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1969 12 17 Messaggero – Un comunista anarchico. di Anarchici di Milano riuniti in assemblea straordinaria il 16-12-1969

23 ottobre 2015

1969 12 17 Messaggero – Un comunista anarchico

Un comunista anarchico

 

 

Milano. 16 dicembre – Un comunicato sulla morte di Giuseppe Pinelli è stato diffuso oggi pomeriggio, in testo dattiloscritto su carta non intestata, dagli «anarchici di Milano riuniti in assemblea straordinaria il 16-12-1969». Il comunicato reca: «Il compagno Giuseppe Pinelli, comunista anarchico, è morto. La polizia dice che si è ucciso. Se di suicidio si tratta, di questo sono responsabili coloro che lo hanno perseguitata e vilipeso, ponendolo sullo stesso piano degli assassini fascisti. Qualsiasi accusa rivolta al compagno Pinelll è pura follia. Questa morte è l’ultimo tragico episodio dell’infame congiura reazionaria che vede nella provocazione criminale dei fascisti, nella persecuzione e nell’insensata diffamazione degli anarchici i primi passi verso una generale repressione autoritaria di tutto il movimento operaio e rivoluzionario. Nessun anarchico può essere sospettato della bestiale provocazione di piazza Fontana. Chi si presta a questi sospetti è complice degli attentatori. Per ogni anarchico che cade, un altro prende il suo posto. No pasaran!».

 

 

 

 

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1969 12 17 Messaggero – Le indagini a Roma. Altri nove fermati, tra cui due minori e una ragazza di Sandro Osmani.

23 ottobre 2015

1969 12 17 Messaggero - Le indagini a Roma di Sandro Osmani

Le indagini a Roma

Una testimonianza decisiva: un tassista milanese trasferito in aereo a Roma ha riconosciuto nell’ex ballerino in stato di fermo un cliente da lui accompagnato alla Banca dell’Agricoltura poco prima del micidiale scoppio L’uomo era entrato nell’istituto di credito con una borsa e ne era uscito senza – Altri nove fermati, tra cui due minori e una ragazza

di Sandro Osmani

 

Uno è già stato denunciato per concorso in strage. E’ un ex ballerino della RAI-TV, Pietro Valpreda, di 36 anni, ed è a Regina Coeli. Gli altri sarebbero già nelle mani della polizia. Sono tutti estremisti di sinistra, anarchici, sovversivi. Praticamente non hanno ormai scampo, gli scellerati dinamitardi che hanno compiuto la orrenda strage di Milano e gli ignobili attentati a Roma, ed il Paese intero potrà in breve trarre finalmente un sospiro di sollievo. Le indagini condotte a ritmo serrato, come non mai, sono giunte ad una svolta, e la conclusione potrebbe avvenire da un momento all’altro. Dopo il drammatico suicidio dell’anarchico che, ormai alle strette si è gettato l’altra sera dalla finestra della Questura di Milano, la attenzione degli investigatori è ora tutta puntata su Roma dove nove persone, quasi tutti giovani studenti e con essi una donna, sono in stato di fermo e seriamente sospettati di aver organizzato e compiuto i mostruosi attentati. Tra essi si ritiene siano uno dei «corrieri della morte», cioè chi portò praticamente a Milano la bomba fatta esplodere nella Banca dell’Agricoltura, e forse colui che depose e fece esplodere l’ordigno nell’istituto di credito.

La posizione giudiziaria di queste persone – due sono minorenni e sono all’Istituto Gabelli – si deciderà tra qualche giorno, allorché scadrà il fermo giudiziario e il magistrato potrà vagliare tutti gli elementi raccolti dagli investigatori. Si cerca di stabilire infatti pure se i sospettati degli ultimi attentati siano responsabili anche dell’esecuzione dei colpi compiuti ai danni degli otto convogli ferroviari l’agosto scorso, e degli attentati al Palazzo di Giustizia e al Ministero della P.I. Sembra accertato, comunque, che la centrale dei dinamitardi fosse proprio a Roma e che ad agire a Milano sia stato un «commando» partito dalla capitale.

La svolta decisiva è stata consentita da una preziosa testimonianza, quella di un tassista milanese che ha ricordato il volto di uno strano cliente il quale aveva utilizzato il suo automezzo per recarsi alla Banca dell’Agricoltura. Il tassista, che si chiama Cornelio Rolandi è stato subito trasferito in aereo da Milano a Roma, per riconoscere di persona il misterioso cliente che egli aveva visto entrare nella Banca con una borsa ed uscirne in fretta senza quasi subito.

Cornelio Rolandi è stato accompagnato nella nostra città dal capo della squadra politica della questura milanese dr. Allegra e dal tenente dei carabinieri Ciancia. Il teste prezioso si era presentato ieri l’altro al comando della legione dei carabinieri di Milano prima dell’annuncio della taglia, affermando di aver accompagnato il giorno dell’attentato un giovane fino alla Banca dell’Agricoltura. Il tassì era stato preso in affitto a poche centinaia di metri dalla banca; il cliente aveva fatto fermare l’auto all’angolo di Via S. Clemente dieci metri oltre l’istituto di credito, e dopo aver detto all’autista di attendere era tornato indietro entrando nel portone della banca con una borsa, uscendone senza, in fretta, subito dopo. Ripreso il tassì, aveva ordinato di «andare avanti» senza specificare un indirizzo, e percorsi poco più di 100 metri aveva fatto fermare il tassì, aveva consegnato 600 lire all’autista ed era sceso di corsa. La singolarità dell’episodio aveva colpito il Rolandi il quale dopo l’eccidio si era affrettato ad avvertire i carabinieri. Il teste aveva descritto ai Carabinieri il suo cliente in modo preciso e nella descrizione il colonnello Favalli aveva ritenuto di riconoscere il Valpreda fermato in precedenza e trasferito successivamente a Roma. Il tassista è stato quindi condotto in fretta nella nostra città per un riconoscimento formale e per un confronto alla presenza del magistrato che si è dimostrato decisivo. Il tassista insomma ha riconosciuto anche di persona il Valpreda.

Appena sceso dall’aereo a Fiumicino Cornelio Rolandi è stato, diciamo così preso in consegna dal colonnello dei carabinieri Brunelli ed è salito a bordo di una Giulia blu e condotto alla caserma di Piazza San Lorenzo in Lucina e successivamente in Questura; a nessuno è stato consentito di avvicinarlo né di fotografarlo.

Confronto positivo

Il confronto tra il tassista ed il suo cliente ha avuto luogo nel tardo pomeriggio al Palazzo di Giustizia nell’ufficio del sostituto procuratore della Repubblica dr. Occorsio che dirige l’inchiesta. Verso le 18,30 sono giunte in P. Cavour due «Giulia» una bianca e una blu. Dalla prima, evidentemente una scorta, sono scesi il colonnello Brunelli e il maggiore Alferano dei Carabinieri ed il dr. Provenza, dalla seconda alcuni agenti hanno fatto scendere un giovane di bassa statura, coi capelli radi, appunto il Valpreda, che è stato rapidamente accompagnato nell’interno del «Palazzaccio». Dopo che il confronto era risultato positivo, il magistrato ha formalmente contestato al Valpreda il reato di concorso in strage, rinviando l’imputato al carcere.

A Pietro Valpreda sono stati contestati i reati previsti dagli articoli 110 (concorso) e 422 (strage) del Codice Penale. Per coloro che concorrono nello stesso reato, come è noto, è prevista la stessa pena, che appunto per il reato di strage è l’ergastolo.

Alla «ricognizione giudiziaria», come è definito il confronto, hanno partecipato oltre ai funzionari e ai carabinieri anche un legale, l’avv. Guido Calvi, un esponente del PSIUP, che assiste l’indiziato. La presenza del difensore in determinati atti compiuti nel corso delle indagini di polizia giudiziaria è prevista in seguito ad una sentenza della Corte Costituzionale che lo scorso anno abrogò talune norme del codice di procedura tra cui quella che escludeva l’avvocato nella fase primaria dell’inchiesta. Il magistrato ha successivamente ricevuto nel suo ufficio anche un altro dei fermati, un giovane con la barba che un’ora più tardi è stato inviato all’Istituto Aristide Gabelli, evidentemente perché minorenne.

