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da Le Bombe dei Padroni (luglio 1970) Lettera di Paolo Braschi da S. Vittore

22 novembre 2011
30 maggio 1970

Cari compagni,

Vi invio a nome di tutti il testo del documento da noi elaborato per motivare verso l’opinione pubblica l’iniziativa dello sciopero della fame che intraprendiamo lunedì 1 giugno 1970 ed a cui seguiranno altre iniziative di denuncia e di protesta, di «controistruttoria», nel caso che non ottenessimo alcun risultato. Ed ecco il testo:

Da 13 mesi siamo detenuti quali autori di «attentati terroristici» (mai compiuti da noi) senza alcuna prova valida e lo dimostra il fatto che la nostra istruttoria è ancora aperta. Abbiamo perciò deciso di attuare uno sciopero della fame, per protestare contro tale sorpresa e per portarlo a conoscenza dell’opinione pubblica. Ad essa ci appelliamo perchè faccia pressione contro queste ingiustizie e perchè l’istruttoria sia immediatamente chiusa, con la nostra scarcerazione, o almeno con la fissazione immediata della data del rinvio a giudizio. Basta con le segrete manovre istruttorie, condotte nelle tenebre dei meandri della questura o di palazzo di giustizia: che per lo meno si apra su questi fatti il pubblico dibattimento. Bisogna che la nostra sorte, e la verità, siano strappate dalle mani del giudice istruttore Amati, che con tanta segretezza e solerzia sta per archiviare il «suicidio» di Pinelli e con altrettanta segretezza, ma non con uguale solerzia ha condotto l’istruttoria contro di noi.

Protestiamo con forza la nostra innocenza e l’estraneità ai fatti imputatici, con particolare sdegno contro l’attentato del 25 aprile 1969, di chiara ed evidente marca reazionaria e fascista. Vogliamo denunciare pure che non solo le accuse sono false, ma che esse sono state rubricate volutamente sotto forma di reati gravissimi, quale la «strage col fine di uccidere», reato inesistente in questo caso, come si desume dalle perizie e dalla modalità dei fatti, indipendentemente da chi ne sia l’autore. E’ evidente lo scopo di danneggiarci sul piano morale e su quello giuridico, prolungando il più possibile i termini per istruttoria e carcerazione preventiva, diffondendo panico e odio contro di noi nell’opinione pubblica, preparando il terreno per una pesante condanna. E in questo modo sarebbe fatto il gioco della destra economica e politica (che ha montato questa mostruosa provocazione) coprendone la responsabilità criminale. Si deve sapere che, per fatti cui si vuoi dare tanta gravità, c’è stata un’assurda sproporzione tra le accuse e la serietà dell’indagine svolta in merito ad essa: il giudice Amati è venuto a interrogarci solo dopo 7 mesi di detenzione, per poi tornare qualche rara volta, per pochi minuti.

Per i metodi di inchiesta, usati in tutta la vicenda, che attingono dal soppruso e l’illegalità, rendiamo noto che a distanza di tre mesi dall’arresto, il compagno Paolo Braschi è stato «prelevato» dal carcere da agenti dell’ufficio politico (tra i quali il tristemente noto Dr. Calabresi) e condotto oltre Bergamo, senza alcun avviso al suo legale e senza l’autorizzazione della magistratura, e malgrado la sua opposizione, subendo insulti e minacce durante tutto il viaggio. Protestiamo indignati per l’incredibile estradizione concessa dalla Svizzera ai danni del compagno Angelo Della Savia, dopo oltre 7 mesi di dura carcerazione e isolamento, nelle carceri di quel «democratico» Paese. Estradizione accordata su accuse destituite di ogni fondamento, e in ogni caso, per reati di inequivocahile natura politica, tesi, questa che la magistratura svizzera assurdamente e inspiegabiImente non ha voluto riconoscere. Esprimiamo il nostro stupore per il silenzio finora mantenuto su tale violazione flagrante della dichiarazione internazionale dei diritti dell’uomo, delle stesse leggi penali svizzere, e della convenzione europea firmata a Parigi il 12-12-57 ratificata dalla Svizzera il 20-12-66 e in vigore nella confederazione Elvetica dal 20-3-67, in cui all’ar ticolo 3 si stabilisce che l’estradizione viene negata in caso di reato politico o nei fatti connessi a reati di tale natura. E’ sconvolgente e vergognoso che quell’asilo politico che nel XIX secolo veniva concesso ai Bakunin, ai Cafiero, ai Malatesta, ai Kropotkin, viene allegramente rifiutato nell’epoca moderna. Ed è triste che queste regressioni verso una complicità repressiva da «Santa Alleanza» vengano ignorate e taciute.

Protestiamo contro la abusiva detenzione del compagno Tito Pulsinelli, arrestato senza che vi fosse contro di lui la minima prova o il minimo serio indizio di una qualche sua colpevolezza, oltre ad alcune frasi insignificanti messe in bocca a una povera psicopatica, estranea totalmente alla vicenda, che tuttavia è stata assunta a «super-testimone» d’accusa. Protestiamo contro le minacce e le percosse con le quali si son costretti il compagno Faccioli e altri a firmare verbali prefabbricati, di cui Calabresi e soci, si son serviti per incriminare i compagni attualmente detenuti. Ammissioni estorte con la violenza e inutilmente smentiti. Consapevoli della infandatezza delle accuse e della irrilevanza delle prove, gli inquirenti hanno tentato pure una manovra parallela, cercando di farci passare per teppisti, psicopatici, drogati e omosessuali, al fine di screditarci e di umiliarci.

Ricordiamo che tutta l’accusa si fonda sulla credibilità prestata dal giudice istruttore a una testimone mendace creatura della polizia, utilizzandone l’infermità mentale ammessa da lei stessa. Nonostante l’evidente malafede di costei, essa è oggi il pilastro dell’accusa; si giunse addirittura al punto che il giudice istruttore concesse a questa donna un permesso speciale (lei sostiene di averlo ricevuto da ambienti «molto in alto» di Roma) della durata di un’ora, nella saletta dei «Giudici e Avvocati», di S. Vittore, per un colloquio con uno degli imputati. Colloquio durante il quale fu proposto al nostro compagno di fare opera di delazione e di provocazione per conto della polizia a danno degli altri imputati e di tutto il movimento. Ecco che si rivela come le reali intenzioni della polizia siano state quelle di usarci come bersaglio e strumento, per colpire attraverso noi, tutto il movimento anarchico, e indirettamente tutte le forze rivoluzionarie e progressiste del paese, per colpire coinvolgendoli nella vicenda, altri compagni noti per la loro coerenza e il loro impegno militante.

Ci siamo resi conto come la nostra vicenda giudiziaria venga strumentalizzata e manipolata dal governo, che si appresta a dare altri giri di vite e a proseguire nella sua politica antioperaia e reazionaria. Tante altre cose denunceremo durante il processo, dove prenderemo il diritto alla difesa negatoci, de facto, fino ad oggi e il dovere della denuncia di tutte le irregolarità, gli abusi e le ingiustizie subite.

Attuiamo lo sciopero della fame per chiedere l’immediata conclusione dell’istruttoria, la scarcerazione tempestiva, e il diritto di riunirci in un’unico raggio facendo cessare l’isolamento a cui siamo costretti dalla data dell’incarcerazione.

NO PASARAN!

