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1972 03 4 Umanità Nova – Incriminati per aver scritto e pubblicato la verità su Lemke

10 maggio 2015

1972 03 4 Umanità Nova - Incriminati per aver scritto e pubblicato la verità su Lemke

 

Ridicolo. Tra i tanti capi d’accusa addebitati al responsabile legale del nostro giornale, compagno Failla, ed al compagno Enrico Di Cola per le presunte «notizie false e tendenziose» – riportate nel documento inviato dal compagno Di Cola stesso alla procura della repubblica di Roma e Milano, nonché all’ambasciata e al consolato italiano in Svezia ed al primo ministro svedese e da noi pubblicato – ce ne è uno che riguarda il vergognoso caso Lemke.

Nel citato documento il compagno Di Cola, in data 10 gennaio 1972, scriveva: «…risulta che il cittadino tedesco Udo Werner Lemke, teste che scagiona Valpreda, venne prima rinchiuso in un carcere, poi trasferito in un manicomio criminale, ed attualmente di lui non si sa più nulla…».

Questa, considerata dalla magistratura italiana una notizia «falsa e tendenziosa atta a turbare l’ordine pubblico» (mentre non turberebbero nessuno i clamorosi falsi e le tendenziose bugie che si fabbricano giornalmente in alto loco) è oggi apparsa su tutti i maggiori quotidiani con sconcertanti (non per noi) particolari. Stando alle ultime informazioni, il Lemke che, come si ricorderà, dichiarò a suo tempo di aver visto e riconosciuto due fascisti a lui già noti fuggire dall’altare della patria dopo l’attentato, finì per una oscura quanto incredibile vicenda, prima in galera e poi nel manicomio criminale di Perugia. Pubblico ministero era Occorsio, lo stesso che ora è messo sotto accusa dalla difesa del processo Valpreda.

Ora il Lemke, proprio in concomitanza con il processo Valpreda nel quale dovrebbe testimoniare, è stato scarcerato con anticipo ed espulso in tutta fretta dall’Italia con la diffida a non rientrare per nessun motivo. Resta da accertare, per valutare lo scandalo in tutta la sua ampiezza, se il provvedimento sia stato deciso o comunque sollecitato dal dr. Occorsio. In questo caso, ai tanti motivi che svalutano l’inchiesta per la strage, se ne aggiungerebbe un altro di estrema gravità.

Sarebbe superfluo dirlo: la difesa sta attivamente cercando Udo Lemke perché intende assicurare la sua testimonianza al processo anche contro le decisioni delle autorità…competenti.

 

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1972 04 15 Umanità Nova – Processo a Umanità Nova (e Enrico Di Cola)

29 aprile 2015

 

1972 04 15 Umanità Nova - Processo a UN e Di Cola 01

 

Processo a Umanità Nova

Lunedì 24 corr., di fronte alla seconda sezione del Tribunale penale di Roma, avrà inizio un importante processo contro il direttore responsabile di «Umanità Nova», Alfonso Failla, per la pubblicazione di un documento che il giovane anarchico espatriato in Svezia con passaporto falso, Enrico Di Cola, imputato insieme a Valpreda e compagni per la strage del 12 dicembre ’69, inviò in data 10 gennaio all’ambasciata di Italia ed al consolato italiano di Stoccolma nonché alle procure della repubblica di Roma e Milano e al governo svedese.

Nella citazione del tribunale vengono elencati ben dieci capi di imputazione che investono sostanzialmente le assurde indagini a senso unico e predeterminato sulla strage e la conseguente incredibile istruttoria dei giudici Occorsio e Cudillo.

Qualora l’inevitabile eccezione di incostituzionalità del famigerato articolo 656 del codice Rocco non venisse accolta ed il dibattimento dovesse svolgersi regolarmente, per dimostrare l’assoluta infondatezza dell’accusa – dato che le notizie contenute nel documento di Enrico Di Cola sono autentiche e vere e per nulla esagerate e tendenziose – saranno necessariamente rievocati ed esaminati tutti gli scandalosi atti polizieschi e giudiziari che hanno costretto a definire «aberrante» l’inchiesta sulla strage di Milano contro gli anarchici innocenti.