Si ritiene che il Valpreda sia il «corriere», cioè colui che avrebbe portato la bomba già confezionata da Roma a Milano per consegnarla al compagno il quale avrebbe poi provveduto a collocarla e a farla esplodere nella banca. Si tratta di un singolare personaggio con un sinistro nomignolo. Ha 36 anni ed abita a Milano in via Giordano Orsini 9. E’ un ex ballerino professionista che ha preso parte a molti spettacoli della RAI-TV e nel suo ambiente lo chiamano «il cobra». Tale soprannome gli è stato affibbiato in seguito ad una delle sue imprese di «contestatore» professionista; durante uno spettacolo «borghese» a Milano il Valpreda gettò in sala alcuni rettili provocando comprensibilmente il terrore tra i presenti. Anche il Valpreda appartiene al circolo anarchico milanese di cui era un esponente il Pinelli, l’uomo che si è gettato dalla finestra della questura. Alle ideologie anarchiche il ballerino era giunto, da quanto si è appreso, dopo essere stato comunista ed essere successivamente passato attraverso esperienze «beat». Il giovane è molto conosciuto a Roma nei bar di via del Babuino e ovviamente negli ambienti della RAI-TV dove, quando era a Roma, si recava per il suo lavoro. Recentemente il giovane aveva abbandonato la professione di ballerino poiché affetto da morbo di Burger alle gambe. Viene descritto come un personaggio avventuroso, irrequieto, sempre circondato da amici e da amiche. Il Valpreda è uno degli anarchici che partecipò allo sciopero della fame davanti al Palazzo di Giustizia di Roma nel mese scorso per protestare contro l’arresto avvenuto a Milano di alcuni suoi compagni di fede accusati di un attentato dinamitardo contro la Fiera di Milano.

L’ex ballerino della RAI-TV era stato posto nella lista di coloro da interrogare nella stessa serata di venerdì, subito dopo gli attentati, ma era risultato irreperibile a Roma. Alcuni carabinieri, pertanto, sono subito partiti per la città lombarda e lunedì mattina hanno rintracciato il Valpreda, lo hanno fermato traducendolo nella stessa serata nei locali della nostra questura.

Molti dei fermati appartengono al circolo anarchico «Bacunin» che ha sede in via Baccina e che fa capo al «Movimento Rivoluzionario XXII Marzo», cioè la data dell’occupazione dell’Università di Nanterre da parte degli studenti guidati da Chon Bendit durante il «maggio francese». La donna è una tedesca che faceva la parrucchiera ad Amburgo, era entrata in Italia clandestinamente e viveva con gli anarchici.

Ammissioni

Dalle indagini è risultato che il Valpreda è partito per Milano l’11 dicembre, il giorno precedente agli attentati, alle 16,30 con la propria «500» targata Milano. Ha viaggiato tutta la notte ed è giunto nella capitale lombarda all’alba. Si è recato a dormire qualche ora presso la zia. Nel pomeriggio del 12 il tassista Rolandi lo ha preso a bordo del proprio taxi nei pressi di Piazza Fontana mezz’ora prima della micidiale esplosione alla banca. L’ex ballerino ha risposto alle contestazioni degli investigatori e del magistrato ammettendo il viaggio ma negando la sua partecipazione agli attentati. Non ha presentato un alibi che abbia qualche consistenza, ed ha ammesso comunque di essere stato molto amico dell’anarchico Pinelli che si è ucciso l’altra notte.

La polizia ritiene anche che Pietro Valpreda, una volta giunto a Milano, si sia incontrato con l’anarchico Giuseppe Pinelli e che i due amici abbiano concertato gli ultimi ritocchi del piano criminoso che doveva essere posto in atto poche ore dopo. Si suppone infatti che il crollo psichico che ha indotto il Pinelli ad uccidersi mentre lo stavano interrogando negli uffici della questura milanese è avvenuto allorché all’anarchico sono stati contestati i suoi legami con il Valpreda e gli è stato detto, per indurlo a delle ammissioni, che il suo amico aveva già confessato. Il «cobra» aveva anche precedenti penali: una rapina compiuta quando aveva 18 anni e per la quale aveva scontato 4 anni di carcere; una rissa in una trattoria di Trastevere a Roma che era stata sedata da due carabinieri che si trovavano nel locale e che intervennero accompagnando il Valpreda al commissariato di P. S. Trastevere; una denuncia per offese al Capo dello Stato e al Pontefice con materiale di propaganda ingiurioso.

Quando l’altro giorno è stato
fermato dai Carabinieri a Milano,
il «cobra» era appunto al Palazzo di Giustizia dove era stato convocato per una di queste pendenze giudiziarie. Fu trasferito il
giorno stesso a Roma in treno sotto buona scorta e consegnato all’Ufficio politico che lo ricercava
per interrogarlo.

Secondo gli elementi raccolti dall’Ufficio politico della Questura – nelle indagini si sono particolarmente impegnati oltre al dirigente dott. Provenza, anche i funzionari Improta e Noce – i fermati avrebbero tutti collaborato nella preparazione degli ordigni e del piano criminoso ed avrebbero partecipato in parte all’esecuzione. Ancora non è stato stabilito dove le bombe furono confezionate e dove furono acquistate le borse di finta pelle in cui vennero nascoste le micidiali cassette esplosive. Le borse del tipo identificato sono vendute oltre che a Milano, a Roma e in altre città.

Quanto alla piantina rinvenuta a casa della zia del Valpreda e che si riteneva fosse di una banca milanese, è stato invece accertato che si riferiva ad un istituto di credito di Roma evidentemente «posto in elenco» dai dinamitardi.

Circa i motivi che possono aver indotto i dinamitardi ad agire, il dott. Provenza si è limitato a dire: «Tutti conoscete cosa pensano gli anarchici della società in cui vivono! Non c’è bisogno di aggiungere altro! Sono stati mossi dalla stessa ideologia anarchica e da null’altro!». La condizione sociale ed economica di alcuni dei fermati, d’altra parte, è tale che non rende comprensibile in termini comuni qualsiasi protesta, tanto meno una mostruosa come quella che ha fatto scorrere tanto sangue.

In Questura le indagini continuano. E’ una tappa, non è la méta, è stato osservato. Anche il magistrato pur trincerandosi dietro il necessario riserbo ha lasciato intendere che l’inchiesta è tutt’altro che conclusa e potrebbe essere suscettibile di altri e più clamorosi sviluppi. Si ha l’impressione che il Valpreda fosse un «disperato» che ha finito col trascinare e travolgere nel mostruoso disegno i suoi compagni, specialmente i più giovani ed inesperti. Funzionari dell’Ufficio politico della Questura di Roma due notti fa si sono recati a Pescina, presso Avezzano, ed insieme ad agenti del commissariato locale hanno rintracciato uno studente universitario per accompagnarlo nella Capitale. Lo studente del quale viene taciuto il nome, vive solitamente a Roma per gli studi, ma nei giorni scorsi aveva abbandonato precipitosamente la Capitale per far ritorno alla cittadina natia. Secondo quanto avrebbe affermato la padrona della stanza mobiliata nella quale il giovane abitava qui a Roma, lo studente aveva rifiutato di chiamare un medico per curarsi alcune ferite riportate al volto in circostanze misteriose.

1969 12 17 Messaggero – Il Questore: «Tutti bravi». Dopo l’incriminazione per concorso in strage di Pietro Valpreda, il questore di Roma dottor Parlato ha fatto ai giornalisti le seguenti dichiarazioni

23 ottobre 2015

1969 12 17 Messaggero - Il Questore- «Tutti bravi»

Il Questore: «Tutti bravi»

 

Dopo l’incriminazione per concorso in strage di Pietro Valpreda, il questore di Roma dottor Parlato ha fatto ai giornalisti le seguenti dichiarazioni:

Come siete arrivati ad arrestare il primo responsabile?

Ecco, io debbo dire che le indagini, come sapete, ebbero inizio immediatamente dopo gli attentati criminali sia a Milano che a Roma. Le indagini non hanno avuto sosta, sono state condotte da ogni elemento, dalla guardia al sottoscritto e al di sopra di me, dal carabiniere al generale, all’ultimo elemento della Polizia o dell’Arma o di altri servizi che hanno collaborato in questa indagine con ogni impegno. I fermati che già abbiamo attualmente da noi e che sono sotto interrogatorio continuano ad essere pressati dalle nostre domande e dagli interrogatori dei nostri funzionari in collaborazione, ripeto, tra la Questura di Milano e quella di Roma e con l’Arma dei Carabinieri.

I fermati sono nove, avete acquisito prove anche ai danni degli altri otto?