Braschi Paolo

(Ringraziamo il compagno Pippo di Sicilia Libertaria per averci aiutato a reperire una copia dell’ormai introvabile libro di Crocenera Anarchica, Le bombe dei padroni, Biblioteca delle collane Anteo e Rivolta, 1970 senza il quale questa testimonianza non avrebbe potuto essere riportata)

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da Le Bombe dei Padroni (luglio 1970) Torture in Questura

22 novembre 2011
Quello che leggerò è parte di un verbale di interrogatorio di uno dei compagni arrestati sotto l’accusa di aver partecipato agli attentati del 25 aprile 1969. Pur non esistendo nessuna prova a carico e pur essendo emersa la responsabilità fascista degli attentati, 4 compagni hanno già fatto un anno di carcere preventivo. Per tenerli in galera si è tentato di costruire prove false: il modo viene denunciato dal verbale. Altro particolare interessante è che i poliziotti accusati di torture sono gli stessi presenti all’interrogatorio ed al «suicidio» di Pinelli. Anche di queste violenze dovranno rispondere, ricordiamoci i loro nomi: Zagari, Panessa, Calabresi, Mucilli. Gliela faremo pagare.

«Dichiaro i motivi per cui i verbali da me precedenmente firmati sono completamente falsi. Per tre giorni in Questura sono rimasto senza dormire e mi veniva imposto di stare in piedi quando le mie risposte non corrispondevano alla volontà degli agenti. Essi non hanno cessato un minuto di interrogarmi e per questo si davano il cambio. Solo al terzo giorno mi è stato concesso di mangiare; ho dovuto affrontare un viaggio di notte da Pisa a Milano, ero intirizzito perchè non avevo con me indumenti caldi. Ma quello che più ha influito nel farmi firmare i verbali scritti dalla polizia sono state le percosse e le minacce. Era la prima volta che subivo violenza fisica. Sono stato schiaffeggiato, colpito alla nuca, preso a pugni, mi venivano tirati i capelli e torti i nervi del collo. Rendeva più terribile le percosse il fatto che avvenivano all’improvviso dopo aver fatto chiudere le inposte, e venivo colpito al buio. In particolare ricordo di essere stato colpito dal Dr. Zagari che mi accolse al mio arrivo da Pisa alle 3 di notte con una nutrita scarica di schiaffi, e dagli agenti Mucilli e Pallessa. Quanto alle minacce, consistevano nel terrorizzarmi anunciandomi, codice alla mano, a quanti anni di carcere avrei potuto essere stato condannato, cioè fino a venti anni. Tali minacce mi furono ripetute in Carcere da parte del Dr. Calabresi».

(Ringraziamo il compagno Pippo di Sicilia Libertaria per averci aiutato a reperire una copia dell’ormai introvabile libro di Crocenera Anarchica, Le bombe dei padroni, Biblioteca delle collane Anteo e Rivolta, 1970 senza il quale questa testimonianza non avrebbe potuto essere riportata)

da Le Bombe dei Padroni (luglio 1970) Testimonianza di Lello Valitutti

22 novembre 2011
Io sottoscritto Pasquale Valitutti dichiaro che:

giunto in questura all’ufficio politico verso le ore 11 di sabato 13 dicembre, son rimasto due o tre ore in sala di attesa. Spostato quindi nel salone seguente quello dove vi è la macchina del caffè ho visto Pinelli seduto vicino ad Eliane Vincileone. In seguito, da informazioni datemi da Sergio Ardau e dallo stesso Pinelli ho saputo che Pinelli era stato fermato venerdì sera e interrogato lungamente nella stessa serata di venerdì. Nella notte di venerdì non aveva dormito: Pinelli mi è parso seccato e stanco ma in condizioni normali. Mi ha parlato del suo alibi e mi è apparso sicuro. Più tardi gli è stata fatta una sfuriata da parte di un agente, .che saprei riconoscere, perchè aveva gettato della cenere per terra (numerosi i testimoni) e lui si è chinato a raccoglierla. Più tardi, a sera inoltrata, per ordine di Calabresi siamo stati divisi nella stanza in tavoli diversi, mentre Pinelli e Moi sono stati fatti mettere nella stanza dei caffè.

Verso le 24 sono stati fatti andare via tutti gli altri e siamo rimasti io l’Eliane e Lorenzo. In seguito io e Lorenzo siamo stati portati in cella di sicurezza: non ho più visto Pinelli fino alla domenica dopo pranzo, mi ha detto che lo avevano interrogato la notte di sabato e fatto riposare qualche ora in camera di sicurezza nella giornata di domenica. Nel frattempo io ero stato interrogato e mi avevano portato nel mio abbaino per una perquisizione. Domenica pomeriggio ho parlato con Pino e con Eliane e Pino mi ha detto che gli facevano difficoltà per il suo alibi, del quale si mostrava sicurissimo. Mi ha anche detto di sentirsi perseguitato da Calabresi e che aveva paura di perdere il posto alle ferrovie. Verso sera un funzionario si è arrabbiato perchè parlavo con gli altri e mi ha fatto mettere nella segreteria che è adiacente all’ufficio del Pagnozzi: ho avuto occasione di cogliere alcuni brani degli ordini che Pagnozzi lasciava ai suoi inferiori per la notte. Dai brani colti posso affermare che ha detto di riservare al Pinelli un trattamento speciale, di non farlo dormire e di tenerlo sotto pressione tutta la notte. Di notte il Pinelli è stato portato in un’altra stanza e la mattina mi ha detto di essere molto stanco, che non lo avevano fatto dormire e che continuavano a ripetergli che il suo alibi era falso. Mi è parso molto amareggiato. Siamo rimasti tutto il giorno nella stessa stanza, quella dei caffè e abbiamo potuto scambiare solo alcune frasi, comunque molto significative. Io gli ho detto: «Pino perchè ce l’hanno con noi?» e lui molto amareggiato mi ha detto: «Si ce l’hanno con me». Sempre nella serata di lunedì gli ho chiesto se avesse firmato dei verbali e lui mi ha risposto di no. Verso le otto è stato portato via e quando ho chiesto ad una guardia dove fosse mi ha risposto che era andato a casa. Io pensavo che stesse per toccare a me di subire l’interrogatorio, certamente il più pesante di quelli avvenuti fino ad allora: avevo questa precisa impressione.

Dopo un po’, penso verso le 11,30, ho sentito dei rumori sospetti come di una rissa e ho pensato che Pinelli fosse ancora lì e che lo stessero picchiando. Dopo un po’ di tempo c’è stato il cambio di guardia, cioè la sostituzione del piantone di turno fino a mezzanotte. Poco dopo ho sentito come delle sedie smosse ed ho visto gente che correva nel corridoio verso l’uscita, gridando «si è gettato». Alle mie domande hanno risposto che si era gettato il Pinelli: mi hanno anche detto che hanno cercato di trattenerlo ma non vi sono riusciti. Calabresi mi ha detto che stavano parlando scherzosamente del Pietro Valpreda, facendomi chiaramente capire che era nella stanza nel momentò in cui Pinelli cascò. Inoltre mi hanno detto che Pinelli era un delinquente, aveva le mani in pasta dappertutto e sapeva molte cose degli attentati del 25 aprile. Queste cose mi sono state dette da Panessa e Calabresi mentre altri poliziotti mi tenevano fermo su una sedia pochi minuti dopo il fatto di Pinelli. Specifico inoltre che dalla posizione in cui mi trovavo potevo vedere con chiarezza il pezzo di corridoio che Calabresi avrebbe dovuto necessariamente percorrere per recarsi nello studio del dottor Allegra e che nei minuti precedenti il fatto Calabresi non è assolutamete passato per quel pezzo di corridoio.

