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A rivista anarchica n66 Giugno Luglio 1978 L’avvocato del diavolo. Quando la polizia può fermare una persona e condurla in questura? a cura di un compagno avvocato

26 ottobre 2011
A partire da questo numero, un compagno/avvocato risponde in questa rubrica ai quesiti di carattere giuridico che i lettori vorranno porgli. La prima domanda rivoltagli è stata: quando la polizia può fermare una persona e condurla in questura?

Innanzitutto è importante chiarire che nell’attuale situazione dei rapporti di forza tra potere costituito e movimento non ha molto senso chiedersi: “quando può?”, dato che la polizia “può sempre”. Comunque è utile che i compagni conoscano i limiti che il potere si è dato formalmente, non tanto per poter far leva su di essi per ottenere maggiori garanzie, bensì per smascherare ancor di più la contraddizione tra democrazia e potere statale.

Ho detto sopra che la polizia “può sempre”: di fatto questa affermazione, nonostante i limiti garantistici, è vera: infatti i limiti si riferiscono alle motivazioni, non alle situazioni di fatto, per cui basta che la motivazione, anche se falsa, sia in armonia con le previsioni di legge. Esempio lampante di quanto sopra detto è l’art.11 del Decreto cosiddetto antiterrorismo del 21/3/’78 convertito in legge, con alcune modifiche, il 18/5/1978. In questo articolo si dice che la polizia può fermare e condurre in questura chiunque “per il tempo strettamente necessario al solo fine della identificazione e comunque per non più di 24 ore”. È chiaro che la durata del “tempo per l’identificazione” è a giudizio insindacabile della polizia.

Cioè e per fare un esempio pratico: un compagno viene fermato ad un posto di blocco o in una qualsiasi altra situazione (controlli di locali, controlli davanti al tribunale, accertamento di contravvenzioni stradali ecc.), presenta i propri documenti e per una ragione qualsiasi (foto senza barba e capelli lunghi quando il compagno ha la barba o i capelli lunghi; documento non in perfetto stato di conservazione; ed altri futili motivi) l’agente ritiene (a suo insindacabile giudizio) che il documento sia falso o che comunque non ci sia certezza che il compagno corrisponda alla persona indicata nel documento: scatta allora l’art.11 ed il compagno viene portato in questura; ma qui in pochi minuti tutto si chiarisce!!! illusione, perché:

1) bisogna controllare l’autenticità del documento, quindi ricerca dell’elenco dei documenti rubati, telefonate al Comune di rilascio (se è una carta di identità) o alla Prefettura (se è una patente) per controllare se per caso il documento risulta effettivamente rilasciato;

2) bisogna controllare se la foto rappresenta effettivamente la persona fermata: quindi consulto di esperti fisionomisti;

3) e poi perché… rilasciare una persona che si può trattenere per 24 ore?

Ironia a parte è chiaro che non si possono introdurre in tale meccanismo dei limiti garantistici, o comunque che i limiti formalmente esistenti non si possono usare.

Questo per quanto concerne le persone per le quali la polizia non può assolutamente prospettare alcuna ipotesi di reato. Se invece l’agente ha il sospetto che il compagno fermato abbia commesso un reato, allora la situazione peggiora. Infatti a questo punto subentra “il fermo giudiziario” o addirittura l'”arresto”. Per una serie di reati l’arresto in flagranza è obbligatorio:

– tutti i reati la cui pena massima è superiore a tre anni: in pratica tutti i reati di competenza del Tribunale (dal furto aggravato alla detenzione di stupefacenti; dall’oltraggio aggravato alla rapina; dalla resistenza alla istigazione a disobbedire le leggi; dalla ricettazione alla violenza privata ecc.);

– tutti i reati concernenti le armi di qualsiasi tipo (anche improprie);

– per la violazione della diffida. È importante chiarire che per “flagranza” non si intende solo l'”essere presi sul fatto”, ma anche “immediatamente” dopo il fatto o comunque in possesso di cose o tracce pertinenti il reato.

