Posts Tagged ‘Aldo Giannuli’

Recensioni Libri

14 gennaio 2012

Recensioni

Recensioni al libro “Il segreto di piazza Fontana” di Paolo Cucchiarelli

Libertaria anno 11 n 3 2009 La strage e il suo doppio di Enrico Maltini

12 giugno 2009 IL SEGRETO DI PIAZZA FONTANA approfondimento bibliografico di Aldo Giannuli

“Il segreto di Piazza Fontana” e il dibattito sul doppio stato: un intervento di Fabio Cuzzola, insegnante di italiano e latino nei licei

19 giugno 2009 Un’occasione persa. “Il segreto di Piazza Fontana” di Paolo Cucchiarelli di Francesco “baro” Barilli e Saverio Ferrari

 10 febbraio 2010 Osservatorio democratico Cucchiarelli replica attraverso Facebook alla nostra nota Gli rispondiamo punto per punto Saverio Ferrari 

A rivista anarchica anno 39 n. 346 estate 2009 Pinelli “vittima due volte” ma Valpreda bombarolo di Luciano Lanza

Umanità Nova n1 gennaio 2010 12 dicembre e dintorni Milano di L’incaricato

20 novembre 2011
Era prevedibile che per il 40° della strage di piazza Fontana si tenessero molte iniziative: quei morti pesano ancora e la ferita, aperta con quella bomba, sanguina ancora proiettando i suoi effetti fino ad oggi. Da parte anarchica molte sono state le energie profuse per ricordare il contesto e per denunciare il senso dell’operazione che, colpendo in primis gli anarchici, intendeva aprire la strada ad un colpo di Stato in stile ellenico sotto l’egida statunitense. Dal 23 novembre all’11 dicembre, nell’ambito di un’iniziativa organizzata ottimamente dai “Partigiani in ogni quartiere” – un coordinamento di realtà nato intorno al Torchiera, nei giorni dell’insediamento in quartiere di Cuore Nero – nostri compagni (Finzi, Lanza e Varengo) insieme a Saverio Ferrari dell’ “Osservatorio democratico sulle nuove destre” e Aldo Giannuli sono intervenuti, a rotazione, in una quindicina di scuole secondarie superiori di Milano e Monza per portare la loro testimonianza e il loro contributo di comprensione di questo crimine di Stato. Diverse migliaia di studenti hanno riempito le Aule magne seguendo, generalmente con molta attenzione, gli interventi dei relatori accompagnati da un video prodotto e commentato dal LAPSUS (Laboratorio di ricerca animato da un gruppo di studenti di Storia della Statale di Milano), da una mostra fotografica e, in almeno 7 scuole, da un bello spettacolo teatrale del CTAS incentrato sulla strage e sull’assassinio del compagno Pinelli.

L’11 dicembre, nel corso delle manifestazioni studentesche e dei partecipanti allo sciopero della Funzione pubblica CGIL, incontratesi a Piazza Fontana, si è tenuto un volantinaggio e la distribuzione di Umanità Nova nei pressi della lapide che ricorda l’omicidio di Pino Pinelli, posta sempre nella stessa piazza.

Per le manifestazioni tenutesi nel pomeriggio del 12 dicembre rimando al resoconto pubblicato sul n. 45 a. 2009 di UN. Nella sera del 12, presso il Leoncavallo Spa, si è tenuta una serata organizzata dal Circolo Ponte della Ghisolfa, che ha visto la partecipazione, oltre di un folto pubblico, di Balilli e Fenoglio, autori di un libro a fumetti su piazza Fontana, Piero Scaramucci, coautore del libro ‘Una storia quasi soltanto mia’ con Licia Pinelli, Roberto Gargamelli e Saverio Ferrari. Nel corso della serata è stato trasmesso una parte del recentissimo video-intervista al Generale Maletti nel quale uno dei principali responsabili dei servizi segreti d’allora conferma la pista statal-ordinovista della strage.

Il 13 dicembre poi trasferta di Lanza, Moroni e Varengo alla Casona di Ponticelli, in provincia di Bologna, ove, organizzato dall’Associazione Primo Moroni e dal Circolo Berneri, si è tenuto un dibattito sul tema, alla presenza di una cinquantina di compagni, seguito da un ottima cena e dallo spettacolo ‘Morte accidentale di un anarchico’ a cura del Circolo Iqbal Masih di Bologna.

Il 14 alle 21 iniziativa allo Spazio Micene, a cura della Federazione Anarchica Milanese e del Micene stesso, con proiezione del video del LAPSUS, corteo per le vie del quartiere con omaggio alla lapide posta sulla casa di Pino Pinelli con l’aggiunta di una targa (“Milano non dimentica 40 anni di ingiustizie, lottando per un futuro migliore, ti ricordiamo per sempre”), i canti del Coro del Micene e l’intervento finale di Franco Schirone sulla figura del nostro compagno assassinato. Un centinaio i partecipanti.

Infine il 15 dicembre, organizzato dal Ponte della Ghisolfa in collaborazione con il Teatro della cooperativa, serata in ricordo di Pino e di Valpreda con interventi teatrali del gruppo del C.S. Baraonda, di Renato Sarti e Paolo Rossi, intramezzati dagli interventi di Mauro Decortes, degli avvocati Luca Boneschi e Gigi Mariani, che hanno ripercorso le fasi della persecuzione antianarchica, di Lello Valitutti che, con un toccante discorso, ha riconfermato la testimonianza di allora, mai raccolta da alcun giudice, di Saverio Ferrari, di un rappresentante dell’Associazione dei familiari vittime della strage di Piazza Fontana e di Massimo Varengo, che ha evidenziato l’insostenibilità della tesi del ‘malore attivo’. Teatro strapieno.

Nella stessa notte poi mentre Valitutti, accompagnato da amici e compagni, si recava in Questura per depositare un mazzo di fiori in ricordo e omaggio di Pinelli, un gruppo di nove compagni del Kollettivo Nuova Resistenza veniva fermato mentre sui muri posteriori della Questura tracciava con lo spray scritte per ricordare non solo l’omicidio di Pino ma anche quelli di Giuliani, di Aldrovandi, del giovane greco Alexis, di Cucchi. Accompagnati in Questura, venivano identificati e uno di loro indagato per ‘imbrattamento’.

L’incaricato

Libertaria n1 ottobre-dicembre 1999 PCI e Stragi La politica del silenzio di Aldo Giannuli

5 ottobre 2011

Quanto sapeva il Partito comunista della strage di piazza Fontana a Milano? E quanto degli altri attentati che l’anno preceduta e seguita?

Il periodo definito della «strategia della tensione» ha visto il Pci vittima dei complotti (che dovevano bloccare il suo ingresso nell’area di governo) oppure anche attento gestore di informazioni preziose non portate a conoscenza dell’opinione pubblica, ma utilizzate come merce di scambio con i responsabili della Democrazia cristiana e dei servizi segreti?

Interrogativi certamente importanti e ai quali ancor oggi non è possibile dare risposte definitive. Ma Aldo Giannuli, professore di storia all’università di Bari e autore, tra l’altro, con Paolo Cucchiarelli, del libro Lo Stato parallelo (1997), ricostruisce i momenti più rilevanti di quella intricata storia e fornisce i primi strumenti per una nuova interpretazione.

Sapeva molto, ma in tantissimi casi ha preferito tacere. Vediamo come e perché, nonostante le enormi difficoltà. Ricostruire, infatti, il ruolo del Pci negli anni della strategia della tensione è uno dei problemi storiografici più seri nell’analisi di quelle vicende. Per la «vulgata» corrente il Pci fu, insieme, vittima dei complotti e principale protagonista della mobilitazione a difesa della democrazia: uno schema che, pur contenendo elementi di verità, si limita ad analizzare solo gli aspetti più evidenti, senza indagare su quelli meno visibili: che cosa sapeva realmente il Pci sulle trame nere? E ragionevole supporre che il Pci non abbia cercato di penetrare l’area eversiva per prevederne i comportamenti? E i sovietici non hanno cercato di fare altrettanto, informandone, almeno parzialmente, i loro compagni italiani? In definitiva: se il gruppo dirigente comunista conosceva aspetti sin qui sconosciuti dello stragismo, perché non li ha denunciati pubblicamente?

Questi interrogativi ne fanno nascere altri: l’azione del Pci si è limitata all’azione pubblica o c’è stata anche una «diplomazia segreta» e a cosa è approdata? A cosa voleva alludere Paolo Emilio Taviani, quando, parlò di un Pci «partito d’ordine» dal 1973? C’è un nesso con la proposta del «compromesso storico»? Il timore di una guerra civile, ha comportato il prezzo di un silenzio che, ancora oggi, pesa?

La risposta a questi interrogativi potrebbe mutare sensibilmente il quadro che, faticosamente, in questi anni è andato definendosi. Ma l’importanza di questa indagine è pari alle difficoltà che la ostacolano: gli archivi del Sismi e del ministero dell’Interno sono depurati, ed ancor più lo sono quelli del Pci, i testimoni scarseggiano, soprattutto fra gli esponenti politici, sempre piuttosto avari nel fornire indicazioni. Quel che emerge è abbastanza per lasciar intuire qualcosa, ma troppo poco per una ricostruzione puntuale.

Pertanto, qui non tenteremo di colmare questa lacuna, ma, più modestamente, di ordinare i frammenti documentari emersi in proposito [1] e formulare qualche ipotesi per attirare l’attenzione sul problema. Insomma: discutiamone, e chissà che ciò non stimoli la memoria di qualcuno.

Le elezioni del 1968 segnarono l’insuccesso dell’unificazione socialista e una crescita di 800 mila voti del Pci accompagnata da un discreto successo del Psiup. La Dc restava stazionaria e le destre subivano una flessione. I risultati decretavano l’insuccesso del tentativo di isolare il Pci attraverso l’alleanza di centrosinistra e, per la prima volta, si prospettava, anche se non nell’immediato, un possibile inserimento del Pci nell’area dei partiti legittimati a governare. Anche la situazione internazionale subiva un’ evoluzione sfavorevole all’oltranzismo anticomunista: guerra in Vietnam, lotte di liberazione nel terzo mondo ostili al blocco occidentale, movimenti di protesta come quello degli studenti, dei neri americani, o prima ondata operaia dopo anni di tregua sociale.

Al Pci, si prospettava l’occasione di una sua piena legittimazione favorita anche dal suo lento ma graduale distacco dall’Urss. Infatti, l’invasione della Cecoslovacchia offriva al Pci il destro per una prima condanna della politica estera sovietica. Che trovò osservatori attenti anche nella Democrazia cristiana.

Il pieno inserimento del Pci nel sistema diventava, per il suo gruppo dirigente, l’obiettivo strategico cui flettere ogni altra considerazione. Ciò non comportava necessariamente un immediato ingresso al governo, ma una serie di passi graduali che portassero il Pci prima dalla posizione di partito percepito come «antisistema» a quella di partito di «semi-accettazione del sistema», quindi il riconoscimento di un ruolo preferenziale, ed infine il vero e proprio ingresso nell’area governativa.

Questo spiega perché, pur non sussistendo un immediato «pericolo» di partecipazione comunista al governo, la destra (Msi, Pli, Psdi e destra Dc) scrutasse con apprensione ogni segno di distensione fra Dc e Pci. Molti aspetti della strategia della tensione trovano la loro ragioni proprio in queste dinamiche del sistema politico.

In qualche misura, il Pci ottenne quanto si riprometteva già prima della «solidarietà nazionale» (1975-1979): la riforma dei regolamenti parlamentari (1971), la designazione di un membro della Corte costituzionale (1970) e di alcuni membri laici del Consiglio superiore della magistratura, e, cosa più rilevante, un processo di unità sindacale nel quale la Cgil era egemone. E l’offensiva diplomatica del Pci non si limitava ai socialisti e neppure alla sinistra Dc, ma si spingeva sino a esponenti della destra del partito come Giulio Andreotti. Tuttavia, questa manovra di «agganciamento» doveva misurarsi con difficoltà interne: lunghi anni di contrapposizione frontale alla Dc non rendevano facile mantenere unita la base del partito in una manovra così complessa. E i lunghi anni di consuetudine filosovietica non potevano svanire senza lasciare traccia. Infatti, il gruppo filosovietico di Pietro Secchia era ancora attivo e la sua azione si intrecciava con quella dell’Urss, che, oltre alla solidarietà di vecchi esponenti ormai emarginati (come lo stesso Secchia, Edoardo D’Onofrio, Ambrogio Donini), poteva contare sulla simpatia di dirigenti più giovani e sulla cresta dell’onda (Armando Cossutta, Gianni Cervetti, Paolo Bufalini). Lo stesso Giorgio Amendola (fautore della politica di inserimento) non era disposto a spingere il processo di autonomizzazione da Mosca sino alla rottura [2]. Inoltre, l’azione dell’Urss era ancora in grado di colpire gli esponenti dell’ala «autonomista», come Carlo Galluzzi, responsabile della commissione Esteri della Direzione, destituito dal suo incarico nel 1970 [3]. E, nella base gli umori erano ancor più favorevoli all’Urss [4]. Né il dissenso di sinistra si esauriva solo all’ala filo sovietica: il gruppo di punta della corrente ingraiana, nel giugno 1969, dava vita alla rivista il Manifesto apertamente dissenziente. Il Manifesto auspicava la rottura con l’Urss ma si opponeva a ogni strategia di inserimento nel sistema [5].

La radiazione del gruppo il Manifesto causò la scissione di alcune migliaia di iscritti e di cinque parlamentari, provocando non pochi grattacapi al Pci: a differenza del passato, i dissidenti di sinistra non atterravano nel vuoto di un limbo minoritario (come era capitato a bordighisti e trotzkjisti), ma si incontrava con l’area della sinistra extraparlamentare che, pur frammentata, contava su decine di migliaia di studenti, operai, intellettuali.

Il Pci vedeva, per la prima volta, farsi concreto il rischio di un partito alla propria sinistra. Per un partito che aveva sempre cercato l’egenronia incontrastata su tutta la sinistra, questa sfida appariva insopportabile. La direzione del Pci, dunque, doveva fare i conti con un doppio ordine di difficoltà: da un lato, la destra anticomunista coglieva ogni occasione per sostenere che il distacco dall’Urss e gli atteggiamenti moderati del Pci erano più simulati che reali. Dall’altro, il complesso groviglio alla sua sinistra che opponeva resistenze tanto alla politica moderata dell’inserimento (ingraiani, sinistra sindacale ed extraparlamentari), quanto al distacco dall’Urss («stalinisti» e filosovietici vari).

Far fronte alla campagna anticomunista avrebbe imposto un rapido allontanamento dall’Urss e un accentuato moderatismo politico e sindacale. Ma, portare oltre un certo limite questa tendenza, avrebbe prodotto l’aperta costituzione di una corrente filosovietica nel partito (e, in prospettiva, una scissione) e il rafforzamento della sinistra extraparlamentare. Entrambe le cose minacciavano di portare alla nascita di un forte partito alla sinistra del Pci che (inglobando il Psiup) avrebbe potuto raggiungere l’8 o il 10 per cento dei voti e un considerevole peso nel sindacato. Le conseguenze sul piano politico sarebbero state ancora maggiori di quelle elettorali, perché la presenza di un polo di attrazione alla sua sinistra, avrebbe riproposto al Pci lo stesso dilemma e in condizioni peggiori: rallentare la spinta alla politica dell’inserimento, o regalare altre quote di consensi ai propri concorrenti di sinistra. Una scissione avrebbe, forse [6], accelerato l’inserimento del Pci nell’area della legittimazione, ma avrebbe portato il Pci al tavolo delle trattative con un peso contrattuale assai diminuito e ciò avrebbe posto le premesse per una partecipazione subalterna a un eventuale governo. Per di più, la costituzione di un partito filosovietico avrebbe messo in dubbio anche la prosecuzione dei finanziamenti russi, dei quali il Pci non era ancora in grado di fare a meno [7]. Di qui l’esigenza di proseguire nella svolta moderata e nell’autonomizzazione dall’Urss, ma facendo in modo che tutto ciò apparisse alla base come il naturale sviluppo dell’ispirazione politica di sempre. Distaccarsi da Mosca senza che Mosca se ne risentisse troppo; contenere la spinta rivendicativa del sindacato senza che questo mettesse in causa l’egemonia comunista sulla Cgil e della Cgil sul movimento sindacale. Il tutto si traduceva in ossimori quali «partito rivoluzionario e conservatore», «di lotta e di governo».

GLADIO ROSSA O «LAVORO RISERVATO»?

La scoperta di Gladio ebbe un effetto boomerang: la riscoperta di un antico motivo di propaganda anticomunista, quello dell’apparato militare clandestino del Pci. L’esistenza di Gladio venne giustificata (oltre che con il rischio di una invasione) con l’esistenza di una speculare struttura clandestina del Pci, battezzata «Gladio Rossa». Nonostante l’inchiesta giudiziaria che ne seguì (affidata al sostituto procuratore Luigi De Ficchy) si sia conclusa con l’archiviazione, il tema di tanto in tanto riaffiora. Recentemente, proprio un documento trovato fra le carte dell’inchiesta (un rapporto del Sifar del 28 febbraio 1950, che descrive il presunto apparato paramilitare del Pci e le sue gerarchie parallele) ha riproposto la questione con un volume curato da Giampaolo Pellizzaro [8] la cui tesi è così riassunta nel retro di copertina:

«Questo libro traccia, attraverso documenti inediti e ufficiali, l’identikit della Gladio Rossa: cioè della più grande struttura armata clandestina esistita in Europa Occidentale. L’Apparato era una rete paramilitare occulta, capace di mobilitare sino a 250 mila uomini. I suoi vertici erano rigidamente collegati con il Kgb e le centrali di spionaggio sovietiche in Italia».

Pellizzaro, nella sua approfondita introduzione, aggiunge :

«La Gladio Rossa ha rappresentato il modello primigenio al quale si sono ispirate quasi tutte le frange dell’estremismo di sinistra (Brigate Rosse in testa) durante la lunga e sanguinosa stagione del partito armato» [9].

Pellizzaro non dice quando sarebbe finita la cosiddetta Gladio Rossa, ma lascia intendere che sia sopravvissuta quantomeno sino ai primi anni Settanta. Pur apprezzando il buon lavoro, non condivido questa interpretazione. Pellizzaro assume il documento del Sifar come un rapporto obiettivo e non interessato sulla questione, dunque veritiero senza altri riscontri. E’ bene leggere la sua data: 28 febbraio 1950, il culmine della guerra fredda (e, con la guerra di Corea, sul punto di diventare caldissima), quando più forte si faceva la pressione delle gerarchie militari legate alla Nato per mettere fuori legge il Pci. Di lì a qualche mese, il governo presentava in parlamento il pacchetto di leggi «eccezionali» contro il Pci, in giugno, il ministro della Difesa, Randolfo Pacciardi, emanava la famigerata «circolare 400» sull’uso dell’esercito in servizio di ordine pubblico. Dunque, il documento non è affatto il reportage di un osservatore neutrale, ma un atto della campagna tendente a premere sul governo per sciogliere il Pci. Leggendo il documento, emergono due dati che ne tradiscono le intenzioni recondite: a) il numero dei mobilitabili (250 mila uomini); b) i capi della presunta struttura parallela (Luigi Longo, Arrigo Boldrini, Ilio Barontini, Vincertzo Moscatelli, Giancarlo Pajetta e altri).

Sul primo punto, va osservato che 250 mila non erano neppure tutti i quadri attivi del Pci, per giungere a quel totale, occorreva considerare anche gli attivisti della Cgil, dell’Anpi e del Psi (e, infatti, nel comando della gerarchia parallela figuravano anche Sandro Pertini per i socialisti ed Emilio Lussu per gli ex di Giustizia e Libertà). Dunque, più che affermare l’esistenza di un apparato clandestino, il documento postula che l’intero quadro attivo della sinistra coincidesse con l’apparato insurrezionale. Di qui, la conseguente proposta di mettere fuori legge non l’eventuale apparato clandestino, ma il Pci in quanto tale. Il numero non appare verosimile: per mobilitare 250 mila uomini, occorre disporre di una rete clandestina di almeno 15-20 mila persone (lo stesso documento, parla di forze occulte per almeno 77 mila uomini); considerando il ricambio, nell’organizzazione sarebbero passate dalle 20 alle 30 mila persone. Ovviamente, un segreto condiviso da qualche decina di migliaia di persone, non è tale. Come mai, anche dopo decenni, non è saltato fuori nessun «pentito» a raccontare di queste divisioni fantasma?