Noi possiamo dire questo: le indagini sono iniziate sul conto di alcuni elementi principalmente, e in base a questi elementi sono stati fermati e come sapete sono da circa quattro giorni sotto interrogatorio da parte nostra. Gli elementi raccolti su uno di questi fermati hanno permesso di richiedere alla Questura di Milano il fermo e l’accompagnamento alla Questura di Roma di questo individuo. Subito dopo è stato accertato che un tassista aveva accompagnato un giovane nelle vicinanze della Banca dell’Agricoltura di Piazza Fontana e lì in effetti questo giovane era sceso, aveva preso una borsa, che aveva con se, se ne era andato, si era allontanato, poi era ritornato senza borsa, aveva fatto altri duecento metri con la macchina e poi era sceso nelle immediate vicinanze.

Ora questo stesso fatto il tassista l’ha riferito agli inquirenti di Milano i quali l’hanno accompagnato oggi qua. Stasera possiamo dire che dal confronto, dalla ricognizione che è stata fatta al Palazzo di Giustizia dal magistrato, è stato accertato che il tassista ha riconosciuto in pieno il giovane in quello che noi già da tre giorni avevamo sospettato ed individuato e che già dall’altro ieri si trovava nell’ufficio della questura di Roma.

Scusi, Valpreda, risiede a Roma? E’ stato arrestato a Roma?

Il Valpreda, è stato… adesso non facciamo nomi che indubbiamente tutto questo è ancora coperto da segreto istruttorio. Solo posso dirvi questo: che il Valpreda era stato da noi individuato come facente parte di qualche cosa che girava, diciamo così, attorno agli attentati, già da un giorno o due subito dopo l’indagine. Abbiamo saputo che era partito per Milano ed abbiamo chiesto alla questura di Milano il fermo e l’accompagnamento di questo individuo qui a Roma.

L’accompagnamento è avvenuto, da parte di un funzionario dell’ufficio politico della questura di Milano l’altro ieri. Ieri poi è stato sottoposto a vari interrogatori, ma ha ammesso pochissime cose, comunque, non attinenti all’attentato vero e proprio e poi è venuta fuori la questione del tassista e quindi abbiamo avuto la prova che i nostri sospetti erano fondati.

Dobbiamo riconoscere – ha concluso il questore Parlato – ancora un fatto che è importante: che il tassista ha agito effettivamente con molto spirito civico.

 

1969 12 17 Messaggero – Il drammatico confronto di Paolo Matricardi

23 ottobre 2015

1969 12 17 Messaggero - Il drammatico confronto di Paolo Matricardi

Il drammatico confronto

di Paolo Matricardi

 

Il destino di Pietro Valpreda si è deciso in venti minuti. Tanto, infatti, è durato ieri il drammatico confronto tra il ballerino accusato come uno dei principali responsabili della strage di Milano e Cornelio Rolandi, il tassista milanese che lo accompagnò alla Banca Nazionale dell’Agricoltura poco prima dello scoppio della bomba.

Sono stati venti minuti di ansia e di tensione, decisivi, appesantiti dall’aria di mistero e dall’imponente schieramento di sicurezza predisposto dalle autorità per prevenire qualsiasi incidente. Al Palazzo di Giustizia, all’interno dello ufficio del sostituto procuratore della Repubblica che dirige l’indagine, dottor Vittorio Occorsio, il Valpreda è stato introdotto per primo dal capitano dei Carabinieri Antonio Varisco. Lo attendevano quattro persone che avevano la sua stessa statura e che fisicamente gli assomigliavano. L’indiziato è stato messo loro accanto e, successivamente è stato fatto entrare il tassista. Cornelio Rolandi ha osservato a lungo le cinque persone di fronte a lui, allineate lungo il muro. Poi, senza alcuna esitazione, ha indicato il ballerino al magistrato. A questo punto, la scena si è fatta intensamente drammatica. Pietro Valpreda, a stento trattenuto da alcuni carabinieri, ha tentato di scagliarsi contro il suo accusatore ed ha ripetutamente protestato la sua innocenza, mentre il tassista, dal canto suo, continuava ad additarlo ai funzionari, indicandolo come la persona che aveva usufruito del suo automezzo nel tragico venerdì milanese.

Terminato il confronto, tutti sono stati fatti uscire dall’ufficio del magistrato, tranne l’indiziato, che vi è rimasto ancora a lungo per essere interrogato. L’avvocato Pietro Calvi, difensore del Valpreda, è apparso visibilmente emozionato ed ha subito con stanchezza l’assedio dei giornalisti presenti.

«Non chiedetemi nulla – ha detto il legale. – Il fatto è così grave che non posso rilasciare alcuna dichiarazione senza rivelare il segreto istruttorio. Posso solo dire che c’è stata una ricognizione in mezzo ad altre quattro persone. Io finora ho fatto il mio dovere e tutto ciò che la legge mi consentiva. Ora mi riservo di accettare definitivamente l’incarico di difendere Pietro Valpreda, che è già stato mio cliente qualche tempo fa, non appena avrò esaminato le prove raccolte dal magistrato e non appena avrò parlato con lui».

A questo punto è stato chiesto all’avvocato Calvi perché il ballerino, arrestato a Milano, sia stato accompagnato a Roma insieme con il tassista. «Questo è per me ancora un mistero – ha risposto. – So che Valpreda era stato a Milano perché doveva essere interrogato in merito a un procedimento in corso a suo carico. So che risiede abitualmente a Roma e che saltuariamente si sposta nella città lombarda, dove ha la madre ed alcuni parenti».

Ancora più enigmatico è stato Cornelio Rolandi alla sua uscita dall’ufficio del procuratore Occorsio. Accompagnato dal tenente colonnello dei Carabinieri Salvano e dal comandante del reparto investigativo Brunelli, ha resistito senza scomporsi al fuoco di fila dei flashes dei fotografi ed alle domande dei giornalisti. Il tassista non ha voluto rilasciare alcuna dichiarazione e non ha voluto neppure dire il suo nome. Sempre seguito dai suoi accompagnatori, è salito su un’automobile e si è dileguato nel traffico intenso del Lungotevere.

Ultimo ad uscire è stato Pietro Valpreda. Erano esattamente le 23,10. Vestito di un cappotto marrone, una vistosa sciarpa al collo, si difendeva dai lampi dei fotografi coprendosi il volto con i polsi ammanettati. Fatto salire su un’auto dei Carabinieri, è stato accompagnato a Regina Coeli.

Prima di entrare nel carcere l’ex ballerino ha pronunciato quella che gli è forse sembrata una frase storica: «Mi sono illuso fino all’ultimo! – ha detto in tono tragico. – Pinelli si è ucciso, io vado in carcere! L’anarchia è definitivamente finita!». Oggi sarà nuovamente interrogato.

1969 12 17 Messaggero – I vicini di casa affermano: sembravano persone tranquille. Giuseppe Pinelli e Pietro Valpreda gli anarchici dinamitardi di Massimo Zamorani

23 ottobre 2015

1969 12 17 Messaggero - I vicini di casa affermano B

Giuseppe Pinelli e Pietro Valpreda gli anarchici dinamitardi

I vicini di casa affermano: sembravano persone tranquille

di Massimo Zamorani

 

Milano, 16 dicembre – Da dietro la porta chiusa del secondo piano, scala A, di via Preneste 2, provengono miagolii lamentosi. Il padrone di casa, lo anarchico Giuseppe Pinelli, è morto da neppure dodici ore. La moglie, Licia Rognini, con le figlie Claudia e Silvia di otto e sette anni, sono partite questa mattina, prima che spuntasse il sole. Non si sa quando torneranno. E’ rimasto solo il gatto, dimenticato nella fretta e nella disperazione.

Via Preneste 2 è un complesso di casamenti popolari, abitati da operai e impiegati d’ordine. Sulle scale, strette e scure, dove l’intonaco si stacca a pezzi, capita sovente di porre il piede sugli escrementi lasciati dagli animali domestici. In cortile, quando non c’è scuola, i bambini passano il tempo negli eterni giochi, bellissimi e semplici, che si tramandano da una generazione all’altra. La morte ha bussato ieri notte, alla una, alla porta di casa Pinelli. Quando la signora Licia ha aperto non sapeva ancora che il marito stava agonizzando, dopo essersi lanciato dalla finestra del quarto piano della Questura.