PASQUALE VALITUTTI

Ringraziamo il compagno Pippo di Sicilia Libertaria per averci aiutato a reperire una copia dell’ormai introvabile libro di Crocenera Anarchica, Le bombe dei padroni, Biblioteca delle collane Anteo e Rivolta, 1970 senza il quale questa testimonianza non avrebbe potuto essere riportata

da Le Bombe dei Padroni (luglio 1970) Testimonianza di Sergio Ardau

22 novembre 2011

Verso le ore 16,30, di venerdi 12 dicembre, l’interno della Banca dell’Agricoltura, di Piazza Fontana, a Milano, viene sconvolto da una spaventosa esplosione. Agli occhi di coloro che accorrono, si presenta uno spettacolo terrificante: brani di corpi umani straziati, sparsi un pò dappertutto, in un lago di sangue, fra cumuli di macerie. Il primo bilancio è di 14 morti ed un numero impressionante di feriti, più o meno gravi. Mentre le autoambulanze, vanno e vengono, senza sosta, si fanno le prime congetture sulla sciagura; in un primo momento, circola la voce che siano esplose le caldaie del riscaldamento, poi, subito dopo si manifesta, senza più ombra di dubbio, l’atroce realtà: si è trattato di un attentato, una bomba collocata all’interno della banca ha provocato la strage, seminando la morte, fra quanti ignari della terribile minaccia in agguato, si trovavano sul posto.

Poche ore dopo, polizia e carabinieri, si scatenano in una forsennata caccia all’anarchico.

Il sottoscritto, quel giorno, si trovava all’interno del nuovo circolo anarchico di via Scaldasole 5, recentemente aperto, quando, verso le ore 19 circa, irrompe nel medesimo la squadra politica al completo, che si mette immediatamente «al lavoro», buttando tutto all’aria, frugando mobili e rovesciando cassetti, senza come al solito, trovare alcunchè, salvo ciclostilati, giornali, manifestini ed altri stampati, dei quali-in mancanza d’altro, viene fatto abbondante saccheggio. Alle proteste del sottoscritto, circa la mancata esibizione di un regolare mandato di perquisizione, si risponde, con seccata sufficienza, che «non è necessario, stato di emergenza» (?). Il sottoscritto viene «cortesemente» invitato «a favorire in questura» al seguito dei succitati messeri, onde fare una chiacchierata con il «dottore». Sono presenti il Dr. Calabresi, il Dr. Zagari, il Brig. Panessa ed altri ancora di cui non conosco il nome. In quel momento, mentre il sottoscritto si accinge a chiudere il locale, giunge il compagno Pinelli, al quale viene immediatamente esteso l’invito a «favorire» anche lui al solito posto.

Ci assicurano che non credono assolutamente che noi due si possa essere implicati in qualsivoglia maniera, negli attentati di poche ore fa, sanno benissimo che siamo due brave persone non hanno intenzione alcuna di fermarci, nè tantomeno di arrestarci, vogliono solamente avere con noi, «un amichevole e leale scambio di vedute». Stranamente mi trovo preso sottobraccio (sarà una dimostrazione d’affetto?), piuttosto saldamente direi, da due poliziotti, che mi «aiutano» a salire su una 850 Fiat blu, dove mi ritrovo ben stretto fra il brig. Panessa ed il dr. Zagari, mentre il dr. Calabresi, prende posto accanto all’autista. Gli altri poliziotti rimangono appostati nei pressi, in speranzosa attesa di qualche altro incauto pellegrino.

Pinelli che è venuto con il suo motociclo, segue a bordo dello stesso, noialtri in macchina, alla volta della questura centrale. Durante il tragitto, sia il dr. Calabresi, che il brig. Panessa, suo solerte scudiero (novelli don Chisciotte e Sancho Panza!), mi parlano indignati di «una sicura matrice anarchica negli attentati», «di certi pazzi criminali che si sono infiltrati tra noi, tra cui il Valpreda» (?) a proposito del Valpreda, mi chiedono se ultimamente l’ho visto e se frequenta il circolo. Tornano a ripetere «voialtri due siete due bravi ragazzi (Pino ed io), ma dovete riconoscere che tipi loschi come quel pazzo di Valpreda, con il suo codazzo di ragazzini (Aniello D’Errico, Leonardo Claps, conosciuti come Cap e Steven, più gli altri), con la loro esaltazione criminale (?) ci costringono a prendere seri provvedimenti che si ritorcono anche contro di voi, poichè ora non possiamo più tollerare, ciò che in passato abbiamo fin troppo tollerato (?!), dovete rendervi conto che ora ci sono stati quattordici morti e non venitemi a raccontare, tu o altri che sono stati i fascisti, questa è roba da anarchici, non c’è ombra di dubbio (beato lui!) e voi dovete aiutarci a trovarli e fermarli prima che possano uccidere ancora, perchè sono delle belve assetate di sangue. La vostra propaganda anarchica, anche se voi di una certa età, la fate in buona fede, da filosofi idealisti, come te e Pinelli (???!!!) può generare in menti esaltate, l’odio e la violenza ed ecco in quanto è successo, il frutto inumano di quello che avete seminato e di cui siete anche voi (Pino ed io), se non forse materialmente,·credo però che non c’entriate (bontà sua), sicuramente moralmente responsabili, a meno che non collaboriate con noi, per assicurare alla giustizia quei mostri!». Alla mia domanda sul chi è o chi sono, a suo parere «i mostri», mi risponde che ancora non sono del tutto sicuri, comunque di certo c’è che sono stati gli anarchici e che sarebbero «ben curiosi di sapere dove si è cacciato il Valpreda, che nelle dimostrazioni gridava bombe, sangue, anarchia!».

Finalmente arriviamo in questura e, giunti al quarto piano (sez. politica) abbiamo la sorpresa di ritrovarci noi due soli, in uno stanzone pieno di poliziotti, ci fanno sedere uno di fronte all’altro, ad una certa distanza, con un agente seduto fra noi. Calabresi comunica a Pino, che è stata fatta una perquisizione a casa sua, Pino risponde sorridendo che come al solito non hanno trovato nulla. Calabresi e gli altri, fra cui Panessa, si rivolgono a me, chiamandomi sarcasticamente con il solito titolo: «il malfattore» e sia io che Pino, ci mettiamo a ridere. Dottori e brigadieri, si ritirano nei loro covi a cogitare, dato che per il momento, dicono, non hanno tempo di occuparsi di noi. Freneticamente, il folto nugolo di agenti, a gruppetti di quattro cinque per volta, dopo essere entrati ed usciti dall’ufficio di Calabresi, con un foglio in mano e dopo aver consultato la carta topografica della città, appena alle mie spalle, escono di volata, dallo stanzone, chiamando a gran voce gli autisti. Sento fare un sacco di nomi, ogni tanto sento il nome di questo o quel compagno e posso immaginare che stanno andando ad «invitare» anche loro a «favorire». Lo stanzone si svuota, restiamo solo noi due, oltre al nostro angelo custode. Pino mi strizza l’occhio e dice: «mi sa che si tratta di un invito piuttosto lungo, peccato che siamo solo noi due se no, si potrebbe fare un po’ di baldoria», rispondo che presto saremo in folta compagnia; il poliziotto protesta e si agita, dicendo che non possiamo comunicare tra di noi. Passano delle ore, lunghe e monotone, Pino ogni tanto alza la testa (sta facendo dei disegnini su dei foglietti di carta che arraffa sui tavoli vicini) e mi strizza l’occhio sorridendo. Arriva un altro poliziotto, molto meno «formale», che dà il cambio all’altro e si mette dapprima a chiaccherare con me, sulla Sardegna e poi con Pino, sul modo di cucinare le anitre selvatiche, le lepri e la selvaggina in genere. Pino, discute molto interessato e altre ore passano più in fretta.