Ancora meno convincente è l’elenco dei capi. I servizi militari hanno sempre parlato di un «gruppo dirigente occulto», parzialmente costituito di personaggi sconosciuti e, ufficialmente, neanche iscritti al partito. Nell’organigramma del Sifar, si leggono solo i nomi dei massimi dirigenti del Pci (Longo, Boldrini, Pajetta) e quelli di ex comandanti partigiani la cui appartenenza al Pci era arcinota (Barontini, Moscatelli). Per essere il vertice di un’organizzazione occulta, la cosa non è seria. In compenso ciò era funzionale all’identificazione dell’intero Pci con il suo preteso apparato militare.

Sull’argomento sono disponibili pochi documenti, abbastanza, però, per intuire come siano andate le cose. Con ogni probabilità, il documento del Sifar gonfia i dati, ma non li inventa del tutto. È documentato che settori consistenti del partigianato non ubbidirono del tutto all’ordine di consegnare le armi e conservarono qualche souvenir. E facile intuire che ciò non fosse né sconosciuto né del tutto scoraggiato da parte dei dirigenti comunisti. Così come è facile immaginare che il partito, in quanto tale, disponesse di un suo piccolo apparato coperto, anche armato, pronto a intervenire al bisogno: si viveva in tempi in cui uno scioglimento del Pci era un’ipotesi tutt’altro che remota. E’, invece, poco probabile che il gruppo dirigente pensasse a un uso insurrezionale di tale struttura: l’esempio della guerra civile greca era lì a dimostrare la scarsa praticabilità di una simile scorciatoia che, in omaggio agli accordi di Jalta, non sarebbe stata appoggiata dall’Urss. Più credibile è l’ipotesi che l’esistenza di un’area armata rispondesse allo scopo più concreto, di agire da deterrente contro lo scioglimento del partito [10]. Lo stesso Secchia, da più parti indicato, non senza ragione, come il punto di riferimento dell’area armata del partito, era consapevole delle scarse possibilità di successo di una insurrezione che, pure, avrebbe auspicato.

La parziale tolleranza del gruppo dirigente, cessò fra il 1955 (caduta di Secchia, dopo il «caso Giulio Seniga») e il 1956 (ottavo congresso, «via italiana al socialismo» e l’avvio dell’autonomizzazione dall’Urss). Infatti, proprio dal 1955 si infittirono i ritrovamenti di armi (peraltro iniziati già nel 1947), e non ha torto Andreotti [11] nel sostenere che le telefonate di segnalazione che consentivano tali ritrovamenti, erano fatte, in realtà, dagli stessi militanti comunisti che si disfacevano delle armi.

Il Pci aveva ottime ragioni per non darsi un’organizzazione armata: un massiccio apparato armato non sarebbe sfuggito all’attenzione degli informatori dei servizi. Inoltre, un simile apparato avrebbe richiesto inevitabilmente l’assistenza dei sovietici e ciò avrebbe ridimensionato ogni velleità autonomistica, e istituzionalizzato una corrente filo sovietica permanentemente organizzata nel partito. Ma questo non significa che il Pci non avesse una «organizzazione di sicurezza» (cui fa cenno anche Ugo Pecchioli [12]) per proteggere ed esfiltrare i dirigenti in caso di golpe. In questa eventualità, è probabile che il Pci avrebbe vagliato l’ipotesi della lotta armata ma, sino ad allora, la difesa si sarebbe mantenuta nel perimetro della legalità, pur rasentandone l’estremo limite.

Parlando della struttura «coperta» del Pci, sarebbe più corretto parlare di un organismo articolato in più strutture «sommerse» per ciascuno dei settori più delicati dell’attività del partito: finanziamento, raccolta delle informazioni riservate, scambio di informazioni con i servizi dell’est, assistenza ai partiti comunisti clandestini, ingerenza nella vita degli altri partiti e così via [13]. Che alcuni dei membri di questa struttura, in particolare quelli addetti alla sicurezza dei dirigenti, fossero armati è ovvio, così come è probabile che esistessero appartamenti «coperti», piccoli depositi di armi e altri accorgimenti, ed è provato che alcuni attivisti si sono recati in Urss per frequentare corsi per radiotelegrafista [14], ma questo non significa che la dimensione armata fosse quella più importante. A mio parere, l’aver accentrato l’attenzione sull’aspetto paramilitare del «lavoro riservato» del Pci (sino a parlare di una «Gladio Rossa», con relativi «Nasco rossi») ha messo fuori strada, distraendo l’attenzione dal vero nodo della questione che, invece, è costituito dagli altri aspetti del «lavoro riservato». Si comprende perfettamente perché i superstiti dirigenti del Pci, ancora oggi, non amino parlare di questo tema: aiutare dei perseguitati politici a uscire dalla Spagna, fornire finanziamenti e altro a movimenti di liberazione, può essere illegale, ma è un’azione politicamente difendibilissima. Ma percepire finanziamenti da uno Stato straniero, scambiare notizie con i suoi servizi, aprire conti all’estero, ingerirsi nella vita di altri partiti non solo è illegale, ma è anche più difficile da spiegare all’opinione pubblica. Peraltro, è plausibile che, fra gli uomini del Lavoro Riservato e quelli dell’Ufficio Affari riservati del ministero dell’Interno, si sia stabilita una relativa tolleranza reciproca, fatta anche di opportuni silenzi [15]. D’altra parte, il lavoro informativo, non è fine a se stesso, ma è funzionale all’attività politica. In qualche caso, non è né necessario né utile dare pubblicità a quanto si è saputo sul conto dell’avversario, basta rendergli noto che «si sa» per migliorare il proprio rapporto di forze.

LA STRAGE DI PIAZZA FONTANA

Le considerazioni sulla natura del Lavoro Riservato ci consentono di comprendere meglio il modo di agire del Pci, in una fase in cui la dimensione «informativa» diventava centrale nel conflitto. Già dalla metà degli anni Sessanta, al Pci non era sfuggita la rivitalizzazione dell’estrema destra più prossima ai servizi di sicurezza e alle gerarchie militari, ma l’allarme divenne massimo nel 1969.

Sin dai primi mesi, il Pci avvertì il pericolo di turbolenze militari: il segretario organizzativo, Armando Cossutta, in aprile, inviò diverse circolari che invitavano a misure straordinarie (far scomparire gli elenchi degli iscritti, diffidare dei telefoni, rafforzare la sorveglianza delle sedi di partito, organizzare un servizio permanente di avvistamento nei pressi delle sezioni del Msi e così via) [16]. Iniziava, così, ad affluire a Roma una fitta serie di segnalazioni dalla provincia. Il 12 maggio 1969 un appunto [17] riferiva delle manifestazioni missine in preparazione e del sospetto che la rivista marxista leninista Lavoro Politico fosse infiltrata da un elemento della Cia. Una nota del 22 aprile 1969 [18] riferiva che:

«… Andreotti e Greggi stanno dando vita ad una organizzazione paramilitare «Europa Civiltà». Essa sarebbe costituita da giovani opportunamente scelti, istruiti da elementi della polizia».

L’1 agosto 1969 il segretario della federazione comunista padovana scriveva al centro [19] sul caso del commissario di Padova, Pasquale Iuliano:

«Juliano è un antifascista… l’affare è esploso per proteggere i fascisti».

Ancora più interessante è l’appunto a firma Gal (probabilmente Galleni) [20] che riassume notizie raccolte in ambienti fiorentini:

«L’amico massone ci ha fatto sapere che gruppi fascisti si agitano, hanno armi, e ci invita alla vigilanza… Una decina di giorni fa due missini, ascoltati per caso da un nostro compagno, dicevano che il 14-15 dicembre p.v. ci sarebbe stata una “grossa cosa nazionale”, che dovrebbe “creare nel paese un grosso fatto nuovo”. …Hanno la sensazione che i marxisti leninisti (linea rossa) agiscano in modo tale da confluire con l’estrema destra» [21].

Dall’inchiesta del giudice istruttore Guido Salvini sono emersi consistenti indizi su un colpo di stato progettato proprio per il 14-15 dicembre di quell’anno, a ridosso della strage e in concomitanza con la manifestazione nazionale del Msi, a Roma, prevista per il 14 [22]. Nella stessa direzione va il documento del 25 novembre 1969 [23] inviato da Milano che ci fa sapere di uno stato d’intensa agitazione negli ambienti dell’Associazione marinai d’Italia nella quale si sarebbe discusso, fra l’altro, di una spedizione punitiva contro il leader del Movimento studentesco di Milano, Mario Capanna, e dell’infiltrazione a scopo informativo di tre elementi nel Pci. Fra l’altro una trentina di persone (quasi tutte iscritte al Msi) si sarebbero appartate per discutere un piano di scontri di piazza. L’informativa parte dalla federazione milanese il 25 novembre, ma, è ragionevole supporre che sia di qualche giorno prima e riferisca su fatti ancora antecedenti, pertanto la riunione all’Associazione marinai dovrebbe essersi svolta nei giorni precedenti al 19 novembre [24].

Già questo gruppo di documenti ci consente di affermare che:

1) dai primi del 1969 il Pci aveva avviato un intenso «monitoraggio» dell’estrema destra, utilizzando anche informatori interni alla destra (l’amico massone, il compagno iscritto all’Associazione marinai; mentre fa sorridere quel compagno fiorentino che «casualmente» si trova ad ascoltare una conversazione fra due missini); 2) in novembre il Pci aveva a disposizione molti elementi per prevedere un’importante azione eversiva per la metà del dicembre successivo; e questo lascia immaginare che il Pci abbia mobilitato tutte le sue fonti per approfondire la questione; 3) il Pci aveva elementi per collegare l’azione eversiva a una provocazione che coinvolgesse l’estrema sinistra (vedi il documento su Lavoro Politico e quello fiorentino).

Veniamo al 12 dicembre. Una prima riflessione nasce dal secondo rinvenimento del memoriale di Aldo Moro (ottobre 1990), in esso si legge:

«Ma i fatti di piazza Fontana furono certo di gran lunga più importanti. Io ne fui informato, attonito, a Parigi dove ero, …in occasione di una seduta importante dell’Assemblea del Consiglio d’Europa, che, per ragioni di turno, io mi trovavo a presiedere. … Essa si concluse con la sospensione della Grecia per violazione dei diritti umani. Proprio sul finire della seduta mattutina ci venne tra le mani il terribile comunicato d’agenzia, il quale ci dette la sensazione che qualche cosa di inaudita gravità stesse maturando nel nostro paese. Le telefonate, intrecciatesi fra Parigi e Roma, nelle ore successive, non potettero darci nessun chiarimento, ma solo la sensazione che qualche cosa, almeno al momento, di oscuro e di imprevedibile, si fosse messo in moto. Mi confermò in questa angosciosa convinzione il fatto che il mio vecchio amico Tullio Ancora, allora alto funzionario della Camera dei Deputati e da tempo mio normale organo di informazione e di collegamento con il Partito comunista, mi telefonò in ambasciata a Parigi, per dire con qualche circonlocuzione che non ci si vedeva chiaro e che i suoi amici (comunisti) consigliavano qualche accorgimento sull’ora di partenza, sul percorso, sull’arrivo e sul trasferimento di ritorno. Si trattava, si precisava, di una pura precauzione, non legata a qualche fatto specifico e di sicuro accertamento».

Moro fu a Bruxelles per una riunione dei ministri Cee, rientrando a Roma il 16 nella tarda serata. Tullio Ancora, nelle sue due recenti audizioni davanti alla Commissione stragi [25] ha sostenuto di: a) aver incontrato Luciano Barca (vicecapogruppo del Pci alla Camera) che, dicendosi preoccupato per Moro, consigliava cautele per il rientro; b) di aver subito contattato il segretario generale della presidenza della repubblica Picella per raggiungere Moro tramite il centralino del Quirinale (all’epoca non esisteva teleselezione); c) di aver avvertito Moro delle preoccupazioni dei comunisti; d) di aver telefonato a Moro nella mattinata del 13.

In effetti, è possibilissimo che la conversazione Moro-Ancora si sia svolta il 13, tuttavia, il memoriale induce a pensare che Moro si riferisse al 12: infatti, scrive di aver sentito Ancora subito dopo aver appreso la notizia della strage «sul finire della seduta mattutina» e questo fa escludere il 13 per due motivi: a) Moro mette le telefonata in relazione con la notizia della strage («le telefonate che si intrecciarono fra Parigi e Roma nelle ore successive»): il comunicato Ansa è delle 17.05 del 12, e già nel dispaccio delle 18.30 si parla di bomba. L’ambasciata italiana, che riceveva il notiziario Ansa, si sarà sicuramente affrettata a comunicare al ministro l’accaduto; b) è impensabile che il ministro degli Esteri non sia stato subito informato, dagli organi istituzionali; e ha poco senso che «le telefonate che si intrecciarono fra Parigi e Roma» fossero del giorno dopo, perché è intuibile che Moro si sia preoccupato di entrare subito in contatto con i suoi consiglieri. Dunque, Moro parla del 12, ma questo non risolve il problema, lo complica, perché la strage avvenne alle 16,37 e, ovviamente, non potevano esserci comunicati d’agenzia sin dalla fine della mattinata.

Questo particolare è stato poco osservato, probabilmente perché si è pensato a un cattivo ricordo di Moro che scriveva in condizioni eccezionali. Ma, a ricordare male, ci sono altri. Carlo Cecchi [26] (già parlamentare Pci e membro della Commissione P2) nella sua Storia della P2 scrive:

«In Italia l’inizio del secondo tripudio (quello delle armi e del terrorismo) è contrassegnato da una data e da un’ora: il 12 dicembre 1969, intorno alle 11 del mattino. È la strage di Piazza Fontana».

Strana tanta enfasi nel precisare giorno e ora per poi dare un’ora sbagliata. Inoltre, che senso avrebbe avuto un avvertimento nella mattinata del 13, quando Moro, già al corrente dell’accaduto, era in grado di assumere autonomamente cautele sul ritorno? E’ più plausibile che: a) Moro abbia saputo della strage non oltre le 18.30; b) abbia cercato di mettersi in contatto con l’Italia e, in particolare, con il ministro della Difesa, Luigi Gui, suo seguace di corrente. Ed è logico che questi potesse fornirgli dati più consistenti sia sull’accaduto sia su eventuali pericoli.

È singolare che Moro non ricordi i contatti con Gui ma ponga l’accento sulla telefonata con Ancora. Dunque, la spiegazione che fissa la telefonata al 13 non persuade. Ma, se la telefonata di Ancora (e, a maggior ragione, l’incontro fra Ancora e Barca) ebbe luogo nella mattinata del 12, questo significa che: a) già cinque o sei ore prima della strage, era diffusa la consapevolezza dell’imminenza di un fatto di straordinaria gravità, tanto da indurre una persona prudente come Ancora a recarsi al Quirinale per telefonare a Parigi usufruendo delle linee «protette» della presidenza della repubblica (il che mal si concilia con la versione minimizzatrice di Moro che parla di generiche precauzioni); b) anche il Pci era a conoscenza dell’imminente pericolo (e i documenti interni, che ho riportato, suggeriscono proprio questa idea) e aveva elementi per pensare a una minaccia contro Moro; c) non si trattava di questione da poco, tanto da indurre il ministro degli Esteri a mutare il programma di rientro; d) fra le notizie riferite a Moro dovevano esserci elementi abbastanza precisi sulla natura politica del tentativo in atto, cosicché, a strage avvenuta, egli non credette «per un solo minuto» alla pista anarchica.

Peraltro, le considerazioni sul carattere di assoluta eccezionalità della telefonata (uso delle linee criptate della presidenza, «circonlocuzioni» usate e così via) restano valide per il secondo aspetto della questione: quali erano le informazioni passate dai dirigenti comunisti ad Ancora; perché il Pci si preoccupava di avvisare proprio Moro e non altri esponenti del governo, come, ad esempio, i socialisti? Una generica preoccupazione, non sostenuta da elementi concreti, avrebbe spinto un personaggio prudente come Ancora a telefonare con tante precauzioni? Come mai, fra tante telefonate intercorse in quelle ore, Moro dà tanto rilievo a quella? Per far «quadrare» i conti non resta che un’ipotesi logica (ma pur sempre da riscontrare): sia Moro sia Cecchi (e, di riflesso, Ancora e Barca) sovrappongono, nel ricordo, due distinti fatti: a) la notizia della strage, che, ovviamente non può essere giunta entro e non oltre la prima serata del 12; b) la notizia di un allarme per le istituzioni diffuso già nelle ore precedenti alla strage («sul finire della seduta mattutina»).

Altre informazioni interessanti ci vengono dal verbale della riunione della Direzione del partito del 19 dicembre 1969 [27]. Sergio Segre riferiva di un rapporto dell’Ambasciatore francese a Roma, che parlava di un colpo di stato imminente (p. 2310), e Bufalini aggiungeva:

«…ad un senatore socialista è stato detto che l’attacco dell’Observer a Saragat verrebbe proprio da Wilson [28]. Il dato sarebbe la preoccupazione di Brandt e Wilson che il Pentagono intervenga brutalmente nella situazione italiana» (p. 2317).

Infatti l’accusa a Giuseppe Saragat di essere il regista della «strategia della tensione» venne sia da giornali inglesi (come The Observer e The Manchester Guardian, entrambi filolaburisti) sia da organi stampa tedeschi (parimenti filosocialdemocratici), provocando una protesta diplomatica italiana sollecitata personalmente da Saragat.

Longo, intervenendo, manifestava il sospetto che il Saragat fosse il punto di raccordo delle forze impegnate per una svolta autoritaria (p. 2318) e Aldo Tortorella sosteneva che una parte delle forze di polizia non obbediva al ministro dell’Interno perché aveva trovato (forse proprio nel presidente) un referente alternativo (p. 2304) [29]. Segre riferiva anche dubbi di parte democristiana per i quali la strage andava messa in relazione sia alla campagna per il disarmo della polizia in servizio di ordine pubblico, sia alla lotta al vertice delle Forze armate per la nomina a Capo di Stato maggiore della Difesa (p. 2309). Segre aggiungeva:

«Pesa un elemento politico: il modo come la polizia sta facendo girare una serie di nomi: il nome di Bernabei e di Cecchini (capo dell’ufficio stampa di De Gasperi). L’impressione di dirigenti della Tv è che ci sia un’azione del tipo del ’64, di schedature a scopo di pressione su personaggi dc» (p. 2309).

Il passo non è chiarissimo [30], ma si coglie ugualmente che Segre accusava la polizia di stare esercitando una pressione ricattatoria verso esponenti Dc e dirigenti della Rai. Colpisce, l’analogia con il 1964. L’intervento di Segre contiene un altro passo rilevante:

«Ieri sera ho avuto un colloquio con un compagno del Psiup, Calvi, avvocato d’ufficio di Valpreda. Ha condotto una sua indagine parlando con gli amici del gruppo «22 marzo». L’impressione è che Valpreda può averlo fatto benissimo. Gli amici hanno detto: dal nostro gruppo sono stati fatti attentati precedenti. Ci sono contatti internazionali. Valpreda ha fatto viaggi in Francia, Inghilterra, Germania occidentale. Altri hanno fatto viaggi in Grecia. Alle spalle cosa c’è? L’esplosivo costava 800 mila lire e c’è uno che fornisce i quattrini. I nomi vengono fatti circolare. L’avvocato va probabilmente a rassegnare il mandato dopo un colloquio con Valpreda perché è di orientamento diverso» (p. 2309).