Per altri reati l’arresto in flagranza è facoltativo (sempre a discrezione della polizia, in quanto è assolutamente insindacabile la scelta fatta dalla polizia di arrestare o di denunciare a piede libero):

– tutti i reati la cui pena massima non è inferiore a due anni (dall’oltraggio alla partecipazione ad associazione sovversiva, dagli atti osceni alla lesione personale lieve e non aggravata, dalla violazione di domicilio – quando il proprietario presenta immediatamente la querela – al danneggiamento aggravato; dall’occupazione di casa aggravata – cinque persone di cui una armata o dieci persone anche senza armi, alla truffa ecc.);

– per alcune contravvenzioni: ubriachezza, possesso di arnese da scasso (se si è già stati condannati per reati contro il patrimonio), porto e detenzione di munizioni. In caso di arresto, per i casi suindicati, la polizia deve fare rapporto all’autorità giudiziaria entro 48 ore ed il magistrato deve convalidare l’arresto entro le successive 48: in difetto l’arrestato deve essere scarcerato.

Anche se non c’è la flagranza del reato e neanche la cosiddetta “quasi flagranza”, la polizia può ritenere che ci siano sufficienti indizi (anche qui valutazione assolutamente discrezionale della polizia: se poi gli indizi non erano sufficienti, pazienza!! il magistrato scarcererà, ma intanto uno si passa tre o quattro giorni in carcere) che una persona abbia commesso un delitto e ci sia un fondato (anche qui sempre e solo a giudizio insindacabile della polizia) sospetto di fuga, per cui la polizia può (non deve, anche se di fatto non ci sono problemi di scelta) fermare una persona e trattenerla “per il tempo necessario per i primi accertamenti (quanto tempo? Vale lo stesso discorso fatto in merito all’identificazione) dopo di che deve trasferirla in carcere dandone immediata comunicazione all’autorità giudiziaria, la quale può intervenire anche dopo 96 ore dal fermo.

L’unico limite a questa facoltà di fermare è il tipo di reato: infatti il fermo giudiziario può essere effettuato solo per i reati la cui pena massima sia da sei anni in su (e cioè: partecipazione a banda armata e non partecipazione ad associazione sovversiva, sequestro di persona e non violenza privata, resistenza aggravata e non resistenza semplice ecc.) e per i delitti concernenti le armi da guerra e per le armi comuni il porto e non la detenzione.

Per non creare confusione è importante chiarire la distinzione tra flagranza e “fondato sospetto”: nel primo caso è indispensabile che la persona sia colta sul fatto o comunque nelle circostanze sopra indicate. Per il fondato sospetto, invece non c’è limite di garanzia: basta per esempio che una persona che abita di fronte alla casa di una altra persona dica alla polizia di aver visto dalla finestra che la seconda persona maneggiava un’arma da guerra (avendo già identificato un qualsiasi pezzo di ferro tenuto in mano) ed ecco che per la polizia c’è il fondato sospetto che ci sia la detenzione di una arma da guerra: per cui fermo giudiziario, perquisizione, indagini presso parenti ed amici ove possa essere stata nascosta l’arma, ecc..

È importante, però, sapere che le tre categorie non sono così nettamente separate tra loro: infatti basta attribuire un’aggravante (ad esempio, il numero delle persone – è sufficiente che la polizia nel proprio rapporto indichi che il reato è stato commesso in concorso con altre persone, poi rimaste ignote, per far scattare l’aggravante; poi magari al processo risulterà che quelle persone erano semplici passanti e che non c’entravano niente…) per rendere facoltativo un arresto che invece non poteva assolutamente essere effettuato, rendere obbligatorio un arresto facoltativo e rendere possibile un fermo di polizia altrimenti non ammesso.

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A rivista anarchica n66 Giugno Luglio 1978 Marini semi/libero a cura della Redazione

26 ottobre 2011
Con un telegramma pubblicato su Umanità Nova del 14 maggio, il compagno Giovanni Marini ha informato di esser stato ammesso al regime di semi-libertà: di giorno lavora in una fabbrica come operaio, di notte è costretto a tornare in carcere.

Giovanni, come tutti ricorderanno, è stato condannato a 9 anni di carcere per omicidio preterintenzionale, in seguito ai fatti di via Velia, a Salerno, il 7 luglio 1972, quando il fascista Carlo Falvella rimase vittima della violenza che la sua stessa squadraccia aveva scatenato contro alcuni compagni.

Giovanni è dunque rimasto in carcere 5 anni e 9 mesi e per oltre 3 anni dovrà rimanere in semi-libertà. Siamo venuti a trovarlo, sta abbastanza bene: lo abbracciamo con commozione. Seguiamo il suo caso dal luglio del ’72, con i numerosi processi, le ingiustizie, le provocazioni e le violenze di cui è stato vittima: basti citare il famigerato “letto di contenzione” al quale i carcerieri di Caltanissetta lo tennero legato per 40 giorni nell’agosto del 1973.