E’ da rilevare inoltre che nel documento incriminato Enrico Di Cola sfidava, con puntigliose e documentate argomentazioni, la magistratura italiana a chiedere la sua estradizione oltre che per i reati in base ai quali pendevano su di lui due mandati di cattura anche per altri undici reati da lui commessi eventualmente per espatriare. Ma le autorità italiane si sono rifiutate di chiedere l’estradizione asserendo che lo statuto dell’Interpol vieta che siano promosse azioni contro persone accusate di reati che hanno risvolti politici, mentre è noto che i reati attribuiti a Di Cola siano da considerarsi «comuni» e che in altri casi analoghi, come per le bombe del 25 aprile ’69 alla Fiera ed alla stazione di Milano, fu chiesta ed ottenuta l’estradizione di Angelo Della Savia.

Il processo, se non verrà sospeso, avrà certamente la stessa risonanza e le stesse ripercussioni politiche e giuridiche sulla vicenda della strage che ebbe quello di Baldelli-Calabresi per la morte dell’anarchico Pinelli. Il pubblico dibattito sull’istruttoria di Occorsio e Cudillo che si è voluto evitare con la nota sentenza di incompetenza territoriale esploderebbe ora con tutte le sue gravi implicazioni.

 

1972 04 15 Umanità Nova - Processo a UN e Di Cola 02

Umanità Nova 26 febbraio 1972 Il processo a Umanità Nova per i documenti di Di Cola

18 maggio 2013

 

Il processo contro Umanità Nova per la pubblicazione della nota lettera di Enrico Di Cola, spedita all’ambasciata italiana in Svezia e per conoscenza alla Procura della Repubblica di Milano e a quella di Roma e che era stata consegnata personalmente al governo svedese, è stato rinviato dalla seconda sezione del tribunale penale di Roma al 10 aprile p.v.

Per la verità i processi sono due e riguardanti due numeri di questo giornale. La difesa, poiché le imputazioni si riferiscono allo stesso fatto e allo stesso reato (pubblicazione di notizie false, esagerate e tendenziose) oltre che agli stessi imputati, i compagni Failla e Di Cola, ha chiesto la riunione dei due procedimenti e il rinvio della causa per poter approntare la difesa e predisporre i mezzi istruttori per dimostrare la infondatezza dell’accusa e che le notizie contenute nella nota lettera e pubblicate da Umanità Nova sono autentiche e vere e per nulla esagerate o tendenziose.

Il tribunale ha accolto la richiesta.

6 dicembre 1971 SID su riunione interregionale FAI a Empoli

7 maggio 2013

 

 

6 dicembre 1971 SID su riunione interregionale FAI a Empoli COMP

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

6 dicembre 1971 SID su riunione interregionale FAI a Empoli

 

Umanità Nova 16 marzo 2008 Sessantotto 4. Congresso dell’IFA tra vecchi e nuovi anarchici di Massimo Ortalli

10 novembre 2011
Quando i vecchi compagni delle Federazioni raccolte nell’Internazionale delle Federazioni Anarchiche cominciarono, a metà degli anni Sessanta, a impostare l’organizzazione del Congresso Internazionale che si sarebbe tenuto a Carrara nel 1968, non potevano certo immaginare che proprio l’anno che avevano scelto per incontrarsi sarebbe stato uno di quegli anni fatali che segnano un secolo intero. Un anno ricco di esplosioni vitali, di entusiasmanti imprevisti, di opportunità storiche irripetibili, che sarebbe stato un delitto ignorare e lasciar perdere. Un anno che avrebbe visto succedersi una girandola scoppiettante di avvenimenti e di novità, anche nel campo libertario, tali da spiazzare, e spazzar via, certezze assodate e comportamenti sedimentati. Modificando così, ineluttabilmente, anche i termini e le questioni che in tale Congresso si sarebbero dovute dibattere.

Personalmente non sono affatto del parere, del resto più che plausibile, che a qualche militante della vecchia guardia possa essere dispiaciuta questa coincidenza imprevista, questo doversi ritrovare nello stesso luogo e nello stesso momento per confrontarsi, in modo forzato e a tratti anche ostile, con personaggi provenienti da un mondo alieno. Ma col senno di poi dovremmo tutti rallegrarci se una volta tanto la sorte, il fato e l’imperscrutabile “volontà divina”, si coalizzarono per dare una mano al malandato anarchismo internazionale. E, in effetti, non solo il dibattito e il confronto ne uscirono fortemente arricchiti, ma anche la considerevole attenzione che tutti i mezzi di comunicazione riservarono a questo Congresso non sarebbe certo stata tale se, nella mitica e famosa città del marmo, non fossero calati in massa gli studenti della contestazione. In primis quelli, altrettanto mitici e famosi, del Maggio parigino.