E’ quasi mezzanotte, cominciano ad arrivare i primi scaglioni di fermati. I compagni anarchici, arrivano a frotte, giovani e vecchi assieme agli m.l. (marxisti-lennisti) di tutte le linee e gruppi. Lo stanzone è ben presto pieno, non tutti possono accomodarsi le altre stanze sono piene anch’esse. Ci scambiamo, fra compagni, le prime impressioni. Viene interrogato Pino, a lungo, poi è la mia volta, seguito a ruota dagli altri. Ci richiamono più volte, Pino ed io, per interrogarci di nuovo e, cosa molto strana, a seguito degli interrogatori, sia miei che di Pino, stendono un sacco di verbali molto generici, circa i nostri movimenti del pomeriggio e ogni volta non si curano di farceli firmare (e fino a sabato mattina, sia io che Pino, non abbiamo firmato, non essendone stati richiesti, alcun verbale). Nei «colloqui confidenziali» (così hanno definito gli interrogatori) Panessa e Zagari continuano a dirci che non credono assolutamente che Pino. ed io abbiamo a che fare con gli attentati, ma che «fra noi ci sono dei “pazzi criminali” (e dagli!) e dobbiamo aiutarli a fermarli, prima che colpiscano ancora, mi chiedono con petulante insistenza, notizie sul «pazzo» Valpreda (se ho idea di dove si trovi, che rapporti ho avuto con lui e che rapporti penso intercorrano fra lui e Pino). Mi chiedono inoltre di G…, F .., di un certo. G … «pazzo» anche lui e di un certo U… R …, che non ho mai sentito nominare prima (mi fanno. capire che gli attribuiscono molta importanza, poi verrò a sapere che si trova a S. Vittore, non so bene perchè). Alludono anche ad Ivo Della Savia e ad una centrale del terrorismo anarchico a Bruxelles, dove è a loro conoscenza che il suddetto si sia rifugiato. Hanno accanto alla scrivania, una borsa di pelle o similpelle, nera, il Dr. Zagari, la apre e ne tira fuori un sacchettino di cellophan, contenente dei frammenti metallici di colore argenteo ed un dischetto, che mi fa vedere invitandomi a prenderlo in mano, al che io decisamente rifiuto (boh??!); un po’ seccato, il funzionario, rimette il tutto nella borsa e riporta la stessa al suo posto. Finito l’interrogatorio, mi ritrovo in mezzo alla babele del famigerato stanzone. Domando a Pino. come è andata per lui e scopriamo che ci hanno chiesto le medesime cose, ovvero notizie sul «pazzo» Valpreda e Pino pensa che fra poco, dovrebbero mandarci a casa.

Viene introdotto una sparuto drappello di «estremisti di destra», visibilmente spaesato in mezzo a tanti «sinistri». Qualcuno di loro, protesta per «l’inaudito affronto», di confondere dei «galantuomini» come loro, con «certa gente»: segue risata generale.

Un vecchietto, il compagno D. L., del «Sacco e Vanzetti», mostra agli agenti un foglio attestante il bisogno di ricovero urgente in ospedale; gli viene risposto in malo modo di stare zitto. Si sono fatte le nove di mattina, il salone si è quasi completamente svuotato e ci ritroviamo accanto io e Pino, e ci scambiamo qualche facezia. Pino sempre del solito umore, ride e scherza, dice che ora dovrebbero lasciarci andare e che non vede l’ora di farsi una bella dormita, poichè sono due giorni che non dorme. Alle dieci circa, le nostre strade si dividono: arriva un agente e mi dice di andare giù con lui, mentre Pinò viene nuovamente chiamato, per un ennesimo interrogatorio. Ci salutiamo e mi dice, credendo che io venga rimesso in libertà, di aspettarlo giù nella strada, fuori dalla questura, che dovrebbero mandare fuori anche lui. Purtroppo, quella è stata la ultima volta che ci siamo visti, perchè io, giunto dabbasso, mi sono ritrovato assieme ad altri compagni, in camera di sicurezza (il compagno D… L… , invitato anche lui, che reclamava per il mancato ricovero in ospedale, ad accomodarsi per cinque minuti in camera di sic., rispose che l’ultima volta che lo fecero entrare in cella, dicendogli trattarsi di cinque minuti, ci vollero degli anni, per venirne fuori!), dalla quale sono uscito; la notte di sabato, per prendere la strada di S. Vittore, mentre Pino si è trovato a dovere prendere, non so fino a che punto di sua volontà (ho i miei dubbi), la strada di una finestra al quarto piano, che lo ha portato a schiantarsi, nel pieno vigore della sua vita, nel sottostante squallido cortile della questura centrale.

Certa gente che troppo bene conosciamo, non contenta di avere, col suo comportamento ed i suoi metodi, fin troppo noti anch’essi, stroncato la vita serena e laboriosa del nostro compagno, cerca ora di infierire su di lui, anche dopo la sua misteriosa morte, mettendo in opera tutte le insinuazioni e gli artifizi di cui è capace, uniche arti in cui ha una non certo invidiabile bravura, al fine di infangare anche il uome onesto ed intemerato di Giuseppe Pinelli. Chi, come me, ha avuto modo di conoscerlo personalmente ed ha potuto constatare ed apprezzare la sua modestia, la sua generosità verso chiunque avesse bisogno di lui, il suo carattere franco e leale, alieno da ogni animosità e da ogni forma di violenza, foss’anche verbale, sente il dovere di difenderlo dalle basse ed ignobili accuse di quanti, approfittano del fatto che egli non può più parlare in sua difesa, per lanciare contro di lui, insulti bavosi, il cui scopo, probabilmente, è quello di coprire la propria finta o reale incapacità, a scoprire i veri responsabili della mostruosa strage di Piazza Fontana, dei quali egli è, assieme alle altre, una vittima innocente, poichè tali belve, sono ancora in circolazione, a dispetto di tanti roboanti e trionfanti comunicati, di certi autorevoli personaggi, con relativo vociante e schiamazzante codazzo di certa stampa di «informazione». Gli sputi, gettati in alto, come dice il noto proverbio, finiscono sempre per ricadere addosso a chi li ha lanciati.

ARDAU Sergio 

Ringraziamo il compagno Pippo di Sicilia Libertaria per averci aiutato a reperire una copia dell’ormai introvabile libro di Crocenera Anarchica, Le bombe dei padroni, Biblioteca delle collane Anteo e Rivolta, 1970 senza il quale questa testimonianza non avrebbe potuto essere riportata 

Umanità Nova n27 ottobre 2011 Ribelli senza congedo di Andrea Staid

22 novembre 2011

E’ da poco uscita la ristampa dell’ottimo saggio di Marco Rossi, Ribelli senza congedo edito da Zero in condotta.

Ancora una volta M.R. ci regala un lavoro di ricerca sulla storia dell’antifascismo militante, sulla storia di chi non ha vinto ma che merita di essere studiato, ricordato e analizzato.

