che sono tutte carte artefatte, manipolate nella previsione del loro ritrovamento circa trent’anni dopo. Della serie: Dan Brown è un pirla!

Conclusione: il problema di Cucchiarelli è proprio l’opposto di quanto dichiara circa “i fatti”. Le sue tesi, infatti, non sono mai supportate da alcun fatto. Neanche nelle 560 note compare mai uno straccio di riscontro di quanto affermato, vedasi Giovanni Ventura che porta borse e bombe ai coniugi Corradini prima della strage di piazza Fontana, di Valpreda che si fa consegnare una bomba innescata nell’abbaino dei fascisti greci (!), e si potrebbe continuare. Ogni conclusione è arbitraria, esattamente come quella dell’”altro ferroviere anarchico”, al punto che si potrebbe tranquillamente sostenere per ciascun episodio ritenuto “centrale” per la ricostruzione di “un’altra verità”, almeno cinque finali diversi. Alla faccia dei “giudizi politici”! Il libro di Cucchiarelli non è, in definitiva, un libro complesso, ma solo basato sul nulla.

Un confronto pubblico con Paolo Cucchiarelli l’accetterei a una sola condizione: che vi partecipasse anche “Mister X”, la fonte anonima da cui provengono tutte le “soffiate” (sottolineo tutte), che sorreggono le tesi espresse nel libro. In sua assenza non capisco di che si dovrebbe discutere.

Saverio Ferrari

Milano, 10 febbraio 2010

(1) “Non ci crederai ma il libro l’ho letto in quanto Cucchiarelli l’ha portato a mia madre, che si è rifiutata di leggerlo e me lo ha passato. Sono completamente d’accordo con il vostro articolo, se fosse stato un libro di fantapolitica e non sbandierato come il libro sulla verità su piazza Fontana, forse non sarebbe stato così irritante, pieno di ricostruzioni e conclusioni azzardate e personali che nessuno gli ha chiesto. Sono contenta che siate riusciti, ancora una volta, a dare forma anche al mio pensiero e in una maniera così articolata come io non sarei stata capace. Un abbraccio. Claudia”.

28 novembre 2009 – da Republica – I 40 anni di dolore della vedova Pinelli “Non smetterò mai di cercare la verità”

6 dicembre 2009

http://milano.repubblica.it/dettaglio/i-40-anni-di-dolore-della-vedova-pinelli-non-smettero-mai-di-cercare-la-verita/1791234/1

28 novembre 2009

I 40 anni di dolore della vedova Pinelli “Non smetterò mai di cercare la verità”

di Piero Colaprico

“Mi sono mossa da subito dentro la legalità e dentro lo stato di diritto per appurare la realtà dei fatti. Non raggiungere la verità è una sconfitta per lo Stato, non solo per i parenti”. Licia Pinelli, vedova di Giuseppe, morto nel dicembre di quarant’anni fa precipitando da un balcone della questura di Milano, assicura di non aver “mai smesso di cercare la verità”

Licia Pinelli

Licia Pinelli

Licia Pinelli ha, come dice lei con un sorriso quasi da ragazzina, «ottantun anni e tre quarti». Sta seduta in cucina, quarto piano senza ascensore. Dritta, con le mani incrociate in grembo. Immobile, a parte gli occhi vivaci e acuti. Una postura che ricorda i monaci buddisti: ma è come fuoco dentro una corazza. «”Tu non piangi mai”, mi hanno detto. Ma se piango o non piango lo so solo io, il dolore – dice – non va fatto pesare sugli altri».

Questo che finisce è un 2009 un po´ speciale. Per la prima volta, la cosiddetta “madre di tutte le stragi” non conta diciassette vittime, ma ne conta una un più: “il Pino”, Giuseppe Pinelli, ferroviere anarchico, suo marito. Era entrato in questura per un interrogatorio sulla bomba di piazza Fontana ed era uscito da una finestra dell´ufficio politico, coordinato dall´allora commissario Luigi Calabresi. Sette mesi fa il presidente Giorgio Napolitano ha invitato al Quirinale Licia Pinelli e Gemma Calabresi, nel “giorno della memoria”. E ha parlato di «rispetto e omaggio per la figura di un innocente, Giuseppe Pinelli, che fu vittima due volte, prima di pesantissimi e infondati sospetti, poi di un´improvvisa assurda fine».

Il Presidente ha detto che non voleva rifare il processo, ma proporre un gesto politico. E anche lei forse si sarà stufata di rifare ogni volta il processo…

«Beh, il processo per mio marito non l´abbiamo mai ottenuto. Ci sono state solo istruttorie. E io non ho mai smesso di cercare la verità».

Mai?

«Spero sempre che venga a galla. Se non la vedrò io, la vedranno le mie figlie. E se non loro, altri che manterranno il ricordo».

Non è facile, in alcune storie intricate, avvicinarsi alla verità…

«Ci si può arrivare insistendo. Mi sono mossa da subito dentro la legalità e dentro lo stato di diritto per appurare la realtà dei fatti. Non raggiungere la verità è una sconfitta per lo Stato, non solo per parenti».

Come arrivare a “sapere”?

«Durante i processi, sa che ho pensato? Che alcuni interrogatori non dovrebbero farli il pubblico ministero e gli avvocati. Dovremmo essere noi. I parenti. Sì, guardando in faccia le persone. Delle bugie dei poliziotti sono sicura con ogni cellula del mio corpo, del mio cuore, del mio cervello».