In effetti, fu uno spettacolo non da poco quello che allora offrì l’anarchismo, ancora una volta capace di mostrarsi genuinamente tollerante nei suoi principii e nei suoi uomini. Carrara vide, infatti, riunita, nel teatro degli Animosi e nelle sue strade, una umanità varia ed eterogenea, dai protagonisti delle battaglie proletarie dei primi decenni del secolo ai partigiani della Lunigiana scesi dalle cave, dalla cosiddetta generazione di mezzo, superstite di ripetute scissioni, ai giovanissimi contestatori venuti non solo d’oltralpe ma da mezza Italia e mezza Europa: distinti e anziani signori in lobbia e cravatta, uomini e donne in spezzato e tailleur, ragazzi barbuti e capelluti, sicuramente non “in linea” con i canoni di quello che ancora si considerava il normale e necessario decoro. E questa umanità varia ed eterogenea seppe trasformarsi, al di là delle apparenze, in una comunità solidale, pronta a discutere, a dibattere, a confrontarsi, a mangiare e bere nelle bettole e nelle trattorie, a litigare, a offendersi minacciando di passare alle mani… per poi ritrovarsi, con naturalezza e inevitabilmente, dalla stessa parte della barricata, contro il potere e per la libertà.

Il Congresso si tenne dal 31 agosto al 3 settembre 1968 al Teatro degli Animosi. L’organizzazione fu soprattutto opera della Union des Anarchistes Bulgares en exile, della Federazione Anarchica Italiana, della Fedération Anarchiste Française e della Federacion Anarquista Iberica, i cui militanti ne avevano curato, per circa tre anni, la fase preparatoria. Erano presenti molte delle figure storicamente più importanti e prestigiose dell’anarchismo internazionale, fra le quali gli italiani Umberto Marzocchi, Alfonso Failla, Mario Mantovani, l’ex ministro della Spagna repubblicana Federica Montseny, il leggendario bulgaro Georges Balkanski, i francesi Maurice Joyeux e André Colomer, l’inglese Stuart Christie. Erano presenti i rappresentanti di trentaquattro organizzazioni internazionali, dalla Grecia al Messico, dal Nord Europa al Giappone, dalla Cina all’Oceania, dalla Romania al Vietnam. Innumerevoli i saluti dal mondo intero e l’adesione di organizzazioni impossibilitate, per i motivi più vari, ad essere presenti.

Il Congresso fu pensato principalmente per dare vita a un’azione di coordinamento dell’attività e della propaganda anarchica a livello internazionale, coordinamento reso sempre più pressante dall’evolversi della situazione mondiale (crisi del modello sovietico, guerra del Vietnam, insorgenza del terzo mondo) e dal radicalizzarsi dei fermenti giovanili, spontaneamente portati a una visione ribelle e libertaria dell’impegno sociale. Come si diceva in precedenza, questi obiettivi furono in parte spiazzati e ostacolati dallo scontro-confronto verificatosi fra due concezioni apparentemente antitetiche della lotta antiautoritaria. Da una parte la tradizionale impostazione dell’anarchismo classico, con le sue regole e i suoi parametri che affondavano la loro legittimità in una presenza ormai centenaria nello scontro sociale, dall’altra il tumultuoso affermarsi di una impostazione e di una metodologia che ben poco intendevano concedere, nel loro radicalismo generoso ma indubbiamente a volte un po’ confuso, all’impostazione e alla metodologia perseguite fino ad allora.

I lavori congressuali, anche grazie alla tollerante ma ferma tenacia di figure come Failla e Marzocchi che diressero magistralmente quelle giornate, poterono proseguire secondo i tempi e i modi stabiliti – e le numerose e importanti mozioni che ne uscirono sono lì a testimoniarlo – ma è indubbio che se oggi il ricordo di quella estate è ancora così vivo e importante, è anche perché, partendo proprio da quello scontro generazionale, il movimento anarchico intraprese la strada del suo rinnovamento, aprendosi alle nuove prospettive lasciate presagire dai mutati scenari internazionali. E quel rinnovamento fu tanto più forte e propositivo perché non fu il risultato della “vittoria” di una impostazione sull’altra, ma perché ad esso contribuirono, in modo paritario e solidale, le “vecchie barbe” e i giovani capelloni. Una lezione di stile, e di libertà, che gli anarchici non potevano mancare!