M.R. ha scritto vari testi, io sono molto legato al suo Arditi non gendarmi edito da BFS, ottimo saggio sulla storia dimenticata degli Arditi del popolo. Dal mio punto di vista le storie partigiane raccontate in questo suo ultimo lavoro di ricerca storica possono essere lette come un continuo di quella lotta antifascista senza se e senza ma iniziata da Argo Secondari e i suoi compagni nel lontano 1921.

Ribelli senza congedo è la storia di chi non ha visto nel 25 Aprile del 1945 la fine della lotta antifascista. Questa è una data considerata e celebrata come l’anniversario della Liberazione, ma secondo M.R. permangono ancora molti equivoci e rimozioni, dettate da un evidente utilizzo politico della storia, sino al punto di ventilare la cancellazione di tale festa per sancire la conclusione della guerra che vide gli italiani combattersi su fronti opposti.

La principale mistificazione riguarda proprio la data stessa del 25 Aprile con cui si vorrebbe far iniziare e concludere l’insurrezione popolare contro il fascismo e l’occupazione nazista, negando che quella guerra civile e sociale aveva un “prima” e, soprattutto, che conobbe un “dopo” tutt’altro che composto e riconciliato sotto la bandiera della cosiddetta pacificazione nazionale.

Uno dei fatti che contraddicono palesemente questa rassicurante ricostruzione del passato è l’esperienza, comune a migliaia di partigiani che, a distanza di poco più di un anno dalla Liberazione, tornarono in montagna “per rifiuto di abitare nella Repubblica che mitraglia i contadini, libera i fascisti e mette gli operai alla disoccupazione”.

Tali insorgenze, nonostante le considerevoli dimensioni raggiunte, rimangono a tutt’oggi una parentesi pressoché ignorata e sconosciuta, a causa dell’evidente dissonanza che rappresentò e ancora rappresenta per la storia ufficiale della Resistenza.

Con questo saggio M.R. fa chiarezza su le storie dei partigiani che non si sono arresi alle decisioni calate dall’alto dal CLN e conferma il suo interesse per la storia dell’antifascismo militante prima e dopo la resistenza 43\45, perché per gli anarchici e libertari è difficile rinchiudere in un arco temporale la lotta antifascista.

Andrea Staid 

Umanità Nova n24 luglio 2011 Bastardi senza storia (la storia rimossa dell’antifascismo europeo) di Emmerre

22 novembre 2011

Per i rivoluzionari, non ci sono vicoli chiusi, ci sono problemi da risolvere.

(H. Etchebehere, Berlino, 1933; La resistibile ascesa di Adolf Hitler)

Una delle incongruenze politiche che ancora persistono nella storia dei fascismi europei riguarda l’oblio attorno ai tentativi e alle esperienze di resistenza armata antecedenti l’affermazione dei regimi totalitari, quando la reazione si muoveva ancora sul piano dello squadrismo e del terrorismo anti-proletario.

La nebbia storiografica che avvolge queste pagine cruciali sembra voler celare una verità oltremodo scomoda: l’avvento delle dittature nazifasciste poteva essere impedito dall’organizzazione della contro-violenza della classe lavoratrice, ovviamente fuori dai confini dalla legalità democratica e del parlamentarismo. Una contromisura efficace doveva infatti anche saper prendere l’iniziativa prima che fosse troppo tardi, invece – come osservato da Emilio Lussu – i dirigenti del socialismo riformista “non si sono neppure posti l’alternativa della scelta fra offensiva e difensiva”.

Ulteriore paradosso è che, mentre si rivendica la necessità della lotta armata partigiana quale premessa indispensabile della liberazione nel 1945, si elude la circostanza per la quale la stessa guerra civile andava combattuta con altrettanta determinazione un ventennio (in Italia) o un decennio prima (in Germania).

Col suo ultimo e prezioso libro, Valerio Gentili torna a mettere opportunamente il dito in questa contraddizione tutt’ora aperta, allargando l’orizzonte della sua ricerca (iniziata con gli Arditi del Popolo) a Germania, Austria, Francia, Belgio, Gran Bretagna, Spagna… facendoci conoscere le diverse organizzazioni paramilitari di sinistra – in gran parte composte da reduci della Grande Guerra – che contesero palmo a palmo la penetrazione sociale, culturale e persino estetica delle forze controrivoluzionarie.

Dentro tale conflitto, particolarmente cruento in Germania (ma con un numero di vittime non dissimile da quello registrato in Italia nel biennio 1921-’22), vengono messi in risalto molteplici aspetti: la necessità di un’adeguata difesa attiva da parte delle organizzazioni della sinistra di classe come unica garanzia delle libertà politiche e sindacali oltre che dell’incolumità dei propri attivisti; il coinvolgimento di soggettività ai margini sia della classe operaia che della cosiddetta legalità (ex-combattenti, disoccupati, sottoproletari, ribelli sociali, espropriatori…) al fine di sottrarle all’arruolamento nelle file nemiche; l’utilizzo delle diverse forme di propaganda attiva nonché la fascinazione dello stile guerresco, rappresentato da divise e sfilate, e della contrapposizione (ma anche imitazione e sovrapposizione) simbolica.

Questa sorta di proselitismo non immediatamente ideologico in grado di aggregare e incanalare “a sinistra” significativi settori popolari, percorsi dall’insofferenza verso le contingenti condizioni materiali di vita e da sentimenti di rivolta antisistemica, se da un lato permetteva la mobilitazione attiva di soggetti difficilmente inseribili nella routine sindacale e politica, dall’altro privilegiava approcci, parole d’ordine e forme dell’agire sul confine alquanto labile e poroso tra cameratismo e solidarietà di classe, tra rivoluzione e restaurazione, tra socialismo e populismo, tra internazionalismo e patriottismo.

In questa terra di nessuno – va comunque osservato – la competizione e la lotta senza esclusione di colpi fra le principali forze in campo (socialdemocratici, comunisti, nazionalisti, nazionalsocialisti…) vide comunque l’agitazione di tematiche e modalità d’intervento che resero fluido e frequente il passaggio da una parte all’altra della barricata, anche in base a chi secondo la logica del più forte risultava il vincente del momento.

D’altronde, alcuni punti fermi – seppure declinati in modo diverso – accomunavano entrambi gli schieramenti: il prevalere dell’azione sulle idee, la disciplina militaresca verso le gerarchie, la necessità della guida carismatica di un duce, l’ostentazione del virilismo, la retorica dell’onore, l’etica produttivista, la strenua difesa dello stato-nazione fosse questo quello prussiano o quello sovietico, oppure la loro cupa sintesi teorizzata dai nazionalbolscevichi.

Emblematico, ad esempio, che un certo numero di SA, prima d’indossare la camicia bruna, avesse fatto parte delle milizie operaie o dell’estremismo rosso, esprimendo una medesima ribellione anti-borghese, ma finendo in molti casi inquadrato nei reparti delle SS dopo aver giurato obbedienza e fedeltà eterna ad Hitler.

D’altro canto, nel momento in cui si giocava la carta di “ammaliare e incantare la fantasia delle masse”, piuttosto che renderle consapevoli e protagoniste della propria emancipazione, si entrava nel terreno minato delle suggestioni rinunciando a quello delle convinzioni, col rischio di subire un repentino cambio della direzione del vento. A dimostrazione che la subordinazione del mezzo rispetto al fine, comporta sempre il pericolo che quanto è ritenuto sovrastrutturale può rivelarsi come struttura dominante.