Innanzitutto – dice subito Giovanni – voglio ringraziare i compagni per le lotte sostenute: anzi, penso che potrò ringraziarvi tutti solo quando potrò riprendere il mio posto attivamente fra di voi.

E con gli altri processi, in che situazione ti trovi?

Ne ho in corso due, per episodi di violenza di cui sono rimasto vittima nelle carceri di Salerno e di Potenza.

Giovanni ha tante cose da dire, ma per ora preferisce limitarsi a quella che più gli sta a cuore. Ci tengo a far sapere a tutti i compagni – dice – che la dura esperienza attraverso la quale sono passato e che certo non è ancora finita, non ha mutato né i miei sentimenti né le mie opinioni. E spero proprio di poterlo dimostrare al più presto a tutti i compagni, che dalle colonne di A Rivista Anarchica saluto affettuosamente.

A rivista anarchica n66 Giugno Luglio 1978 Valitutti a cura della Redazione

26 ottobre 2011
Il compagno Pasquale Valitutti, arrestato nell’ambito delle indagini sulle attività del gruppo Azione Rivoluzionaria e sempre proclamatosi estraneo ai fatti addebitatigli, si trova ora ricoverato e piantonato presso il reparto tossicologico dell’ospedale civile di Pisa. Valitutti si trova in condizioni di salute preoccupanti. Nel frattempo la magistratura l’ha incriminato per l’attentato al dott. Mammoli – la prima delle azioni attuate e rivendicate da Azione Rivoluzionaria (Pisa, 30 marzo 1977).

Numerosi comitati si sono formati in varie località per denunciare il trattamento carcerario al quale viene sottoposto e per richiederne la scarcerazione. Appelli in suo favore sono stati sottoscritti da numerose forze della sinistra “rivoluzionaria”, da consigli di fabbrica e sindacalisti, da esponenti della sinistra democratica.

Valitutti, come si ricorderà, “fermato” e interrogato nella questura di Milano durante l’assassinio di Pinelli (15 dicembre 1969), sentì chiaramente i rumori insoliti provenienti dalla stanza in cui Calabresi & C. stavano assassinando Pinelli. La sua testimonianza è la più significativa nella ricostruzione di quella tragica vicenda.

A rivista anarchica n66 Giugno Luglio 1978 Nonostante lo svacco di L. L.

26 ottobre 2011
Sono passati solo pochi mesi e già abbiamo una conferma di quanto scrivevamo sul ruolo che avrebbero assunto gli attivisti del Partito Comunista (cfr. “A” 61: “Spie sì, ma per il P.C.I.). Sono nati i “vigilantes rossi”. Nel mese di maggio, infatti, la sinistra ufficiale e i sindacati hanno organizzato “picchetti antiterroristi” in circa duecento punti di Milano tra le 7.30 e le 9.30 del mattino per contrastare “l’offensiva terroristica” e per rivolgere “un appello all’unità, alla vigilanza e alla mobilitazione di massa”. Una risposta ai numerosi “azzoppamenti” di dirigenti politici e aziendali. Una risposta ancora simbolica, ma che lascia chiaramente intravvedere la volontà operativa sottointesa.

Gli operai difendono i loro sfruttatori, i loro antagonisti politici e tutto questo lo chiamano lotta di classe! Quanti significati diversi si possono dare a questa mitica locuzione. Noi, tutto questo preferiamo definirlo interclassista. Ma si sa, gli anarchici di queste cose non se ne intendono, tutti presi a parlare sempre di rivoluzione, quella bella rivoluzione che non viene mai. Via, siamo realistici: la lotta di classe, oggi, è difendere i padroni, fare gli straordinari, accettare i sacrifici. Non ci credete? Allora siete fuori dal “processo storico”. Stakanov, quello si era uno che portava avanti la lotta di classe in modo corretto… glielo aveva spiegato Stalin come fare.

Ma al di là dell’ironia (amara per altro) resta il fatto che i sindacati, decisi a salvare l’economia, stanno operando un’azione a vasto respiro con una capacità di coinvolgimento notevole. Per mesi ci siamo detti delle cose inesatte sulla crisi del sindacato, sull’opposizione operaia e compagnia cantando. L’esperienza dei sabati di straordinario all’Alfa Romeo ci ha dato la prova tangibile della capacità dei sindacati e del grado di accettazione partecipe degli operai. E se i più violenti contro i picchetti formati da anarchici e autonomi sono stati i soliti bonzi sindacali, gli operai comuni ci hanno mandato bellamente a quel paese, tutti interessati a far funzionare la loro bella azienda che produce automobili e deficit. Sembrava un altro pianeta. Negli occhi smarriti dei compagni si leggeva l’inquietante domanda: “Ma dove sono finiti i mitici operai dell’Alfa? L’assemblea autonoma? La famosa combattività che aveva innescato lotte di ampia portata?”. Il gran fuoco si è spento e non sappiamo nemmeno se ci sono delle braci sotto la cenere.