Giuseppe Pinelli, ferroviere di 41 anni, sposato da 15, abitava prima al numero 4 della medesima via. Occupava un appartamento ben noto alla Polizia, poiché lo inquilino che lo aveva preceduto era nientemeno che «Nando il terrone», pilastro della famigerata banda di via Osoppo. Lasciò libero l’alloggio per trasferirsi in galera e subentrò Pinelli. Vi abitò quattro anni. La portinaia non ha dubbi. «Posso solo dire – afferma – ch’era una degna persona». La signora Bice Di Bello, ex vicina, ha avuto modo di compiere accurate osservazioni sul comportamento dei Pinelli. «Lui lo si capiva subito che non era normale assicura – era sempre malvestito, trascurato e aveva la faccia di uno ch’è stato in manicomio. Ecco: aveva una faccia spiritata». Alto circa un metro e settatanta, capelli scuri, lunghi ma non eccessivamente, barba «alla Gesù Cristo», espressione tetra, niente saluti ai vicini; mancia alla portinaia a Natale; possessore di un televisore e di una motoretta. Giuseppe Pinelli non era molto
simpatico ai vicini, perché non
parlava, ma nessuno aveva dubbi
sulla sua condotta.

Da circa un anno e mezzo si era trasferito nel cortile accanto, al numero due. La portiera della nuova casa, signora Colombo, e i vicini non hanno nulla a ridire a proposito dei Pinelli. La signora Farinati, che abita uscio ad uscio, assicura che si trattava di gente tranquilla. Lui era scostante e tetro. Lei, e su questo sono pure d’accordo, è una donna carina, gentile, affabile con tutti, ordinata, madre esemplare: tiene le due bambine sempre in ordine. Curioso contrasto.

Al disordine di Giuseppe corrisponde il lindore di Licia. «Diceva, si e no, buongiorno e buona sera» — spiega la signora Coluccia, del pian terreno della scala B – ma la moglie Licia era un tesoro, sorridente e affabile con tutti». «E poi lavoratrice – aggiunge la signora Bettonica – lavorava tutta la notte a battere a macchina».

Infatti Licia Rognini in Pinelli era impiegata, poi, una volta sposata, aiutava validamente il bilancio familiare scrivendo a macchina le tesi di laurea degli studenti dell’Università cattolica. Sul tavolo di casa Pinelli, in due file ordinatamente distinte, si ammucchiavano le cartelle dei futuri letterati e filosofi della «Cattolica» e i fascicoli anarchici che quotidianamente il portalettere recapitava in via Preneste 2. Le due portinaie sono concordi: nessuno, nelle due unità d’abitazione, ha mai ricevuto tanta carta stampata quanta ne arrivava al Pinelli. Giornali, fascicoli, libri. Di che roba si trattava? Chi può saperlo? In genere erano avvolti in carta, o chiusi in buste e sacchetti. Poi nessuna delle due portinaie ha mai avuto tanto tempo a disposizione da dedicare alla lettura.

Amici capelloni

«Ogni tanto arrivava in compagnia di qualche capellone appuzzonato» riferisce la signora Bice Di Bello, che è pugliese di nascita – ma non si può dire che in casa di Pinelli ci fosse un grande andirivieni. Questa mattina, quando abbiamo saputo dalla radio la sua storia, siamo rimasti tutti di sasso. Non aveva mai parlato a nessuno di politica, andava e veniva ingrugnato e silenzioso». «Quando ho sentito – dice la signora Farinati, veneta (quella che abita porta a porta) – del suicidio e della bomba ho pensato che la prima a cacciarlo, se avesse saputo che la bomba l’aveva lanciata lui, alla Banca dell’Agricoltura, sarebbe stata la moglie».

Pinelli tornava a casa a tutte le ore, anche per via del lavoro e dei turni in ferrovia. Quando arrivava a notte tarda, dormiva fin tardi al mattino e quindi racconta la portinaia – aiutava la moglie: andava a far la spesa al mercato e tornava con le cassette di verdura legate sul seggiolino posteriore della motoretta. «Non raramente, quando era libero dal lavoro – riferisce la signora Di Bello – portava fuori le bambine, tutte due graziose e assai bene educate, tenendole per mano, una da una pare e una dall’altra».

Giuseppe Pinelli, l’uomo che si radunava a sera nella sede dei gruppi anarchici, di mattina andava a comprar verdura per la moglie e nei pomeriggi liberi portava le figliolette ai giardinetti. Lui torvo e trasandato, lei, la moglie, carina allegra e sempre in ordine. Ma andavano d’accordo: dopo quindici anni di matrimonio tutto pareva procedesse liscio. Tanto liscio che la moglie non si attendeva nulla di spiacevole. Proprio nel pomeriggio di ieri aveva ordinato al fruttivendolo di procurarle un albero di Natale, non grande ma nemmeno piccolo, da mettere nel tinello dell’anarchico che già da tre giorni era trattenuto in questura. Lei era andata a trovarlo, aveva potuto parlargli, pareva non ci fosse nulla di grave. Lui l’aveva rassicurata: «Mi trattano bene, sta tranquilla» le aveva detto.

Poi, nella notte, il guizzo improvviso. Ha infilato la finestra (che avevano socchiuso per dar aria all’ambiente intossicato dal fumo di tante sigarette) quasi di tuffo. Era mezzanotte. Il corpo dell’anarchico è rimasto impigliato nell’albero senza foglie che sta nella aiuola della questura, prima di finire sul terreno. Poi due ore di agonia. Infine la rapida comunicazione alla moglie, che è andata ad aprire la porta di casa con gli occhi gonfi di sonno. Dal sonno al terrore, alla disperazione, non è passato che un istante. Infine la fuga, di prima mattina; non ci sarà Natale per Claudia e Silvia Pinelli.

Anche Pietro Valpreda – pare una regola fissa, a proposito degli anarchici – aveva una doppia vita. Nipote affettuoso per la gente, ideologia sovvertitrice chiusa in sé. Anche Valpreda, come Pinelli, non parlava, non dava confidenza a nessuno, non legava, pareva avesse paura che qualcosa potesse uscirgli da dentro.

Trentaquattrenne, ballerino professionista, Valpreda era stato vittima di un infortunio particolarmente duro per chi esercita la sua attività. Gravi disturbi di carattere circolatorio (morbo di Burger) lo avevano costretto a sottoporsi a un complesso ciclo di interventi chirurgici. In un primo tempo sembrava che nessuna possibilità potesse più esserci, per lui, di tornare a ballare sui palcoscenici. Poi, a poco per volta, aveva potuto tornare in teatro. Vagabondo per necessità di lavoro e, ora che si sa anche della sua attività politica, forse anche per prudenza, Pietro Valpreda aveva un porto al quale andava, periodicamente, ad ormeggiarsi: la casa della sua pro-zia (sorella della nonna materna) Rachele Torri, in via Vincenzo Orsini 9-5

La ricompensa

Durante la convalescenza, dopo gli interventi chirurgici subiti, il ballerino ha trascorso un lungo periodo in casa della congiunta, che lo ha assistito come una madre. La signorina Torri fa la guardarobiera in una casa privata ma lavora solamente al mattino.

Poi, una volta ben fermo sulle gambe, Valpreda (il suo cognome, insieme a quello della zia figura nella targhetta affissa all’uscio del secondo piano dello stabile) ha ricominciato il suo andare e venire. Dai primi di settembre, tuttavia, non era più tornato. E’ ricomparso – ricorda la portinaia signora Panini, ferrarese – proprio nella mattinata del venerdì 12. E’ passato in fretta davanti alla guardiola; la portiera, levando, per un istante gli occhi, l’ha – però – riconosciuto. «Non era difficile – spiega – perché Pietro Valpreda vestiva in maniera un po’ strana: calzoni stretti, camicie bizzarre, fazzoletti e medaglioni al collo. Poi, nel pomeriggio, è uscito e non l’ho più rivisto».

Valpreda non dava confidenza a nessuno. Anche per lui – dicono i vicini – tutto si riduceva a un «buongiorno o buonasera». Andava a comprare i giornali ma non indugiava a parlare con il giornalaio. Si fermava un istante al bar ma ne usciva rapidamente. Neppure si è mai commosso davanti alla grazia della figliola della portinaia, cassiera di un calzaturificio in piazza Duomo. Qualche volta incontrava la ragazza alla fermata del tram, la salutava seccamente, faceva il viaggio sullo stesso mezzo senza rivolgerle la parola. La ragazza era la prima a stupirsi della freddezza del giovane.

Aveva una «500» chiara. La parcheggiava davanti alla casa della zia, scendeva agitando la chioma fluente, varcava il portone a testa bassa e lunghi passi. Ma con la zia dicono i vicini – era affettuoso e caro e la donna non vedeva che con gli occhi suoi.