Questo errore, tipico di ogni posizione autoritaria, fu probabilmente tra i migliori “alleati” del nazismo, agevolato anche dalla liquidazione dell’opposizione libertaria, anarchica e anarco-sindacalista tedesca che, dopo aver partecipato alle insurrezioni spartachiste e consiliariste, sostenne tra i lavoratori il ricorso all’arma dello sciopero generale affiancato dall’autorganizzazione in piccoli nuclei della guerriglia contro i nazisti, evidenziando la necessità di emanciparsi dalle dirigenze dei partiti socialista e comunista che con le loro diatribe per il potere resero impossibile non solo un Fronte unico ma neanche un’intesa operativa in funzione antifascista.

Anche in Italia, analoga era stata la parabola del “sovversivismo nazionale”: se in un primo momento il fascismo “diciannovista” attirò e coinvolse soggetti sicuramente non reazionari; in un secondo tempo, non pochi sindacalisti rivoluzionari, legionari fiumani e arditi dopo aver osteggiato Mussolini e combattuto le sue squadracce, finirono per passare disinvoltamente armi e bagagli al fascismo.

Dinamiche e questioni irrisolte che, ancora oggi, gli antifascisti e gli antirazzisti non possono evitare d’affrontare, ma che non devono neppure costituire l’alibi per rinunciare ad agire. La crescente e pervasiva presenza del fascismo nella società attuale, nel momento in cui minaccia e aggredisce libertà nelle strade come nella testa delle persone, richiede risposte che non possono limitarsi al contrasto fisico né sul piano culturale; ma tornare ad essere pratica sociale e scelta coerente di libertà: “piegarsi vuol dire mentire”.

Emmerre

Valerio Gentili, Bastardi senza storia. Dagli Arditi del Popolo ai Combattenti Rossi di Prima Linea: la storia rimossa dell’antifascismo europeo, Roma, Castelvecchi, 2011, pagg.186 con foto, Euro16.

Umanità Nova n20 giugno 2011 Processo Mastrogiovanni Il racconto di una giovane ricoverata di Angelo Pagliaro

22 novembre 2011

Il racconto di una giovane ricoverata: oltre ai maltrattamenti ho dovuto subire anche delle avances.

Martedì 31 maggio 2011, a partire dalle ore 15.30, si è svolta, presso il Tribunale di Vallo della Lucania, la quinta udienza del Processo che vede imputati diciotto tra medici e infermieri dell’ospedale di Vallo della Lucania (Sa) per la morte del maestro libertario Francesco Mastrogiovanni, avvenuta nell’agosto 2009 dopo oltre 82 ore di contenzione illegittima e disumana.

La Presidente del tribunale, Dr.ssa Elisabetta Garzo, avrebbe dovuto ascoltare i due consulenti tecnici d’ufficio: Giuseppe Ortano, psichiatra del Centro Igiene Mentale di Aversa (CE) e Adamo Maiese (medico legale). Vista l’assenza, per motivi di salute del Dr. Ortano, il giudice, d’accordo con i legali di tutte le parti, ha rinviato alla prossima udienza l’esame contestuale dei due medici.

Solo due dei quattro pazienti chiamati a testimoniare si sono presentati all’udienza: un giovane che, arrivato in aula piangendo, ha affermato di voler dire altre cose che non ha detto nel corso dell’interrogatorio svolto dai carabinieri e una giovane mamma. La Presidente Garzo ha esonerato dalla deposizione il ragazzo, in evidente difficoltà, facendo presente che si sarebbero attenuti alla testimonianza resa ai carabinieri, mentre ha ascoltato la drammatica deposizione della giovane mamma.

Dal racconto della donna è emerso un quadro terribile e agghiacciante della situazione dell’ospedale vallese. La giovane, con lucidità, serenità, pacatezza e senza un filo di rancore ha testimoniato l’orrore praticato dai medici e dagli infermieri del reparto di psichiatria di Vallo della Lucania, parlando di comportamenti inaccettabili del personale infermieristico, facendo anche i loro nomi.

Come in un film dell’orrore ha raccontato – nel silenzio partecipato del pubblico – dell’infermiere che sfonda la porta del bagno, chiusa a chiave, la afferra violentemente e la trascina di peso per il corridoio. In un’altra occasione ha dichiarato di essere stata costretta a un corpo a corpo con un infermiere prima di essere sedata. Ha denunziato, inoltre, di aver ricevuto avances da parte di un infermiere che le preannunciò una visita alla mezzanotte in punto. La giovane ha riferito in aula che, in quell’occasione, ebbe tantissima paura e passò la notte pregando.

Ha poi raccontato di essere stata contenuta ai polsi e negli intervalli tra una contenzione e l’altra, passeggiando nel reparto, ha visto persone contenute che venivano visitate raramente dal personale medico e, come se non bastasse, al pari di Grazia Serra (nipote di Mastrogiovanni), ad alcune sue amiche non è stato consentito di farle visita. Al P.M., Renato Martuscelli, che ha chiesto alla teste notizie sulla diagnosi formulata dai medici, la giovane signora ha risposto: “A volte hanno parlato di una cosa e a volte di un’altra” e ancora oggi la psichiatria non è stata in grado di aiutarla a rispondere alla domanda: “Sono sana o malata di mente?”, facendo presente che continua regolarmente la sua vita di mamma, di moglie e di figlia accudendo giorno e notte la madre ammalata e allettata, senza sbagliare mai la somministrazione delle medicine.

Tra lo sconcerto dei familiari, amici e compagni di Francesco Mastrogiovanni uno dei legali degli imputati ha sollevato un incidente: ai sensi dell’art 196 c.p.p. ha chiesto al Presidente del Tribunale di accertare la capacità di testimoniare della teste. La Presidente Garzo ha rigettato la richiesta del legale facendo presente che l’ultimo ricovero della signora risale al 2008 e sottolineando che, nel corso della deposizione, la giovane mamma ha dimostrato non solo di avere capacità di testimoniare, ma di sapersi esprimersi e interagire alle varie domande.

La prossima udienza è prevista per il 14 giugno 2011.

Angelo Pagliaro

Per info e approfondimenti:

www.giustiziaperfranco.it

postmaster@giustiziaperfranco.it

Umanità Nova n19 giugno 2011 Gino Lucetti: “Niente frasi fatte” (su libro Gli angeli neri di Manlio Cancogni) di emmerre

22 novembre 2011
La recente ristampa del libro Gli angeli neri di Manlio Cancogni, riguardante la storia degli anarchici, si presta ad alcune considerazioni critiche. Fin dalla sua prima edizione, nel 1994, era apparso chiaro che più di un saggio di storia si trattava tutt’al più di un romanzo, affollato di falsità storiche, presunzioni politiche e dicerie folkloristiche attorno al movimento anarchico, immancabilmente dipinto a fosche tinte, nel vano tentativo di riecheggiare i personaggi e gli ambienti de I demoni di Dostojevski. Nonostante questa tutt’altro che benevola immagine, sul Corriere della Sera, Arturo Colombo ha criticato Cancogni per l’eccessiva simpatia che comunque ispirerebbe il suo racconto verso certi “cattivi maestri”, avvisando i lettori come “anziché riconoscere qualche valore, ancora attuale, all’anarchia e ai suoi miti libertari, dobbiamo renderci conto del ruolo, della funzione, dell’importanza spettante allo Stato, a ogni Stato”.

Evidentemente – e non può che farci piacere – le bandiere nere e rosso-nere che, nel presente, animano di antiautoritarismo i conflitti sociali internazionali qualche preoccupazione la destano ancora, vista tanta premura da parte di chi difende il potere (dimenticando, nel caso del prof. Colombo, persino la propria matrice liberal-socialista).