Quella fu la prima del centinaio di volte che sono andato a Carrara. L’impressione fu enorme, quelle cave grandiose che circondavano la città, la vicinanza fra mare e montagna, la stazione ferroviaria dove ancora attendevano vecchie carrozze a cavallo. Il mio accredito fu opera di Spartaco e Cesare, che ancora non sapevano chi fossi – mi avvicinai al movimento solo al ritorno dal Congresso – ma conoscevano mio padre e mio zio. Stimando loro, pensavano di potersi fidare anche di me, giovane capellone e contestatore globale. Ricordo che al tavolo degli accrediti capitava che fossero lasciate fuori persone conosciute, evidentemente perché ritenute inaffidabili. Vedermi consentito l’accesso grazie alla parola di due compagni che non erano presenti, fu, credo, la mia prima, grande lezione di anarchismo.

Mia madre, prima di partire, mi aveva raccomandato di essere pulito e ben vestito perché si sapeva che gli anarchici ci tenevano molto al decoro personale. Pensavo che fosse la solita cosa che dicono le madri ma aveva proprio ragione! La dignità di quei vecchi compagni e il rispetto che avevano per sé e per gli altri, furono un’altra lezione di anarchismo. Soprattutto vedendo e ammirando la varietà di aspetti esteriori che offriva quel consesso.

In effetti, quell’incontro fra compagni di tutto il mondo, nel quale si esprimevano compiutamente gli ideali internazionalisti dell’anarchismo, fu fra gli avvenimenti più significativi, non solo in campo libertario, di quell’anno. Il pensiero e l’azione anarchica erano nuovamente e prepotentemente comparsi sulla scena. Anche se nei movimenti la maggioranza degli studenti non si identificava nell’anarchismo classico, il metodo antiautoritario, assembleare e orizzontale degli anarchici era patrimonio comune e le avanguardie libertarie del maggio francese, calate in massa a Carrara, erano viste da tutti come l’espressione più forte dello spirito del 68. Di problemi, non c’è bisogno di ricordarlo, ne crearono. E non pochi. Ma la loro presenza, provocatoria a tratti, ma sempre dialettica e propositiva, contribuì non poco a fare di quel Congresso una tribuna ricca di interesse, non solo per gli anarchici, ma per tutto il movimento.

Nella seduta aperta al pubblico più volte si temette lo scontro fisico – vedo ancora, in piccionaia, stuoli di rudi cavatori, a braccia conserte ma pronti, se necessario, a intervenire – ma prevalse, e a ben pensarci non poteva che essere così, l’abituale tendenza libertaria ad affrontare discussioni e contrasti con lo sperimentato metodo della dialettica verbale. Ricordo con vivezza l’impressione che mi fecero Failla e Marzocchi, in piedi sul palco a dirigere il caotico traffico di quel pomeriggio. Ma, per compagni come loro, la tensione di quelle giornate doveva essere poca cosa rispetto a quella vissuta nella lotta antifascista e rivoluzionaria. Abituati come eravamo, a crederci al centro del mondo, forti della nostra giovinezza e “purezza rivoluzionaria” non avremmo nemmeno potuto immaginare che potessero esistere persone che a quella per noi venerabile età fossero ancora in grado di darci vere e proprie lezioni di vita e di etica. Nella mia acerba ed entusiasta ingenuità, pensai che da vecchio avrei voluto essere come loro.

Per il resto era tutto perfettamente organizzato, e anche quello fu fonte di sorpresa. Appena fui accreditato mi si disse dove avrei potuto alloggiare e mangiare e giovani compagni e compagne, tra loro le sorelle Failla, provvedevano a sistemare ogni cosa. Se nel fuoco dello scontro dialettico trasparivano tratti di reciproca sfiducia, fuori, nelle strade, nelle trattorie, nel campeggio di Marina, i rapporti, indubbiamente più distesi anche se politicamente sempre molto “impegnati”, permettevano una conoscenza più approfondita e amicale. Io, da perfetto parvenu dell’anarchismo, mi limitavo a osservare e ascoltare e, visto come poi sono andate le cose, direi che il ruolo da spettatore non mi sia stato del tutto inutile.