Il passo ci fa capire il retroscena della didascalia sul «Mostro Valpreda» pubblicata dall’Unità.Il Pci non aveva dubbi sulla colpevolezza di Valpreda e dei suoi compagni, ma questo non era in contraddizione con l’ipotesi del complotto di destra, perché il «ballerino» non era ritenuto affatto anarchico, ma un provocatore fascista. Tale convinzione diventava quasi certezza constatando che persino il suo avvocato pensava a una sua colpevolezza. Sappiamo oggi che nel «22 marzo» militavano autentici provocatori come il «compagno Andrea» (l’agente di polizia Salvatore Ippoliti), o personaggi ambigui come Umberto Macoratti. Sorge il dubbio che l’avvocato sia stato «intossicato» da qualcuno di questi personaggi. Il fatto che Guido Calvi abbia poi deciso di continuare a difendere Valpreda fa pensare che abbia appurato che le informazioni fornitegli fossero false e la loro fonte sospetta. Un altro tassello dell’operazione degli Affari riservati per precostituire la colpevolezza degli anarchici?

In ogni caso, è interessante notare che il Pci (pur errando nella valutazione di Valpreda) non abbia messo in dubbio per un momento la matrice di destra dell’attentato e il suo collegamento con un più vasto piano eversivo che non poteva non avere forti referenti nelle gerarchie militari, nei servizi di sicurezza e nelle massime cariche dello Stato. Questa analisi veniva condivisa da tutti gli intervenuti (Enrico Berlinguer, Longo, Tortorella, Segre, Nilde lotti, Giorgio Amendola, Umberto Terracini, Mauro Scoccimarro, Galluzzi, Sereni, Achille Occhetto, Gianfranco Borghini, Fanti, Bufalini) .

L’ATTIVITÀ INFORMATIVA

Con la strage, il Pci assume il problema dell’attività della estrema destra come la maggiore urgenza politica del momento. E non era la recrudescenza dello squadrismo a preoccupare il Pci. Da alcuni documenti si comprende che il Pci era seriamente convinto del rischio di un colpo di stato. Più che i documenti politici (sospetti di forzature propagandistiche) mi è parso rivelatore un documento apparentemente di ordinaria amministrazione, ma proprio per questo più significativo. Si intitola Per la difesa della sede del Comitato centrale [31], non reca data o firma, ma, sulla base dei registri dell’Istituto Gramsci, può essere datato ai primi mesi del 1972 e attribuito, a Berlinguer. Si tratta dell’elencazione di una serie di misure di sicurezza, alcune delle quali potrebbero essere riferite all’ipotesi di un assalto squadristico (rafforzare le porte, predisporre un servizio di sorveglianza esterno di 250 militanti), altre misure, però, lasciano intendere ben altra ipotesi. L’acquisto di gruppi elettrogeni e di telefoni da campo sottintende il rischio di isolamento telefonico ed elettrico, ben difficilmente attuabile se non da forze di polizia o militari. Così come, le scorte di viveri, la difesa piano per piano, stanno a significare che i dirigenti comunisti prevedevano di asserragliarsi per resistere a un assedio di alcuni giorni, non ipotizzabile per un assalto squadristico. Dunque, il Pci riteneva realistica l’eventualità di un colpo di stato, e si preparava di conseguenza. Tuttavia, le misure non dovevano avere un carattere particolarmente militarizzato, se lo stesso informatore dell’Ufficio affari riservati, in un rapporto, dello stesso 1972 [32], scriveva:

«Si sono fatte riunioni di servizi di vigilanza (tutti, in realtà, scombinati e inefficienti) e si stanno abbozzando misure eccezionali di sicurezza» (p.3).

Non c’è dubbio, infatti, che il Pci avrebbe reagito a un «pronunciamento» con la proclamazione dello sciopero generale, la risposta di piazza e, ma solo in ultima istanza, lo scontro armato [33]. Nel frattempo l’azione del Pci sarebbe proseguita essenzialmente sul piano informativo e politico. Per la verità, l’archivio della Direzione nazionale del Pci, custodito presso l’Istituto Gramsci di Roma, si fa via via più avaro man mano che si va avanti negli anni [34]. Ciò non di meno, emergono ugualmente documenti che, qui e là, segnalano una perdurante attività informativa in materia andata ben al di là di queste scarne testimonianze: a) lettera di Luciano Guerzoni del 20 aprile 1973 [35] che riferisce su un’iniziativa tendente a contattare gli ufficiali dell’Arma per chiedere quale atteggiamento avrebbero assunto in caso di colpo di stato; b) rapporto dal Veneto del giugno 1973 [36], in cui si parla dell’avvocato Gian Galeazzo Bracaleone di Padova (tramite di Giorgio Almirante nei contatti con il Sid) e sul traffico d’armi nel porto di Venezia; c) appunto di Fabio Invinkl del 23 marzo 1973 sull’attentato all’oleodotto 37; d) lettera dell’avvocato Filippo De Jorio al presidente del Tribunale di Roma, Angelo Iannuzzi, «trovata», dal solito militante comunista fortunato, in una borsa abbandonata [38]; e) rapporto sul neofascismo a Torino del 20 dicembre 1972 [39]; f) lettera a firma Luciano Manzi, datata Torino 3 gennaio 1974, con una cronologia delle aggressioni squadristiche a Torino [40].

Peraltro, ci sono, alcuni episodi che documentano la minuziosità del monitoraggio attuato dal Pci in quegli anni. Il tentativo di colpo di stato di Junio Valerio Borghese ebbe luogo nella notte fra il 7 e l’8 dicembre 1970, ma venne rivelato da Paese Sera il 17 marzo 197l e confermato in parlamento dal ministro Franco Restivo il 18 marzo. Ufficialmente il Pci apprendeva in quel momento del fallito colpo di mano di Borghese. Ma la versione non regge: Paese Sera pubblicava la notizia dopo un approfondito lavoro di inchiesta che, evidentemente, doveva essere durato almeno qualche settimana, ed è del tutto irrealistico pensare che ne avesse tenuto all’oscuro il Pci. Né appare probabile che movimenti massicci, come quelli che portarono all’occupazione del ministero dell’Interno, e sfiorarono l’occupazione della Rai, potessero sfuggire a un partito così ramificato come il Pci.

Sfogliando i giornali dell’epoca si constata che, dalla fine di febbraio, il gruppo dirigente del Pci era investito da un’intensa agitazione, anche in relazione al rapido succedersi di una serie di eventi. Nei primi sei mesi del 1971, infatti, si verificarono centinaia di aggressioni individuali e decine di attentati a sedi di sinistra. Di fronte all’eccezionale recrudescenza, il 27 febbraio si svolgeva una riunione improvvisa dei membri della Direzione comunista occasionalmente presenti a Bologna (Berlinguer, Di Giulio, Fanti, Napolitano, Natta, Occhetto, Seroni e Borghini) che chiedeva le dimissioni del ministro Restivo. Il 2 marzo, si riuniva il comitato centrale [41] che reiterava la richiesta di dimissioni, ma in tono meno perentorio. Nei giorni seguenti, infatti, la discussione in merito andò scemando sino a scomparire. La richiesta di dimissioni rientrava nell’alveo di una rituale protesta. Come mai? È chiaro che il Pci fosse impegnato in un difficile negoziato con il governo per concordare come rendere di pubblico dominio il fatto dell’8 dicembre. Cosa tutt’altro che semplice e indolore: per la prima volta il governo della Repubblica doveva ammettere che c’era stato un tentativo di colpo di stato (quello del 1964 era stato negato e gli altri, come quello del dicembre 1969, erano solo «presunti colpi di stato», per usare la terminologia degli Affari riservati);

per di più, il governo avrebbe dovuto anche spiegare il forte ritardo con cui ne aveva informato la magistratura. Le cose si erano spinte troppo avanti per sperare di seppellirle sotto una coltre di silenzio, ma l’ammissione pubblica avrebbe potuto innescare dinamiche incontrollabili. Un dilemma la cui soluzione avrebbe potuto essere anche quella di portare a termine quel che si era momentaneamente interrotto [42]. Dunque, non possiamo che pensare a lunghe settimane di trattativa fra opposizione e governo per uscire da quella situazione. È significativo che il Pci, durante il dibattito in parlamento non abbia chiesto le dimissioni del governo per accontentarsi di chiedere una «svolta politica».

Le lunghe considerazioni iniziali sull’evoluzione della linea del Pci, tornano ora utili per comprendere i dilemmi in cui i dirigenti comunisti si dibattevano: da un lato era impossibile tacere su un episodio eversivo così grave ed era necessario mostrare alla Dc il «viso dell’arme»; dall’altro, però, si dovevano fare i conti con i rischi di ingovernabilità della base che avrebbe potuto leggere l’episodio come la dimostrazione dell’impossibilità di ogni inserimento del Pci e dell’inanità di avvicinamento alla Dc. Occorreva trovare un delicatissimo punto di equilibrio fra la denuncia e la moderazione, fra una risposta decisa e il non dare il via libera all’esasperazione dei militanti, fra lo svelamento della trama e il non delegittimare la politica dell’inserimento. A testimonianza dell’imbarazzo dei dirigenti del Pci ad ammettere, ancora oggi, di aver saputo sul golpe Borghese ben di più e ben prima di quanto la versione ufficiale non ammetta, ci sembra valga questo brano del libro-intervista di Pecchioli [43]:

La vigilanza in alcuni casi ha dimostrato una grande efficienza. Ad esempio mi risulta che nei giorni del tentato golpe Borghese le organizzazioni del Pci erano in allarme perché a Roma, attorno alla caserma della polizia di castro Pretorio, erano stati notati strani movimenti. Una cosa analoga era avvenuta alla caserma dei Lancieri di Montebello. Mi sembra allora di poter dire che il Pci aveva le sue antenne anche tra le forze armate.

Certamente il Pci era una forza politica che, malgrado si potesse ritenere il contrario, godeva di larghe simpatie, e di rispetto anche in ambienti militari e delle forze dell’ordine che, nel loro insieme, avevano un orientamento democratico. Nelle Forze armate non c’erano solo golpisti e reazionari, ma anche uomini leali alla Costituzione. Alcuni avevano contatti con noi. Quindi qualche segnalazione veniva anche da lì. Spesso non si trattava di indicazioni specifiche, ma di segnalazioni di fatti anche piccoli, che potevano far sospettare che si stesse tramando contro le istituzioni. Erano messaggi generici… Però qualcosa trapelava. E qualcosa trapelò anche durante i giorni del tentativo golpista di Borghese. Ma si trattava pur sempre di segnalazioni vaghe. Che in quel dicembre 1970 fosse stato organizzato un tentativo di colpo di Stato, francamente, nessuno di noi lo aveva saputo. Insomma la nostra decantata efficienza lasciava qualche volta a desiderare» (p. 75).

Alla circostanziata domanda del giornalista dell’Unità, Gianni Cipriani risponde un imbarazzato e vago Pecchioli, che parla genericamente di segnalazioni dalle Forze armate, e che sminuisce la «decantata efficienza» del Pci, sino a dichiarare di sfuggita «Che in quel dicembre del 1970 fosse stato organizzato un tentativo di colpo di Stato, francamente, nessuno di noi lo aveva saputo», senza, però, né smentire le precise circostanze indicate dal suo interlocutore, né precisare in quale momento il Pci abbia appreso del golpe. Un altro momento difficile venne fra l’ottobre e il novembre del 1972. Il 27 ottobre 1972 [44], una nota confidenziale all’Ufficio Affari riservati riferiva che i capi del Pci nutrivano la convinzione che il procedimento contro i funzionari della Questura milanese per la morte di Giuseppe Pinelli si stesse sgonfiando e davano indicazioni alla stampa e agli organi periferici di «non montare troppo il caso». E’ evidente che nella vicenda pesava l’assassinio del commissario Luigi Calabresi, ma è altrettanto evidente che il Pci, in quel momento, aveva altre preoccupazioni: la tornata contrattuale dei metalmeccanici, la lotta per abbattere il governo Andreotti, la ristrutturazione dell’apparato dopo l’elezione di Berlinguer. La strage era lontana tre anni e, se gli attentati non erano mancati, tuttavia, la strategia della tensione sembrava allentarsi.

Su questo processo di momentanea distensione si abbatteva il comizio del segretario Dc Arnaldo Forlani, a La Spezia il 5 novembre 1972. L’esponente Dc aveva affermato che i tentativi di abbattere la democrazia non erano cessati e di sapere «in modo documentale» che il più pericoloso era ancora in corso. Il discorso venne pubblicato dall’Unità in prima pagina.

Qualche giorno dopo, giungeva nella redazione di molti giornali, fra cui l’Unità, un documento anonimo intitolato All’insegna della trama nera [45] nel quale si diceva che il discorso di Forlani a La Spezia era da riferire alle lotte interne alla Dc, in vista del congresso. Forlani avrebbe attaccato Andreotti che, attraverso una trafila di ufficiali dei carabinieri avrebbe gestito i rapporti con la destra extraparlamentare e tenuto i fili della strategia della tensione. In altri termini, il tentativo di cui Forlani aveva parlato, sarebbe stato da attribuire ad Andreotti [46]. Il documento faceva intendere che l’autore fosse persona assai informata: si pensi che parlava del Centro addestramento gustatori di Capo Marangiu che aveva ospitato molti estremisti neri per l’addestramento all’uso di esplosivi. Questa circostanza emergerà, diciotto anni dopo, dall’inchiesta su Gladio

Il Pci vedeva, così, tornare al centro del dibattito politico il fantasma  del colpo di Stato, e nel momento meno opportuno. Se fossero emersi altri elementi significativi, in grado di dimostrare il coinvolgimento di qualche esponente di primo piano della Dc nella strategia della tensione, le maggiori difficoltà, paradossalmente, sarebbero state del Pci, schiacciato in una tenaglia, fra la prevedibile reazione della sua base e l’imprevedibile reazione della Dc, chiamata a scegliere fra un’amputazione dolorosa e la difesa a oltranza di ogni suo esponente. Se questo scenario avesse preso corpo, le speranze del Pci di attuare il suo inserimento in breve, si sarebbero ridotte al lumicino e ciò, ovviamente, consigliava un opportuno understatement.

Anche la strage alla Questura di Milano (17 maggio 1973), fornice materiale su cui riflettere: nel 1995, durante l’istruttoria del giudice istruttore Antonio Lombardi, si presentò spontaneamente a deporre l’ex segretario della federazione comunista di Treviso, Ivo Della Costa, che riferiva di essere stato contattato, il 15 maggio 1973, dal conte Pietro Loredan [47], il quale lo avrebbe avvisato che, due giorni, dopo ci sarebbe stato, a Milano, un attentato della destra contro un’alta personalità dello Stato. Della Costa, informata telefonicamente la direzione nazionale, andava alla federazione milanese, nella quale giungevano, con il primo aereo disponibile, Giancarlo Pajetta e Alberto Malagugini [48] che, ascoltato il racconto, avrebbero subito avvisato il capo gabinetto del Questore Gustavo Palumbo. Quest’ultimo, convocato dal magistrato, negava. Mentre non era possibile ascoltare Pajetta e Malagugini, perché già deceduti. In questo racconto colpiscono due aspetti: che Dalla Costa non si sia recato molto prima a rendere la sua testimonianza, ma abbia atteso un’intervista di Gianfranco Bertoli, nel tardo 1995, «nella quale raccontava le solite balle» e che «lo aveva fatto arrabbiare»; in secondo luogo, che questo aspetto della vicenda non sia mai stato reso pubblico dal Pci. Ma quasi tutto quello che ho trovato nei documenti qui esposti, non fu reso pubblico dal Pci in quegli anni.

LA SVOLTA DEL  1973

Ovviamente, il Pci non trascurò alcuno strumento per opporsi alla strategia della tensione: dalle manifestazioni di massa alla denuncia pubblica, dall’azione parlamentare alla «vigilanza» e, soprattutto, alla ricerca di alleanze nelle altre forze politiche per fronteggiare il pericolo. Non è difficile intuire che, fra le varie azioni vi sia stata anche una qualche forma di «diplomazia segreta»: si pensi al contatto Barca-Ancora-Moro, del quale non sapremmo nulla, se non ne avesse parlato Moro e in condizioni particolari: durante il sequestro da parte delle Brigate rosse. Si pensi alla trattativa che si intuisce dietro il caso Borghese, o all’intensa raccolta di notizie dopo la strage del 12 dicembre, che abbiamo letto nel verbale della Direzione, ma che vennero rese note solo in minima parte. Le ragioni del riserbo sono state diverse: l’esigenza di proteggere le fonti informative, la difficoltà di dare pubblicità a notizie che, per quanto ritenute vere, non erano provabili, l’incertezza sulla veridicità di altre informazioni. Ma è verosimile che le valutazioni di ordine politico generale avessero il sopravvento: da un lato occorreva non inasprire troppo i rapporti con le forze politiche del centro verso le quali si stava convergendo, dall’altro bisognava tener conto degli umori della base, per cui occorreva non fornire argomenti che avrebbero potuto innescare una crisi di rigetto verso il nuovo corso politico. E su tutte, la maggiore preoccupazione: evitare a tutti i costi che la situazione sfuggisse di mano a tutti e inclinasse verso la guerra civile. Non sappiamo con esattezza quanto il Pci conoscesse della vicenda delle stragi, ma ipotizziamo, per assurdo, che avesse raggiunto prove certe e definitive sulla compromissione in esse della Nato, dei servizi di sicurezza, e di esponenti democristiani: che cosa avrebbe fatto? Rendere pubbliche prove del genere avrebbe avuto una serie di conseguenze difficilmente ponderabili: a) la risposta della piazza avrebbe lasciato al Pci l’unica via dello scontro frontale; b) questo avrebbe spinto nell’angolo gli accusati, costringendoli a giocare il tutto per tutto per salvarsi, e, dunque, negare anche la più evidente delle prove, cercare di fabbricarne altre per confondere le acque; c) ne sarebbe seguita una situazione di stallo, durante la quale è prevedibile che gli scontri di piazza sarebbero stati gravissimi; d) in particolare la Nato e i servizi americani non avrebbero potuto sopportare una simile sfida, perché la rivelazione del loro coinvolgimento in stragi operate in un paese dell’Alleanza, avrebbe avuto conseguenze irreparabili. Ovviamente, di fronte a un simile pericolo, sia la Nato sia i servizi segreti americani sarebbero ricorsi a qualsiasi mezzo per bloccare la valanga.

È facile intuire che la situazione sarebbe in breve precipitata e ogni esito sarebbe stato possibile. Sarebbe stato disposto il Pci ad affrontare dinamiche così devastanti [49]? Credo di no: nella migliore delle ipotesi il Pci avrebbe visto andare in frantumi l’immagine di «grande forza tranquilla» alla quale aveva lavorato per un quarto di secolo. Facile intuire che la scelta sarebbe stata un’altra: usare le informazioni in una partita politica di ben più ampio respiro, nella quale alternare la minaccia alla lusinga, ovviamente, protetti dal necessario riserbo.

Vediamo ora, alla luce delle conoscenze storiche di cui si dispone, quale sia stata la politica comunista di quegli anni. Dei «poteri forti» del tempo, Nato e servizi di sicurezza anche italiani, grande padronato e chiesa, probabilmente, solo quest’ultima si era tenuta prudentemente al di fuori della pericolosa dinamica innescata; ed è proprio verso la chiesa che il Pci dirige le sue maggiori attenzioni. Si comprende, dunque, lo scarso entusiasmo con il quale il Pci affrontò lo scontro sul divorzio e la disponibilità a ricorrere a ogni compromesso [50] pur di evitare il referendum.

Più complessa si prospettava la partita relativa ai rapporti con l’Alleanza atlantica. Sino al 1969 la politica estera del Pci si ere basata su due caposaldi: l’opposizione alla Nato (dalla quale si reclamava l’uscita immediata dell’Italia) [51] e, nel quadro del dissolvimento dei blocchi militari, un processo di unità europea che comprendesse i paesi dell’Est. Ancora nel Comitato centrale del 15 marzo 1971 (si badi alla data), la relazione presentata da Amendola si esprimeva in questi termini:

«Il pericolo cresce per il legame stabilito tra queste bande e le centrali internazionali imperialistiche, i servizi segreti, i comandi della Nato, tutto l’apparato che ha rivelato la sua esistenza e la sua decisione nel colpo di stato greco» [52].