D’altra parte, Cancogni ha le sue responsabilità in quanto ha riproposto il suo libro, senza tenere in minimo conto le ricerche, le osservazioni e le acquisite conoscenze sul piano della ricostruzione storica riguardante l’anarchismo, tanto da riprodurre errori, superficialità e vari aspetti di colore divulgati come verità scontate, prestando il fianco a quanti vorrebbero cancellare l’anarchia come prospettiva di liberazione umana.

L’elenco di tali approssimazioni e luoghi comuni sarebbe alquanto esteso, ma ci limitiamo a citare il caso del breve profilo dedicato a Gino Lucetti e all’attentato che mise in atto contro Mussolini nel 1926, segnato da equivoci (l’anarchico avenzino aveva lavorato in cava come lizzatore e non come fochino e, quindi, non era esperto di mine), da imprecisioni (come quella riguardante la morte di Lucetti avvenuta nel 1943 sotto un bombardamento aereo alleato, quando invece fu causata da una cannonata sparata da forze tedesche) o da versioni acriticamente tratte dai verbali di polizia (vedi le bombe SIPE che Lucetti dichiarò di aver recuperato sull’Altopiano d’Asiago per non coinvolgere l’anarchico Tommasini); ma soprattutto quello che davvero appare inaccettabile è il modo di raffigurare in chiave patetica e supponente quello che fu l’attentato che più mise in pericolo la vita del duce ed espresse “la più lucida e chiara volontà politica” (parole di Aldo Garosci) di abbattere il regime fascista.

Secondo Cancogni, Mussolini quasi non si accorse dell’esplosione della granata SIPE a brevissima distanza della sua auto, quando invece poche ore dopo decise l’introduzione della pena di morte per chi avrebbe ancora provato ad attentare alla sua vita, anche solo a livello intenzionale, così come accadde in seguito per gli anarchici Sbardellotto e Schirru. Lucetti era un operaio che aveva imparato a lanciare le bombe a mano nei Reparti d’assalto e più volte si era scontrato con gli squadristi, ma nella storiografia dominante a prevalere è lo stereotipo romantico dell’idealista senza alcuna speranza concreta di modificare il corso della storia e magari s’insinua pure il suo essere stato ingenuo strumento di oscuri complotti in odore di massoneria o di provocazione poliziesca.

Allo stesso tempo torna più comodo riferirsi alla dimensione dell’atto individuale, scollegato da una cospirazione collettiva invece ben attiva all’estero, per sottolinearne la sua solitudine esistenziale speculare all’utopia rivoluzionaria; una visione solipsistica che è lo stesso Lucetti a smentire: “il mio è stato un attentato da proletario”.

Eppure, su la mancata uccisione di Mussolini quel fatidico undici settembre 1926, la figura del suo sfortunato attentatore e i numerosi progetti anarchici di sovversione contro la dittatura fascista, in questi ultimi anni sono state pubblicate alcune ricerche che hanno messo bene a fuoco dinamiche, retroscena e aspetti umani, a partire da un serio studio comparato delle fonti d’archivio, sulla stampa anarchica e quella di regime, nonché attraverso le testimonianze reperibili.

In particolare, nel 2000, edito dalla Coop. Tipolitografica di Carrara, uscì il bel saggio di Riccardo Lucetti, Gino Lucetti. L’attentato contro il Duce (11 settembre 1926), con prefazione di M. Rossi; mentre nel 2010 è stato pubblicato da Galzerano Ed. il lavoro di Marina Marini: Gino Lucetti, Lettere dal carcere dell’attentatore di Mussolini (1930-1943), con prefazione di C. Venza.

Quest’ultimo contributo storiografico, oltre a ricostruire puntualmente la vita e l’azione dell’anarchico di Avenza, raccoglie numerose lettere che lui scrisse ai familiari durante la lunga e durissima carcerazione nelle galere di Portolongone, Fossombrone e nel penitenziario di S. Stefano (definito come la Cajenna italiana), una vetusta costruzione di origine borbonica ma con moderna struttura panottica. Marina, nel presentare con partecipazione e rispetto storico la corrispondenza privata di Gino, ha cercato di coglierne oltre alle convinzioni ideali anche la dimensione psicologica durante oltre 17 anni di segregazione, ed è un tentativo importante in quanto parte integrante della sua lunga resistenza. Sul filo coerente di tale attento e sensibile studio filologico, Marina ha provato ad immaginare la lettera che Lucetti non ebbe il tempo di scrivere, riuscendo ad offrirci un suo veridico testamento, privo di retorica e lontano da certe ricostruzioni romanzesche; d’altra parte, le ultime parole di Lucetti testimoniano solo l’ansia di fare ancora la sua parte nella guerra contro il fascismo: “il tempo passa ed ho paura di non arrivare in tempo”.

emmerre

Umanità Nova n17 maggio 2011 Come ti delegittimo la Resistenza …e gli anarchici di Mauro De Agostani e Franco Schirone

22 novembre 2011
È ormai in corso da anni un’opera di riscrittura della storia della Lotta di Liberazione inaugurata, tra l’altro, dai libri di successo di Giampaolo Pansa sulle presunte “atrocità” della Resistenza.

In questo fortunato filone edtoriale si inserisce ora l’opera di Stefano Fabei, I neri e i rossi: tentativi di conciliazione tra fascisti e socialisti nella repubblica di Mussolini, Mursia, 2011.

L’oggetto del libro è la serie di contatti che, negli ultimi mesi di guerra, avvengono tra esponenti dell’ormai agonizzante repubblica di Salò, ambigui ex antifascisti come Edmondo Cione, Pulvio Zocchi e Carlo Silvestri, esponenti della Curia e della borghesia milanese, finalizzati ad ottenere un pacifico trapasso dei poteri prima dell’arrivo degli Alleati.

Quanto sia “oggettivo” lo storico è dimostrato dal fatto che, mentre non spende una sola parola (ma nemmeno una) sulle atrocità nazifasciste, non perde occasione di dilungarsi sui presunti eccidi commessi dai partigiani. Eccolo discettare sulle “effettive dimensioni della strage” su “bagni di sangue e vendette indiscriminate” (p. 2), “caccia all’uomo: stupri e rapine […] stragi che fecero ammucchiare i cadaveri sulle strade del Nord. […] migliaia e migliaia di morti “ (p. 3-4)

Insomma – secondo Fabei – mentre il fascismo repubblichino tentava generosamente di rispondere “all’ansia del Paese, aspirante, al di là delle lotte fratricide, a quella che si può definire una sorta di ‘palingenesi nell’amore e nella concordia’” (p. 13) sarebbero stati gli antifascisti “in una tremenda sequela di omicidi politici […] a far scoppiare una guerra fratricida […] attraverso l’uccisione di innocenti. A distanza ormai di oltre mezzo secolo dai fatti, da più parti è riconosciuta la tremenda serie di delitti di cui si resero responsabili, spesso sotto semplice pretesto politico, alcuni criminali che dicevano di agire per la libertà o per il socialismo” (p. 18-19) tutto questo (ohibò!) “obbedendo alle direttive degli Alleati” (p. 19).

In tutto il libro lo storico glissa completamente sul fatto la RSI fosse semplicemente uno strumento nelle mani degli occupanti nazisti (i tedeschi compaiono sempre sullo sfondo, mai in un ruolo di primo piano).