Oggi, a distanza di tanti anni, posso anche pensare che le mie impressioni non siano così esatte e fedeli come potrebbero essere quelle di altri compagni che vissero più dall’interno quelle giornate. Occupato come ero a sgranare gli occhi per osservare meglio quel mondo nuovo, possono essermi sfuggiti aspetti altrettanto e forse più importanti di quelli che mi sono rimasti impressi. Credo di non sbagliare, però, se ancora penso che quell’incontro internazionale non sia stato solo l’importante momento della vita dell’anarchismo che tutti conosciamo, ma anche, e per me soprattutto, una esperienza fondamentale per la “educazione sentimentale” di una nuova generazione di compagni.

Massimo Ortalli

Umanità Nova 23 ottobre 1971 Si vuole a tutti i costi colpire gli anarchici Ancora una volta rinviato a nuovo ruolo il processo contro «Umanità Nova» (di il cronista giudiziario)

3 settembre 2011

Il Tribunale, spalancando nuovissimi orizzonti alla scienza del diritto processuale, ha dichiarato la propria incompetenza con una ordinanza, mentre anche il più sprovveduto degli uscieri giudiziari sa che avrebbe dovuto farlo semmai con una sentenza

Umanità Nova 23 ottobre 1971   Con un provvedimento inusitato, un’ordinanza abnorme, cioè non prevista neppure dalle leggi in vigore, la IV Sez. del tribunale penale di Roma ha ancora una volta rinviato a nuovo ruolo il processo contro Umanità Nova che, nella persona del suo responsabile, compagno Alfonso Failla, era chiamato a rispondere del reato di pubblicazione di notizie false, esagerate e tendenziose atte a turbare l’ordine pubblico.

Come abbiamo scritto in precedenti servizi di cronaca, la «falsità» era stata riscontrata dal P.M. dott. Occorsio in un manifesto pubblicato da questo giornale e nel quale si esprimevano la protesta e lo sdegno per la uccisione da parte della polizia di Milano dello studente Saltarelli, per il ferimento di alcuni cittadini, per gli arresti e i fermi di molti altri che il 12 dicembre ’70 avevano partecipato ad una manifestazione contro i grotteschi processi franchisti di Burgos.

«Era il 12 dicembre – stava scritto nel manifesto incriminato -, un anno esatto dalla strage dell’anno prima a Milano e la data doveva essere ricordata con nuovo sangue dalle stesse mascherate forze che stanno dietro alla bomba di piazza Fontana, anelli collegati di una stessa strage di Stato che ricerca – e trova – complicità ovunque: dalle sedi governative a quelle esecutive della polizia. Punto d’incontro: quello di un coagulo di forze della destra economica e fascista per sbarrare la via ad ogni progresso sociale». «Tutto denota – continuava il manifesto – che la criminale sparatoria di Milano è stata preordinata. La stampa assente per lo sciopero, l’opinione pubblica condizionata dalla esclusiva informazione poliziesca, maestra del falso come dimostrato dalle vergognose manipolazioni sull’assassinio dell’anarchico Pinelli e sull’orditura dell’istruttoria del tragico attentato di piazza Fontana». Più avanti, nello stesso manifesto, si accennava al pericolo delle libertà fondamentali dell’uomo, «poiché, come nel lontano 1922, allo squadrismo fascista, … si accompagna lo squadrismo della polizia».

Nel contenuto di questo documento il sostituto procuratore della repubblica dott. Occorsio non aveva intravisto altro che gli estremi del reato di cui all’art. 656 C.P. (pubblicazione di notizie false, esagerate e tendenziose atte a turbare l’ordine pubblico). Ma evidentemente i vari cervelli che muovono l’ufficio della procura della repubblica di Roma non la pensano tutti alla stessa maniera, giacché il collega del dott. Occorsio, il sostituto procuratore dott. Amato, di turno all’udienza del 12 ottobre scorso, non solo ha riscontrato nel manifesto il reato delle notizie «false» ma anche quello più grave del vilipendio della polizia, del quale ha chiesto la contestazione, da lui precisata con la estrapolazione di alcune frasi dall’intero contenuto del manifesto, all’imputato.

Il tribunale; questa volta, malgrado l’opposizione della difesa, rappresentata dagli avvocati Gianzi e La Torre, che ha messo in evidenza l’assurdità della pretesa dell’accusa sotto il profilo logico e processuale, ha accolto la richiesta del dott. Amato e con un’ordinanza, che è un capolavoro di incongruenze giuridiche, ha dichiarato la propria incompetenza e rinviato gli atti al P.M., perché a sua volta li rimetta alla Corte d’Assise, competente per il reato di vilipendio.