Il 15 marzo 1972 si apriva a Milano il tredicesimo congresso del Pci e, nella relazione introduttiva Berlinguer esprimeva, sulla Nato, un giudizio ben più sfumato di quello che aveva pronunciato al congresso di tre anni prima:

«La lotta contro il Patto Atlantico sarà molto più efficace quanto più si identificherà con un movimento generale per la liberazione dell’Europa dall’egemonia americana, con una graduale liquidazione dei due blocchi contrapposti che conduca alla fine al loro scioglimento» [53].

mentre non si faceva più cenno all’uscita dell’Italia dalla Nato e si accettava il processo di unificazione europea per quello che era stato sin lì, l’unificazione dell’Europa occidentale.

Nonostante la freddissima reazione americana alle profferte di Berlinguer, il Pci proseguiva su questa strada con decisione. Nel dicembre 1974 Berlinguer ufficializzava la linea di piena accettazione dell’Alleanza, pur se nella prospettiva di un futuro dissolvimento dei blocchi [54]. Il 5 giugno 1976, Berlinguer affermava di «sentirsi più sicuro sotto l’ombrello della Nato».

Singolarmente, la parabola comunista sulla Nato coincideva esattamente con la stagione delle stragi, un periodo che, a rigor di logica, avrebbe dovuto, semmai, inasprire la contrapposizione comunista all’Alleanza. E’ difficile non scorgere in questo esito la ricerca di un’uscita concordata dalla strategia della tensione. E l’impressione si rafforza constatando anche la modificazione della politica militare del partito. Nei primi anni Settanta, si era posto il problema di un ricambio dell’armamento dell’esercito e, sostanzialmente, di un secondo riarmo nel quadro della ristrutturazione Nato. Il Pci aveva assunto una posizione contraria a qualsiasi riarmo, e, dunque, alla ristrutturazione proposta. Ma, il 14 luglio 1973 [55] la direzione del Pci approvava le Proposte dei comunisti per le forze armate:

«In sostanza il Pci decide di appoggiare le cosiddette “leggi promozionali” per il secondo riarmo postbellico, attuato quasi esclusivamente mediante commesse alle industrie belliche nazionali, in primo luogo la Fiat e l’Oto Melara, azienda a partecipazione statale» [56].

Altrettanto complessa si dimostrava la questione dei rapporti con il grande padronato. A partire dal 1969, in coincidenza con i rinnovi contrattuali dell’industria, la Confindustria e le grandi aziende erano entrate in una fase di intenso attivismo politico. Le note informative dell’ufficio Affari riservati segnalano una pioggia di finanziamenti al Movimento sociale e all’estrema destra, proprio a partire dall’estate di quell’anno. Ovviamente, la Confindustria fu fra i più soddisfatti per la svolta del governo Andreotti, nel 1972, che proponeva una riedizione del centrismo: proprio sul finire di quell’anno si prevedeva una nuova tornata contrattuale per la quale le richieste sindacali erano ancora più pesanti. Il padronato affrontava la scadenza del 1972-1973 cercando una secca rivincita. Lo scontro contrattuale si protrasse per tutto l’autunno e l’inverno, per sbloccarsi in aprile. Era accaduto che, per la prima volta in epoca repubblicana, il sindacato era ricorso all’occupazione generalizzata delle fabbriche, una forma di lotta di fronte alla quale il padronato capitolava. L’episodio merita qualche attenzione oltre il terreno strettamente sindacale. Esso, infatti, può essere letto anche in un’altra chiave più direttamente connessa alla vicende di cui ci occupiamo: la reazione delle sinistre e dei sindacati a un colpo di Stato avrebbe potuto essere non quella della protesta in piazza, ma quella di asserragliarsi nelle fabbriche. Ovviamente, i militari non avrebbero avuto difficoltà insormontabili a sloggiare gli occupanti, ma a rischio di dover bombardare le industrie distruggendo gli impianti, quel che, comprensibilmente, suscitava orrore nel padronato. Improvvisamente, la minaccia di un «pronunciamento» militare diventava un’arma quasi del tutto spuntata. D’altra parte, la vicenda conteneva un altro messaggio: se gli imprenditori avessero voluto riconquistare il controllo sulle dinamiche salariali, avrebbero dovuto contrattarlo con il sindacato e, di riflesso, con il Pci, che, per parte sua, prometteva ragionevolezza lanciando la proposta di un «patto fra i produttori».

La linea della Confindustria mutava radicalmente: nel febbraio 1974 veniva eletto presidente Giovanni Agnelli che, nel suo breve mandato, firmava con i sindacati l’accordo sul punto unificato di contingenza (la richiesta salariale più radicale mai avanzata dal sindacato). La strategia della tensione perdeva, in questo modo, molto del suo retroterra politico e sociale. In questo quadro, il Pci era portato a fornire le maggiori prove possibili di una sua vocazione di governo e, prima fra tutte, la rigida demarcazione dall’area dell’estremismo politico e rivendicativo. L’attacco ai gruppi dell’estrema sinistra, in questo quadro, tornava doppiamente funzionale sia perché forniva le garanzie richieste di non farsi condizionare dai movimenti sociali spontanei, sia perché contribuiva a scongiurare il pericolo che settori della base potessero subire troppo l’attrazione dell’estremismo. E, infatti, il 1973 segnò il periodo di massima durezza nella polemica fra gruppi e Pci (per lo meno prima del 1977): in febbraio il Pci, in Senato, per bocca di Cossutta, sollecitava un deciso intervento contro il Movimento studentesco della Statale di Milano (che, infatti, veniva sgomberata pochi giorni dopo). Nell’anno seguente, il rapimento del giudice Mario Sossi costituì la prima occasione di aperta collaborazione con la polizia. Acquista senso, in questo quadro, la dichiarazione di Taviani davanti alla Commissione stragi:

«Quando si pensa al “non partito” che poi diventò partito d’ordine e fu partito d’ordine già nel 1973…» [57].

Concetto che Taviani ribadì sette anni dopo:

«Devo poi dichiarare che durante la vicenda Sossi (e questo è importante) il Partito comunista ufficiale… collaborò attivamente con me e con il ministero dell’Interno per le investigazioni e la ricerca dei responsabili. Galluzzi, a diretto contatto con Berlinguer, aveva frequenti incontri con me anche nella sede del ministero dell’Interno. La tesi che il Partito comunista si sia convertito solo dopo l’assassinio di Moro è destituita di fondamento; si era convertito assai prima» [58].

RAGION DI STATO E RAGION DI PARTITO

Gli articoli pubblicati da Berlinguer su Rinascita, nell’ottobre 1973, in cui era enunciata la proposta del «compromesso storico», assumono, quindi ben altro senso, inseriti in questo contesto storico. Essi rappresentano una sintesi dello sforzo operato dal Pci per condurre a termine la sua politica di inserimento e vanno riferiti al contemporaneo declinare della strategia della tensione.

Il compromesso storico implicava, infatti, un reciproco riconoscimento (essenzialmente fra Dc e Pci) come partiti legittimati a governare. In questo senso era qualcosa di più e di diverso di una formula per un governo Dc-Pci (come, invece, venne inteso nella vulgata che si affermò). Ma una simile scelta sarebbe stata compatibile con l’approfondimento della verità sulle stragi? Se il proseguire delle inchieste avesse fatto emergere la compromissione di settori rilevanti della Dc (e, con essa, dei servizi di sicurezza, delle gerarchie militari e della polizia) cosa sarebbe rimasto di quella proposta?

Al termine di questa ricostruzione, ci sovviene l’ultima pagina di un libro di Leonardo Sciascia, Il contesto, (da cui Francesco Rosi trasse, nel 1976, il film Cadaveri eccellenti).Nel breve romanzo è descritta la storia del commissario Rogas che, indagando onestamente sull’assassinio di alcuni magistrati, giungeva a scoprire una congiura per attuare un colpo di stato. Cercava, tramite un giornalista suo amico, Cusan, di avvisare il massimo partito dell’opposizione, ma, proprio durante l’incontro segreto con Amar, il segretario di quel partito, veniva ucciso insieme all’esponente politico. La versione ufficiale spiegava tutto con un raptus di follia del commissario che avrebbe ucciso Amar e si sarebbe poi suicidato. Tale versione veniva accettata dal partito, ma trovava non persuaso Cusan, e di qui il dialogo finale fra il giornalista ed il vicesegretario del partito:

«Ma perché uccidere Rogas?», domandò Cusan, «perché non sentirlo, non processarlo?». «La Ragion di Stato, signor Cusan: c’è ancora, come ai tempi di Richelieu. E in questo caso è coincisa, diciamo, con la Ragion di Partito… l’agente ha preso la più saggia decisione che potesse prendere: uccidere Rogas». «Ma la Ragion di Partito… Voi… La verità, la menzogna…», Cusan quasi balbettava. «Siamo realisti signor Cusan. Non potevamo correre il rischio che scoppiasse una rivoluzione», e aggiunse, «Non in questo momento».

«Capisco», disse Cusan, «non in questo momento».

E comprendiamo perché, all’epoca della sua uscita, il libro fu accolto dai dirigenti del Pci con la più viva irritazione.

 NOTE

1 – La documentazione qui esaminata proviene, essenzialmente, dall’inchiesta del giudice istruttore Guido Salvini sull’eversione in Lombardia e Veneto negli anni Sessanta e Settanta, e da quella della Commissione parlamentare stragi (d’ora in poi, CPS). Contributi vengono anche dall’inchiesta veneziana del giudice istruttore Carlo Mastelloni sull’attentato contro l’aereo Argo 16 e da quella della strage bolognese (Libero Mancuso. e Leonardo Grassi). Per altri versi, ho attinto agli atti della Commissione parlamentare sulla P2 (d’ora in poi CPP2) e di quella sul caso Sifar (CPSifar), oltre, ovviamente, alla pubblicistica corrente. I documenti del Pci sono stati rinvenuti nell’Archivio dell’Istituto Gramsci di Roma (d’ora in poi AIG) e di Torino (AIG-T). La sigla ADCPP indica l’Archivio della Direzione Centrale della Polizia di Prevenzione, che raccoglie le carte dell’ex Ufficio Affari riservati (Uaarr).

2- E lo dimostrerà dieci anni dopo, con la sua dissociazione dalla condanna del Pci per l’invasione dell’Afghanistan.

3- Galluzzi era stato l’ispiratore di tutti gli atti del Pci più sgraditi a Mosca, dalla risoluzione sulla Cecoslovacchia alla dissociazione dalla posizione sovietica sul tema della Cina (Conferenza dei Pc, Mosca giugno 1969). Nei primi del 1970, i servizi sovietici fornirono all’allora vicesegretario e segretario organizzativo del partito, Cossutta, le prove dell’attività informativa di due funzionari della Commissione esteri (Mario Stendardi ed Edoardo Ottaviano) a favore del Sid. I due vennero rimossi dall’incarico ed espulsi dal partito, ma il conto politico più salato lo pagò Galluzzi che, in quanto responsabile della Commissione non aveva saputo vigilare sull’integrità dei suoi collaboratori. Carlo Galluzzi, La svolta, Sperling & Kupfer, Milano, l983; Carlo Galluzzi, Togliatti, Longo, Berlinguer, Sperling & Kupfer, Milano, 1989; Chiara Valentini, Berlinguer il segretario, Mondadori, Milano, 1987, pp. 43-45.

4- Secondo una stima di Taviani, a lungo ministro dell’Interno, la «frangia secchiana» era valutabile intorno al 20 per cento nella base. Audizione del senatore Taviani davanti alla CPS del 5 dicembre 1990, Senato della Repubblica-Camera dei Deputati, decima legislatura, CPS volume VI, p. 222.

5 – La vicenda del gruppo il Manifesto costituisce un esempio della complessità della situazione. Dopo l’uscita del primo numero della rivista mensile (violentemente critico nei confronti dell’Urss), il gruppo filosovietico di D’Onofrio, Donini e altri chiese l’espulsione dei dissidenti per aver violato le norme statutarie del partito che proibivano di dar vita a organi stampa di gruppo; qualora tali misure non fossero state assunte, i filosovietici minacciava di dotarsi di un proprio quotidiano (evidentemente, sovvenzionato dai russi). Peraltro, non era difficile leggere in trasparenza il resto della minaccia: operare una scissione nel partito e dar vita (magari attraverso una fusione con il Psiup) a un consistente Pc in concorrenza con il Pci. La richiesta dei vecchi «stalinisti», trovava la convinta adesione della destra del partito (Amendola, Cossutta, Bufalini). Il gruppo dirigente berlingueriano dovette accettare la richiesta con l’unica attenuazione della radiazione al posto dell’espulsione. La decisione venne ratificata dal Comitato centrale nel novembre 1969.

6 – Diciamo «forse» perché non è affatto scontato che un Pci indebolito, e magari sotto il 20 per cento dei voti, trovasse ancora molti interlocutori disponibili nell’area di centro. Alcuni avrebbero potuto legittimamente sperare che quel ridimensionamento fosse l’avvio del declino.

7 – Gianni Cervetti, L’oro di Mosca, Baldini e Castoldi. Milano. 1993.

8 – Giampaolo Pellizzaro, Gladio rossa, Settimo Sigillo, Roma, 1997.

9 – ibidem p.19.

10 – Tutto sommato, la manovra funzionò, se Taviani e Cossiga hanno ammesso, durante le loro audizioni presso la CPS che la messa fuori legge del Pci venne esclusa dagli stessi Alcide De Gasperi e Mario Scelba, per la consapevolezza che essa avrebbe scatenato la guerra civile. In una conversazione con Massimo Caprara (Lavoro Riservato, Feltrinelli, Milano, 1997, pp. 136-137) Taviani, dopo aver affermato che, nel 1954, i servizi di sicurezza avevano conseguito le prove di ingenti finanziamenti russi al Pci, afferma: «Ci fu appositamente una riunione a tre al Viminale…Noi abbiamo sempre detto che il Pci era pagato da Mosca. Ma dare pubblicità alle carte di quel finanziamento…avrebbe comportato necessariamente mettere al bando il Pci… E dunque la guerra civile. Proprio quello che De Gasperi, con la collaborazione di Scelba, e Togliatti, con la collaborazione di Longo e non quella di Secchia, hanno evitato… Il paese era diviso in due. Sarebbe stata davvero la guerra civile».

11 – Giulio Andreotti, Operazione via Appia, Rizzoli, Milano, 1998, p. 109

12 – Ugo Pecchioli, Tra misteri e verità, Baldini e Castoldi, Milano, 1995, p.66.

13 – Sul punto si veda la ricostruzione di Massimo Caprara (op. cit.), dalla quale si evince non solo l’esistenza del settore Lavoro Riservato, ma anche il tipo di attività svolta e i nomi di alcuni degli addetti. Fra essi spicca il nome di Matteo Secchia, fratello di Pietro, che, significativamente, restò nel suo delicato incarico sino al 1966 (p. 168), il che conferma indirettamente alcune delle informative dei servizi che indicavano proprio in Matteo Secchia uno dei coordinatori della struttura parallela.

14 – La circostanza emerse nel corso dell’inchiesta di De Ficchy e destò un certo scalpore, per la data di tali corsi: fine anni Settanta. Si ritenne che ciò fosse la prova dell’ininterrotta esistenza della Gladio Rossa sino alle soglie degli anni Ottanta. A mio parere, la circostanza conferma, invece, la natura essenzialmente difensiva e informativa del lavoro riservato del Pci: con le ricetrasmittenti non si fanno attentati, ma si scambiano notizie.

15 – Ad esempio Pecchioli (op. cit. p. 72) dice di aver scoperto due funzionari infedeli della federazione torinese, corrotti da un sottufficiale di polizia; andato dal questore Caruso, per protestare, riceveva assicurazioni in proposito e, infatti, dopo pochi giorni il questore gli comunicava di aver appurato che il fatto era vero e di aver fatto trasferire lo sfortunato sottufficiale in una località del Sud. Il Pci torinese non dette alcuna pubblicità al fatto, limitandosi ad allontanare i due funzionari sleali.

16. Circolari 21 marzo 1969 (AIG 0305/ 1443 del 1969), del 28 aprile (AIG 0305/ 1455 del 1969) del 2 maggio (AIG 0305/1456 del 1969) e 3 giugno 1969 (AIG 0305/ 1478 del 1969); tutte negli atti di Salvini

17 – AIG 0308/ 0045 del 1969, negli atti di Salvini.

18 – AIG 0308/ 0012 del 1969, negli atti di Salvini.

19 – AIG 0306/ 2118 del 1969, negli atti. di Salvini.

20 – AIG 0308/ 0062 del 1969, negli atti di Salvini.

21 – Il Partito Comunista d’Italia «linea rossa», è lo stesso gruppo cui apparteneva la rivista Lavoro Politico che abbiamo visto, poco prima, sospettata di essere infiltrata. Occorre aggiungere che dello stesso gruppo era dirigente l’ex partigiano Alberto Sartori, che si appurerà lavorare, quale agente librario, per la Litopress di Giovanni Ventura.

22 –  Si veda anche Vincenzo Vinciguerra, L’albero caduto, dattiloscritto, Milano-Opera, 1996.

23 – In realtà, del 25 novembre è la lettera di accompagnamento a firma di B. Cerasi, della segreteria della federazione milanese del Pci, che si preoccupa di aggiungere che le notizie sono di fonte sicura perché provengono da un compagno che frequenta l’Associazione marinai d’Italia. AIG 0308 / 0063, negli atti di Salvini.

24 – Data dello sciopero generale, nel quale trovò accidentalmente la morte l’agente Antonio Annarumma i cui funerali, il 2l successivo, si trasformarono in occasione di gravissime violenze da parte della destra. Fra l’altro, Mario Capanna venne effettivamente aggredito in quella occasione.

25 – 12 e 19 febbraio 1999; verbale stenografico CPS; la versione è stata sostanzialmente confermata, pur se con le inevitabili incertezze nel ricordo di un avvenimento di trenta anni prima, da Luciano Barca, ascoltato dalla CPS successivamente.

26 – Carlo Cecchi, Storia della P2, Editori riuniti, Roma, 1984, p.129.

27 – AIG, Direzione nazionale 1969, pp. 2298- 2322, negli atti di Salvini.

28 – Ci si riferisce all’ormai famoso articolo di Leslie Finer in cui compare, per la prima volta, l’espressione «strategia della tensione».

29 – Sono costretto a citare un episodio che, pur indirettamente, mi riguarda: nel novembre 1997 consegnai al giudice istruttore Salvini la mia terza relazione di perizia, nella quale sono contenuti gran parte dei documenti qui esaminati. Salvini la inviò in Commissione stragi e la stampa ne dette notizia dando risalto alla parte relativa a Saragat. L’Unità intervistò Tortorella che si disse assolutamente sorpreso di queste notizie e aggiunse che il Pci non aveva mai avuto dubbi sulla lealtà democratica del presidente Saragat, concludendo con l’avvertimento a diffidare delle note confidenziali degli informatori «che raccontavano bufale incredibili». Mi spiace per Tortorella, capogruppo Pds nella Commissione stragi nella decima legislatura, ma la notizia non viene da una fonte confidenziale, bensì da un documento ufficiale del suo partito. Scrivo questo, non per indulgere alle autocitazioni, ma perché mi sembra un ottimo esempio dell’atteggiamento incline alla rimozione che molti ex dirigenti del Pci mostrano nel parlare di quelle vicende.