Perdoni l´insistenza, ma esistono però alcuni elementi che anche quarant´anni dopo fanno impressione. Uno è che Pinelli muore e il questore di Milano, Marcello Guida, che era stato comandante del carcere fascista di Ventotene, sostiene che suo marito si è buttato dalla finestra gridando “È la fine dell´anarchia”. Una menzogna davvero inspiegabile, oppure?

«Conoscevo Pino, eravamo legatissimi. Quindi ero sicura che non aveva commesso nulla di cui veniva accusato. Parlava a telefono da casa. Ogni volta che diceva la minima bugia lo scoprivo. Non potevo mettere riparo alla sua morte, ma alla diffamazione sì. Querelai Guida. Gli stava sporcando il nome, per gente come noi è inconcepibile. Poi querelai i poliziotti e il carabiniere che stavano nella stanza dell´interrogatorio. Cercavo la verità attraverso loro, perché hanno mentito. E perché mentire e contraddirsi se non per nascondere qualcuno o qualche colpa più grave?».

Lei – secondo dettaglio strano per chiunque conosca una questura – viene a sapere della tragedia un´ora e mezza dopo, dai giornalisti e non dalla polizia: davvero è andata così?

«Quella notte vennero due, credo del Corriere, “Sa, pare una disgrazia”. Chiamai subito il commissario Calabresi, sapendo che era lui ad averlo interrogato. Sono Licia Pinelli, dov´è mio marito? Mi rispose Calabresi: “Al Fatebenefratelli”. Non ci potevo credere. Perché non mi ha avvisata? “Ma sa, signora, abbiamo molto da fare”. Da fare? Non riesco ancora oggi a pensare con neutralità a questa risposta. Ora però…».

Scusi lei, ultimissimo elemento. Lello Valitutti. Erano rimasti in due, gli anarchici da interrogare. Chiamano suo marito e Valitutti resta per ultimo in uno stanzone. Dirà poi che ha sentito del trambusto, poi il rumore del corpo caduto. Ed è rimasto colpito dal silenzio, dentro la stanza. Poco dopo è stato messo faccia al muro. E rilasciato.

«Con Lello ci si sente sempre, io gli credo. Non s´era distratto. Quando hanno fatto il sopralluogo, durante un´istruttoria, c´era una macchina delle bibite davanti alla porta. “Come faceva a vedere la stanza dell´interrogatorio se c´era ‘sta cosa davanti?”, gli hanno chiesto. “Non c´era”, ha risposto Lello e ha fatto vedere i segni sul pavimento. La macchinetta era stata spostata. Ma dopo. Quella sera Valitutti poteva vedere».

Gerardo D´Ambrosio non l´ha mai interrogato…

«Me lo sono chiesta anch´io il perché. D´Ambrosio era partito bene, aveva fatto ciò che altri non avevano fatto. Ma che devo dire? Il magistrato Caizzi ha parlato di morte accidentale, Amati di suicidio, D´Ambrosio di disgrazia plausibile, il “malore attivo”. Luigi Bianchi d´Espinosa, procuratore generale a Milano, mi sembrava attento, scrupoloso. Poi Bianchi è morto…».

L´ultimo fotogramma di suo marito?

«Lui che esce e io che lo inseguo per portargli il cappotto, noi due persone di mezz´età che hanno due figlie, che ridono e scherzano. Poi lui va in questura?».

Poi?

«Erano giorni bui, di cielo scuro. Neve in strada, freddo. Se penso a quel periodo vedo di Milano solo il nero».

C´è un appello che gira in questi giorni, per aprire, come lei chiede, i cassetti del Viminale. Ma ci crede davvero ai segreti che vengono a galla?

«In America per gli anarchici Sacco e Vanzetti è stato così. Pino non s´è ucciso, non l´avrebbe fatto. Innanzitutto credeva nella vita, mi aveva appena detto che non condivideva il gesto di Jan Palach, che si bruciò a Praga contro i carrarmati sovietici. Poi non l´avrebbe fatto per l´amore che ci univa. E per l´amore per le bambine, alle quali, durante l´interrogatorio, faceva dei disegni. Posso sperare che qualcuno recuperi la coscienza. O che si trovi un documento. Quanto potevo fare, io ho fatto, non ho smesso di chiedere».

Lo Stato le ha mai offerto un risarcimento?

Anzi! Volevano farmi pagare delle spese. Poi però non sono mai venuti a chiedere».

Di Pietro Valpreda, il finto “mostro”, che pensa?

«Un simpatico casinista che hanno messo in mezzo all´inizio, per dare la colpa agli anarchici. Le varie inchieste le ho seguite sui giornali, la pista di destra direi che non ha dubbi, non più».

L´omicidio del commissario Calabresi nel ’72 lei l´ha vissuto…

«Malissimo. A parte la morte di un uomo, c´è stata tolta la possibilità di ragionare con una persona che c´era. E che sapeva cos´era successo in quegli anni, e nelle ore in cui mio marito morì».

L´ha incontrato?

«L´ho visto una sola volta. nell´aula del processo a Lotta continua. E Calabresi – che era parte lesa – mi fece pena. Erano tutti contro di lui, mi sembrò “mollato” dai suoi capi, il capro espiatorio degli sbagli della polizia».

L´anniversario le pesa?

«Sempre. Quest´anno poi, tanti vogliono un ricordo. Ma io sono prosciugata dalle troppe parole, che, in fondo, sono le stesse di quel ’69. Degli anni Settanta. E nel frattempo Pino, che era l´uomo della mia vita, non è più stato qua, dove doveva essere».