Scriviamo «questa volta» perché come i nostri lettori ricorderanno, già in una precedente udienza, il P.M. aveva fatto un’identica richiesta e quella volta lo stesso tribunale, presieduto dallo stesso presidente dott. Testi, non aveva ritenuto di dover accogliere l’istanza del P.M. e con una ordinanza del 9 febbraio 1971 l’aveva rigettata.

Come si vede  non solo in seno alla procura della repubblica di Roma esistono i contrasti, ma anche nel bel mezzo del tribunale e, cosa ancora più strana, in seno alla stessa IV Sez., la quale affronta e risolve lo stesso problema a seconda delle stagioni dell’anno, affermando che è nero in autunno ciò che aveva detto essere bianco nell’inverno precedente.

Non è questa la sede per evidenziare l’abnormità dell’ordinanza del tribunale nell’ultima udienza del 12 ottobre scorso, che la difesa ha già fatto sapere di volere denunciare in cassazione. Soltanto ci limitiamo a sottolineare che il tribunale, spalancando nuovissimi orizzonti alla scienza del diritto processuale penale; ha dichiarato la propria incompetenza a giudicare il delitto di vilipendio con una ordinanza, mentre anche il più sprovveduto degli uscieri giudiziari sa che avrebbe dovuto farlo semmai con una sentenza, che è l’unico provvedimento con il quale un giudice può spogliarsi di un giudizio; che il P.M., a norma di legge, non essendo risultato alcun fatto nuovo al dibattimento non poteva chiedere la nuova contestazione; che il tribunale non avrebbe potato contestare il vilipendio neppure sotto il profilo del reato concorrente (e difatti non lo ha contestato!), trattandosi di diritto di competenza superiore; e non potendolo contestare e non avendolo contestato doveva procedere oltre nel dibattimento e limitarsi all’esame del solo diritto di cui all’art. 656 C.P. (pubblicazione di notizie false), per il quale esclusivamente era stato investito.

La verità è sempre la stessa. Si vuole a tutti i costi colpire gli anarchici. Essendo ormai apparso chiaro anche per l’abbondante documentazione esibita dalla difesa, che non si poteva condannare per il reato di pubblicazione di notizie false (un reato, fra l’altro, palesemente incostituzionale), e per la notorietà «lipsis et tonsoribus» che Saltarelli è stato veramente ucciso dalla polizia, si tenta di aggirar l’ostacolo con altra contestazione di altro reato più grave, il vilipendio, anche esso incostituzionale, e anch’esso insussistente nel manifesto incriminato.

Secondo il P.M. la polizia sarebbe stata vilipesa laddove nel manifesto la si definisce «maestra del falso» e laddove si parla di squadrismo, «squadrismo della polizia».

Si vede che c’è qualcuno alla procura della repubblica di Roma che legge poco i giornali, anche quelli della reazione, che sono i più, e che nulla sa di quello che è successo a Milano e sta ancora succedendo a proposito «delle vergognose manipolazioni – sono le parole del manifesto sotto accusa – sull’assassinio dell’anarchico Pinelli e sull’orditura della istruttoria sul tragico attentato di piazza Fontana».

Gli atti del processo contro Umanità Nova sono stati, dunque, trasmessi al P.M., perché a sua volta li rimetta in Corte d’Assise.

A questo punto sorge spontanea una domanda: poichè il P.M. è un ufficio e non una determinata persona fisica e poiché nell’ufficio del P.M. che si è occupato del processo contro Umanità Nova è il dott. Occorsio, il quale, si noti bene, per ben due volte ha chiesto il giudizio al tribunale solo per reato di pubblicazione di notizie false e non anche del vilipendio, malgrado la denunzia anche per tale delitto da parte di più uffici di polizia (quelli di Roma, di Bologna, di Ancona, di Livorno ecc.), cosa succederà se gli atti capiteranno per la terza volta nelle sue mani? Si adeguerà all’opinione del suo collega di udienza, smentendo se stesso, e ubbidirà alla strana ordinanza del tribunale, oppure, dimostrandosi coerente con se stesso, rispedirà gli atti al tribunale con la solita imputazione?

Confessiamo che la domanda è puramente retorica ed è l’effetto di un attimo di ingenuità giacché siamo convinti che gli atti saranno afferrati dal dott. Amato, o da altro collega che la pensa come lui, e che ci rivedremo in Corte d’Assise.

E non sarà male se in quella sede si potrà cominciare finalmente un discorso, come si deve, sul ruolo della polizia e la funzione repressiva dello Stato.

Il cronista giudiziario