30 – Forse vale la pena di incrociare questo passaggio dell’intervento di Sergio Segre con un brano del libro-intervista di Ettore Bernabei, L’uomo di fiducia, Mondadori, Milano, 1999 (p. 198-9): Saragat? «Saragat diceva che in Rai eravamo un covo di eversori… La parola è forte ma non me ne viene un’altra: gli amici di Saragat complottavano contro la Rai», Per esempio? «Per esempio…La faccenda di Valpreda, se ci si pensa è ben strana», Che c’entra la Rai? «La bomba di piazza Fontana scoppiò il venerdì pomeriggio, il sabato presero Valpreda e lo stesso pomeriggio, poco dopo l’arresto, venne da noi in Rai un giornalista del Messaggero con taccuino in mano e chiedeva a noi notizie di questo Valpreda, sostenendo che, a sentire la polizia, era un ballerino di Studio Uno. Noi non l’avevamo mai sentito nominare, chiedemmo ai responsabili del programma e niente, nel frattempo anche le agenzie battono la notizia che Valpreda era un ballerino Rai, arriva persino una fotografia di qualche anno prima dove si vede questo poveretto nel cortile di viale Mazzini insieme ad un corpo di ballo e a Gina Lollobrigida. Tutto questo mentre noi non si trovava negli archivi lo straccio di un indizio, un pagamento, un qualche cosa che effettivamente certificasse la notizia ormai ufficiale che cioè l’attentatore di piazza Fontana era un ballerino della Rai!» Valpreda fu poi assolto da tutto. «Certo, ma in quei giorni non ci andavano mica per il sottile. ….E però: come mai i giornalisti, agenzie eccetera, sapevano così tanto dei rapporti fra Valpreda e la Rai e noi in Rai non trovavamo traccia di costui, non avevamo la minima idea di chi fosse? E solo dopo una ricerca affannosissima e lunghissima scoprimmo che un Pietro Valpreda aveva fatto un provino da noi ed era stato scartato. Ma da noi a far provini venivano centinaia di sconosciuti dei quali poi non si sapeva più nulla e di questo invece, un minuto dopo averlo arrestato, la polizia era già in grado di fornire una biografia significativa dove i rapporti del ballerino con la Rai venivano esaltati e documentati addirittura da una foto», E secondo lei dietro c’era la mano di Saragat? «Io non lo so e non ne ho le prove. So che il capo della polizia Vicari andava a giocare a carte tutte le sere al Quirinale. Certi dettagli insignificanti mi hanno sempre impressionato». Bernabei converge con l’intervento di Segre sia nel sostenere che ci fu una pressione sulla Rai (attraverso la montatura sui rapporti fra Valpreda e Rai), sia nell’indicare un rapporto preferenziale fra polizia e Quirinale, sia nella convinzione che Saragat stesse tirando le fila di una operazione che, fra i suoi obiettivi minori, aveva anche quello di imporre una diversa gestione della Rai.

31 – AIG 051/1193 del 1972; negli  atti di Salvini.

32 – ADCPP fascicolo, Note al Ministro 1972, carteggio Via Appia; negli atti di Salvini.

33 -I due precedenti documenti confermano quanto dico a proposito della cosiddetta «Gladio Rossa»: se realmente il Pci avesse avuto a disposizione un’ organizzazione armata di decine di migliaia di persone, non avrebbe avuto nessun bisogno né di ricorrere alle misure indicate nel documento Per la difesa della sede del Comitato centrale, né di ricorre a servizi d’ordine «tutti, per la verità, abbastanza scombinati», come nota una fonte, sotto questo profilo, non sospetta come l’informatore dello Uaarr.

34 – Nel 1972 la Commissione antifascismo della Direzione nazionale, stando alle carte, non avrebbe raccolto segnalazioni e si sarebbe limitata organizzare una serie di convegni storici per il cinquantesimo della marcia su Roma.

35 – AIG 046/ 56 del 1973; negli atti di Salvini.

36 – AIG 046/ 57 del 1973; negli atti di Salvini.

37 – AIG 041/ 1129 del 1973; negli atti di Salvini.

38 – AIG 053/ 725 del 1973; negli atti di Salvini.

39 – AIG-T; negli atti di Salvini.

40 – AIG-T; negli atti di Salvini

41 – E’ interessante notare che la riunione del Comitato centrale durò solo quattro ore, fatto assolutamente senza precedenti nella storia del partito (abitualmente le riunioni duravano fra i due e i quattro giorni). L’inusitata procedura veniva giustificata con l’esigenza di non tenere lontano dalle sedi i segretari provinciali per troppo tempo; ma, considerando che, comunque, nelle federazioni restavano i membri di segreteria non membri del Comitato centrale e che essi sarebbero stati in grado di fronteggiare un eventuale assalto fascista alla sede, tutto questo non può che avere un solo significato: il Pci temeva qualcosa di molto grave, al punto da venir meno alle sue consuetudini più radicate, pur di disporre del proprio apparato in perfetta efficienza di fronte a una simile eventualità.

42 – Proprio in questi termini si era espresso Amendola concludendo il Comitato centrale il 17 marzo 1970, mentre veniva ufficializzata la notizia del golpe: «Il pericolo è quindi sempre presente. Anzi, il solo fatto che si sia incominciato a scoprire qualche cosa potrebbe aumentare la tentazione delle altre parti implicate nel complotto di agire prima che tutta la rete sia scoperta. È un momento, quindi, estremamente delicato». Relazione e conclusioni furono pubblicate dalla casa editrice del partito, Giorgio Amendola, La crisi italiana, Editori Riuniti, Roma, 1970, la citazione è a p. 84.

43 – Ugo Pecchioli, op. cit., p.75.

44 – ADCPP, fascicolo «Calabresi; negli atti di Salvini.

45 – Il documento comparve (ma con le sole iniziali puntate dei nomi) sul Borghese che sostenne anche di aver svolto un’inchiesta che confermava in molti punti le notizie in esso contenute. lo stesso documento venne poi consegnato dal giornalista Giorgio Zicari al giudice Giovanni Tamburrino nel quadro dell’inchiesta sulla Rosa dei Venti e, attraverso questa strada, acquisito dalla Commissione parlamentare di inchiesta sulla P2 che lo pubblicava nei propri atti. Sfortunatamente la copia giunta alla Commissione (ma forse allo stesso Tamburrino) era priva di una pagina ed esso, perciò, appare incompleto nella raccolta di atti della Commissione. La versione integrale del testo è stata rinvenuta fra i documenti dell’Istituto Gramsci di Roma; negli atti di Salvini.

46 – Ricordiamo, sia pur di sfuggita, che l’autunno 1972 fu il periodo nel quale si sarebbe tessuta la trama del tentativo più oscuro di quella stagione, quello attribuito al finanziere Michele Sindona

47 – Il conte Pietro Loredan era fratello di Alvise Loredan, noto esponente dell’estrema destra (fu lui ad organizzare, nel 1962 a Venezia, l’incontro di Nuovo Ordine Europeo). Ma, a differenza del fratello, Pietro avrebbe avuto opinioni di sinistra, tanto da essere soprannominato il «conte rosso» ed essere ripetutamente indicato nei rapporti di polizia (con una buona dose di fantasia) come il vero capo delle Brigate rosse. In realtà sul conto di Pietro Loredan vi erano moltissimi elementi che facevano fieramente dubitare della sua vocazione di sinistra.

48 – Malagugini era, all’epoca, membro della Corte costituzionale.

49 – Dello stesso parere mi è parso l’attuale presidente della Commissione Stragi, Giovanni Pellegrino che ha riconosciuto in alcune dichiarazioni dell’aprile scorso, che il Pci era probabilmente al corrente di molte più cose di quante non ne abbia denunciate, ma che la sua azione fu condizionata dal pericolo di una guerra civile. Non sembra che tanta correttezza sia stata apprezzata dai dirigenti del suo partito.

50 – È del 1972 la proposta di legge Carettoni (sinistra indipendente) per limitare il divorzio ai soli matrimoni civili, sul modello della legislazione polacca.

51 – Dichiarazione di Berlinguer riportata sull’Unità del 16 febbraio 1969, in occasione del dodicesimo congresso del partito.

52 –  Giorgio Amendola, op. cit. p. 68.

53- Nel 1969, Berlinguer aveva detto: «Se ci battiamo… per l’uscita dalla Nato e una politica di autonomia e di iniziativa, lo facciamo anche per ragioni di politica interna, perché consideriamo indispensabile che l’Italia si liberi di tutte quelle ipoteche e di quei condizionamenti rappresentati dalle posizioni politiche e militari che l’imperialismo americano detiene nel nostro paese, le quali rappresentano una minaccia pesante non solo per la sicurezza e la pace del nostro paese, ma anche per un libero sviluppo della nostra vita interna».

54 – Enrico Berlinguer, Per uscire dalla crisi, per costruire un’Italia nuova, in Antonio Tatò, La questione comunista, Editori Riuniti, Roma, 1975.

55 – Anche qui c’è una singolare coincidenza: secondo Amos Spiazzi, l’Organizzazione di sicurezza che sarebbe stata dietro il caso della «Rosa dei Venti», sarebbe stata sciolta il 14 luglio del 1973, lo stesso giorno del documento della Direzione comunista citata; Amos Spiazzi Di Corteregia, Il mistero della Rosa dei Venti, Edizioni Centro studi Carlo Magno, Funo di Argelato, 1995.

56. Virgilio Ilari, Il contesto delle stragi, 21 settembre 1998, studio preparato per la relazione finale della Commissione stragi. Archivio CPS

57 – Audizione 5 dicembre 1990 cit., p.225.

58 – Audizione 1 luglio 1997, p. 26 del verbale stenografico

 

A rivista anarchica nr 241 Dicembre 1997 Gennaio 1998 Quei 150.000 fascicoli “dimenticati” di Luciano Lanza

29 settembre 2011

http://xoomer.virgilio.it/anarchivio/archivio%20testi/241/241_05.htm

Collaboratore della Commissione parlamentare sulle stragi del giudice Guido Salvini, Aldo Giannuli conosce come pochi le indagini relative alle stragi. E su Piazza Fontana dice che…

Il 4 ottobre 1996 fa una scoperta sensazionale: trova in un deposito della via Appia a Roma, circa 150 mila fascicoli del ministero dell’interno. Fascicoli che contengono una massa incredibile di informazioni e reperti sull’operato dei servizi segreti italiani. Per di più quei fascicoli non sono catalogati, in pratica sono segreti e li conoscono soltanto pochi uomini dei servizi. L’autore di questa scoperta è Aldo Giannuli, 45 anni, che lavora presso la cattedra di Storia dell’America, all’università di Bari. Ma che accanto a questa sua attività accademica abbina il lavoro di consulente per il giudice di Milano Guido Salvini e della Commissione stragi. E’ stato proprio durante un’indagine per conto del giudice che ha condotto una nuova inchiesta sul terrorismo di destra e sulla strage di piazza Fontana, che Giannuli arriva all’archivio segreto della via Appia. Un paziente lavoro di ricerca che si è trasfuso anche in alcuni libri: Lo stato parallelo(1997), Storie di intrighi e di processi (1991). Ma Giannuli non si è occupato solo di “intrighi”, tra le sue opere ci sono anche libri come Il Sessantotto. La stagione dei movimenti (1988) e Alle origini del movimento trotzkjista (1982). A-rivista anarchica lo ha intervistato.

Come sei arrivato al deposito della via Appia?

Quando iniziai a esaminare i documenti custoditi presso la Direzione della polizia di prevenzione, mi venne spiegato che parte di essi erano custoditi presso l’archivio corrente al Viminale, parte nell’archivio di deposito sulla via Appia. Sin qui nulla di strano. Le stranezze cominciarono dopo. Spesso i documenti portano in margine delle note che rinviano ad altro documento (“fare copia per fascicolo X” oppure “originale in Y”) che io immediatamente chiedevo di visionare. In molti casi questi fascicoli (la cui esistenza era attestata dagli stessi documenti del Viminale) risultavano inesistenti nello schedario. Segnalai questa e molte altre incongruenze ai responsabili della direzione che ordinarono un’ispezione nel grande deposito della via Appia e lì vennero fuori interi scaffali di materiale “non inventariato” e non protocollato. Da qui il seguito della storia culminato nel sequestro dell’intero deposito da parte della Procura di Roma. Particolare curioso e tutto italiano: a fare le spese di queste gravi irregolarità (commesse evidentemente anni addietro) sono stati proprio gli attuali dirigenti della polizia di prevenzione, che invece avevano agito correttamente. Paradossalmente, agli occhi dell’opinione pubblica i depistatori sono diventati proprio quelli che, pur dietro mia sollecitazione, avevano scoperto l’imbroglio.

Quali elementi importanti per la strage di piazza Fontana e le altre trame della strategia della tensione sono venuti fuori da quei fascicoli?

Più che sulla strage in sé, le notizie interessanti riguardano episodi di contorno assai rilevanti. Ad esempio, ho scoperto che l’allora Ufficio affari riservati custodiva presso di sé (dunque sottraendo illegittimamente alla magistratura) i reperti dell’esplosione sul treno Milano-Lecce, avvenuta la notte tra l’8 e il 9 agosto nella stazione di Pescara. Reperti che avrebbero potuto portare all’identificazione dei responsabili (risulteranno poi essere Franco Freda e Giovanni Ventura) molto tempo prima.

Interessantissime, poi, le carte relative al coordinamento dei servizi di sicurezza (prenderà il nome di Club di Berna). Contrariamente a quanto sin qui si pensava, il coordinamento nasce nel 1968 non su ispirazione della Cia, ma al contrario contro la Cia, ad opera di un’altra cordata che trovava i suoi esponenti nell’Ufficio affari riservati italiano, nella Dst francese e nell’Fbi. Già, perché spesso facciamo un errore: diciamo “americani” e pensiamo Cia, ma il mondo è più complesso e nello stesso campo è possibile trovare diverse cordate concorrenti. Ripeto: sulla strage in quanto tale non sono emersi documenti sconvolgenti (per la verità neanche me li aspettavo), però sono emersi elementi fondamentali per rileggere la strategia della tensione nel suo complesso. Adesso si dispone di una bussola molto più affidabile per orientarsi e ricostruire la “logica” di quelle vicende. Una logica che sin qui era sfuggita. Ci sono episodi noti (si pensi alla “velina Serpieri”, quella con la quale il servizio segreto militare accusa, già cinque giorni dopo la strage di piazza Fontana, Ralph Guerin Serac, capo dell’Aginter Presse, di essere il mandante) che sin qui non si riuscivano a spiegare e che oggi acquistano un altro senso.

Uno di quei fascicoli riguarda l’informatore del commissario Luigi Calabresi e dell’Ufficio affari riservati: nome in codice Anna Bolena, per l’anagrafe Enrico Rovelli. Che cosa riferiva Rovelli alla polizia e al Viminale?

Già, Enrico Rovelli, Anna Bolena in codice. Uno dei personaggi chiave del “caso Pinelli”. E’ lui, infatti, a informare sistematicamente sulle attività del Ponte della Ghisolfa e, in qualche caso, ad aggiungere di suo. Ad esempio, il 30 dicembre 1969, interpellato da Silvano Russomanno, capo milanese dell’Ufficio affari riservati, sull’attendibilità dell’accusa a Pietro Valpreda, risponde che è possibilissimo che la strage l’abbia fatta lui. Rovelli, comunque, non si limita a fare l’informatore, ma fa anche l’agente provocatore, come nel 1971, quando compare in Italia uno strano personaggio che vende armi nell’ambiente dell’estrema sinistra e Rovelli viene incaricato dai servizi segreti di acquistare una pistola e alcuni candelotti di dinamite, evidentemente, per incastrare il trafficante.

Tu, come consulente della Commissione stragi, ti sarai certamente fatto una convinzione su quanto è successo alla fine degli anni Sessanta e negli anni successivi in Italia. Puoi riassumerla?

Io credo che le intuizioni della controinformazione sul carattere di “stato” delle stragi e dell’eversione fossero sostanzialmente esatte, ma che, insieme, fossero molto semplicistiche e parziali, d’altronde lavorando in simultaneità allo svolgersi dei fatti non avrebbe potuto essere diversamente: molte cose le si sono scoperte ad anni di distanza. Proverò ad indicare molto schematicamente alcune rilevanti novità nella lettura di quei fatti. Lo stragismo non coincide con la strategia della tensione, ma ne è solo la parte terminale: dal 1969 al 1974. Infatti la strategia della tensione dura ben 15 anni: dagli ultimi Cinquanta alla metà dei Settanta. La strategia della tensione non è stata un fenomeno solo italiano, ma una vicenda internazionale nella quale vanno inseriti anche i casi italiani. Non si capisce piazza Fontana senza tener presente la situazione greca, così come la strage di piazza della Loggia a Brescia va inserita in un contesto che vede, solo un mese prima, la caduta del fascismo portoghese e, conseguentemente, la scoperta della sede dell’Aginter Presse in rua de Praças. Per leggere i fatti di quegli anni occorre avere presente come elemento primario i continui e durissimi conflitti tra le varie cordate che si contrappongono all’interno dello stesso campo occidentale. E non alludo solo alle tensioni latenti fra gruppi fascisti e partiti governativi di centro, ma anche a quelle fra i diversi servizi segreti organizzati in cordate internazionali concorrenti. La dimensione “investigativa” non basta per inchieste di questa complessità: occorre riportare costantemente le varie acquisizioni al contesto storico in cui sono avvenute. Se non si vuole fare della cattiva letteratura gialla, occorre inserire quelle vicende in un contesto da studiare con le categorie della storia e della politologia.

L’inchiesta condotta dal giudice Guido Salvini ha sostanzialmente confermato sul piano giudiziario, una verità che politicamente una parte consistente della sinistra (in primo luogo gli anarchici) aveva già formulato: “la bomba di piazza Fontana è una strage di stato”. Che cosa succederà: è possibile che la magistratura, parte dello stato, metta sotto processo un’altra parte dello stato?

Dopo otto anni di inchiesta ne sappiamo molto di più che nel passato. Soprattutto Salvini ha dato un contributo decisivo nello strappare molti veli. Debbo dire, però, che se il quadro politico inizia a chiarirsi e, insieme, si è vicini all’identificazione degli esecutori materiali e dei loro mandanti vicini, le nebbie sono ancora abbastanza fitte man mano che si sale verso i “mandanti dei mandanti”. Quale è stato il ruolo del presidente del consiglio Mariano Rumor? Perché si sarebbe rifiutato di decretare, dopo piazza Fontana, lo stato di pericolo pubblico (come dice Carlo Digilio, informatore della Cia e infiltrato nel gruppo di Ordine nuovo di Venezia, guidato da Delfo Zorzi, accusato di essere l’esecutore materiale della strage)? E sino a che punto l’amministrazione americana era coinvolta nella vicenda? Tutte questioni di cui percepiamo alcuni elementi, ma i cui contorni sono assai sfuocati. Questo, però, più che mestiere della magistratura è compito della Commissione stragi e degli storici. La Commissione stragi vi si sta dedicando, sia pure tra molte difficoltà, gli storici, invece, brillano per la latitanza. E questo è tanto più grave se si pensa che l’alibi della mancanza di documenti non regge più. In fondo, proprio ora, per le smagliature nel blocco di potere, qualche velo dell’omertà di stato inizia a essere strappato. Tangentopoli docet.

Un momento, qui non si tratta di processare politici coinvolti in un giro di bustarelle e di grandi corruzioni, si è di fronte a un problema ancora più grande: una strategia fatta di bombe e morti, di repressione contro la sinistra extraparlamentare, contro gli anarchici, per conservare il potere della Democrazia cristiana e dei suoi alleati. Non è logico pensare che alla fine l’inchiesta di Salvini venga ridimensionata con un tipico gioco all’italiana?

Sì, hai ragione, qui non si tratta di mandare sotto processo qualche politico ladro, ma di ben altro. Peraltro posso dirti che ti sbagli quando pensi che vi saranno tentativi per bloccare le inchieste (quella di Salvini in particolare) e di disinnescarle. Questi tentativi non ci saranno: sono già in corso da almeno due anni. In altri tempi, magistrati e capitani dei carabinieri troppo curiosi avrebbero ricevuto, e da tempo, un sontuoso funerale di stato. Oggi le cose sono più complicate e le tecniche di depistaggio devono farsi più raffinate. A questo punto bloccare le cose non è così semplice, ormai in 25 anni di inchieste giornalistiche, giudiziarie e parlamentari, si è accumulata una tale massa di conoscenze che i normali depistaggi servono a poco e il “suicidio” di un investigatore troppo intraprendente attirerebbe un’eccessiva attenzione, producendo più danni che rimedi per i depistatori. E’ probabile che le cose seguano un corso diverso: i mass media metteranno la sordina ai processi (roba vecchia, che sa di muffa, non fa notizia), il sistema politico si limiterà a dare la colpa di tutto alla storia, i processi andranno per le lunghe e data l’età degli imputati chissà se finiranno (in fondo, qualche imputato malandato di suo già c’è). Qui spetta alle forze politiche della sinistra impedire che questo accada, formare l’opinione pubblica, promuovere una campagna adeguata e così via. Ma se guardo al panorama attuale della sinistra italiana non sono affatto tranquillo sulla sua capacità di cogliere (o di voler cogliere) l’attualità politica della questione. Temo che anche la maggioranza della sinistra ritenga tutto questo archeologia e non politica.