Non avremmo necessità di occuparci ulteriormente di questo libro se non vi comparissero, tra i personaggi principali, il socialista Corrado Bonfantini, comandante delle formazioni partigiane “Matteotti” e, al suo seguito, Germinal Concordia neofita dell’anarchismo (da cui uscirà già nel 1946) ed esponente di spicco delle brigate libertarie “Malatesta Bruzzi”.

I fatti narrati sono tutti già noti. Ricordati dalla memorialistica parafascista nell’immediato dopoguerra, oggetto di una ricostruzione da parte dello stesso Concordia nel 1975, limpidamente ricostruiti da Cesare Bermani nella sua opera su Bonfantini[1].

Basterebbe citare in proposito quanto scritto sul Dizionario biografico degli anarchici italiani: Concordia “insieme al socialista Corrado Bonfantini intesse segreti contatti con esponenti fascisti, tra questi il questore di Milano Alberto Bettini, desiderosi di prendere le distanze dai vertici della RSI. Scopo dei contatti stabiliti da C. è quello di favorire un’insurrezione a carattere socialista prima dell’arrivo degli Alleati, guadagnando così maggiore possibilità di manovra e anche, molto verosimilmente, quello di ottenere la liberazione di compagni detenuti e di infiltrare uomini nelle file dell’avversario in posti chiave. In effetti, numerosi prigionieri vengono liberati, in particolare, nell’ottobre 1944, quelli detenuti dalla famigerata banda Koch a Milano.”

Come già ricordava Claudio Pavone nel suo ormai storico saggio[2] la Resistenza è un intreccio inestricabile di guerra patriottica, guerra civile e guerra di classe in cui ampi settori delle masse popolari, gli anarchici, la sinistra socialista e comunista sperano di poter “rompere le regole del gioco” trasformando la guerra in rivoluzione.

I contatti di cui parliamo sono indubbiamente il risultato di un esasperato tatticismo che se sicuramente produttivo sul piano dell’azione immediata (l’ampia infiltrazione delle “Matteotti” nelle forze fasciste risultò assai utile per la preparazione dell’insurrezione) appare poco sostenibile sul piano etico e politico.

Certamente nessuno storico ha mai criticato Togliatti per “l’appello ai fascisti” del 1936 in cui il PCI dichiarava di fare proprio “il programma fascista del 1919” e ben pochi hanno criticato Stalin per l’accordo con Hitler del 1939, ma come anarchici abbiamo la necessità di avere standard etici più elevati. Non a caso Armando Borghi, giunto a Milano alla fine del 1945, stigmatizzava il “doppio gioco tutto speciale sorto in Lombardia, attorno alla repubblichina promettente… la socializzazione delle proprie ceneri”[3].

Quello che qui ci interessa però è che, rispetto a questi eventi già chiariti, Fabei dà una lettura ed una interpretazione per così dire “nazifasciste” cercando di mostrare consonanze, se non identità, tra i “rivoluzionari” di destra e quelli di sinistra, tra la socializzazione repubblichina e le istanze di rivoluzione sociale degli antifascisti.

Un abbraccio mortale in cui si cerca di annullare ogni differenza e che costituisce un nuovo, più raffinato, passaggio nella decostruzione della storia della Resistenza e, in questo caso, di quella delle sue frange rivoluzionarie. Per rispondere a questo attacco e per ristabilire la verità ci impegnamo, riprendendo il filo di vecchie ricerche, a produre nei prossimi mesi una storia complessiva della lotta degli anarchici milanesi contro il fascismo.

Mauro De Agostani e Franco Schirone

[1] Cesare BERMANI, Il “rosso libero”. Corado Bonfantini organizzatore delle Brigate “Matteotti”, Milano, Fondazione A. Kuliscioff, 1995

[2] Claudio PAVONE, Una guerra civile. Saggio storico sulla moralità della Resistenza, Torino, Bollati Boringhieri, 1991.

[3] Armando Borghi, Conferma anarchica (due anni in Italia), Forlì, L’Aurora, 1949, p. 71

Umanità Nova n16 maggio 2011 Ricordare Serantini: riflettere sull’oggi di Luca

22 novembre 2011

Si è svolta il 7 maggio 2011 a Pisa una manifestazione in memoria di Franco Serantini, anarchico ucciso dalle forze di polizia durante una contestazione ad un comizio fascista nel 1972.

La giornata ha visto la partecipazione di molte associazioni e gruppi pisani ed è stata significativa la presenza ed il contributo delle anarchiche e degli anarchici che hanno costruito e partecipato alla giornata. I compagni di Livorno hanno partecipato con uno striscione contro la repressione per far emergere il teorema repressivo che sta colpendo i compagni/e fiorentini/e, mentre altri gruppi come il Kronstadt Toscano hanno dato il loro contributo sia nell’organizzazione della piazza che nell’organizzazione del corteo che si è mosso da piazza San Silvestro, per noi piazza Serantini, verso la festa del Distretto di Economia Solidale, presente in questi giorni a Pisa. In piazza i/le compagni/e del collettivo Antipsichiatrico e Zone del silenzio hanno esposto una mostra sugli omicidi e la repressione di stato. Si è voluto così denunciare la condizione degli uomini e delle donne migranti rinchiusi nei Centri di Identificazione ed Espulsione; gli episodi di percosse e violenze subite in carcere da parte di molte vittime di Stato, alcuni con tragici epiloghi, come nel caso di Marcello Lonzi; le ingiustizie e la repressione che subiscono costantemente uomini e donne negli Opg, anche in questo caso fino ad incontrare la morte come mostra la vicenda di Mastrogiovanni. La presenza in piazza Serantini ha avuto inoltre lo scopo di avvire un percorso più lungo di mobilitazione contro la variante urbanistica decisa dal comune di Pisa che prevede il taglio di tutti i pini della piazza in una delle poche aree verdi del centro città, la cementificazione di tutta l’area, l’installazione di un obelisco in omaggio alla Scuola Superiore Normale di Pisa e lo spostamento della lapide a Serantini, attualmente situata al centro della piazza. Con questa iniziativa abbiamo anche voluto affermare l’importanza culturale della memoria collettiva, per contrastare le pretese egemonie su ciò che è cultura con la C maiuscola e ciò che non lo è. Come di fatto ha cercato di fare la Scuola Normale, almeno per quanto riguarda il caso di piazza Serantini. Infatti a 39 anni dall’assassinio di Franco, ricordare il 7 maggio 1972, data ufficiale della sua morte, potrebbe sembrare sterile retorica o una semplice ricorrenza. È invece necessario, oggi ancora più di ieri, rammentare la sua morte, per continuare a tenere viva, non solo la memoria storica ma la volontà di lottare per un mondo diverso, per una società migliore: antiautoritaria, egualitaria, libera. Oggi ricordare è fondamentale per impedire che per fini meramente auto-celebrativi, le istituzioni (Scuola Normale Superiore di Pisa, coadiuvata dal Comune) cancellino la memoria storica e politica della città. Questa opera di rimozione serve solo alle istituzioni per agire indisturbate ed in un clima di pacificazione sociale nella realizzazione dei loro interessi, puramente speculativi, almeno per ciò che concerne il caso delle 60 varianti urbanistiche promosse dal Comune di Pisa, in cui rientrano anche le modifiche a piazza Serantini. L’unica proposta del comune risulta ancora una volta quella di una città vetrina svuotata da qualsiasi valore sociale, storico e culturale.

Siamo scesi in piazza nuovamente il 7 maggio per ribadire che per noi piazza San Silvestro è già Piazza Serantini.

Luca