Brutta la realtà, vero? Però illudersi, come fa qualche compagno sarebbe ancora peggio. Non basta dire che all’Alfa i rivoluzionari hanno commesso degli errori (che è vero, ci sono stati) per spiegare questo riflusso, questa atmosfera da anni cinquanta. La crisi economica gioca certamente un ruolo significativo, ma non sufficiente. Altri due elementi esercitano la loro azione e combinandosi con quello precedente danno vita a un composto altamente soporifero.

Il primo è prettamente politico: PCI e sindacati da quando sono al governo hanno accentuato la loro pressione sulle masse lavoratrici per corresponsabilizzarle nella gestione del loro sfruttamento. L’altro elemento è di natura psicologica. Brutta parola, ma che in qualche caso è opportuno usare. Entrando quindi in questa sfera risulta in modo lampante che, passata l’euforia delle assemblee dove tutto si riscopriva, dove nasceva una volontà nuova e dirompente, gli operai sono tornati ai piccoli “grandi” problemi di sempre. Dopo l’ubriacatura, si sono risvegliati con un odioso mal di testa. Meglio pensare alle cose pratiche e al diavolo quei rombiballe che parlano sempre di rivoluzione e ti creano insicurezza, mentre come è rincuorante, convincente, rassicurante il buon sindacalista che ti ripropone il suo ritornello. Brutta la realtà, vero?

I giornali di oggi acuiscono il senso di disagio: “Baffi chiama Lama”. Il Governatore della Banca d’Italia rivolge un invito al ras dei sindacati per salvare la lira “stabile, ma non ancora guarita”; solo lui può aiutarlo, e cosa deve fare questo santuomo? Poca cosa. Deve convincere i suoi operai che non devono guadagnare così tanto. Ma Baffi e un “signore” e preferisce parlare di “contenimento del costo del lavoro”, di “effetti perversi della scala mobile”. La forma innanzitutto, un po’ di savoir faire non guasta. Per un po’ di giorni i leaders dell’opposizione operaia lanceranno parole di fuoco contro questo “ennesimo e pesante attacco padronale alla condizione operaia” poi subentreranno “le necessità del momento particolarmente difficile“, la “situazione non favorevole“, e tutto passerà anche se modificato, giusto per salvare la faccia dei rappresentanti ufficiali dei lavoratori.

Sì, però diciamocelo francamente, di vera opposizione operaia ce n’è proprio poca e cresce solo nella mente di coloro che si credono i suoi rappresentanti. Quel poco di dissenso che permane all’interno delle unità produttive è sostanzialmente riformista e la conflittualità che esprime è tutta all’interno del sistema, mentre l’opposizione “politica” è ripiegata su se stessa alla ricerca di una qualche base su cui legittimare la sua funzione. Brutta la realtà, vero?

Ma forse ci sono ancora delle possibilità. Un esempio, forse banale o forse significativo: un giovane, molto giovane compagno, un volto incorniciato da un cespuglio di barba e capelli perennemente arruffati, i modi bruschi, la voce forte, parla un sinistrese ermetico e allusivo eppure… eppure in lui c’è una carica di rivolta, di volontà distruttiva e costruttiva, una instancabilità senza pari. A volte è preso da scoramento perché “c’è lo svacco”, “perché i compagni non fanno un cazzo”, ma subito si riprende, nuove cose da fare, altri manifesti da attaccare, altre riunioni da fare, altri contatti da prendere, e così via, giorno dopo giorno.

E a ben guardare di compagni così ce ne sono ancora, forse pochi, ma ci sono. “Sono meno dell’uno per cento, ma credetemi esistono” canterebbe Leo Ferrè, e fino a quando ci saranno dobbiamo continuare a costruire le premesse della rivoluzione. Poco importa se ci derideranno dicendo che costruiamo sulla sabbia. Non è vero! Ogni seme gettato nel vento può diventare un fiore, forse il fiore più bello, quello della rivoluzione.