Un’ultima domanda. Che cosa sapevano i dirigenti del Pci sulla strage di piazza Fontana?

Sicuramente molto di più di quello che veniva raccontato sull’Unità: il Pci aveva i suoi informatori nella destra e nelle istituzioni, seguiva con comprensibile apprensione questi fatti e il servizio segreto russo (che non ha mancato di fare le sue indagini in proposito) avrà passato più di una notizia ai “compagni italiani”. Ma è difficile dire sino a che punto il Pci abbia saputo e in quale momento. Così come non è chiaro quale sia stato l’uso di queste conoscenze. Per rispondere alla tua domanda ci vorrebbe un’altra via Appia.

A rivista anarchica nr 268 Dicembre 2000 Gennaio 2001 Siamo tutti sudafricani di Luciano Lanza

28 settembre 2011

http://www.anarca-bolo.ch/a-rivista/268/7.htm

Il presidente della Commissione Stragi lancia una proposta per azzerare i conti sulla strategia della tensione: niente più colpevoli. Così, mettendo una pietra sul passato, centrosinistra e centrodestra si libereranno di eredità ingombranti.

 Mettiamocelo bene in testa: le stragi in Italia non le ha fatte nessuno. Non ci sono colpevoli. Quindi resteranno impunite. Allora bisogna trovare una soluzione. Politica, ovviamente. Così, mentre un processo in corso a Milano (quello contro Delfo Zorzi, Carlo Maria Maggi e soci) sta mettendo in luce, sul piano giuridico, le responsabilità dei neonazisti italiani nella strategia della tensione negli anni Sessanta e Settanta, con fiammate fino ai primi anni Ottanta, si sviluppano altre iniziative. Preoccupanti. L’ultima sortita è di Giovanni Pellegrino, senatore Ds e presidente della Commissione stragi. In un libro intervista, Il segreto di Stato, Pellegrino lancia una proposta che sta già facendo molto discutere, ma non apertamente, solo nei corridoi del Palazzo.

Che cosa dice Pellegrino? Bisogna superare quella che è stata una “guerra civile” e azzerare le responsabilità penali da una parte e dall’altra. Chi sa, parli e verrà perdonato. Solo così si può ricostituire un clima politico non più avvelenato da quel “tragico passato”. Insomma, un soluzione che Pellegrino definisce “alla sudafricana”. Cioè quella soluzione che una commissione guidata da Desmond Tutu permise al Sudafrica di passare a un regime democratico, senza più alimentare continui scontri razziali tra bianchi e neri. In Italia il confronto sarebbe tra rossi e neri o, per essere più aderenti ai tempi, tra rosa e grigi.

La cosa in sé può far sorridere (o altro a seconda dei gusti e dei temperamenti) e letta come una delle tante dichiarazioni preelettorali di un politico in odore di non rielezione (e che probabilmente non vuole uscire del tutto dalla scena politica, rimanendo almeno presidente di quella Commissione). Ma la questione, è ovvio, non si esaurisce solo a un problema di poltrone.

Atto primo: guerra di dossier

Per capire appieno la tattica e la strategia che sta dietro quella proposta (non irrilevante e non campata in aria, teniamolo presente) bisogna fare il classico passo indietro.

Tutto comincia, si fa per dire, con la relazione dei parlamentari Ds presenti nella Commissione stragi. Una lettura (o rilettura, se volete) degli anni delle bombe, degli attentati e dei tentativi di golpe. I Ds fanno una ricostruzione a prima vista sufficientemente suffragata da riscontri di fatto, di sentenze, di accertamenti. Il risultato è la messa in evidenza del ruolo delle organizzazioni neonaziste e neofasciste, delle coperture di cui hanno goduto negli apparati dello Stato, della magistratura, dei servizi segreti, e del ruolo rilevante che hanno avuto la Cia e i servizi segreti della Nato. Per i lettori di questa rivista non si tratta certo di novità. L’aspetto originale è rappresentato dall’immagine immacolata che assume il Pci degli anni Sessanta e Settanta: il partito di Luigi Longo e di Enrico Berlinguer sarebbe stato il grande bastione a difesa della democrazia in Italia. Un’autoesaltazione, insomma.

Atto secondo: la risposta dei parlamentari di Alleanza nazionale. Con due brevi, ma al tempo stesso molto fantasiose, relazioni riportano l’attenzione sugli anarchici. Pietro Valpreda sarebbe il vero colpevole dell’attentato del 12 dicembre a Milano, Giuseppe Pinelli era coinvolto in quella storia (forse anche confidente della polizia) e messo alle strette si suicida. Per di più gli anarchici milanesi in fatto di bombe hanno una storia che inizia fin dai primi anni Sessanta. Logico, quindi, che tra loro vadano cercati i responsabili della strategia della tensione. Il tutto sotto la regia del sovietico Kgb.

Una manovra maldestra, neppure documentata seriamente, piena di illazioni senza riscontri, ma che ha un preciso scopo politico: la storia di quegli anni può essere letta in modi diametralmente opposti. E se nessuno ha torto, nessuno ha ragione. Quindi meglio lasciar perdere e applicare la regola tutta italiana del colpo di spugna.

Atto secondo: meglio dimenticare

Qual è l’intento? La cosa è chiara e già nel numero 4/2000 (ottobre-dicembre) di Libertaria l’editoriale (Colpevoli? I soliti anarchici) così concludeva, parlando proprio di queste vicende: “Annullare dopo le elezioni (che il centrodestra conta di vincere) la Commissione stragi e ricostituirne un’altra. Quindi riconoscere che gli anni Sessanta e Settanta sono stati luttuosi. Ma bisogna uscirne e varare un’amnistia che, nell’impossibilità di trovare i veri colpevoli, chiuda quella pagina. Tutti a casa e tutti non colpevoli. E se si passa un colpo di spugna su reati come attentati, stragi non vorrete certo lasciare in piedi processi per fatterelli secondari come il finanziamento illecito ai partiti, le frodi fiscali, le corruzioni, le tangenti?”.

Quanto prevedeva (sulla base di verificate informazioni di prima mano) Libertaria ha avuto adesso un’accelerazione. Non si deve nemmeno aspettare che il centrodestra vinca le elezioni per mettere una pietra sopra quel passato scottante. No, ci pensa da subito un esponente dell’ex Pci. E come tutti sappiamo certe cose in politica non avvengono per caso.

Ecco che cosa sta succedendo.

Quel passato scotta per entrambe le formazioni politiche. La destra vi è coinvolta in prima persona, tanto che ha dovuto rinunciare all’alleanza elettorale con Pino Rauti e il suo Msi-Fiamma tricolore. Sarebbe stato un alleato troppo scomodo perché pesantemente coinvolto nella stagione degli attentati: Ordine nuovo, di cui allora era capo Rauti, è stato in moltissimi casi il braccio armato di quella strategia. Per non dire delle connivenze (chiamiamole con un eufemismo) del Movimento sociale di Giorgio Almirante con i terroristi neri. Oggi Gianfranco Fini, allora giovane fedelissimo di Almirante, vuole farci dimenticare quel passato. Alleanza nazionale, infatti, ha assunto la forma di “destra democratica”. Poi, siccome la partita elettorale si gioca tutta sugli elettori di “centro”, bisogna lasciarsi alle spalle e far dimenticare le posizioni “estremiste”. Da qui la necessità per il centrodestra di seppellire un passato scomodo e decisamente poco presentabile.

Discorso analogo per il centrosinistra, soprattutto per la sua componente maggioritaria, i Ds. Il suo progenitore, il Pci, ha utilizzato (per dirla in modo schematico, ma non arbitrario) la verità sulle stragi di Stato (che conosceva, si veda il fondamentale articolo di Aldo Giannuli, Pci & stragi. La politica del silenzio, in Libertaria numero 1/1999) per favorire la sua ascesa al potere. In pratica ha commercializzato il suo silenzio sulle tante cose che sapeva. Come? Mettendo alle strette la Democrazia cristiana, grande calderone politico in cui vivevano gomito a gomito tendenze filogolpiste con personaggi “democraticamente più presentabili”. La famosa tattica del “Io so, ma non parlo se ci mettiamo d’accordo”. Una tattica che ha dato i suoi frutti anche perché la Dc aveva un alleato compromesso nella copertura del ruolo dei servizi segreti americani: il Psdi. Il partito amerikano operante nell’Italia degli anni Sessanta e Settanta (non a caso nato nel 1947 con un sostanziosissimo finanziamento della Cia tramite il sindacato Afl-Cio).

Atto terzo: salvare la faccia

Insomma, il Pci seguì, si può dire pedissequamente, gli insegnamenti del suo padre storico, Palmiro Togliatti: l’utilizzo spregiudicato e machiavellico delle informazioni “scomode” per conquistare il potere. E volete che uno con la faccia di Walter Veltroni abbia le capacità perverse del “Migliore”? Via, non facciamo ridere.

Ecco allora definiti i contorni dell’operazione. Un’operazione semplice, ma che loro sperano paghi: salviamoci la faccia a vicenda. Altro che impossibilità di arrivare alla verità. Qui siamo di fronte a pura e semplice alchimia politica ancor prima che elettorale.

Il lato penoso, in tutto questo, è che molto probabilmente l’operazione pagherà e sarà redditizia per tutti. Che ci volete fare? Sono passati più di trent’anni. La gente dimentica. E la storia, lo sappiamo tutti, è lì per essere come al solito riscritta. A vantaggio dei potenti di turno. Ma non è detto che vada sempre così. Staremo a vedere.

Luciano Lanza

Politici, giù le mani dalla storia! La vicenda della commissione “stragi” di Aldo Giannuli

6 maggio 2011

http://www.nuvole.it/arretrati/numero_18/pdf/13-Giannuli-Commissionestragi.pdf

L’8 marzo, ha chiuso i battenti la Commissione Stragi, come è noto, senza aver approvato alcuna relazione.

Nella seconda metà della legislatura, il Presidente Giovanni Pellegrino aveva puntato con decisione ad una relazione di ampia convergenza ispirata al progetto della “memoria condivisa”. Tale risultato è stato mancato e la responsabilità è stata scaricata sulla “relazione Bielli” (Ds), che riproponeva senza mediazioni lo schema della sinistra, fondato sulle categorie di strategia della tensione, strage di stato, sovranità limitata e doppio Stato. Ciò venne interpretato come un deliberato sabotaggio al tentativo pellegriniano e come l’inizio del declino del tentativo unitario e, dunque, dell’ipotesi stessa di una relazione finale.

In realtà, questo giudizio è fuorviante: la relazione dei Ds, presentava diversi aspetti criticabili (come la scarsa attenzione alle dinamiche internazionali, l’appiattimento sulle inchieste giudiziarie, la disinvolta assimilazione fra lo “schema Casson” e lo “schema Salvini”, l’acritica riproposizione della vulgata della sinistra) ma è del tutto pretestuoso farne la ragione della mancata intesa: l’Ufficio di presidenza aveva deciso che ciascun gruppo presentasse propri contributi, e, pertanto, la relazione Bielli non era una proposta di relazione finale, ma un contributo dichiaratamente di parte.

I problemi che hanno determinato lo stallo sono stati altri e possono essere riassunti in uno solo: la disponibilità di ciascuna forza politica ad confessare tutte le responsabilità altrui, ma non ad ammetterne della propria parte.

Grosso modo, lo spettro delle posizioni era il seguente:

a) area Ds-Rifondazione: le stragi – eseguite dalla manovalanza fascista – sono state atlantiche e di Stato, e vanno collocate all’interno della strategia della tensione, la mancata individuazione dei responsabili si è dovuta ai meccanismi della sovranità limitata ed alla conseguente fenomenologia del “Doppio Stato”; il Pci – vero obbiettivo della strategia della tensione – ha avuto il merito prevalente, se non esclusivo, di aver respinto l’attacco alla democrazia. Nel gruppo diessino, tuttavia, va considerata la rilevante eccezione del sen. Gualtieri, che è stato – sino alla sua morte, nel gennaio del 1999 – il più intransigente difensore degli Usa e della Nato.

b) Ppi e gruppi centristi: lo stragismo trae origine da pressioni esterne (imprecisate centrali

americane), ed ha trovato gli esecutori nell’estrema destra italiana. La Dc ha peccato per scarso coraggio nel denunciare pubblicamente quanto sapeva, ma è stata sempre estranea allo stragismo, avendolo sempre combattuto e, alla fine, ha sconfitto l’attacco alle istituzioni democratiche. Pur definendo la strategia della tensione come tentativo “esterno” di destabilizzare la democrazia italiana, è però da escludersi che si possa parlare di sovranità limitata, strage di Stato o atlantica ed, ancor più, di doppio Stato.

c) Forza Italia: le stragi sono state opera di gruppi di destra che hanno trovato delle complicità negli apparati dello Stato, ma questo non autorizza a parlare di stragi di Stato o atlantiche (Fi è stato il gruppo più impegnato nella difesa della Nato, anche per Ustica), o di strategia della tensione (perchè nulla dimostra l’unicità del disegno dei vari episodi eversivi) o di sovranità limitata (perchè l’Italia ha costantemente svolto una politica estera indipendente e persino frondista nei confronti degli Usa che non hanno mai esercitato pressioni men che legittime). Occorre invece adottare altre chiavi di lettura come “guerra civile a bassa intensità” e quella, conseguente, di “democrazia di guerra”: il Pci rappresentava il “nemico esterno” e disponeva di un apparato armato, clandestino ma forte di decine di migliaia di uomini: la Gladio rossa. Ciò motivava le anomalie della nostra democrazia. La mancata individuazione dei responsabili delle stragi si deve a questa situazione di “Democrazia di guerra”, non ad un mitico “Doppio Stato” che è solo un espediente propagandistico del Pci;

d) An: sino alla fine del 1996, An aveva manifestato disponibilità a rivedere le sue posizioni, sino a spingersi ad ammettere che gli esecutori delle stragi fossero militanti dell’estrema destra, per quanto strumentalizzati dai servizi ed in funzione anche anti Msi: in proposito si veda la relazione conclusiva dell’XI legislatura, votata anche dal missino Giulio Maceratini. A partire dalla fine del 1997, An tornava alle posizioni che furono del Msi di Almirante: non ci sono state stragi di Stato, ma stragi contro lo Stato: Piazza Fontana fu eseguita da Valpreda su ispirazione di Feltrinelli, agente sovietico, ma forse agente doppio russo-inglese.

An è stato il gruppo più prolifico: 14 relazioni, per oltre 700 pagine, sugli argomenti più diversi (da Piazza Fontana ai collegamenti internazionali del terrorismo italiano, al caso Sifar); in realtà, si tratta di lavori zeppi di errori, che non reggono al minimo esame metodologico, ma questo non è rilevante, perchè gli obbiettivi politici erano ben altri che quelli di una ineccepibile ricostruzione storiografica. Lo sforzo tendeva a dimostrare che:

a) dopo trenta anni, la verità sulle stragi non è venuta fuori e, dunque, non esiste una possibile memoria condivisa, ma esistono tante verità. Pertanto le “trame nere” sono una di queste verità, così come lo sono quelle proposte da An sul ruolo di Valpreda, Feltrinelli ecc.

b) strategia della tensione, doppio stato, strage di stato e sovranità limitata, ma soprattutto le “trame nere” sono categorie che hanno senso solo all’interno del discorso della sinistra e, come tali vanno respinte,

c) siccome la verità sin qui non è venuta fuori, bisogna tentare una strada diversa, quella del modello sudafricano: una commissione, composta da personalità al di sopra delle parti, che abbia il compito di ricevere le confessioni di quanti decidano di collaborare, ricevendo in cambio l’impunità.

Fatte queste premesse, le maggioranze possibili erano le seguenti:

a) Bianco-Rossa (Ds, Prc, Ppi, Verdi ed altri gruppi minori dell’Ulivo)

b) Rosso-Nera (Ds, Prc, Verdi, An e minori)

c) Rosso-azzurra ( Ds, Prc, Verdi, Fi)

d) Bianco-azzurro-nera (Ppi, Fi, An e minori)

e) Arcobaleno (tutti uniti appassionatamente)

Verso la soluzione bianco-rossa si orientava la prima relazione presentata da Pellegrino nel 1995 – sul finire della XII legislatura – che, appunto, conteneva alcune vistose concessioni all’istanza assolutoria della Dc (vedi in proposito le acrobazie di p. 367).

Sempre in questa direzione andava l’incarico affidato – nel 1998 – dall’Ufficio di Presidenza, al sen. Follieri di redigere una proposta di relazione finale.

Follieri presentava un testo che – pur rimaneggiato più volte – risultava invotabile per le sinistre, essendosi spinto troppo avanti sulla strada della beatificazione del ceto politico democristiano. In particolare, in questa ottica si rendeva necessario attaccare pesantemente l’istruttoria Salvini – nel frattempo diventata la trincea delle sinistre – perchè da essa era emerso il ruolo, attribuito a Rumor dai testimoni di destra (Di Gilio e Vinciguerra), relativamente alla promessa – non mantenuta – di proclamare lo stato di emergenza dopo la strage di Piazza Fontana. A ciò si accompagnava una orgogliosa rivendicazione della scelta atlantica, che precludeva ogni discorso sulla sovranità limitata. L’unica concessione era l’ammissione che le stragi le avevano fatte i fascisti con imprecisate coperture internazionali: un po’ poco per giustificare qualsiasi intesa e la coperta bianco-rossa si rivelava troppo corta.

Parallelamente al declino dell’ipotesi bianco-rossa, fra il 1996 ed il 1998, rimergeva l’ipotesi di una soluzione rosso-nera: si trattava – mutatis mutandis – della riedizione dell’intesa tattica sperimentata in Commissione Antimafia, al tempo della presidenza Violante, che aveva permesso l’isolamento del gruppo Dc.

Ovviamente, l’intesa presupponeva che il Msi fosse estraneo ed anzi vittima delle macchinazioni della strategia della tensione, voluta dai servizi segreti per colpire alternativamente le opposizioni di sinistra e di destra e stabilizzare il regime Dc. Gli esecutori erano stati solo strumenti nelle mani dei servizi.

Questa soluzione trovava resistenze interne alla stessa sinistra e presentava l’inconveniente di dirigere tutto il fuoco sulla Dc, determinando una prevedibile crisi nei rapporti con i popolari: un rischio che ben pochi erano disposti a correre per un tema ritenuto di scarso rilievo politico.

Per di più An, come abbiamo detto, mutava posizione a partire dal convegno sulla strategia della tensione del novembre 1997, ispirato da Alleanza Cattolica, il gruppo integralista che si assumeva il compito di far da tramite fra gli ex di On (molti dei quali sono oggi suoi simpatizzanti o militanti) ed An, nella quale gode dei favori di autorevoli dirigenti come Mantovano.

La scelta, della relazione Ds di attaccare Giulio Maceratini per il suo passato ordinovista (nonostante una precedente entente cordiale in senso contrario), seppelliva anche questa ipotesi.

Le ipotesi rosso-azzurra e bianco-nero-azzurra non hanno mai preso realmente corpo perchè scontavano una rottura dei poli che né Fi né il Ppi erano disposti a rischiare per un argomento per il quale nè l’una ne l’altro nutrivano alcun particolare interesse.