Ieri nel pomeriggio, agenti di polizia in borghese sono andati a cercare l’anziana signora Torri. Sono saliti nell’appartamento e ne sono discesi dopo un paio d’ore.

Chi sono gli anarchici oggi ritornati sanguinosamente alla ribalta? A quanto risulta ben poco essi hanno a che fare con l’anarchia classica, con le congiure di settant’anni or sono. Le sette che si definiscono anarchiche non costituiscono che un settore dell’estremismo di sinistra, di nascita recente. E’ un orizzonte assai vasto – assicura chi studia questi fenomeni sociali – ma la sua popolazione è poco numerosa. A Milano non vi sono più di mille persone ma il loro dinamismo è tale che la geografia politica del settore cambia completamente nel volgere di un trimestre. Sono gli stessi uomini che si riuniscono in gruppi nuovi, si ridividono, si espellono a vicenda, si separano, tornano ad unirsi. Chi cerca di raccapersarsi va incontro, oltre a tutto, a strepitose sorprese: come scoprire che si radunano in un locale il cui affitto è pagato da un autorevole membro di organizzazioni cattoliche e il proprietario è un eminente medico, apprezzato animatore dei più distinti salotti mondani.

1969 12 17 Messaggero – Gli anarchici di papà di Giancarlo Del Re

23 ottobre 2015

1969 12 17 Messaggero - Gli anarchici di papà di Giancarlo Del Re

Gli anarchici di papà

di Giancarlo Del Re

 

Ineccepibile a scuola, insopportabile a casa: questo abbiamo sentito dalla madre e dal fratello maggiore di Roberto Mander, lo studente diciassettenne che si trova fra gli anarchici fermati dalla polizia nel corso delle indagini sugli attentati dinamitardi di Milano e Roma. Del gruppo fanno parte altri due teen-agers: una ragazza tedesca di 19 anni, che si chiama (o è soprannominata) Muky, e lo studente Emilio Borghese, di 18 anni, figlio del magistrato Soffo Borghese. Nessuno dei tre ragazzi è stato ancora incriminato, ci ha detto stanotte il questore di Roma, ma la polizia ha motivo di trattenerli in stato di fermo per completare gli accertamenti sul loro conto e vagliare gli indizi già raccolti.

Roberto Mander è figlio del musicista Francesco Mander che si trova attualmente in tournée in Olanda. La famiglia abita al viale Gorizia 25, in un appartamento arredato con quei mobili, quei quadri e quei tappeti che sono rivelatori di un gusto borghese solido e opulento. In questa casa, così improbabile per un anarchico, lo studente fu preso dalla polizia domenica mattina, cioè trentasei ore dopo quel tragico venerdì che fece inorridire il Paese. La polizia perquisì la stanza di Roberto e sequestrò alcuni manoscritti e certi manifesti ciclostilati. Anche la madre e il fratello del giovane furono interrogati prima a casa e poi in Questura. «Molto cortesemente – precisa la signora Anna Maria Mander, una donna dai grandi occhi azzurri e malinconici. – Gli agenti furono comprensivi e discreti. Procedettero rapidamente, badando a non mettere disordine. Ci raccomandarono di non riferire alla stampa le domande che ci avevano fatte».

Roberto qualche anno fa: eccolo in una fotografia incorniciata in tartaruga su una consolle che è sulla parete di fronte al divano. Un ragazzino biondo, pettinato con la riga da una parte, con gli occhi sgranati e la bocca che non riesce a sorridere. Adesso Roberto è un giovanotto con i capelli lunghi e la barba fluente, trasandato nel vestire fino a sembrare uno straccione. In casa, sono due anni che non parla se non per chiedere «a che ora si mangia?». Per lui suo padre è «l’oppressore», la madre «una cattolica che non capisce niente», il fratello Pietro «un socialdemocratico comodamente integrato nel sistema». A scuola è un altro. Frequenta il secondo liceo, sezione M. al «Giulio Cesare», e non c’è materia che non gli piaccia o nella quale non riesca. Pochi giorni fa, la madre andò a parlare con la professoressa di latino e greco di Roberto e le manifestò le sue preoccupazioni per questo figlio così taciturno e ostile. «Ma lei non esagera?». chiese l’insegnante, incredula.

Il più adorabile dei figlioli

Fino a due anni fa, il giovane era per sua madre il più adorabile dei figlioli. «Le madri dei suoi compagni si complimentavano con me per l’educazione e la gentilezza di Roberto. Alle feste fra ragazzi, per esempio, non è che lui non si divertisse come gli altri, ma era l’unico che non si scalmanava mai. Poi, non so precisamente quando e come, cambiò atteggiamento. Troncò tante amicizie, se ne fece delle nuove, diventò cupo, cominciò a esprimersi con termini complicati e per me incomprensibili. Ma chi ti ha insegnato a parlare così?, gli chiedevo, figlio mio non ti riconosco più. Forse fu quando cominciò a frequentare la libreria Feltrinelli, ma forse fu a scuola che incontrò chi me lo doveva portare via. Ci deve essere qualcuno che va nelle scuole a diffondere idee rivoluzionarie tra i giovani. Posso dirlo? Questo è plagio ».

Pietro Mander, il fratello maggiore di Roberto, «il socialdemocratico comodamente integrato», ha ventiquattro anni e studia orientalismo (lettere). In famiglia, Pietro fu l’ultimo ad avere un dialogo con Roberto, poi anche fra i due fratelli calò il mutismo. «Ultimamente, però, aveva ricominciato a parlare un po’ con me. S’era appassionato di religioni orientali e mi chiedeva informazioni e libri. Voleva trovare notizie sul dio Mitra, il dio testa d’asino, il dio dei poveri. Diceva che la Chiesa e lo Stato ancora lo considerano pericoloso, questo dio degli schiavi romani. S’era appassionato anche di speleologia e si era iscritto a una associazione che sta in via Varese. Studiava le caverne, andava con i suoi amici ad esplorarle. E’ un lettore insaziabile di Nietzsche: secondo me, è stato Nietzsche che lo ha fatto diventare anarchico. Io. invece, sono per Kierkegaard. Questa è la profonda differenza tra la sua e «la mia scelta».

Un giorno tornò e non disse nulla

Nell’ottobre scorso, Roberto si allontanò da casa. «Si allontanò», dice il fratello, non «scappò». Per due o tre settimane, i suoi non seppero niente di lui, poi un giorno tornò e non disse a nessuno dove era stato. In quel periodo, Pietro Mander andò a cercare notizie del fratello al circolo anarchico «Bacunin» in via Baccina. «Non riuscii a sapere niente, non mi fecero neppure salire nella stanza superiore che è una specie di “sancta sanctorum” degli anarchici. Debbo dire che mio fratello aveva stretto amicizia con gentaglia di infimo ordine e che si compiaceva di letture che io giudico idiote, ma debbo anche dire che si è sempre dichiarato contrario alla violenza. Un giorno, quando ancora ci parlavamo, mi portò a una conferenza sul libro di Masini. “La storia degli anarchici italiani”. Seguì una discussione e Roberto era fra quelli che più animatamente contestarono il sistema della violenza. Non sono mai riuscito a capire come un ragazzo intelligente come lui, uno che legge Nietzsche, potesse leggere anche certa robaccia grossolana che portava a casa e conservava gelosamente: opuscoli, libercoli, cose davvero ridicole».

Era ormai parecchio tempo che Roberto non frequentava più la libreria Feltrinelli: disprezzava quell’ambiente, lo giudicava «fasullo». La sua vita si svolgeva fra casa e scuola. Marinò le lezioni solo il giorno della manifestazione dei metalmeccanici a Roma, ma non lo nascose né ai genitori né agli insegnanti. Andò a scuola anche venerdì e sabato scorsi. Quando ieri sera abbiamo detto alla madre che Roberto è indiziato, lei non ha battuto ciglio. «Ma per la bomba al Vittoriano», ha aggiunto Pietro Mander. «E’ grave lo stesso», ha ribattuto la signora Anna Maria. Sia lei che il figlio Pietro non riescono tuttavia a credere che Roberto possa essersi macchiato di tanta vigliaccheria. «Conosce un sacco di gentaccia, conosce anche Valpreda, ma non è il tipo che si mette in imprese del genere», pensa il fratello.