Restava l’ultima ipotesi, quella arcobaleno, perseguita da Pellegrino, che, ovviamente, evitava lo scoglio delle rotture interne ai poli, ma richiedeva la disponibilità di ciascun gruppo a rinunciare ad un pezzo delle proprie ragioni per convergere su quelle degli altri. Quel che Pellegrino si riprometteva di ottenere facendo alla destra alcune concessioni. Ma, in questo tentativo, finiva, da un lato, per concedere molto più di quel che la sinistra era disposta ad accettare (Gladio rossa, guerra civile, commissione Sud Africa, rimozione di categorie come Doppio Stato e Sovranità limitata ecc.), dall’altro ciò era meno di quanto la destra chiedeva. Le sfumate ammissioni di Pellegrino, i suoi mezzi toni e le volute ambiguità non bastavano ad una destra che, ormai, persuasa dell’impossibilità di una relazione di maggioranza per l’indisponibilità del Ppi, puntava ad una chiusura senza conclusioni, perchè questo avrebbe lasciato le mani libere al prossimo Parlamento che si prevedeva a maggioranza di destra.

Per evitare questo risultato, il sen. De Luca (Verdi) presentava una sua bozza di relazione, che cercava una larga maggioranza attraverso il ribaltamento della logica sin lì seguita: lasciare agli storici il compito – improprio per una Commissione Parlamentare – di scrivere la storia, limitare la narrazione a pochi cenni riassuntivi basati sui documenti già votati all’unanimità, e concentrare l’attenzione su due punti:

a) rispondere al quesito della legge istitutiva che non chiedeva di stabilire la verità sulle stragi, ma il perché non fosse stato possibile raggiungere tale verità in sede giudiziaria

b) proporre le misure politiche e legislative conseguenti a tale analisi (riforma dei servizi di informazione, delle norme sul segreto di Stato, istituzione del reato di depistaggio ecc.)

Questa era l’unica relazione a contenere elementi propositivi sui quali, peraltro, si registravano disponibilità tanto di Ds e Rifondazione, quanto di An, Fi e gruppi minori.

Tuttavia, il Presidente – forse ritenendo troppo limitativa questa impostazione – non portava la proposta in discussione, e pertanto anche questo tentativo decadeva e la Commissione chiudeva i battenti senza risultato alcuno.

In questo modo, restava solo una relazione “ufficiosa”, per quanto irrituale ed insolita: il librointervista del Presidente Giovanni Pellegrino che ha riscosso consensi critici sia sulla sua destra (Ernesto Galli della Loggia) che sulla sua sinistra (Eugenio Scalfari).

Dunque, il tentativo di scrivere una storia condivisa, uscito dalla porta della Commissione Stragi, rientrava dalla finestra della Einaudi, ma solo apparentemente, perchè la destra si è limitata ad incassare le concessioni, senza farne alcuna e sempre con la riserva mentale di una nuova commissione a maggioranza di destra, che completi l’opera “revisionistica” in materia di stragi.

Per quanto involontariamente, il libro di Pellegrino contiene almeno due elementi assai discutibili che assecondano questo disegno: l’assenso alla “Commissione Sudafrica” e la categoria di “guerra civile a bassa intensità”. Perchè si possa parlare di “guerra civile”, per quanto a bassa intensità, occorre, prima di tutto che sia guerra e non aggressione unilaterale. Se, per dimostrare che vi fu azione armata della sinistra, ci si riferisce al terrorismo, ricordiamo che:

a) esso è posteriore allo stragismo e, in qualche modo ne costituisce la reazione sfasata nel tempo

b) la lotta armata, negli anni settanta, fu la scelta di un settore estremamente minoritario della sinistra

c) l’area armatista non ebbe mai un peso politico-militare comparabile a quello degli apparati dello Stato, per cui non fu mai in grado di determinare una rottura del monopolio statale della forza. Pertanto, appare più persuasiva la definizione che ne ha dato Gabriele Ranzato: “progetto di guerra civile”.

Ma, forse, Pellegrino – che, su questo punto, è influenzato dal più autorevole consulente della destra, Virgilio Ilari – usa il termine “guerra civile” in senso lato, per indicare uno stato di inimicizia totale fra le forze politiche che genera tensioni simili a quelle di una guerra civile, pur non passando la parola alle armi. In questo caso, sarebbe stato più appropriato parlare di “guerra civile latente”, o, meglio ancora, di “guerra civile fredda”. Di guerra civile a bassa intensità si può parlare in riferimento al numero dei morti causata dalla violenza politica (4-5.000 dal 1946 al 1993), ma il termine appare inappropriato per il resto e si presta equivocamente ad aprire la strada ad una categoria inaccettabile come quella di “Democrazia di Guerra”, che, di fatto, riassorbe e giustifica le deviazioni del caso italiano in nome di uno “stato di necessità” determinato, appunto, dalla guerra.

Peraltro, la guerra civile guerreggiata e non solo virtuale o fredda (per quanto a bassa intensità) diventa funzionale a fondare lo sbocco della “Commissione Sudafrica” che, appunto, è l’esito di guerre civili come in Sudafrica, Cambogia, Filippine, Argentina. Viceversa, non sembra che in Italia ricorrano i presupposti per un simile esito. Se, poi, l’idea è quella di ottenere per questa strada la verità che sinora non è emersa, non è difficile prevedere che la prospettiva più probabile sia quella di una grande autoamnistia, finalizzato solo a bloccare una volta per tutte le fastidiose inchieste giudiziarie in tema, anche a costo di spericolate violazioni costituzionali. Il risultato finale non sarebbe quello di verità in cambio di perdono, ma di perdono in cambio di oblio.

Morale: il compito di una Commissione parlamentare è quello di indicare misure politiche e legislative da adottare; per il resto, può aiutare a far luce, fornire agli storici gli strumenti per ricostruire la memoria del paese, ma non può e non deve scrivere in prima persona questa storia, perchè la storia non si scrive mercanteggiando per mettere insieme una maggioranza. E, d’altra parte, cosa c’è di peggio di una “storia ufficiale” con tanto di timbro del Parlamento?

Commento n 2 Sulle “verità” del libro Il segreto di Piazza Fontana di Paolo Cucchiarelli – Ancora sulla presunta presenza di individui eterogenei di dubbia natura nel circolo 22 marzo

17 dicembre 2009

Commento n 2

Commenti e note in ordine sparso alla “verità” di Paolo Cucchiarelli

a cura di Enrico Di Cola

https://stragedistato.wordpress.com/

A pag. 28 Cucchiarelli scrive

Gli anarchici del Circolo «22 Marzo» (Roma)

Pietro Valpreda, una volta a Roma, fu allontanato a forza anche dal «Bakunin», principale circolo anarchico della capitale. Si riunì allora nel gruppo «22 Marzo» insieme a una decina di altri giovani. Tra i componenti, c’erano anche individui eterogenei di dubbia natura: il co-fondatore Mario Merlino, fascista ridipinto di rosso dopo un viaggio nella Grecia dei colonnelli, un finto anarchico (in effetti un poliziotto in incognito), un fascista che teneva conferenze sul dio Mitra. Tra gli aderenti, anche Stefano Serpieri, fascista informatore del SID, il servizio segreto militare italiano.

Nella nota 147 pag 663, leggiamo “Un bel libro scritto da Aldo Giannuli e Nicola Schiavulli, Storia di intrighi e di processi. Dalla strage di piazza Fontana al caso Sofri, Edizioni Associate, Roma, 1991, sostiene che tra gli uomini che “ronzavano attorno a Pinelli” c’era, oltre a Sottosanti, anche Stefano Serpieri, il fascista informatore del Servizio informazione difesa vicino al circolo “22 Marzo” in cui militava Valpreda.

Uno dei punti forti su cui si regge la tesi accusatoria di Cucchiarelli è che il 22 Marzo era un micro gruppo ibrido composto da fascisti e anarchici con qualche innesto dei servizi segreti e della questura.

E’ a tutti noto, che in effetti subimmo la doppia infiltrazione del poliziotto Salvatore Ippolito e del fascista Mario Merlino. In altra occasione magari torneremo sul punto delle infiltrazioni che in quegli anni colpirono tutta la sinistra, nessuno escluso (dal Pci ai gruppi M-L) e che non furono una prerogativa degli anarchici come si tenta ancor oggi di far credere.

Quel che qui mi preme sottolineare è che nel circolo 22 Marzo oltre ai due personaggi di cui sopra (Merlino-Ippolito), non vi erano altri “individui eterogenei di dubbia natura”.

Il “fascista che teneva conferenze sul dio Mitra”, cioe Antonio Serventi, NULLA aveva a che fare con il nostro circolo. Come è arcinoto e appurato, la conferenza del 12 dicembre doveva essere tenuta al circolo Bakunin, ma fu spostata – la sera precedente – al 22 Marzo in quanto all’ultimo momento il Bakunin non aveva concesso la sala. Serventi tenne quindi un’unica conferenza semplicemente perchè– essendo noi contrari ad ogni tipo di censura – acconsentimmo a che si tenesse nei nostri locali nonostante il tema non fosse certo di grande interesse per noi.

In quanto a Stefano Serpieri, fascista informatore del SID, il servizio segreto militare italiano, nessuno di noi lo ha mai visto o conosciuto (fortunatamente!) e quindi, dopo aver verificato anche con tutti gli ex compagni del 22 Marzo – affermo che Stefano Serpieri MAI ha aderito o MAI ha frequentato il nostro circolo.

Commento n 2 alla “verità” di Paolo Cucchiarelli di Enrico Di Cola

17 dicembre 2009

Commento n 2

Commenti e note in ordine sparso alla “verità” di Paolo Cucchiarelli

a cura di Enrico Di Cola

https://stragedistato.wordpress.com/

A pag. 28 Cucchiarelli scrive

Gli anarchici del Circolo «22 Marzo» (Roma)

Pietro Valpreda, una volta a Roma, fu allontanato a forza anche dal «Bakunin», principale circolo anarchico della capitale. Si riunì allora nel gruppo «22 Marzo» insieme a una decina di altri giovani. Tra i componenti, c’erano anche individui eterogenei di dubbia natura: il co-fondatore Mario Merlino, fascista ridipinto di rosso dopo un viaggio nella Grecia dei colonnelli, un finto anarchico (in effetti un poliziotto in incognito), un fascista che teneva conferenze sul dio Mitra. Tra gli aderenti, anche Stefano Serpieri, fascista informatore del SID, il servizio segreto militare italiano.

Nella nota 147 pag 663, leggiamo “Un bel libro scritto da Aldo Giannuli e Nicola Schiavulli, Storia di intrighi e di processi. Dalla strage di piazza Fontana al caso Sofri, Edizioni Associate, Roma, 1991, sostiene che tra gli uomini che “ronzavano attorno a Pinelli” c’era, oltre a Sottosanti, anche Stefano Serpieri, il fascista informatore del Servizio informazione difesa vicino al circolo “22 Marzo” in cui militava Valpreda.

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Uno dei punti forti su cui si regge la tesi accusatoria di Cucchiarelli è che il 22 Marzo era un micro gruppo ibrido composto da fascisti e anarchici con qualche innesto dei servizi segreti e della questura.

E’ a tutti noto, che in effetti subimmo la doppia infiltrazione del poliziotto Salvatore Ippolito e del fascista Mario Merlino. In altra occasione magari torneremo sul punto delle infiltrazioni che in quegli anni colpirono tutta la sinistra, nessuno escluso (dal Pci ai gruppi Ml) e che non furono una prerogativa degli anarchici come si tenta ancor oggi di far credere.

Quel che qui mi preme sottolineare è che nel circolo 22 Marzo oltre ai due personaggi di cui sopra (Merlino-Ippolito), non vi erano altri “individui eterogenei di dubbia natura”.

Il “fascista che teneva conferenze sul dio Mitra”, cioe Antonio Serventi, NULLA aveva a che fare con il nostro circolo. Come è arcinoto e appurato, la conferenza del 12 dicembre doveva essere tenuta al circolo Bakunin, ma fu spostata – la sera precedente – al 22 Marzo in quanto all’ultimo momento il Bakunin non aveva concesso la sala. Serventi tenne quindi un’unica conferenza semplicemente perchè– essendo noi contrari ad ogni tipo di censura – acconsentimmo a che si tenesse nei nostri locali nonostante il tema non fosse certo di grande interesse per noi.

In quanto a Stefano Serpieri, fascista informatore del SID, il servizio segreto militare italiano, nessuno di noi lo ha mai visto o conosciuto (fortunatamente!) e quindi, dopo aver verificato con tutti gli ex compagni del 22 Marzo – affermo che Stefano Serpieri MAI ha aderito o MAI ha frequentato il nostro circolo.

12 giugno 2009 IL SEGRETO DI PIAZZA FONTANA – approfondimento bibliografico di Aldo Giannuli

29 novembre 2009

http://www.aldogiannuli.it/?p=375

12 giugno 2009 IL SEGRETO DI PIAZZA FONTANA

Aldo Giannuli

approfondimento bibliografico

IL SEGRETO DI PIAZZA FONTANA”

di Paolo CUCCHIARELLI

Ponte alle Grazie

Milano giugno 2009

Il libro di Cucchiarelli, è il risultato di oltre dieci ani di lavoro. Il libro è diviso in tre parti narrative: la prima

Copertina

sostanzialmente dedicata ad un attento scandaglio di perizie, verbali, rapporti di polizia giudiziaria e stampa d’epoca; la seconda in cui l’autore avanza una sua ipotesi di come sia andata la vicenda della strage; la terza, nella quale si rileggono i casi Feltrinelli e Calabresi alla luce delle risultanze precedenti.

La prima parte costituisce un lavoro assolutamente prezioso che fa riemergere tanti particolari passati ormai nel dimenticatoio dopo la lunga serie di inchieste giudiziarie e parlamentari che anno accumulato molte migliaia di documenti per oltre 1 milione di pagine. Diverse riflessioni sul tema dell’esplosivo aprono la strada a sviluppi investigativi di notevole rilievo che maturano in particolare nella terza parte, quella in cui si parla di Calabresi e Feltrinelli.

La parte più debole, lo diciamo subito, ci pare la seconda che propone una spiegazione della vicenda che qui di seguito riassumiamo in breve.

1- L’ipotesi di Cucchiarelli

La strage fu ideata al gruppo veneto di Ordine Nuovo; la bomba fu preparata dai finti anarchici –in realtà fascisti- e consegnata a Valpreda da provocatori di cui egli si sarebbe ingenuamente fidato. All’anarchico venne raccontato che la bomba serviva ad un attentato dimostrativo e che era azionata da un timer a due ore, in modo da esplodere a banca chiusa, senza fare vittime. Invece, il timer aveva una corsa di soli 60 minuti per esplodere a banca ancora aperta. Valpreda, prese effettivamente il taxi di Rolandi e depose la borsa con la prima bomba, e ripartì con lo stesso taxi. Un fascista piazzò a fianco a quella di Valpreda, un’altra borsa con una seconda bomba azionata a miccia. Essa fece esplodere prima la bomba di Valpreda e ne raddoppiò la potenza. A collocare il secondo ordigno sarebbe un sosia di Valpreda (forse il fascista Claudio Orsi) giunto sul posto con un altro taxi e ripartito, probabilmente, con una Giulia rossa guidata dal fascista Nestore Crocesi.

Contemporaneamente, altri giovani anarchici avrebbero collocato altre due bombe che però non esplosero probabilmente grazie all’intervento di Pinelli che le avrebbe segnalate alla polizia. Il ferroviere, per non tradire i compagni autori dei due falliti attentati, avrebbe poi fornito un alibi falso.

L’ipotesi di Cucchiarelli sottolinea come anche la corte catanzarese di primo grado che condannò Freda e Ventura, assolse Valpreda solo per insufficienza di prove, lasciando dunque aperta la porta all’ipotesi di una partecipazione mista di fascisti ed anarchici alla strage. All’epoca si parlò di una ipotesi “Val-Freda” che oggi in qualche modo torna nell’inchiesta di Cucchiarelli, pur con una variante decisiva: la strage resta puramente fascista, nella sua ideazione, come nello schema dell’istruttoria Salvini, e gli anarchici, primo fra tutti Valpreda, avrebbero partecipato materialmente alla sua realizzazione, ma solo perchè ingannati. Insomma una ipotesi che si colloca a tre quarti di strada dall’ipotesi Val-Freda e ad un quarto da quella di Salvini.

Come si sa, questa ipotesi di ricostruzione ha suscitato reazioni piuttosto vivaci a sinistra, dove è parso inammissibile rimettere in discussione “la pista anarchica” che sembrava definitivamente sepolta.

Ma, a differenza della storia sacra, di per sè immutabile, la storiografia scientifica non conosce verità intangibili, per cui, in presenza di documenti nuovi ed importanti, non si può reagire con una scrollata di spalle ma occorre entrare nel merito delle proposte di revisione e farlo con tutta la laicità necessaria. Entriamo dunque nel merito dei punti su cui siamo in dissenso.

2- Valpreda ed il taxi.

Cucchiarelli assume che Rolandi, pur fra errori e contraddizioni, sia stato un teste “fragile ma genuino” (p.191), magari un po’ strattonato da carabinieri e polizia che ne avrebbero forzato la deposizione. Per cui il suo passeggero era effettivamente Valpreda. Resta, però, da spiegare perchè il ballerino abbia ritenuto di prendere un taxi per un percorso di qualche decina di metri, per poi riprenderlo per un percorso di altri 150 metri. Anche il più sprovveduto ragazzino avrebbe compreso che la cosa non sarebbe passata inosservata e che, all’indomani di un attentato, pur senza vittime come l’ipotetico Valpreda del racconto avrebbe pensato, era evidente che c’era l’elevato rischio di un testimone che potesse indicarlo alla polizia.

La prima spiegazione di quel comportamento irrazionale fu quella dei postumi del morbo di Burger di cui aveva precedentemente sofferto. Ma la cosa non resse a lungo: Valpreda aveva un’auto sua, per cui non si capisce che bisogno avesse di un taxi e perchè dovesse prenderlo quando era quasi arrivato a destinazione. Per quanto riguarda il morbo di

Pietro Valpreda

Pietro Valpreda


Burger, ne era guarito al punto di riprendere a ballare e lo stesso Rolandi, nel suo ultimo verbale, sosterrà di averlo visto scendere dalla sua auto “con passo bersaglieresco” (p. 192), il che –se pure il suo passeggero fosse stato effettivamente Valpreda- non va molto d’accordo con l’idea di un uomo che solo pochi minuti prima aveva dovuto prendere un taxi per degli improvvisi crampi.

Personalmente posso attestare che, in una sera del 1999, ho percorso a piedi con Valpreda tutta via Moscova, sino alla libreria Utopia, e l’ho visto camminare normalmente senza segno di sofferenza o soste. E parliamo di un Vapreda più vecchio di trenta anni.

Il libro suggerisce un’altra ipotesi sulla base di una testimonianza (Mister X di cui parleremo): qualcuno avrebbe detto a Valpreda di prendere il taxi per ridurre al minimo la presenza in piazza, dove avrebbe potuto essere riconosciuto, dandogli anche 50.000 lire (p.183). Bel modo di non farsi notare! E l’anarchico se la sarebbe bevuta, senza sospettare nulla. Avendo conosciuto Valpreda, posso dire che in molte cose era un ingenuo, ma non un imbecille.

Ancor meno convince che questo possa essere compatibile con un Rolandi “teste fragile ma genuino”: volendo incastrare qualcuno, si ha cura di predisporre una serie di falsi testimoni e non ci si può affidare ad un teste occasionale, come un taxista qualsiasi, che magari potrebbe non farci caso, non saper riconoscere il suo passeggero o aver paura di andare alla polizia. Dunque, o il passeggero (chiunque esso fosse) ha preso quel taxi di testa sua, e dunque i fascisti non potevano prevederlo e tanto meno calcolarne gli effetti, o lo ha preso su indicazione di qualcuno che, probabilmente, era d’accordo con il taxista. Si noti, peraltro, che nessun altro teste (impiegati, uscieri, clienti della banca) ha mai riconosciuto il ballerino anarchico fra le persone che erano entrate nel salone poco prima dello scoppio. Se questo è spiegabile in un primo momento, quando Valpreda avrebbe potuto esser confuso con un cliente qualsiasi, che non aveva attirato alcuna attenzione, è però meno spiegabile dopo il riconoscimento di Rolandi e quando la foto di Valpreda era comparsa su giornali e Tv. Possibile che a nessuno fra i superstiti dell’attentato sia rivenuto in mente quel volto? Eppure Valpreda, per età, vestiario , modo di pettinarsi ecc. non era omogeneo ai frequentatori di quella banca, in massima parte piccoli impresari agricoli lodigiani o brianzoli.