1969 12 17 Messaggero – Chi è Chi è «il Cobra» di Fabrizio Zampa

23 ottobre 2015

1969 12 17 Messaggero - Chi è il Cobra di Fabrizio Zampa

Chi è «il Cobra»

di Fabrizio Zampa

 

Chi è Pietro Valpreda, l’uomo incriminato per il tragico attentato di Milano, colui che, a quanto risulta alla polizia milanese, ha lasciato sotto al tavolo ottagonale del salone della Banca dell’Agricoltura la valigetta imbottita di tritolo che ha seminato morte e sangue uccidendo 14 persone? Trentasei anni, bruno, stempiato, non molto alto, di salute malferma, ha vissuto per metà della sua vita ai margini del mondo dello spettacolo. Dicono che facesse il ballerino. Ma del ballerino Pietro Valpreda non aveva quasi nulla: né il fisico, piuttosto infelice, né l’abilità. Ballava, questo sì, e a Roma frequentava abbastanza spesso la scuola di ballo e la palestra della LABCI, Libera Associazione Ballerini e Coreografi Italiani, in via Monte Zebio 24, a due passi dal teatro delle Vittorie. Non fa parte dell’Associazione perché non è un ballerino professionista: non ha un diploma, non ha mai superato gli esami attitudinali richiesti dai vari settori dello spettacolo, dalla televisione ai balletti classici e così via. Quindi Pietro Valpreda lavorava nell’ambiente dello spettacolo un po’ qua e un po’ là, dove capitava: una «comparsata» in un film un paio di giorni come «figurante» o come generico in teatro o in televisione, qualche rara esibizione come ballerino, ma soltanto in scene di massa, quando non erano richieste una particolare abilità e una particolare prestanza fisica.

Quando non trovava da lavorare nello spettacolo, Pietro Valpreda fabbricava collane e altre chincaglierie hippy, roba fatta con perline colorate e pezzi di latta argentata, che vendeva in giro. Frequentava via del Babuino, i «baretti» dove si riuniscono gli sfaccendati o i disoccupati che riescono a tirare avanti arrangiandosi, rimediando ogni tanto dieci o ventimila lire per girare una scena di massa in un film western.

Nato il 29 agosto del 1933 a Milano, dove vive con la madre in via Vincenzo Orsini 5, Pietro Valpreda cominciò a lavorare nel 1948 nell’avanspettacolo, ballando per poche migliaia di lire al giorno sui polverosi palcoscenici dei cinema -varietà. La solita routine: viaggi in seconda classe, pensioncine buie e sporche, cene a base di caffellatte. Poi le cose si misero un po’ meglio. Compagnie di rivista meno squallide, palcoscenici meno polverosi: un periodo nella balera milanese di Bruno Dossena, addirittura scritture con Carlo Dapporto e Walter Chiari. Ma durò poco. Tre anni fa Valpreda cominciò a sentirsi male. Dolori allo stomaco, continui, insistenti, acuti. Fu un brutto periodo, al termine del quale venne ricoverato in ospedale e operato, nel 1967, per un tumore. Quindi la convalescenza, l’inattività forzata, nemmeno la possibilità di vestirsi da cow-boy e di farsi prendere a pugni da Ringo per qualche biglietto da mille. Circa un anno fa Pietro Valpreda ricominciò a lavorare.

La notizia dell’arresto e della incriminazione di Valpreda è arrivata al teatro Delle Vittorie ieri nel tardo pomeriggio, mentre il balletto di Canzonissima era impegnato nelle prove. La voce si è sparsa in un attimo e ha lasciato tutti sbigottiti. «Non riesco a credere – diceva una ballerina – che uno che fa il nostro lavoro possa essere un assassino». I

«Era un tipo chiuso, riservato, sempre triste – diceva un ballerino. – Non parlava mai di sé, era sempre senza una lira. Qualche volta gli abbiamo anche pagato il pranzo alla mensa di via Teulada. Ma ci è sempre sembrato una persona normale. Un introverso, sì, ma non un pazzo.

Nessuno, negli ambienti dello spettacolo, sapeva delle sue idee o tendenze politiche. «Non gli abbiamo mai sentito dire nulla in proposito – dicono i ballerini di Canzonissima. – Non un commento, un accenno, una proposta a qualcuno di noi. Di politica sembrava non se ne interessasse proprio». L’unico dubbio riguarda un’amicizia di Pietro Valpreda per una ragazza tedesca. Si chiama Daniela B., fa la ballerina e vive a Roma. Maoista, dicono di lei: aveva sempre la borsetta piena di giornali e di manifestini filocinesi e ostentava la sua posizione estremista davanti a tutti. Una volta era andata a lavorare a Palermo con un gruppo di ballerini ed era stata fermata dalla polizia. Anche gli altri, che la conoscevano appena, erano stati interrogati solo perché erano con lei. Pietro Valpreda e Daniela B. erano in contatto, a quanto pare. Giorni fa lei l’aveva cercato a lungo pregando i conoscenti comuni di farla chiamare al più presto. Lui le aveva telefonato. Giovedì scorso, l’11 dicembre. Valpreda era stato visto a Roma. Aveva detto di essere in partenza per Milano, una vacanza per andare a trovare la madre. Aveva anche telefonato a casa, preannunciando il suo arrivo come un qualsiasi bravo ragazzo che va a riabbracciare la mamma.

Pietro Valpreda, nonostante la sua sfortunata carriera nel mondo dello spettacolo, non era poi un cattivo attore. E’ riuscito infatti a nascondere a tutti coloro che erano in contatto con lui per motivi di lavoro le sue vere attività. Si era creato una faccia innocente, aveva convinto tutti di essere una vittima della sorte e dell’incomprensione, un povero diavolo che cercava di sbarcare il lunario alla meglio. Invece ne aveva fatte di tutti i colori: una rapina quando aveva diciotto anni, condannato a 4 anni di carcere, una rissa in Trastevere insieme con un gruppo di capelloni, manifestazioni di protesta a non finire, tra cui uno sciopero della fame davanti al Palazzo di Giustizia in occasione dell’arresto degli anarchici milanesi accusati del recente attentato alla Fiera. Era stato anche denunciato, come appartenente a un gruppo «iconoclasta», per offese al Papa, a Milano. A Roma viveva nella pensione «Estella» in via Giolitti, insieme con l’amante, una ex ballerina dello Jovinelli. Si occupava di politica da un bel pezzo: prima comunista, poi hippy, infine anarchico.

Oltre alle collane hippy Valpreda fabbricava anche lampade elettriche, che chiamava «Liberty Tiffany», insieme con Ivo Della Savia, fratello di Pietro Della Savia, l’anarchico incarcerato perché ritenuto responsabile degli attentati alla Fiera di Milano e al palazzo del Senato di Roma. Un’amicizia alla quale nessuno aveva fatto caso, ma che si incastra perfettamente nel mosaico che ora, pian piano, si sta ricostruendo. Solo dopo il suo fermo Pietro Valpreda ha cominciato a scoprire le sue carte dichiarandosi anarchico individualista. Prima nessuno lo sospettava di essere qualcosa di più di un pessimo ballerino o di una comparsa da quattro soldi. Ma adesso tanti piccoli particolari assumono un valore ben diverso. Come, tanto per fare un esempio, il fatto che proprio in occasione di uno dei suoi rari ingaggi in televisione fosse stata trovata al quarto piano del palazzo della RAI una bomba fortunatamente inesplosa. Adesso il quadro si va chiarendo, la figura di Pietro Valpreda si va delineando con sempre maggiore precisione: il ballerino fallito scompare lentamente, sostituito dall’immagine di un uomo che, ben consapevole di quello che stava facendo, è entrato nella Banca dell’Agricoltura di Milano, ha sistemato con noncuranza la valigetta piena di tritolo sotto al tavolo ed è uscito tranquillamente, forse senza nemmeno pensare che di lì a pochi istanti sarebbero morte quattordici persone. L’immagine di un criminale, di una belva umana.

1969 12 17 Messaggero – Arrestati i criminali. Sono estremisti di sinistra gli autori dell’eccidio

23 ottobre 2015

1969 12 17 Messaggero - Arrestati i criminali 1

Sono estremisti di sinistra gli autori dell’eccidio

Arrestati i criminali

L’anarchico Pietro Valpreda ex ballerino della RAI-TV, detto «il Cobra» incriminato per la strage di Milano

 

E’ con senso di enorme sollievo, come se si fosse usciti da un incubo, che l’opinione pubblica ha appreso la notizia dell’identificazione e dell’avvenuto arresto dei biechi terroristi autori dell’efferata strage di Milano.

La sete di giustizia è appagata. Il pesante clima che si era creato negli scorsi giorni, può dirsi spezzato. La fiducia nelle forze dell’ordine, in quelle forze che troppo spesso erano state mortificate nell’espletamento del loro dovere dagli ingiusti attacchi dei partiti di sinistra, è tornata. Ora che ne siamo fuori, possiamo valutare appieno il senso di grave smarrimento da cui era stato colto il Paese all’indomani dell’eccidio di Milano. Ed è proprio alle forze dell’ordine che va attribuito il merito di avere, con opera tempestiva e intelligente, ridato sicurezza alla cittadinanza e alle istituzioni. Sotto lo incitamento di tutti quei cittadini che hanno creduto, anche nelle ore più oscure, nella validità dei princìpi di democrazia e di libertà, lo Stato, finalmente, ha ritrovato se stesso e ha saputo operare giustizia. Lo Stato ha dimostrato di avere nella sua Magistratura, non soltanto uno strumento efficace e sensibilmente operante per concludere, sul piano giudiziario, una delicata indagine, ma anche la suprema garanzia perché piena luce sia fatta su tutti gli aspetti, anche quelli più oscuri, di questa bieca vicenda.

L’autore materiale della strage di Milano, colui che ha portato la bomba da Roma per seminare la morte di innocenti cittadini, si identifica, come lo dimostrano le fotografie che oggi tutti i giornali pubblicano, con quei gruppi di estrema sinistra, di cui le cronache delle dimostrazioni di questi ultimi tempi più volte hanno dovuto occuparsi. Anche gli altri compagni dell’autore materiale della strage di Milano, che hanno partecipato ai criminosi attentati di Roma e di Milano, direttamente o indirettamente, fanno tutti parte di un gruppo estremista di sinistra, a sfondo anarchico, che aveva per fine la violenza, la strage e la sovversione sociale: obiettivi che, purtroppo, hanno potuto portare a termine.

Non possiamo tralasciare di osservare che, negli ultimi tempi, queste organizzazioni estremiste, avevano acquistato una loro operante vitalità, un maggiore spazio per agire, una serie di complicità mai prima d’ora registrate.

Già l’assassinio dell’agente di P.S. Antonio Annarumma può essere considerato, alla luce dei nuovi fatti, come una conseguenza di questo stato di cose, che proprio oggi abbiamo il dovere di ricordare alla pubblica opinione. I partiti di sinistra, e in prima fila il Partito Comunista, pur denunciando a parole le violenze di questi gruppi, tuttavia mai hanno negato la loro protezione e la loro compiacente solidarietà quando, dalle parole occorreva passare ai fatti per mettere questi gruppi nella impossibilità di agire e di nuocere.

Non si voleva rinunciare al vantaggio di sfruttare, sul piano politico, la violenza estremista di queste punte avanzate. Temendo di alienarsi particolari giochi politici, non si è saputo prevenire, con la dovuta fermezza e autorità, gli atti di violenza. Non si è voluto colpire quando il solo fatto di organizzarsi a fini di violenza, costituiva, già di per sé, un reato e quindi materia per essere perseguita dalla legge. Si credeva di cavalcare semplicemente una tigre di carta, ma essa ha fatto sentire la sua mortale unghiata di sangue.

L’«autunno caldo», poi, aveva saputo creare quel clima di generale disfacimento che rappresentava l’ambiente tattico migliore per ogni tipo di manifestazione di violenza e di criminalità da parte di ristretti gruppi di commandos miranti ad aggravare e a sovvertire ancora di più una situazione già tesa.

Purtroppo, la lezione è stata dura. E ciascuno, di fronte alle proprie responsabilità, è chiamato oggi a meditare. La forza dello Stato democratico, il rispetto della Legge, la sicurezza dei cittadini, la garanzia della libertà individuale, sono valori cui non si deve mai venir meno e su cui non si possono fare concessioni o compromessi. I partiti democratici, in questi ultimi mesi, si sono dilaniati fra loro e in loro stessi, in una sterile lotta che porta vantaggio solo a quelle forze politiche che tendono a sovvertire il sistema democratico. Saranno capaci, ora, di trarre le dovute conseguenze da tutto quello che è successo e che, qualche volta, è stato da essi stessi provocato? Lo vogliamo sperare, lo vogliamo ancora credere. I trecentomila cittadini di Milano che hanno seguito i funerali delle vittime innocenti, erano dominati da uno stesso stato d’animo: l’orrore per l’eccidio e il desiderio di giustizia.

Oggi che giustizia è fatta, vorremmo che i politici ricevessero da quella folla che manifestava uno stato d’animo diffuso in tutto il Paese, lo stimolo necessario per operare nel superiore interesse di salvaguardare la pacifica convivenza civile, nella libertà e nella democrazia. Che il barbaro eccidio di Milano rimanga sempre un monito presente in tutti gli animi, particolarmente in questi nostri giorni difficili.

 

1969 12 17 Messaggero – A Milano la svolta decisiva nelle indagini di Giuseppe Columba

23 ottobre 2015

1969 12 17 Messaggero - A Milano la svolta decisiva nelle indagini di Giuseppe Columba

A Milano la svolta decisiva nelle indagini

di Giuseppe Columba

 

 

Il teste «chiave»

La chiave risolutiva l’ha fornita ai Carabinieri uno di quei tassisti che nella cupa mattinata di ieri avevano sospeso il lavoro per portare l’estremo omaggio alle vittime della strage. E’ stato proprio tra la folla silenziosa di piazza del Duomo che Cornelio Rolandi, 47 anni, padre di un ragazzo di 16, abitante a Corsico, un sobborgo di Milano, in via Copernico 1, si è avvicinato al colonnello dei Carabinieri, Favali, e gli ha parlato di quella «corsa» misteriosa. «Erano le 16 del venerdì – ha detto – quando ho preso a bordo un giovane magro, di media statura, dai capelli lunghi. E’ salito in piazza Beccaria e si è fatto accompagnare fino a via Santa Tecla, a poche decine di metri da piazza Fontana. Lì è sceso e mi ha detto di aspettarlo. L’ho visto allontanarsi verso la Banca dell’Agricoltura, portando con sé una borsa che sembrava pesante. E’ tornato dopo un paio di minuti e si è fatto accompagnare in via Albricci. Ha pagato seicento lire e si è allontanato in fretta. Solo adesso ho pensato che non aveva più la borsa».

Dal giorno della strage il tassista si portava dentro quel sospetto terribile. Aveva perso la pace, non sapeva trovare la forza di decidersi. Del suo turbamento, si è accorto ieri mattina un cliente, il prof. Paolucci, funzionario della pubblica amministrazione, che aveva preso il taxi del Rolandi per una corsa in città. La vettura procedeva a strattoni; l’autista era distratto, nervoso. «Cosa c’è, forse si sente male?». «No, mi lasci perdere, ho un peso che non riesco a togliermi». E poi, dopo un paio di battute, la storia di quella corsa, venerdì pomeriggio. Sbigottito, il Paolucci aveva esortato il tassista a presentarsi immediatamente alla Polizia. «Lei ha il dovere di rendere la sua testimonianza; può essere la soluzione di Questo terribile crimine».

Sceso dal taxi, per precauzione, il funzionario aveva preso il numero di targa. Più tardi ha telefonato alla polizia per raccontare quello che aveva saputo. Ma il tassista aveva già avvicinato l’ufficiale dei carabinieri ed aveva riferito la storia che doveva perdere Pietro Valpreda e gli altri anarchici del suo gruppo.

Era una testimonianza scottante. I Carabinieri hanno fatto ripetere la corsa al tassista, metro per metro, compresa la breve sosta in via Santa Tecla: il tassametro, alla fine segnava proprio seicento lire. Nel pomeriggio, con la descrizione sommaria del misterioso passeggero, i carabinieri hanno condotto il tassista in Questura. Sono bastate poche battute per capire che la descrizione si appaiava perfettamente a un giovane anarchico fermato la mattina al Palazzo di Giustizia, su richiesta della Questura romana e fatto procedere subito per la Capitale: Pietro Valpreda, il ballerino. Magro, dal volto angoloso e dai capelli lunghi, l’anarchico ha le movenze lievi di chi ha fatto della danza la sua professione, indossa abiti eccentrici, non passa inosservato. Da Roma, dove risiede da qualche tempo, lo avevano segnalato come uno dei «libertari» più attivi, sospetto di aver partecipato ad altri attentati, in collegamento con numerosi anarchici in Italia e all’estero. Sapevano che doveva presentarsi il lunedì mattina al giudice istruttore Amati, al palazzo di giustizia milanese, per deporre su un processo che lo vede imputato di reati commessi «a mezzo stampa» e di altre accuse. Nel suo «curriculum» si riscontrano un precedente per un’oscura storia per rapina, una rissa a Santa Maria in Trastevere, una denuncia per «offese a Capo di Stato straniero» e per diffusione di stampa clandestina. Era stato preso in un corridoio, all’uscita dall’ufficio del magistrato. L’avvocato che si era allontanato e che al ritorno non aveva più visto il suo cliente, aveva protestato, minacciava di sporgere una denuncia per sequestro di persona.