A questo si aggiungano le note vicende che portarono la corte a non accettare la sua deposizione (le ritrattazioni, la vicenda della foto mostratagli prima, ecc.) e si capirà che ce n’è abbastanza per dubitare seriamente della sua “genuinità”.

2- Il sosia.

Il punto più debole della ricostruzione è quello relativo alla contemporanea presenza sul luogo del delitto sia di Valpreda che di un suo sosia (Caludio Orsi o Nino Sottosanti che fosse). Un sosia si utilizza per creare la sensazione che una persona sia in un determinato posto in un certo momento, ma, se il “capro espiatorio” è presente in persona nel luogo e nel momento voluto, il sosia a che serve? Anzi è un impiccio, sia perchè potrebbe essere notato dalla vittima della macchinazione, sia perchè dopo bisogna darsi da fare per farne sparire le tracce. E, infatti, lo stesso Cucchiarelli (170-1) dice che si dovettero fare “giochi di prestigio” per occultare la presenza del sosia e del secondo taxi per non far nascere sospetti. Ed, allora, perchè creare questa inutile companella? Questa è la prova migliore che Valpreda, in quel pomeriggio, a Piazza Fontana non c’era.

Oppure possiamo provare la strada inversa: c’era Valpreda ma non il sosia che non serviva a nulla se non a complicare le cose.

Ma se il sosia non serve, non serve neppure il secondo taxi: peraltro avendo la possibilità di andare sul posto con un’auto privata, per quale motivo prendere un taxi a rischio che il taxista possa diventare un teste? Effettivamente, c’è un secondo taxista, tale Pierino Bartomioli (p. 167) che segnalò uno strano passeggero, ma la cosa non ebbe particolari sviluppi ed ancora oggi l’indicazione non appare molto precisa e suscettibile di particolari sviluppi. Anche qui: un secondo taxi appare più come un inutile impiccio di cui ci si dovrà liberare dopo.

3- – La doppia bomba.

C’erano due bombe? Perchè?

Effettivamente l’esame dei reperti pone problemi da risolvere (i frammenti delle borse che avrebbero contenuto gli ordigni, la “doratura” della parte esterna delle cassette metalliche ecc.), però: che bisogno c’era di duplicare anche i meccanismo dell’inganno?

Pensiamo alla Banca dell’Agricoltura: se abbiamo dato a Valpreda un ordigno con il timer truccato in modo che esploda 1 ora prima di quanto non sembri, che bisogno c’è di andare a mettere un’altra bomba che funzioni da attivatore? Basterebbe il timer. O, al contrario, che bisogno c’è del timer truccato se abbiamo deciso di far saltare tutto in aria con una seconda bomba che deve solo potenziare l’esplosione?

Ancora meno convince che questa seconda bomba sia azionata a miccia: occorre accendere la miccia sul posto col rischio di farsi notare, poi qualcuno potrebbe scorgerne il fumo. Per la verità il libro riporta la dichiarazione di un teste ad un giornale del tempo, che dichiara di aver effettivamente visto del fumo uscire da una borsa, ma non si capisce come mai abbia trovato la cosa normale e non l’abbia segnalata al personale. In fondo, nessuno di noi, vedendo del fumo da una borsa o da sotto un tavolo penserebbe che ciò sia normale e, anche senza pensare necessariamente ad una bomba, cercherebbe di capire cosa sta andando a fuoco. Non si tratterà di una suggestione ex post di un teste shockato dal fatto? In ogni caso: non c’era alcuna garanzia che la cosa passasse inosservata e, dunque, non si capisce come mai gli attentatori, che potevano benissimo predisporre un’altro detonatore con timer abbiano scelto una strada così insicura.

4- Doppio tutto.

Secondo la ricostruzione di Cucchiarelli, non solo a piazza Fontana, ma anche in altri luoghi degli attentati di quella giornata ci sarebbero state due borse e due bombe. In alcuni posti (come all’Altare della Patria) non sarebbe stato possibile affiancare la seconda borsa (quella cattiva) per cui la strage sarebbe stata mancata.

Non si capisce perchè i fascisti avrebbero dovuto complicarsi la vita in questo modo. Se l’obiettivo era quello di seminare altre bombe analoghe per dare la sensazione di un vasto piano eversivo, c’erano altri cento modi meno macchinosi e , soprattutto, meno rischiosi:

– si sarebbe potuto dare ai giovani anarchici ingannati bombe truccate come quella che sarebbe stata data a Valpreda

– si sarebbe potuto dare agli anarchici bombe-petardo e poi collocarne altre, in altri luoghi aventi le stesse caratteristiche (borsa, cassette, timer eccetera) ma con ben altro potenziale

– si sarebbe potuto farne trovare altre ancora destinate a non esplodere (come quella del “modello Comit su cui si sofferma utilmente il libro).

Ogni raddoppio (di uomini e di cose) porta con sè un raddoppio di rischi di essere identificato o lasciare tracce, di avere un incidente o che qualcosa non funzioni in modo sincronizzato (e, infatti, stando a “Mister X” all’Altare della Patria non fu possibile collocare le seconde bombe). Dunque, non si capisce quale vantaggio veniva ai fascisti da un piano che avrebbe fatto impazzire anche Pico della Mirandola.

5- Due parole su Russomanno

Il nome di Russomanno richiama alla memoria una vicenda di cui ho detto nel mio libro “Bombe a inchiostro” che qui sintetizzo:

Il 5 marzo era comparsa sul “Corriere della Sera” una intervista di Giorgio Zicari a Serafino Di Luia che dichiarava: <<Merlino è stato mandato fra gli anarchici e la persona che lo ha plagiato è la stessa che fece affiggere il primo manifesto cinese in Italia… A Milano c’era gente disposta a pagare per far mettere delle bombe e la proposta venne fatta anche a Lotta di Popolo>>

L’allusione al capo dello Uaarr Federico Umberto D’Amato era trasparente.

Queste dichiarazioni provocarono forte preoccupazione al Viminale, come dimostra questo appunto interno dello stesso 5 marzo:

<<Nel quadro dei tentativi che la stampa dell’estrema sinistra compie quotidianamente di spostare la responsabilità dei più gravi attentati dai gruppi anarchico-contestativi a quelli neo fascisti o, comunque, di attribuire a questi ultimi la reale direzione delle ondate terroristiche, è da collocare la vicenda di Serafino Di Luia, del quale il “Corriere della Sera” pubblica oggi un’intervista.

E’ infatti ovvio che dai giornali comunisti le notizie concernenti estremisti presunti attentatori rimbalzano anche agli altri quotidiani d’informazione, che ne sfruttano l’attualità.>>

Il maldestro tentativo odorava di panico e la cosa diviene evidente leggendo un appunto di pochi giorni dopo:

<<Il Questore di Bolzano comunica che i fratelli Bruno e Serafino Di Luia, …dopo l’intervista concessa al giornalista Zicari del “Corriere della Sera”, si sarebbero recati prima a Monaco di Baviera e poi in Austria, dove dimorano.

Detti fratelli hanno incaricato un loro conoscente di prendere contatti con la Polizia italiana del Brennero (dott. Ruggieri) per far sapere che, qualora non perseguiti da alcun ordine di cattura o circolare di ricerca, sarebbero disposti a venire in territorio italiano per incontrarsi con qualche funzionario di Ps al quale intenderebbero fare rivelazioni interessanti sui recenti attentati dinamitardi commessi a Milano e anche su quelli della famosa “notte dei treni”.

I fratelli Di Luia, com’è noto, allo stato attuale non sono ricercati dall’Ag. Si potrebbe accedere alla loro proposta invitandoli a presentarsi all’Ufficio di Ps del Brennero dove potrebbero recarsi ad attenderli il V. Questore dott. Provenza, Dirigente l’Ufficio politico della Questura di Roma, ed il V. Questore dott. Russomanno di questa Divisione. >>

Russomanno si recava al Brennero il 10 aprile successivo3. Sfortunatamente, non sappiamo cosa si siano detti perchè la relazione di servizio che certamente Russomanno ha fatto è risultata introvabile.

Visto che era così ben disposto a parlare, magari avrebbe potuto darci quella relazione che abbiamo inutilmente cercato nelle carte del Viminale e che ci piacerebbe tanto leggere.

6- La parte migliore del libro

La parte migliore è certamente la terza dove si rinviene un filo investigativo molto importante che porta da piazza Fontana (ma in realtà anche da prima, da episodi come l’attentato all’Alpen Express nella stazione di Verona nel 1967) sino a Feltrinelli, Calabresi e anche oltre. La pista è quella del traffico di esplosivo e di armi che va dall’Olanda a Venezia-Trieste per poi sfioccare fra gli ustascia croati e l’Eoka cipriota di Grivas. Rilevantissime sono le pagine sull’attentato alla scuola slovena.

luigi calabresi


Questo flusso di armi ed esplosivi è passato per alcuni Nasco ed ha incontra personaggi importanti. Ad esempio molto ci piacerebbe sapere del viaggio a Trieste del commissario Calabresi pochi giorni prima di morire. Anche qui Russomanno se la cava con pochi monosillabi di assenso senza dire le troppe cose che certamente sa, ma non ha mai detto. Nè a noi nè ai magistrati.

Cucchiarelli individua correttamente anelli che erano sfuggiti ad altri e sui quali avremo modo di tornare e (anche se qui e lì si rende opportuna qualche rettifica di tiro) apre lo spazio ad ipotesi investigative assai rilevanti che potrebbero portare ancora più in là, sino a Brescia e (perchè no?) sino a Bologna.

Forse è un peccato che questa parte venga alla fine del libro, dopo 170 pagine di minuzioso lavoro sui reperti che mettono a dura prova la pazienza del lettore non specialistico e dopo altre trecento dedicate ala parte meno riuscita. D’altra parte l’ovvia eco suscitata dalla ricomparsa di Valpreda, tutto rischia di essere messo in ombra da questo ingombrante ed azzardato scoop.

8- Una questione di metodo: falsi riscontri, echi ed effetto di trascinamento.

Sia il magistrato che lo storico conoscono la classica insidia dell’eco: io dichiaro alla polizia che che Marco era in piazza alle 16, poi, nel corso di una perquisizione ad Armando –che non mi conosce e che non conosco- viene trovata una lettera di Claudio, nel frattempo deceduto, che dice che Marco era in piazza alle 16: la mia affermazione è riscontrata.

E invece no: io avevo detto la cosa a Giovanni che lo aveva ripetuto a a Maria –che io non so nemmeno che esista- che, a sua volta lo disse a Claudio: dunque la fonte sono sempre io e la lettera di Claudio non è un riscontro ma un’eco delle mie affermazioni, anche se magari Claudio ne ha scritto come se avesse assistito di persona alla permanenza di Marco in piazza quel giorno.

Molte volte accade che una cosa sia scambiata per l’altra. Per evitare questo rischio, è necessario fare due cose:

a- critica della provenienza (la fonte che consideriamo era effettivamente in grado di conoscere quel particolare direttamente? ad es. Se quel giorno Marco era a Milano e Claudio a Palermo è evidente che Claudio può averlo saputo solo da una terza persona, dobbiamo scoprire da chi)

b- conseguentemente, ricostruzione dei flussi informativi ( da chi lo ha saputo Claudio? Scopriamo che fu Maria. E Maria come lo seppe? Da Aldo. Ergo la fonte è sempre e solo una. Niente riscontro).

Ovviamente, se la catena si interrompe e non è possibile risalire a chi conosca il fatto per “conoscenza diretta” l’elemento indiziario, pur da considerare comunque, avrà un valore molto più basso.

Questo suppone che dobbiamo essere in grado di conoscere la fonte da cui ci viene la notizia.

Un disturbo simile all’eco è “l’effetto di trascinamento”: in occasione di casi particolari, caratterizzati da un evento particolarmente traumatico (una rapina, un attentato, scontri di piazza ecc.) e dalla presenza di una notevole quantità di testimoni, l’elemento suggestivo può giocare un ruolo accentuato. Ad esempio, se un teste dichiarerà (magari sbagliando) che alla guida dell’auto con cui sono fuggiti i rapinatori c’era una donna, è probabile che altri due o tre testi sosterranno non solo che c’era una donna, ma di aver osservato che era bionda e con una sigaretta fra le labbra. Non necessariamente si tratta di persone in malafede o di mitomani, è possibile che il primo teste abbia avuto la sensazione di aver visto una donna, magari perché il guidatore aveva capelli lunghi e magari un aspetto efebico, gli altri ne subiranno la suggestione ed, in perfetta buona fede, aggiungeranno altri particolari: bionda, magari perchè così si presenta nel loro ricordo alterato, col la sigaretta fra le labbra perchè, magari, al “ricordo” si sovrappone l’immagine di un film. E così via. Anche per questo, le testimonianze vanno sempre vagliate comparativamente e confrontate con i reperti.

9: In particolare: l’utilizzabilità di mister X

Un pilastro rilevante dell’ipotesi di Cucchiarelli è la testimonianza all’autore di “Mister X”, questo dirigente della destra extraparlamentare del tempo, indottosi a parlare solo ora, ma nell’ombra dell’anonimato.

Ricordo che una ventina di anni fa Claudio Gatti pubblicò un libro intitolato “Resti fra noi” costruito sulle testimoniante di diversi agenti della Cia operativi a Roma in epoche diverse ed identificati come “Mister one”, “Mister two”, “Mister three”… Ovviamente la cosa sollevò molta ilarità: chi erano? Cosa avevano effettivamente detto? Chi ci garantiva che esistessero davvero e tutti, avessero le qualifiche attribuite ed avessero detto effettivamente tutte le cose attribuitegli? E se anche uno solo fosse stato inventato dall’autore? E gli stessi intervistati avrebbero potuto riconoscersi nel rispettivo numero? E se le loro dichiarazioni fossero state manipolate, mischiate, interpolate? Se anche uno di essi avesse riconosciuto la sua intervista e gli eventuali errori o falsi contenuti, non potendo farsi identificare, di conseguenza, non avrebbe potuto smentire o rettificare nulla.

Dunque, quel libro non ha alcun valore documentario ed, infatti, nessuna persona seria lo cita.

In questo caso abbiamo una sola intervista anonima e, peraltro, si intreccia con una serie di altre interviste e documenti. Peraltro, conosco personalmente Paolo Cucchiarelli, lo stimo e ne so la correttezza professionale, per cui non ho dubbi che abbia effettivamente intervistato “mister X”. Ma questo non basta. In primo luogo perchè altri che non conoscono l’autore e la sua serietà professionale potrebbero avere gli stessi dubbi che avevo io nei confronti di Gatti. In secondo luogo perchè, pur conoscendo la pignoleria di Paolo e la sua correttezza, non posso escludere che il racconto di “Mister X” possa essere stato riportato erroneamente o anche in modo da produrre, pur involontariamente, fraintendimenti in chi legge e ”Mister X” non può rettificare o spiegare.

In terzo luogo, e questo è il punto più importante, perchè se non so chi è non riesco a fare quelle operazioni di “Critica della provenienza” di cui dicevo prima. Anzi non sono neanche in grado di capire sino in fondo le informazioni che ricevo da questa fonte. Insomma, un conto è se “Mister X” è un dirigente di On come Pino Rauti, un altro conto è se si tratta di Delle Chiaie che dirigeva An ed odiava quelli di On, un altro ancora è se si tratta di un gregario o di un ex passato a sinistra. Ciascuno potrebbe avere moventi diversi, dunque, conoscere l’identità della fonte è premessa necessaria per decodificare correttamente il suo messaggio. Soprattutto occorre stabilire se la fonte ci sta dicendo qualcosa di cui sa per averle conosciute direttamente in prima persona o se riferisca un “de relato”. Nel nostro caso è poco probabile che l’intervistato possa ammettere di conoscere le cose per conoscenza diretta, perchè così ammetterebbe una sua partecipazione personale alla strage, dunque, probabilmente dirà di averle apprese da altri e magari di seconda o terza mano. Ma, in questo caso, che valore avrebbe la sua testimonianza? Dovremmo, o stabilire la partecipazione diretta dell’uomo ai fatti narrati –quel che non è possibile fare senza sapere di chi si tratta- ,o risalire alle sue fonti sino ad arrivare a chi conosceva i fatti direttamente, ma anche in questo caso, se non sappiamo di chi si tratta, il tentativo non può neanche partire.

Peraltro, è del tutto evidente che una simile testimonianza non sarebbe neanche presa in considerazione in sede processuale o di inchiesta parlamentare. Ed anche in sede storiografica, il riconoscimento del valore di una testimonianza del genere non sarebbe accettata da nessuno storico. Può darsi che io subisca la deformazione professionale che mi viene dall’essere storico, consulente giudiziario e di commissioni parlamentari di inchiesta, ma non posso accettare una testimonianza del genere che, personalmente, non avrei neppure riportato nel libro.

Dunque, per questa serie di ragioni, la testimonianza di “Mister X” possiamo considerarla tam quam non esset.

10: errori ed imprecisioni, il caso Raptis.

Anche il libro più curato porta con sè una serie di errori, svarioni, sviste ed imprecisioni. Nel mio ultimo libro (“Abuso Pubblico della storia” ne infilo tre madornali: a p. 187 sembra che l’India sia tutt’ora impegnata nella guerriglia tamil nello Sri Lanka (in realtà se ne è ritirata già nel 1990), a p 253 faccio uno svarione per cui sembra che l’Inkhata sia una nazionalità distinta da quella degli Zulu (di cui è, invece, il partito politico) e, peggio di tutto, parlo di 44 anni continui di pace in Europa dal 1748 al 1792 (dimenticando la guerra dei sette anni dal 1756 al 1763, mentre quel periodo riguarda la sola italia): la stanchezza di fine lavoro, la fretta, un ricordo errato e non controllato sono sempre in agguato e quando un libro ha un numero di errori che non supera il 5% del numero delle pagine può ritenersi un libro molto curato. Purtroppo è così. Dunque, ammettendo le mie pecche, non voglio fare la lezione a nessuno, Peraltro il libro di Cucchiarelli ha un numero contenuto di errori o imprecisioni (al di sotto del fatidico 5%), ma se per alcune cose si può passare la mano leggera (ad esempio, nel capitolo sulla guerra fra cordate politico-informative ed in quello sulla crisi diplomatica con la Grecia, potrei segnalare diverse imprecisioni), su un punto mi tocca segnalare un curioso pasticcio che tocca un personaggio che proprio non lo merita. A p. 472-3 si riprende il discorso che riguarda il contatto fra Michel Raptis e Pino Pinelli, riciclando cose scritte a suo tempo da Marcello del Bosco sulla base di informazioni molto approssimative e infondate per cui Raptis sembrerenbbe un provocatore a servizio del colonnelli greci. Poi se ne riparla a p 586 utilizzando documenti che ho trovato io nell’archivio della via Appia ma usandoli in modo non del tutto esatto. Poi a p 678, in una nota, si danno informazioni biografiche su Raptis dalle quali è possibile desumere che non fosse un provocatore. Avendo conosciuto e bene Michel Raptis mi corre l’obbligo di precisare il punto evitando che possa essere infangata la memoria di un personaggio di grande valore politico ed intellettuale che ha rappresentato cose significative nella sinistra europea. Raptis (Pablo il suo nome di battaglia) non era assolutamente un agente dei colonnelli greci ma un loro fiero oppositore, aveva partecipato alla Resistenza e, nel 1969, stava lavorando con Andreas Papandreu allo sfortunato tentativo di costituire un esercito di liberazione dai colonnelli greci. La notizia del suo passaggio milanese venne catturata impropriamente negli ambienti del Pci milanese (dove forti erano ancora gli echi stalinisti per cui la parola trotskijsta era una bestemmia che autorizzava i peggiori sospetti) e si tradusse nel pasticcio del libro di Del Bosco. Ma a distanza di trenta anni certe confusioni non sono più consentite (comunque, più avanti, pubblicherò un cenno biografico di Pablo).

Mi farebbe comunque piacere ospitare una replica di Paolo Cucchiarelli su questo stesso sito.

Aldo Giannuli, 12 giugno ‘09