Quando gli hanno mostrato le fotografie segnaletiche dell’indiziato, il tassista non ha avuto dubbi: «E’ lui – ha detto – ne sono sicuro. Se me lo fate vedere sono certo che lo riconoscerò». Questa mattina, in aereo, Cornelio Rolandi (che si è guadagnato i 50 milioni di taglia) è partito per Roma con il capo dell’Ufficio Politico dott. Allegra e con il tenente dei Carabinieri Ciancio.

A Milano, intanto, la Polizia perquisiva la «500» del ballerino e l’abitazione di una zia che lo ospitava, la signora Rachele Torri, abitante in via Vincenzo Orsini 9, all’interno 5. Nella macchina, secondo notizie non ancora «ufficiali», sarebbero state trovate alcune formule chimiche per la fabbricazione di esplosivi e detonatori e un elenco con i nomi e gli indirizzi di molti anarchici italiani e stranieri. In casa della zia, documenti ancora più compromettenti: le cartine accuratamente disegnate con indirizzi e «spaccati» degli uffici del Credito Italiano su tutto il territorio nazionale e, per ciascuna di esse, la relativa cartina con le indicazioni topografiche.

Le prime notizie cominciavano a filtrare sin dalla mattina, in un susseguirsi incalzante di rivelazioni e di smentite. I giornali della sera uscivano con titoli clamorosi che annunciavano la conclusione dell’inchiesta mentre il questore (vincolato all’attesa del confronto a Roma) faceva leggere comunicati in cui si smentiva praticamente tutto.

Alle 16,30, il Corriere d’Informazione usciva con il titolo a nove colonne: «Gli autori della strage sono stati scoperti?». La Notte, più categorica, annunciava a tutta pagina: «Arrestati gli autori e i mandanti della strage».

Un’ora più tardi, il capo di gabinetto del questore leggeva ai giornalisti questo comunicato: «Come testé comunicato dalla Questura di Roma (si riferiva a una lunga smentita diramata attraverso l’ANSA – n.d.r.) le notizie secondo cui sarebbero stati catturati gli autori dei noti attentati sono prive di fondamento. Si conferma che sono tuttora in stato di fermo alcune persone sul conto delle quali non sono ancora conclusi gli accertamenti. Le indagini proseguono con il massimo impegno di tutte le forze di polizia».

Personalmente, poi, il questore smentiva che il Pinelli prima di saltare dalla finestra della Questura, avesse confessato. «Questo posso escluderlo. Non ha confessato. Se volete dire che il suicidio è un atto di autoaccusa, è un’altra cosa. E’ stata una nemesi, per la quale noi non abbiamo creato nessuna premessa». Sembra che il gesto suicida sia avvenuto subito dopo che uno dei sottufficiali gli aveva fatto il nome del Valpreda. «Il tuo amico Valpreda ha confessato – avrebbe detto il sottufficiale – che cosa aspetti a parlare?». Il Pinelli avrebbe mormorato: «Questa è la fine del movimento anarchico internazionale…» e prima che qualcuno avesse il tempo di intervenire, si è lanciato nel vuoto.

In questo clima drammatico, si presentava nella sala stampa della Questura, accompagnata dallo avvocato Mariani, la zia dell’anarchico sospettato della strage della banca. La signora Rachele Torri, di 66 anni, pensava di potere incontrare il nipote in Questura, non sapeva che era già stato trasportato a Roma.

Il riconoscimento

Mancava il tempo di trarre conclusioni dalle affermazioni della signora Torri, e da Roma era arrivata la notizia che il tassista aveva riconosciuto Pietro Valpreda come il passeggero di quel venerdì pomeriggio; dalla televisione, si annunciava la fine dell’incubo. Il Questore convocava i giornalisti per comunicarlo in forma ufficiale. «Le indagini – ha detto il dott. Guida – non sono ancora concluse. Stiamo passando al vaglio tutti gli appartenenti al gruppo anarchico del «Ponte della Ghisolfa», stiamo cercando eventuali relazioni tra questa organizzazione italiana ed altre analoghe, nel nostro Paese ed all’estero. Non escludiamo nemmeno che dietro gli esecutori vi siano dei mandanti. Li cerchiamo: non soltanto per la strage di Milano, ma anche per altri attentati».

E il Pinelli? Qual è la sua posizione nell’inchiesta? Si è ucciso per non tradire un compagno del suo gruppo, o perché si era reso conto di essere perduto? «E’ stato coerente con i suoi principii – ha detto il Questore – ; se fossi stato in lui avrei fatto la stessa cosa. Quando ha visto che la legge lo aveva preso, si è tolto la vita». Ma è stato lui, il frenatore della stazione Garibaldi, che la moglie e gli amici descrivono come un «puro» idealista, incapace di far male ad una mosca, che ha portato la bomba nella Banca Commerciale? «Non avevamo sospetti sul suo conto – ha detto ancora il Questore – volevamo soltanto controllare i suoi movimenti nelle ore cruciali della strage. E’ stato nel corso dell’interrogatorio che sono sorti i primi dubbi e poi, con il passare delle ore, i primi sospetti. Poi, anche i sospetti sono diventati indizi precisi, soprattutto quando l’alibi che ci aveva fornito è improvvisamente crollato ».

L’alibi del frenatore delle Ferrovie, padre di due bambine di otto e nove anni, anarchico «buono» con la barba e i capelli alla nazarena, doveva essere confermato da due amici di un bar sotto casa e dai camerieri del locale. Uno dei due amici lo ha confermato effettivamente, il proprietario del bar di via Preneste e suo figlio, l’hanno invece demolito.

Il Pinelli aveva detto alla polizia di avere dormito fino a tardi, la mattina del venerdì, perché era rientrato alle sei dal suo turno di lavoro. Verso le 15 era sceso al bar e vi era rimasto fino alle 17,30, le ore cruciali dell’attentato. «E’ vero – ha confermato Mario Magni, detto “Marietto”, abituale frequentatore del locale, pensionato di 55 anni – lo ricordo benissimo. Io ho abitudini di ferro, non posso sbagliare. Quel pomeriggio stavo giocando con un mio amico, il Mario, quando ho visto il Pinelli. Il giorno prima avevo perduto a carte, quel venerdì ho vinto, il sabato ho perduto ancora. Quando il Pinelli è entrato, saranno state le 15,30. Ci ha visti e ha detto: “Posso unirmi a voi? Oggi non lavoro e ho voglia di fare una partita”. Mi era simpatico, si è seduto ed abbiamo cominciato una mano a “scala quaranta”. Lui gioca alto fa rientri di cinquecento lire, ma abbiamo deciso di tenerci più giù; io sono un pensionato, non posso perdere tanti soldi. Abbiamo fatto tre “rientri”, lo ricordo bene: è andato via alle 17 circa ».

Il salto nel vuoto

Ma il proprietario del bar, Pietro Gavioli, 63 anni, e suo figlio Mario di 29, non erano d’accordo «No – hanno detto alla polizia – qui da noi è rimasto solo un minuto. E’ entrato alle 14,30, ha bevuto un caffè corretto, ha detto arrivederci ed è sparito».

Sembrava una situazione difficile, non certo disperata. Invece, durante una pausa dell’interrogatorio, il salto nel vuoto. Un attimo prima un sottufficiale gli aveva detto, ricorrendo al classico, antichissimo trucco di tutte le Questure: «Perché continui a tacere? Il tuo amico Valpreda ha parlato». E il Pinelli, sbiancato in volto, aveva mormorato: «Allora… l’anarchismo è finito». «Il suo scatto è stato rapidissimo – ha detto il Questore – nessuno dei sottufficiali presenti ha potuto fare un tentativo per bloccarlo. Più che ad un interrogatorio da verbalizzarsi, lo stavano sottoponendo ad un sacco di contestazioni». Valpreda e Pinelli, il gruppo anarchico del «Ponte della Ghisolfa», nomi che entrano nella pagina nera della storia italiana. Altri se ne aggiungeranno certamente prima che l’inchiesta sul vile attentato di Milano sia definitivamente conclusa.